martedì 10 marzo 2009

Ipotesi di lavoro sul boicottaggio dell’economia di guerra israeliana

Sosteniamo la Bds Campaign

Premessa
Sessant’anni dopo la Nakba del 1948, 41 anni dopo l’occupazione dei territori da parte d’Israele, il massacro dell’operazione Piombo Fuso e la chiusura della Striscia di Gaza hanno aggravato ulteriormente la condizione d’oppressione che lo stato israeliano impone al popolo palestinese. Una politica di segregazione e discriminazione sviluppata in modo da impedire ai palestinesi l’autodeterminazione e con il fine di portare a termine la colonizzazione e dominazione in tutta l’area denominata “Palestina”.Un sistema unico al mondo, che combina apartheid e neocolonialismo per mezzo d’insediamenti e occupazione armata. Le Nazioni Unite e l’Unione Europea hanno fallito non riconoscendo il sistematico e persistente sforzo israeliano nel colonizzare la terra palestinese, nell’opprimere, spossessare, dislocare e dominare il popolo palestinese. Solamente ristabilendo giustizia e dignità per il popolo palestinese potrà essere restaurata una pace duratura in Medio Oriente. Solamente ristabilendo giustizia e dignità per il popolo palestinese potrà essere restaurata la pace duratura in Medio Oriente.Nei Territori Palestinesi Occupati l’attività coloniale israeliana continua implacabile. Più di 600 chek-points israeliani impediscono la libertà di movimento dei palestinesi. A partire dal dicembre 2007, nella sola area di Gerusalemme Est occupata, è stata annunciata la costruzione di 13.000 nuovi appartamenti, tutto questo mentre la demolizione di case palestinesi procede senza sosta. Tra il 1967 e il 2006 Israele ha demolito all’incirca 19.000 case nei Territori Palestinesi Occupati, di cui 1.600 tra il gennaio 2000 e il settembre 2007.
In presenza di questa realtà ampi settori della società civile palestinese in collaborazione con numerose associazioni di solidarietà internazionale hanno fatto appello affinché si sviluppi e si rafforzi una campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni come mezzo di contrasto della politica coloniale israeliana (BDS campaign).

30 Marzo giornata d’azione globale BDS
Nel dicembre 2008, Israele ha deciso di segnare il 60 ° anniversario della sua esistenza uccidendo in 23 giorni più di 1300 palestinesi a Gaza e ferendone oltre 5000. Gli abitanti di Gaza sono i palestinesi, insieme ai loro discendenti, che Israele ha espulso dalle loro case nel 1948. Con Gaza isolata dal resto del mondo da quasi due anni, la Palestina oggi è diventata il banco di prova della nostra umanità. In occasione del WSF 2009 a Belém è stata lanciata una “Giornata d’azione globale in solidarietà con il popolo palestinese e per Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni” (BDS) contro Israele. La mobilitazione coincide con il “Giorno della terra”, commemorazione della strage del 1976 avvenuta in Galilea durante le lotte dei palestinesi contro la massiccia espropriazione delle terre.La mobilitazione ha come obiettivi: - il boicottaggio d’aziende israeliane e internazionali che sostengono l’occupazione israeliana e l’apartheid - la fine delle collaborazioni con enti, università e istituti di ricerca israeliani - l’annullamento di progetti di cooperazione che le vedono ONG israeliane in funzione di “mediazione” tra la comunità internazionale e le strutture civili (ospedali, scuole, ONG, ecc.) palestinesi - azioni legali per porre fine all’impunità dei dirigenti politici e militari israeliani e per perseguire i crimini di guerra da loro commessi in conformità con la legislazione internazionale - annullamento d’accordi preferenziali con Israele e l’imposizione di un embargo sulla vendita d’armi.

Due casi concreti per una campagna di boicottaggio
Nell’individuare un percorso di boicottaggio degli interessi israeliani si è posta l’attenzione sulla costruzione del metrò a Gerusalemme e sull’attività produttiva della multinazionale Agrexco.

Veolia, Alstom e il metrò di Gerusalemme
Veolia e Alstom sono le multinazionali che stanno costruendo il metrò di Gerusalemme e che con questa operazione stanno violando le disposizioni internazionali che vietano la modifica della composizione demografica-culturale–sociale di Gerusalemme Est e della Cisgiordania.
La Veolia Veolia Environnement è una multinazionale francese e fa parte del consorzio CityPass, che si occupa di costruire un sistema di ferrovia leggera tra Gerusalemme ovest e vari insediamenti ebraici illegali come Pisgat Ze’ev, French Hill, Neve Ya’akov Gilo e Gerusalemme est occupata. Una volta costruito, il sistema ferroviario permetterà ad Israele di legare in maniera sempre più definitiva Gerusalemme est e gli insediamenti illegali allo Stato d’Israele.Il sistema ferroviario diventerà inoltre un punto nodale della mobilità da e per i grandi insediamenti di Gerusalemme e della Valle del Giordano.
Il completamento del sistema è previsto per il 2020 e la prima linea dovrebbe essere aperta nel 2010.Con il suo coinvolgimento in questo progetto, Veolia è direttamente coinvolta nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi e sta giocando un ruolo fondamentale nel tentativo d’Israele di rendere irreversibile l’annessione di Gerusalemme est e d’altre aree della Cisgiordania. Questa azienda, con questa operazione, sta minando le possibilità di una pace giusta per il popolo palestinese.
Oltre a Veolia partecipa alla costruzione del sistema ferroviario di Gerusalemme la multinazionale dei trasporti Alstom.
[Info su bigcampaign.org ]
Carmel Agrexco
Carmel Agrexco è il maggiore esportatore ortofrutticolo israeliano, un vero colosso multinazionale, uno dei protagonisti della colonizzazione dei territori occupati. Agrexco è per il 50% di proprietà dello Stato Israeliano. Esporta in tutto il nord Europa, in particolare la Gran Bretagna, frutta fresca, verdure ed erbe aromatiche Agrexco opera con tre marchi: Carmel, Jaffa e Coral. Agrexco è inoltre coinvolta nello sfruttamento della manodopera palestinese a basso costo e nel commercio di prodotti agricoli con i territori palestinesi occupati tanto che alcune comunità e villaggi palestinesi si rifiutano di comprare o vendere prodotti agli israeliani.
[Info su bigcampaign.org ]
Sostenere la campagna globale per il disinvestimento e boicottaggio (BDS)
Sostenere e sviluppare la campagna globale per il disinvestimento e boicottaggio contro Israele, lanciata dalla società civile palestinese nel 2005, è un modo per solidarizzare con le comunità palestinesi in lotta contro il muro, per sostenere i contadini palestinesi che difendono la loro terra e le loro case, per sostenere la popolazione di Gaza costretta a vivere in una prigione a cielo aperto, per chiedere la liberazione dei prigionieri politici palestinesi e sostenere le legittime aspirazioni di tutto il popolo palestinese.
[Info sulla Bds Campaign: http://www.bdsmovement.net/]

Brasile - "Agua para vida"

Progetto a favore della Comunità Laranjeira MST/BA - Brasil

Ya Basta! ha deciso assieme alla Comunità Laranjeira di realizzare una campagna di raccolta fondi per poter contribuire:
all’acquisto di una pompa idrica, valutato dalla comunità Laranjera come strumento fondamentale per poter continuare la produzione agricola per il fabbisogno della comunità e per il mercato;
all’acquisto del materiale per un piccolo impianto di irrigazione.

