martedì 13 settembre 2016

Quel che ci dice oggi il Sudamerica

1416095665_195366_1416095826_album_normalL’avanzata delle destre in Brasile segna una tendenza che investe l’intero Sudamerica. Non è un ritorno al passato, come dice chi piange la perdita delle “conquiste” dei governi progressisti. Per comprenderla, bisogna guardare più alla britannica May o a Hillary Clinton che non alle vecchie dittature. Il suo successo è stato favorito dalla crescita di una cultura attenta solo ai consumi e tesa ad allontanare la gente dalla politica, i leader progressisti l’ hanno incentivata sempre e senza esitazioni. La nuova destra non ha rispetto per la democrazia né scrupoli per la legalità, è guerrafondaia e disposta a radere al suolo nazioni intere, come, d’altra parte, è stato fatto in mezza dozzina di paesi asiatici e mediorientali. Si affacciano, tuttavia, nuove e impreviste resistenze. Quello che si profila, in Brasile e altrove, è un imminente scontro di treni tra los de arriba y los de abajo, tra chi sta sopra e chi sotto
 di Raúl Zibechi
La destituzione di Dilma Rousseff da parte del Senato più conservatore dal 1964 (anno del colpo di Stato contro João Goulart), chiude il ciclo progressista che era iniziato con l’insediamento di Luiz Inacio Lula da Silva il primo gennaio del 2003. Poiché il Brasile è il paese più importante della regione e quello che segna le tendenze, ci troviamo di fronte, nel breve periodo, a un punto di svolta irreversibile, in cui le destre conservatrici impongono la loro agenda.

Il panorama regionale sudamericano appare chiaramente dominato dall'alleanza tra il capitale finanziario, gli Stati Uniti e le destre locali, che fa vedere un dinamismo difficile da limitare nel breve periodo. Bisogna risalire all'inizio degli anni Novanta per trovare un momento simile, contrassegnato dal trionfo del Consenso di Washington, dall'apice del neoliberalismo e dal crollo del blocco socialista.

Sarebbe sbagliato, tuttavia, pensare che stiamo tornando al passato, per quanto alcuni analisti ritengano che si stanno perdendo delle “conquiste”. La realtà indica che la regione va avanti ma, nell'immediato, quello che abbiamo di fronte non è la società ugualitaria e giusta che abbiamo sognato, bensì un imminente scontro frontale di treni tra quelli de arriba y de abajo (tra chi sta sopra e chi sotto), nonché lotte tra classi, “razze”, generi e generazioni. Questo è l’approdo verso cui si dirige l’umanità, e questo è il futuro a medio termine che si comincia a vedere nella regione.

A rigore, questo panorama si stava già profilando da diversi anni, quando ancora governavano i progressisti, con la crescente alleanza di fatto tra le classi medie (vecchie e nuove) e i più ricchi, in gran parte per il successo della cultura consumistica, de-politicizzante e conservatrice che quegli stessi governi hanno incentivato. Ma ciò che conta, guardando in avanti, è il menzionato scontro di treni.

Nella regione sudamericana si è imposta una nuova destra. Una destra che non ha scrupoli di legalità, non è disposta a rispettare le forme della democrazia e vuole distruggere il sistema educativo e sanitario così come li abbiamo conosciuti. In Brasile la nuova destra ha messo in piedi il movimento Escola Sem Partido [Scuola Senza Partito], che attacca l’educazione pubblica, aggredisce il lascito di Paulo Freire e pretende di controllare strettamente i docenti.

Bisognerà ritornare in modo più dettagliato su questo “movimento”, che promuove la dissociazione tra l’“educare” (responsabilità della famiglia e della Chiesa) e l’“istruire” (trasmissione della conoscenza, che è il compito degli insegnanti). Se i progetti di legge presentati in parlamento venissero approvati, una parte dei docenti potrebbe essere sanzionata per “indottrinamento ideologico”, avendo parlato della realtà del paese, perché nelle aule, dicono, non deve esistere libertà d’espressione. In quella realtà da ignorare, si faccia attenzione, non rientra solamente l’ambito politico, ma anche la violenza contro le donne. È solo un esempio di quel che viene.

Per capire dove va la nuova destra, dunque, non bisogna guardare indietro, ossia al periodo delle dittature, ma a personaggi come la prima ministra britannica, Theresa May, che assicura di essere disposta a usare armi nucleari anche se costano la vita di innocenti. (The Guardian, 18/7/2016). O come Hillary Clinton, che considera Vladimir Putin il “nuovo Hitler”. Non sono dichiarazioni isolate o fuori contesto, è lo stato d’animo delle nuove destre, guerrafondaie, disposte a radere al suolo nazioni intere, come hanno già fatto con una mezza dozzina di paesi in Asia e in Medio Oriente.



Perché ci sia uno scontro di treni, però, ci devono essere due forze antagoniste in disputa. E questo è quanto si sta profilando nella regione. Abbiamo già raccontato le nuove lotte studentesche e popolari in Brasile, i movimenti che stanno guadagnando un ruolo protagonista in Colombia e le nuove resistenze nere. Ad esse bisogna aggiungere la rinnovata forza del movimento contadino in Paraguay; la resistenza in Argentina contro il modello soia-miniera e, negli ultimi mesi, contro la manovra del governo di Macri; le importanti mobilitazioni delle donne contro la violenza machista, come quella realizzata in Perù ad agosto; la persistenza dei movimenti indigeni in Ecuador e in Bolivia.

Si affacciano altre nuove e impreviste resistenze. In agosto in Cile ci sono state enormi mobilitazioni, due grandi marce di più di un milione di persone contro il sistema pensionistico privato (Afb), e un cacerolazo, che annunciano l’inizio della fine di un sistema che è stato la chiave dell’accumulazione del capitale nel regime post-Pinochet. Nove pensioni su 10 sono inferiori a 220 dollari, vale a dire meno del 60 per cento del salario minimo, per cui la popolazione reclama la fine del sistema privato.

Lentamente, tra i settori popolari, si sta facendo strada la convinzione che la corruzione è sistemica, così come il narcotraffico e i femminicidi, e non importa se governa la destra o la sinistra, perché le cose continueranno ad andare più o meno nello stesso modo. In Cile, la promessa riforma dell’educazione, che il Partito Comunista ha utilizzato come argomento per abbandonare le strade ed entrare nel governo di Michelle Bachelet, si è diluita nei negoziati con l’apparato imprenditoriale e così, come denuncia la nuova offensiva studentesca, si continua a dare priorità all'insegnamento privato.

In questa fase, insomma, il sistema non può realizzare riforme a favore delle popolazioni, perché non ha né margine economico né politico. L’economia funziona come una macchina che estrae, espropria e concentra i beni comuni. La politica si riduce a fuochi d’artificio e, per dirimere i conflitti, lascia spazio, ogni giorno con maggiore evidenza, alla polizia. La principale differenza tra i colori che governano è la velocità nell'applicazione di un modello che non lascia altra alternativa che la resistenza.

La destituzione di Dilma Rousseff da parte di un Senato infestato da parlamentari corrotti, potrebbe essere l’occasione per riflettere sull'inopportunità di continuare a confidare nei cosiddetti “rappresentanti”, che stanno lì per restituire favori al capitale, e attaccare con maggiore energia l’organizzazione (di chi dovrebbero rappresentare, ndr). 

Nessuno farà per noi quella riflessione.

tratto da:comune-info - Traduzione: Daniela Cavallo