COME contribuire al Progetto:
Tramite bonifico bancario intestato a:
Ya Basta RE – Banca Popolare dell’Emilia RomagnaIBAN IT61P0538712800000001434718Specificando nella causale “ Progetto Agua para Vida”
Per info: yabastabrasil@gmail.com

La Comunità di Laranjeira MST/BA ( fotogallery ’08 )
Da circa 7 anni, un gruppo di 13 famiglie aderenti al Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST) occupa un appezzamento di terreno lasciato incolto dal suo proprietario, già espropriato dall’ Incra, l’organo statale che ha il compito di regolare l’attuazione delle leggi riguardanti la Riforma Agraria.
Nonostante la comunità non abbia ancora i documenti per il diritto di proprietà della terra, hanno costruito le loro case e iniziato la coltivazione collettiva della canna da zucchero, che viene utilizzata per la produzione di distillato di canna e rapadura, senza poter usufruire dei finanziamenti del Credito Agricolo che vengono invece dati a chi la terra l’ha già conquistata.
Tutto il lavoro svolto fino ad oggi è stato il frutto di una totale collaborazione dei membri del gruppo, che con le sole loro forze sono riusciti già a garantirsi una piccola rendita annua.
Ya Basta! accompagna la comunità da diversi anni e nell’estate 2008 l’associazione ha reso possibile l’acquisto di ulteriore materiale per la lavorazione della canna da zucchero e la costruzione del magazzino comunitario. (Progetto “Ocupar! Resistir! Produzir!”)
I recenti cambiamenti legislativi avvenuti in Brasile in materia di agricoltura, stanno però creando numerose difficoltà alle piccole comunità rurali che si ritrovano costrette a spostare, da un giorno all’altro orti e piantagioni lontano dai corsi d’acqua, con conseguente perdita dei raccolti.
La mancanza di pompe idriche e di impianti di irrigazione nella comunità sta rendendo difficile la sopravvivenza quotidiana e diminuendo le possibilità di crescita e autosostentamento degli abitanti di Laranjeira.
CONTRIBUISCI ANCHE TU A REALIZZARE IL SOGNO DI UN MONDO MIGLIORE!

Sostieni la Comunità Laranjeira!

Incontro Mamà Corral, Chiapas - 7 e 8 marzo 2009. Tutti i materiali

Nel Caracol di Oventic le zapatiste incontrano le donne del mondo

7 marzo 2009
Nella mattina, con la partecipazione di squadre di donne zapatiste e della società civile nazionale ed internazionale, sono iniziate le partite di calcio, basket e pallavolo. Inizia così l’Evento Politico, sportivo e culturale e artistico "Mama Corral" nel Caracol zapatista di Oventic. E’ la prima volta che le zapatiste celebrano l’8 marzo con una iniziativa pubblica alla quale partecipano donne messicane e del mondo. Il caracol è allestito con bandiere dell’EZLN e striscioni dedicate alle madri dei "desaparecidos". Nella notte continuano le attività culturali e domani si continuerà con altre attività e un messaggio delle Comandanti Zapatiste per commemorare la giornata internazionale delle donne in lotta. Sono già circa 3.000 le donne presenti e si aspettano altri arrivi dalle comunità per l’8 marzo.
Vedi anche:

l’articolo di Herman Bellighausen
Galleria fotografica curata da IndyMedia Chiapas
Galleria fotografica curata dal Cedoz
Convocazione dell’evento Mamà Corral

8 marzo

Il giorno è iniziato con il benvenuto dato da una compagna base d’appoggio, dalla Giunta del Buongoverno e da una compagna del CCRI-CG che ha sottolineato “celebriamo questo giorno con animo perché non sappiamo quante altre volte potremo festeggiarlo così. Questo dipende da come andrà la guerra che viene portata avanti dal mal governo, che ci minaccia ogni giorno. Mentre viviamo dobbiamo continuare festeggiando e lottando per la democrazia, la libertà e la giustizia.”.
Nel discorso centrale fatto da una compagna del CCRI-CG sono state ricordate le donne morte in America l’8 marzo, sono state ricordate le compagne cadute nei 25 anni di lotta dell’EZLN, così come le donne sparite, arrestate ad opera del malgoverno. Sono state ricordate le donne che hanno dato la vita per un mondo libero e che hanno fatto l’impossibile. Donne che sono uno specchio nel quale vedere, apprezzare e scrutare l’orizzonte. Nella giornata dell’8 marzo migliaia di donne hanno raggiunto il Caracol di Oventic ed altre migliaia e migliaia sono rimaste nei loro villaggi, nelle loro comunità. Contemporaneamente nella piazza di San Cristobal Collettivi di donne hanno affisso un giornale murale intitolato


Questa settimana elicotteri militari hanno sorvolato la città così come è stato denunciato anche dalla Giunta di Oventic.

Parole di benvenuto delle Basi d’appoggio zapatiste. [ audio ]
Parole di benvenuto della Giunta di Buongoverno di Oventic. [ audio ]
Parole di benvenuto del CCRI-CG. [ audio ]
Discorso del CCRI-CG. [ audio ]
Discorso di una compagna de La Realidad. [ audio ]
Discorso di una compagna di Morelia. [ audio ]
Discorso di una compagna di Roberto Barrios. [ audio ]
Parole dell’Insurgente dell’EZLN Elena. [ audio ]
Parole della companerita Lupita. [ audio ]
Vedi anche:
L’articolo di Hermann Bellinghausen

Salvador - Il paese verso le elezioni

di Riccado Bottazzo, giornalista di Carta

La prima cosa che un giornalista impara in Salvador è che se azzecca la domanda sbagliata lo menano.
Questo, tanto per dirne una, è il clima in cui il paese centroamericano si appresta ad eleggere il presidente. Due i candidati in ballottaggio: Rodrigo Ávila per l’Arena, l’Alianza Republicana Nacionalista, il partito di destra al governo sin dal ’92, data della fine “ufficiale” della guerra civile (in realtà, gli stessi militari di destra che nell’81 hanno fondato l’Arena governavano anche prima dentro le varie giunte golpiste), e Mauricio Funes per l’Fmln, il Frente Farabundo Martí di Liberazione Nazionale, gli ex guerriglieri. La prima tornata elettorale svoltasi a metà febbraio ha visto la vittoria del Frente che ha ottenuto la maggioranza relativa nell’Assemblea Nazionale. Domenica 15 marzo, quattro milioni e 200 mila salvadoregni torneranno alle urne per le presidenziali. I sondaggi, pure quelli più favorevoli all’Arena, danno l’Fmln in vantaggio di perlomeno 6 o 8 punti in percentuale. Come dire: o gli riesce anche stavolta di taroccare le elezioni – pratica per la quale l’Arena ha una spiccata vocazione – o se ne vanno tutti a casa. In galera non c’è speranza, perché, fiutando l’aria, negli ultimi mesi il governo ha approvato tutte le leggi di immunità possibili per i crimini “politici” commessi ai tempi non ancora del tutto tramontati delle squadre della morte (l’Fmln ha denunciato l’assassinio di altri due suoi militati durante le amministrative di febbraio). Immunità concessa anche per eventuali crimini “amministrativi” compiuti dal governo uscente. Secondo l’Fmln, il presidente in carica, Elias Antonio Saca, e i suoi ministri si sarebbero intascati qualche centinaio di milioni di dollari. Una “doverosa operazione di conciliazione nazionale”, l’hanno definita quelli dell’Arena.

Per darvi una idea dell’aria che tira sotto il sole dei tropici, devo scendere sul personale e raccontare della prima – e pure l’ultima, vi assicuro – conferenza stampa dell’Arena cui ho partecipato appena giunto a San Salvador. Protagonisti: una mezza dozzina di rappresentanti del partito di destra, una quindicina di giornalisti tra cui qualche internazionale, un bel pubblico folto ed elegante di signori incravattati e signore ingioiellate che parevano pronti per una convention di Forza Italia. Il tema era “L’Arena, baluardo della democrazia salvadoregna”. La domanda che qui non si deve fare, cui accennavo in apertura, l’ha fatta un collega di una televisione, credo, del Nicaragua, Non ho potuto verificare perché l’han portato al pronto soccorso. La domanda è: “Che rapporto ha il suo partito, l’Arena, con le squadre della morte che hanno insanguinato…” Morta qua, la domanda. Dal pubblico sono volate prima le sedie e poi i tavolini. E non solo contro l’incauto collega della Tv, ma contro tutti i giornalisti presenti. Qui vale il principio: colpirne cento per educarne uno. Dopo l’artiglieria, l’assalto all’arma bianca. Le prime a lanciarsi nella mischia sono state le signore eleganti, una delle quali, una megera ultra sessantenne bionda tinta e con più anelli che dita, ha fatto del suo meglio per cavarmi gli occhi con le unghie smaltate rosso fuoco. Nella rissa da Far West che ne è sorta, tre tizi nerboruti hanno preso di mira con pochi ma professionali colpi il collega tv che, infatti, è stato l’unico a finire all’ospedale. “Se l’è cercata – mi ha detto, finito il casotto un giornalista salvadoregno - ha fatto una domanda stupida che non aveva risposte possibili”. Gli chiedo il perché. “Tu sei italiano, giusto? Chiederesti a Mussolini in che rapporti stava con il fascismo? Orden (l’Organizzazione Democratica Nazionalista: una delle più famigerate milizie paramilitari che ha assassinato, cifra per difetto e che non tiene conto di interi villaggi di indigeni letteralmente spazzati via, più di 75 mila innocenti.ndr) è stata fondata dagli stessi che ora sono dentro l’Arena. Tutti lo sanno e nessuno lo nega. Appena al governo, dopo la fine della guerra civile, l’Arena ha amnistiato tutti i crimini, gli stupri, gli omicidi, le torture, i massacri commessi dalle squadra della morte; i miliziani sono entrati a far parte delle forze regolari, o addirittura hanno creato reparti apposta per loro.

Che senso aveva allora quella domanda? L’Arena si fa un vanto di tutto quello che ha fatto. Ma nella sala oggi c’erano alcuni degli osservatori degli Stati Uniti venuti a vigilare sulla “democrazia” del nostro paese e delle elezioni. Di fronte a loro, l’Arena non poteva rispondere né sì né no, e così ha fatto cominciare la gazzarra e chiuso in bellezza la conferenza stampa. Il segnale, te ne sei accorto?, l’ha dato quel tipo in piedi dietro il banco dei relatori, alzando il pollice in su”. Scusa, ma neanche tirare le sedie in testa ai giornalisti mi pare quel pulito esempio di democrazia partecipativa dal basso… “Anima candida! Leggiti i giornali di domani”Cosa che ho puntualmente fatto. Tanto la Prensa quanto El Diario de Hoy (i due maggiori e praticamente unici quotidiani del Salvador, che dire che sono al soldo dell’Arena è dire poco) riportano il fatto in fondo alle loro pagine elettorali. Sulla Prensa ci sono pure le foto. Sin dai titoloni risalta, decisa e preoccupata, la posizione di Arena che denuncia su cinque colonne come un gruppo di provocatori infiltrati – probabilmente stranieri ma sicuramente riconducibili all’Fmln - abbiano picchiato un giornalista e attentato, per l’ennesima volta, alla democrazia impedendo il corretto svolgere di una conferenza stampa. I portavoce dell’Alianza Republicana chiudono paventando i pericoli per il Paese se una formazione così palesemente antidemocratica prendesse - dio non voglia – le redini del governo. Segue l’ennesimo invito a votare con “sabiduria” in difesa della libertà. In basso, in un quadrotto, un responsabile dell’Fmln chiede scusa ai giornalisti, si dissocia dal folle gesto precisando comunque che non ci sarebbero prove certe che i picchiatori appartengano al Frente. Evviva la democrazia e la stampa libera! La megera imparruccata ed ingioiellata che mi voleva cavare gli occhi doveva essere, travestita, una di quelle indigene zapatiste che ho incontrato nel caracol de La Garrucha. E io scemo che non l’ho riconosciuta subito.

Grecia - Dalla Selva Lacandona al quartiere Exarchia


di Serena Corsi

Un quadro ricevuto in regalo dall’EZLN, firmato da tutta la comandancia e consegnato ai militanti della cooperativa “Sporos” (seme) durante l’ultimo festival della rabbia degna a San Cristobal de las Casas in Chiapas. E’ stato appendendolo al muro della strada dove tre mesi Alexis e’ stato ucciso da un poliziotto che i ribelli greci, in un atto con centinaia di persone, hanno commemorato il terzo mese dalla morte del giovane, ma anche dall’esplosione popolare che incendiò le strade di Atene per settimane e che tuttora fa da filo conduttore al fermento che si respira in Grecia. “Abbiamo voluto appenderlo qui” racconta Matoula “anziché dentro alla sede della cooperativa perché questo luogo appartiene a tutti i movimenti greci”. Una sorta di comune denominatore che ha dato una svolta alla politica dal basso greca.
“Dicembre”, come viene chiamata popolarmente la rivolta, ha cambiato tutto. “La realtà ha superato la fantasia. Prima non avremmo sognato una partecipazione così alta a manifestazioni politiche”. L’affissione del quadro dell’EZLN, su cui c’è scritto “alla degna e rabbiosa gioventù greca: con rispetto e ammirazione” e’ seguito all’occupazione di un parcheggio dismesso nel cuore di Exarchia. La gente del quartiere vorrebbe farci un parco, e, davanti ai dinieghi dell’amministrazione, sabato e’ passata alle vie di fatto: in poche ore spaccate decine di metri di asfalto, piantati alberelli, fissate panchine. “Questa e’ l’eredità più importante che abbiamo da dicembre”spiega Eugenia. “La gente si sente chiamata in causa su tematiche territoriali, e agisce in modo radicale”. Non e’ la prima occupazione di questo genere: e’ ancora occupato il parco Patision, qualche isolato più a nord. “L’alba di due settimane fa” , racconta Kristos, “gli abitanti si sono svegliati coi bulddozer che distruggevano il parco. Sono venuti all’alba, come ladri, perché il quartiere si era già opposto al diktat del sindaco di sostituire il parco on un parcheggio sotterraneo”.
Dopo gli scontri con la polizia, giunta a proteggere i bulldozer, gli abitanti hanno rioccupato il parco e, da due settimane, si turnano di notte per impedire che la rasa al suolo del parco continui.
Anche l’8 marzo e’ stata occasione di mobilitazione popolare. Manifestazioni, assemblee pubbliche e concerti sono stati dedicati a Costantina Kuneva, una donna che e’ divenuta uno dei simboli della resistenza greca, ’tre volte resistente” come dicono qui: donna, straniera e sindacalista.
Costantina, bulgara, era arrivata in Grecia cinque anni fa per far operare il figlio. Trovo’ lavoro in un’impresa di pulizie, ma le condizioni di sfruttamento la spinsero a fondare il primo sindacato greco delle donne delle pulizie. Le continue minacce dell’impresa in cui lavorava non la fermavano e, a fine dicembre, due sicari la aspettarono sotto casa per rovesciarle dell’acido in gola. Costantina però non e’ morta e ieri in tutta la Grecia si sono moltiplicate le attività per pagare il suo ricovero e quello del figlio.
La società greca è in fermento, e reagisce collettivamente, e con radicalità, alla minaccia della crisi economica.

La morte dell’informazione: i media e la guerra di Gaza [estratto]

"Il postulato democratico è che i media sono indipendenti e hanno il compito di scoprire e di riferire la verità, non già di presentare il mondo come i potenti desiderano che venga percepito” (N.Chomsky)



Questo tentativo di analisi critica vuole spiegare in che modo i media italiani, nello specifico la televisione, hanno rappresentato l’attacco militare israeliano alla Striscia di Gaza. Sono state prese in considerazione le edizioni del TG1 e del TG5, i notiziari italiani più seguiti, ma si potrebbe estendere la ricerca ai principali media internazionali e giungere a conclusioni pressoché analoghe. Il principale obiettivo è, prima ancora di illustrare come i media hanno distorto la realtà, mettere i gestori dell’informazione di fronte alle proprie responsabilità per aver avallato l’attacco, fornendone la necessaria copertura e la giustificazione ideologica: questo li rende complici dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante l’ultima guerra a Gaza. […] Fattore fondamentale nel successo politico-militare israeliano è l’efficacia e l’organizzazione della propaganda, la versione dei fatti israeliana accettata quasi senza critiche e senza riscontri. […] Uno dei primi mezzi propagandistici utilizzati consiste nel definire i termini del dibattito, il contesto, il punto di partenza. Nello stabilire le priorità. […] Il punto di partenza del conflitto viene così fissato dai principali media italiani e internazionali al 19 dicembre, giorno in cui Hamas avrebbe rotto unilateralmente la tregua riprendendo il lancio dei missili. I bombardamenti sulla Striscia di Gaza da parte di Israele iniziati il 27 dicembre vengono quindi definiti dai media come una risposta al lancio dei razzi. La tregua di 6 mesi firmata il 19 giugno 2008 da Hamas e da Israele sanciva come punti principali la fine dell’embargo su Gaza in cambio della cessazione del lancio di missili. Quello che i media hanno deliberatamente ignorato è che Hamas ha quasi scrupolosamente rispettato la tregua, lanciando alcuni razzi solo in risposta ad operazioni militari israeliane. Durante i sei mesi di tregua, 49 palestinesi sono stati uccisi e nessun israeliano. I media non hanno riportato il fatto che Israele non ha mai posto fine all’embargo: 262 palestinesi sono deceduti per la mancanza di adeguate cure mediche[1] e molte persone sono state ridotte alla disoccupazione, alla povertà, alla malnutrizione [2]. La tregua è stata interrotta il 4 novembre dalle forze israeliane con l'uccisione di 6 miliziani di Hamas durante un' incursione aerea e terrestre. […] Accendendo improvvisamente i riflettori il 19 dicembre, presentando la rottura della tregua come una decisione unilaterale di Hamas, la propaganda mediatica può giustificare le azioni israeliane come “reazioni”, e le azioni palestinesi come “attacchi”: i palestinesi sono sempre associati alla violenza, all’aggressività, quasi fosse per naturale vocazione. I palestinesi sono la causa del problema. Gli israeliani invece sono semplicemente costretti a “reagire” per “autodifesa”. Questa cronologia degli eventi non è solo confermata dal quotidiano inglese The Guardian [3] , ma si trova in dettaglio in un rapporto della stessa intelligence israeliana [4]. […]
La mancanza di contesto storico, delle origini e dell’evoluzione del conflitto, è un altro strumento propagandistico di distorsione della realtà. Ogni evento è presentato come avulso dalla storia passata e perfino dalla geografia. La decontestualizzazione porta il telespettatore disorientato ad affidarsi completamente alle notizie, non avendo strumenti di lettura della realtà. […] Nella propaganda dei media non è stato possibile trovare un solo riferimento a chi è l’occupante (Israele) e a chi è sotto occupazione (i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza), […] al Muro di annessione, al regime di apartheid messo in piedi, alle continue violazioni del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite da parte dell’occupante[5]. […]
Alla luce di quanto descritto risulta evidente un utilizzo tendenzioso del linguaggio, altro strumento di distorsione della realtà. I Palestinesi attaccano, lanciano razzi, rompono la tregua. Gli israeliani rispondono, reagiscono, si autodifendono. Non è strano e illogico che un esercito occupante si “difenda” e una popolazione occupata “attacchi”? È sensato dire che se i palestinesi lanciano razzi contro i civili israeliani sono “terroristi”, ma se lo fa l’esercito israeliano si tratta di “operazione di sicurezza”? Come mai nessun organo di informazione ha mai menzionato parole chiave del conflitto come “occupazione”, “colonizzazione e colonie”, “detenzioni amministrative”, “apartheid”, “terrorismo di stato”, “violazione del diritto internazionale” ? L’omissione è una colpa. Ancora, una delle ragioni dell’attacco era interrompere il contrabbando di armi dal confine egiziano verso la Striscia. […] Nessuno si è chiesto che è sensato per una popolazione sotto occupazione militare e sotto embargo cercare di reperire armi per resistere all’occupante, come riconosciuto dal diritto internazionale nelle risoluzioni delle Nazioni Unite (diritto all’autodeterminazione ed alla resistenza contro una potenza occupante[6]). Ed è assurdo parlare di “autodifesa” o “reazione” di Israele in un conflitto generato proprio a causa dell’occupazione israeliana, e caratterizzato da una palese sproporzione di forze: uno degli eserciti più potenti del mondo contro militanti mal equipaggiati che utilizzano razzi rudimentali. I notiziari descrivono sempre Hamas (e Hezbollah in Libano) come “organizzazione islamica” (TG1 8 gennaio), “gruppo”, “movimento estremista” (TG5 29 dicembre). Hamas ha il “predominio sulla Striscia” (TG1 27 dicembre), la “tiene in pugno” (TG5 29 dicembre), ma mai "governa legittimamente". Il lettore può ben vedere come cambia la percezione della realtà se ci si riferisce a Kadima, il partito dell’ex premier Olmert, come “organizzazione sionista estremista”, e ad Hamas come “partito democraticamente eletto”. Parlare di organizzazione rimanda ad una condizione fluida, non definita, che non ha certo la legittimità politica e la credibilità di un partito. […]
Un altro strumento di propaganda utilizzato dai media è la differenziazione dell’informazione (amplificazione – riduzione dei fatti): la diversa copertura mediatica di uno stesso evento in base a criteri razzisti, di retaggio coloniale[7]. Se a essere ferito o a morire è un palestinese, la copertura mediatica sarà largamente minore rispetto a qualsiasi incidente che capiti ad un israeliano. La percezione distorta che ne risulta è di un numero più elevato di violenze subite dagli israeliani rispetto ai palestinesi. Inoltre, i morti israeliani hanno un nome, una storia, una famiglia, il dolore viene esibito e raccontato con maggior minuzia. I morti palestinesi sembrano invece necessarie conseguenze del conflitto, danni collaterali, e raramente vengono umanizzati o ne viene presentato il dolore (i palestinesi “rimangono uccisi”, “muoiono nell’operazione”, insomma sembra muoiano da soli. Altro effetto avrebbe l’utilizzo di termini come “sono stati assassinati”, “massacrati”, “strage di civili”, e così via). In questo modo restano nell’anonimato, rimangono per lo più statistiche senza alcun impatto emozionale sul telespettatore. […] Viene data ampia copertura ad un razzo che colpisce “una villetta”, alle persone “lievemente ferite”, al “panico” ed allo shock che hanno subito gli abitanti. Gli israeliani coinvolti vengono intervistati, le telecamere entrano nelle case, si soffermano sui vetri distrutti, sui quadri di famiglia. I palestinesi non hanno lo stesso diritto: non vengono raccontati lo shock e il panico provati da una popolazione rinchiusa in una prigione a cielo aperto senza possibilità di fuga. […]
La selezione delle informazioni è il principale meccanismo di controllo dell’opinione pubblica: i media decidono i fatti che diventeranno notizie (il criterio ovviamente non è l’onestà intellettuale e professionale, ma quali sono gli interessi in gioco), riportano quelli ritenuti pertinenti all’immagine della realtà che si vuol costruire e scartando quelli che invece la danneggerebbero. Qui la casistica sarebbe infinita, e richiederebbe un lavoro molto lungo, ragion per cui si propone un esempio su tutti. Il presidente del partito fondamentalista “Israel Beitena” Avidgor Lieberman (dopo le ultime elezioni è il terzo partito di Israele), già ministro nel governo Barak, ha dichiarato: “dobbiamo fare esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti d’America con il Giappone durante la Seconda guerra mondiale, così non ci sarà bisogno di occupare Gaza”[8]. Un importante politico israeliano incita a lanciare una bomba nucleare su Gaza per annientarla e nessun trova niente da eccepire. I media non riportano neanche la notizia. Immaginate le reazioni che si sarebbero scatenate se a pronunciare questo discorso fosse stato un leader palestinese!
Il giudizio morale muta se applicato ai palestinesi o agli israeliani: gli attacchi palestinesi contro i civili in territorio israeliano sono definiti “terroristici”, mentre l’uccisione di massa dei civili palestinesi viene catalogata come mero dato statistico, danno collaterale di un’operazione di guerra. Spesso le vittime palestinesi vengono inglobate nella conta generica de “i morti del conflitto”, senza ulteriore distinzione[9]. Gli attacchi palestinesi contro i civili israeliani sono illegali, ma non per questo Israele ha il diritto di violare il diritto internazionale umanitario e di commettere crimini di guerra e contro l’umanità con il pretesto della risposta. Quale è il criterio in base al quale i media fanno informazione, raccolgono e presentano le notizie? Nessun media ha mai parlato di “terrorismo di stato”, di “crimini di guerra e contro l’umanità” commessi da Israele, nonostante sia lampante che le azioni israeliane rientrino in questi casi[10]. […]
Un’altra tecnica di distorsione dell’informazione consiste nello scambiare per fatto una opinione. Per dire che Hamas è una organizzazione terroristica ed attribuirle la colpa delle vittime civili, viene presentata la dichiarazione di un esponente politico israeliano (magari seguita da conferme dell’amministrazione statunitense, dell’Unione Europea o di qualche ministro italiano), senza ulteriori repliche[11]. Oppure si sostiene che i guerriglieri di Hamas si nascondono sotto gli ospedali o le lavanderie, citando come fonti l’intelligence o altre fonti israeliane, senza nessun riscontro fattuale o replica da parte palestinese. […]
Altra tecnica di manipolazione dell'informazione è la negazione spudorata della realtà, ovvero qualsiasi morte di palestinesi è colpa di qualcun altro (di Hamas stesso[12]) o risultato involontario di azioni mirate a colpire precisi obiettivi militari. In un articolo pubblicato l’anno scorso Gideon Levy osservava, riferendosi in quel caso ai giornalisti israeliani, “l’esercito israeliano non uccide quasi mai nessuno intenzionalmente, figurarsi se commette un assassinio. Anche quando sgancia una bomba da una tonnellata su una zona di Gaza densamente popolata, provocando la morte di un uomo armato e di 14 civili innocenti tra cui 9 bambini, non si tratta di un'uccisione intenzionale o di un assassinio, ma di un omicidio mirato. Un giornalista israeliano può dire che i militari delle IDF (Israeli Defence Forces) hanno colpito dei palestinesi, o li hanno uccisi, o uccisi per errore, e che i palestinesi sono stati colpiti, o uccisi, o perfino che hanno trovato la morte (come se l'avessero cercata), ma non scriverà mai che sono stati assassinati”.[13] […]
Anche la maggiore caratterizzazione dei politici e dei commentatori israeliani serve l’obiettivo di spacciare come fatti le opinioni e assicurare la prevalenza della prospettiva israeliana su quella palestinese, quasi totalmente assente. Ogni avvenimento o notizia è seguita dai commenti dei politici israeliani, il ministro degli esteri Livni, il primo ministro Olmert, il ministro della difesa Barak, l’intelligence israeliana, i commentatori e i corrispondenti esteri esperti in materia. Tutto viene tratteggiato con minuzia e con un linguaggio pertinente. Le voci dei palestinesi invece sono quasi del tutto assenti, al massimo si riportano brevemente le dichiarazioni sconclusionate di qualche leader di Hamas chiuso in un bunker. Generalmente si parla di “fonti palestinesi”, senza specificare “un nome, un ufficio, un'organizzazione, insomma una qualsiasi fonte a cui attribuire le dichiarazioni” per renderle più credibili.[14]. Un ruolo importante nella distorsione degli eventi lo gioca anche l’utilizzo fuorviante delle immagini: quando si parla di Hamas o di qualche altra faccenda riguardante Gaza, la narrazione è accompagnata da immagini di guerriglieri armati fino ai denti e col viso coperto, di folle in delirio, di gente furiosa, del caos degli scontri, di campi di addestramento e altre immagini che suscitano inquietudine e timore. I leader israeliani vengono invece accompagnati da immagini che li raffigurano in incontri ufficiali, magari insieme a leader esteri.
Gli organi di comunicazione di massa hanno il potere di controllare e manipolare l’opinione pubblica. Avendo la capacità di influenzare la percezione che abbiamo del mondo e della realtà che ci circonda riescono, in modo subdolo o palese, a creare le giustificazioni ideologiche per difendere determinati interessi politici ed economici. La realtà presentata dai media non è mai neutrale, ma riflette quasi sempre l’ideologia e gli interessi dei gruppi egemoni. Guardando un telegiornale è importante tenere in mente le parole di Noam Chomsky: “la propaganda sta alla democrazia come il manganello sta ad una dittatura”[15].
Enrico Bartolomei Casco Bianco presso l’Alternative Information Center
[1] In Barghouti M., Palestine’s Guernica and the Myths of Israeli Victimhood, 29 December 2008 . (http://www.huffingtonpost.com/mustafa-barghouthi/palestines-guernica-and-t_b_153958.html). Si consultino anche i rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (http://www.emro.who.int/palestine) e del Palestinian Center for Human Rights (www.pchrgaza.org).
[2] Si veda: United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, Gaza Humanitarian situation report – The impact of the blockade on the Gaza Strip, 15 December 2008 (http://www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_gaza_situation_report_2008_12_17_english.pdf ), e WFP/UNRWA/FAO, Joint Rapid Food Security Survey In The Occupied Palestinian Territory, May 2008 (http://www.un.org/unrwa/publications/pubs08/RapidAssesmentReport_May08.pdf).
[3] Si veda The Guardian, http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/05/israelandthepalestinians .
[4] Di seguito stralci tratti rapporto dell’intelligence israeliana (corsivi miei) “Intelligence and Terrorism Information Center at the Israel Intelligence Heritage & Commemoration Center IICC - The Six Months of the Lull Arrangement: in the field it had been seriously eroded since November 4. In the six months the arrangement was in force, […] Hamas was very careful to maintain the ceasefire. […]The escalation and erosion of the lull arrangement, November 4 to the time of this writing, December 17: On November 4 the IDF carried out a military action […] . Seven Hamas terrorist operatives were killed during the action. In retaliation, Hamas and the other terrorist organizations attacked Israel with a massive barrage of rockets […]”.
Fonte: http://www.terrorism-info.org.il/malam_multimedia/English/eng_n/html/hamas_e017.htm .
[5] La IV Convenzione di Ginevra del 1949 assicura una protezione minima ai civili durante le guerre o le occupazioni militari e costituisce il fondamento del diritto umanitario internazionale. La Convenzione proibisce l'annessione unilaterale di un territorio (articolo 47), la costruzione di insediamenti su un territorio occupato (articolo 49), l'omicidio intenzionale di civili (articoli 146-147), la tortura (articoli 31-32, 146-147), le pene collettive (articolo 33) e la distruzione di proprietà senza valide ragioni militari (articoli 53, 146-147).
[6] Il diritto all'autodeterminazione dei popoli è stato formalmente riconosciuto dalla Dichiarazione dell'Assemblea delle Nazioni Unite del 1960 sull'assicurazione dell'indipendenza ai paesi e popoli coloniali; il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese in particolare è stato riconosciuto dalla Risoluzione 3236 dell'Assemblea delle Nazioni Unite nel 1974. Si veda anche la nota 6.
[7] Si veda Said E., Orientalism, Pantheon Books, New York 1978. Trad. it. Orientalismo, Bollati Boringhieri, Torino 1991. E idem, La questione palestinese. La tragedia di essere vittime delle vittime, Gamberetti, Roma 1995.
[8] Si veda Ma’an News Agency, http://www.maannews.net/en/index.php?opr=ShowDetails&ID=34924 .
[9] TG5 8 gennaio: “sono ormai quasi novecento le vittime nei diciassette giorni di conflitto” e TG5 12 gennaio “quasi 900 le vittime ne i17 giorni di conflitto a Gaza” .
[10] Si veda ad esempio Richard Falk (ebreo americano, Relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti umani nei Territori e professore emerito di Diritto internazionale all'Università di Princeton), “Israel’s War Crime”, The Nation, 29 Decembre 2008. Scrive Falk:“Gli attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza rappresentano una grave e massiccia violazione del Diritto internazionale umanitario come è stato definito dalla Convenzione di Ginevra, sia riguardo agli obblighi della Forza di Occupazione che ai requisiti delle leggi di guerra. Tali violazioni includono: La punizione collettiva: l’intera popolazione di un milione e mezzo di persone che vivono nell’affollata Striscia di Gaza viene punita per le azioni di pochi militanti. Il colpire i civili: gli attacchi aerei sono diretti contro le aree civili di uno dei più affollati tratti di territorio del mondo, di certo l’area più densamente popolata del Medio Oriente. Una risposta militare sproporzionata: gli attacchi aerei non solo hanno distrutto ogni ufficio di polizia e di security del governo eletto a Gaza, ma hanno ucciso e ferito centinaia di civili”. Reperibile su http://www.thenation.com/doc/20090112/falk .
[11] TG1 27 gennaio: Frattini dice che l’unica alternativa è ripristinare la tregua “che il terrorismo di Hamas ha violato”, o il TG1 del 25 gennaio, il commissario UE Luis Michel “ha detto che Hamas è una organizzazione terrorista, parole in sintonia con quelle pronunciate dal vice-Presidente della Commissione Europea Tajani” per il quale Hamas “non può essere un interlocutore della comunità internazionale”.
[12] TG1 del 27 dicembre: “gli obiettivi militari e gli arsenali di Hamas e delle milizie palestinesi si trovano in mezzo alle case in una zona densamente popolata”. Come fa il Tg1 ad ottenere tante informazioni se non è presente dentro la Striscia? Da quale fonte le attinge? Può dimostrarle? Evidentemente i media italiani (e non solo) operavano sotto la supervisione delle forze militari israeliane che erano in grado di modificare ogni aspetto degli eventi.
[13] Levy G., “Le parole per non dirlo”, Internazionale, 736, 21 marzo 2008.
[14] Idem.
[15] Chomsky N., Media Control, cit.

venerdì 6 marzo 2009

Israele non autorizza l’ingresso della carovana "La linea della vita" attraverso il valico di Rafah


Gaza – Infopal.
Fonti ben informate hanno detto che Israele ha comunicato ufficialmente all’Egitto il proprio rifiuto di far passare, attraverso il valico di Rafah, la carovana denominata La linea della vita, proveniente dalla Gran Bretagna, diretta verso Gaza e guidata dal deputato George Galloway. Ne ha invece richiesto il dirottamento verso il passaggio di Karm Abu Salem, controllato dalla stessa Israele. Gli israeliani intendono infatti assicurarsi che la carovana non trasporti armi, munizioni o altro materiale vietato dalle autorità di occupazione, che avranno il diritto, come gestori del valico, d’impedire il passaggio di qualsiasi materiale non consentito.
La carovana è composta da 300 attivisti di diverse associazioni per i diritti umani con cittadinanza britannica, la maggior parte dei quali ha origini arabe e islamiche, oltre a 12 ambulanze , 100 camion carichi di cibo, medicine e altro materiale e un peschereccio.
Il consigliere Mahmud al-Khudari, vicecapo del Tribunale, e il presidente del Comitato Popolare per rompere l’assedio imposto sul popolo palestinese, hanno invitato gli abitanti di Alessandria a uscire per accogliere la carovana, il cui arrivo all’ingresso di as-Sallum era previsto per ieri.
La carovana, partita lo scorso 14 febbraio da Londra, una settimana fa era giunta in Libia dalla Tunisia, dopo aver attraversato Belgio, Francia, Spagna, Marocco e Algeria e prima di raggiungere l’Egitto, da dove avrebbe dovuto proseguire verso la Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah.
La carovana durante il suo percorso ha riscosso un grande successo. Al suo passaggio in Marocco è stata accolta dal re del Mohammad VI; in Algeria, che per la prima volta da anni ha aperto la frontiera con il Marocco, è stata accolta dal Ministro degli Esteri algerino; in Tunisia le autorità hanno offerto l’albergo ai membri della carovana e hanno garantito loro il carburante necessario per le loro vetture.
Il deputato britannico George Galloway, nel febbraio del 2006, era stato trattenuto all’aeroporto del Cairo per 15 ore, seduto su una sedia di ferro, perché il suo nome compariva nella lista delle persone alle quali non era consentito l’ingresso in Egitto. Dopo l’intervento di una qualche parte politica, era stato autorizzato a entrare nel paese.

Abbiamo bisogno di aiuto



Le testimonianza dirette dei profughi dal campo di Patrasso

La voce di Yasser sembra venire da un altro pianeta: “aiutateci, abbiamo bisogno di qualcuno che lotti per i nostri diritti”. Haji, il referente della comunità afghana nel campo-slum di Patrasso ci racconta della rivolta di lunedì scorso. Da due giorni, ormai, le migliaia di afghani di cui abbiamo raccontato alcune delle storie sono asserragliati dentro il campo. La polizia si tiene a distanza ma è ovunque. Loro hanno paura ad uscire, sono terrorizzati dagli uomini in divisa ma anche dalla popolazione greca che lo scorso due marzo si è unita ai poliziotti nella carica, completa di gas lacrimogeni, che dopo molte ore di guerriglia ha disperso la manifestazione spontanea di questi profughi privati di ogni diritto. Erano al porto, come ogni giorno nel tardo pomeriggio, cercando di imbarcarsi su una nave diretta in Italia, nella speranza di ottenere una protezione internazionale che in Grecia, contro ogni legge nazionale e comunitaria, viene del tutto negata. Anche se ai porti dell’Adriatico respingono quasi indiscriminatamente, non hanno altra scelta che continuare a provarci. È l’unico modo per uscire dal limbo, rischiare la propria vita per ritrovare una qualche forma di dignità di esseri umani. Quel pomeriggio, uno di loro era quasi riuscito a nascondersi dentro uno dei tir in partenza, ma qualcosa è andato storto ed è caduto. I testimoni raccontano che il mezzo pesante che era alle sue spalle invece di fermarsi ha accelerato. I suoi compagni lo hanno creduto morto, vedendolo riverso nel suo sangue e privo di sensi. La rabbia è esplosa e hanno iniziato a lanciare pietre contro il tir. Poi, in un attimo, è successo tutto. Sono arrivate le associazioni di solidarietà con i migranti di Patrasso, ma anche i gruppi organizzati che da sempre sono contro di loro. Gli scontri sono cessati solo a notte inoltrata. La Grecia, membro dell’Unione europea, viola tutti i giorni i diritti di questa gente. A settembre 2008 è stata addirittura formalmente sospesa la ricezione delle istanze di asilo. Eppure, ciascuno di questi giovanissimi ragazzi, molti sono minorenni e alcuni sono bambini, ha alle spalle una storia da inferno. Una storia, anzi, composta da tanti inferni. Le bombe e l’arruolamento forzato in Afghanistan, le violenze della polizia iraniana, la prigione turca, i centri di detenzione in Grecia, i respingimenti di massa dall’Italia. Il ragazzo investito adesso è in ospedale e dicono sia in coma. Nessuno, dei suoi compagni, però, ha potuto verificare di persona il fatto che sia ancora in vita. Venticinque tra gli afghani che si trovavano al porto quel 2 marzo sono stati arrestati e di loro non si ha più alcuna notizia.

L’intervista integrale a Yasser. [ audio ] (ita) [ audio ] (eng)

L’intervista a Haji, referente della comunità afghana del campo. [ audio ] (ita) [ audio ] (farsi)


Trascrizione dell’intervista a Yasser
Il mio nome è Yasser.
Ciao Yasser, ti ricordi di me? Ero a Patrasso qualche settimana fa...
Sì certo, mi ricordo...

Vorremmo che tu ci raccontassi che cosa è successo negli ultimi due giorni.
Potresti dirmi qualcosa su quello che è successo al Porto di Patrasso ma anche su che cosa sta succedendo adesso? Dove sei adesso?
Adesso io sono nel campo.

Cosa mi dici del campo in questo momento? Siete circondati?
C’è la polizia non è molto vicina ma è qui intorno. Il campo è circondato dalla polizia.

E loro non vi lasciano andare fuori?
E’ difficile per noi andare fuori.

Perché si stanno comportando in questo modo?
Non lo so ma penso che sia per l’incidente di qualche giorno fa. Da quando c’è stato l’incidente la polizia ha circondato il campo e noi abbiamo paura ad andare fuori perché la polizia è qui.
Puoi raccontarci qualcosa di più su quello che è successo due giorni fa al porto?
Sì, questo ragazzo stava cercando di salire sopra un camion, nascondersi, è arrivato un altro camion e lo ha investito. Sanguinava dalla sua bocca ed è stato colpito anche molto forte sulla testa. Dopo qualche minuto noi pensavamo che questo ragazzo fosse morto, in realtà poi è stato portato in ospedale e il dottore adesso dice che non è morto, però è in coma. Nessuno di noi però lo ha più visto, non siamo sicuri di quello che gli sta succedendo.

Ma perché voi vi siete arrabbiati così tanto in quel momento al porto?
Perché anche noi siamo essere umani, anche noi abbiamo dei diritti umani. Nessuno deve ucciderci in questa maniera e poi non è la prima volta. L’anno scorso un altro autista ha ucciso un altro ragazzo al porto. Ogni giorno la polizia al porto ci picchia e lo fa anche per strada, ma noi siamo esseri umani, abbiamo bisogno dei diritti umani.

Quindi è la normalità, la polizia si comporta così normalmente? E’ sempre violenta con voi?
Sì lo è. Ma adesso c’è anche il problema della comunità greca perché anche dei cittadini greci sono venuti l’altra notte al porto con la polizia per attaccarci.

Perché succede questo?
Io non lo so perché succede, non so perché sono arrabbiati con noi. Non facciamo nulla di male, non gli abbiamo fatto niente, semplicemente la sera proviamo ad entrare in porto. Eppure moltissime persone greche sono venute con la polizia quella notte per attaccarci mentre la polizia ci tirava addosso i gas lacrimogeni. Non erano una o due persone. Erano molte.

Potresti spiegare perché ogni notte voi cercate di raggiungere l’Italia passando per il porto di Patrasso? Qual’è il problema in Grecia per voi?
In Grecia per noi è una situazione difficilissima perché non è possibile ottenere l’asilo, non possiamo nemmeno avere un lavoro. Non possiamo fare niente e allora cerchiamo di venire in Italia per chiedere l’asilo, per trovare un posto dove stare.

Tu hai provato a chiedere asilo in Grecia?
Non io ma altre persone qui ci hanno provato, ma se chiedi asilo qui ti dicono solo che sei un bugiardo.

Cosa cambia se chiedi asilo?
L’avvocato ci ha spiegato che l’asilo lo danno meno dell’1% delle volte. La realtà è che qui è impossibile ottenere l’asilo politico.

Il primo giorno che sei arrivato in Grecia ti hanno rinchiuso dentro un centro di detenzione o no?
No io sono venuto direttamente a Patrasso, già lo sapevo che dovevo provare ad andare avanti nel mio viaggio.

Quindi ogni notte voi andate al porto e provate a nascondervi sopra i tir che partono per l’Italia?
Sì, tutte le notti.

Ma adesso dopo l’incidente che cosa credete che succederà a Patrasso?
Ancora non lo sappiamo. La polizia è qui e ci circonda ma nessuno di noi sa esattamente che cosa sta per succedere. Abbiamo paura per la nostra vita. E’ da due giorni che siamo asserragliati dentro il campo senza uscire.

Avete paura della polizia ma anche dei cittadini greci ormai?
Ognuno di noi sta ritardando l’uscita dal campo perché non sappiamo cosa può succedere. Adesso abbiamo paura anche semplicemente di andare per strada adesso.

Quanti anni hai tu?
Io ho 19 anni.

Qual’è l’età media nel campo?
Quasi tutti hanno meno di 20 anni.

Quanti siete adesso nel campo?
Più di mille.

Che cosa puoi dirci della vita nel campo?
La vita qui è pessima. Noi viviamo all’inferno.

C’è qualcosa che vorresti chiedere al governo greco e a quello italiano?
Al governo greco io non chiederei niente perché so che non ci aiuterà mai. Al governo italiano invece chiederei di aprirci le porte perché qui la vita è come in guerra. Gli direi che noi siamo rifugiati, non siamo venuti qui per fare del male a qualcuno, siamo venuti qui soltanto per vivere, per avere una vita migliore, per sopravvivere. Gli direi, per favore aprite le porte. Lo sapete come viviamo. In questi ultimi tempi molti giornalisti sono venuti qui e vi hanno raccontato che cosa succede a Patrasso. Non possiamo più vivere in questa maniera.

Hai voglia di raccontarci un po’ della tua vita? Di spiegarci perché sei un rifugiato?
Io sono un rifugiato perché nel mio paese c’è la guerra, ma nella mia situazione personale non è soltanto questo il problema. Io ho anche una storia personale diversa perché un giorno quando io sono tornato a casa ho trovato mia padre che aveva ucciso mia madre. A quel punto io ho ucciso mio padre. Tutta la mia famiglia è contro di me, non avevo altra scelta che scappare via.

Dentro il campo tutti voi avete delle storie personali così difficili?
Sì, tutti noi abbiamo storie così.

Ma tu hai provato a raccontare a qualcuno la tua storia lì in Grecia?
No, non ci provo nemmeno, soltanto due miei amici conoscono questa storia, non l’ho detto a nessuno.

Tu pensi che questa sera proverete di nuovo ad andare dentro al porto?
Io non andrò e come me anche molti altri qui al campo. C’è molta paura in giro. Se adesso la polizia ci arresta dopo l’incidente, chissà cosa ci farà...

Ma di solito cosa succede quando la polizia vi arresta al porto?
Ci portano al commissariato e ci lasciano lì 24 ore senza acqua né cibo.

Ma vi picchiano?
E’ normale che ci picchino, loro ci picchiano prima, loro urlano contro di noi, ci insultano, abusano di noi.

Grazie mille Yasser, ti promettiamo di far ascoltare le tue parole. Siamo con voi nella vostra battaglia per i vostri diritti.
Grazie, noi abbiamo bisogno di qualcuno che combatta per i nostri diritti, abbiamo bisogno di aiuto.

L’ultima domanda: voi state organizzando delle manifestazioni per i prossimi giorni?
Sì so che se ne stanno organizzando alcune ma non so ancora precisamente cosa faremo.

Ci sono organizzazioni greche che vi danno solidarietà?
Sì, sono venuti e ci hanno chiesto di fare una manifestazione con loro. Io non sono sicuro se la faremo, ma forse sarà la settimana prossima. Ci sono dei gruppi, non è che ci aiutino moltissimo, speriamo.

Tu pensi che sia importante fare una manifestazione in questo momento?
Sì io penso di sì, non so cosa pensino gli altri 1.000, ma io penso di sì.

Ma durante i disordini dell’altro giorno, tu c’eri?
Sono arrivato dopo 5 minuti e quando ci hanno lanciato i lacrimogeni c’ero. Hanno arrestato 25 persone del campo e noi adesso non sappiamo dove siano, nessuno sa più nulla di loro.

Ci sono anche dei minorenni?
Sì sicuramente ci saranno anche dei minorenni.

Trascrizione dell’intervista a Haji
Erano le 4 del pomeriggio quando un ragazzo che si chiama San e ha 17 anni ha provato a uscire dal porto salendo dietro a un camion. Ma è arrivato un altro camion ed è rimasto schiacciato fra i due mezzi. A questo punto i ragazzi che erano lì vicino se la sono presa con questi camionisti e sono iniziati gli scontri. I ragazzi hanno lanciato sassi sui vetri del camion e poi anche qualche greco si è messo a litigare con i ragazzi che protestavano e gli scontri si sono allargati ed è intervenuta la polizia coi gas. Quando ho visto questa situazione sono andato dai ragazzi con un mio amico greco e abbiamo promesso loro che noi saremmo andati a vedere come stava San che era stato ricoverato in ospedale. Siamo andati in 4 all’ospedale e abbiamo scoperto che il ragazzo era in coma e i medici volevano operarlo: non è stato quindi possibile vederlo. Sono passati quasi tre giorni e non sappiamo niente, nemmeno suo fratello ha potuto vederlo, i dottori dicono ancora che sia in coma e che devono operarlo perché ha ferite alla testa e alle braccia. Per quasi dodici ore è stata come una guerra contro i migranti da parte della polizia. In questa situazione un gruppo di fascisti ha provato ad incendiare il campo e tutta la gente dentro ha dovuto uscire perché la situazione era molto pericolosa.
Questa intervista è stata fatta da Basir ad Haji nel campo di Patrasso

Vedi anche:


Report dalla manifestazione del 20 dicembre al porto di Venezia
Come muore un bambino a Venezia. Ragazzino afghano di 11 anni morto per eludere i controlli delle polizia di frontiera (11.12.09)

Guerrero - Una semina di odio, un raccolto di rabbia

Speciale sull’uccisione di Raul Lucas e Manuel Pone Rosas

Nello stato del Guerrero l’uccisione di Raul Lucas e Manuel Pone Rosas alla fine di febbraio mette in luce la gravità della situazione. Operativi militari, sparizioni assassini che rendono la situazione sempre più drammatica.Vi proponiamo alcuni articoli e comunicati

Raúl Lucas: semina di odio, raccolto di rabbia
di Luis Hernández Navarro
La quinta volta è stata la fatale. Già in quattro occasioni Raul Lucas Lucia era sfuggito alla morte. Ma il passato 13 febbraio non ha potuto scappare. Quel giorno è stato arrestato ed è sparito con violenza. Tre giorni dopo è stato assassinato. I suoi resti sono apparsi otto giorni dopo. Il suo corpo aveva i segni della tortura e del colpo di grazia. La stessa sorte l’ha sofferta il suo compagno Manuel Pone Rosas.
Insubordinato da 10 anni, Raul viveva perseguitato dal potere. Nel 1999, poco dopo il massacro di El Charco, l’Esercito messicano l’aveva torturato e minacciato. Nel settembre 2001 è stato torturato dai militari nella suo comunità insieme ai sui fratelli e parenti. Il 18 ottobre 2006, dopo il passaggio dell’Altra Campagna, nella comunità mixteca di El Charco, aveva ricevo le minacce dei soldati. Il 15 febbraio 2007 è stato ferito da una pallottola nel collo durante un imboscata ch’egli era costata quasi la vita.
La quinta volta è stata la fatale. Lo scorso 13 febbraio Raul e Manuel stavano partecipando all’atto ufficiale per inaugurare la costruzione di un edificio scolastico nella città di Ayutla de los Libres, Guerrero, insieme ad altre 35 persone. Poco dopo l’una e mezzo sono arrivati tre personaggi con armi, gridando polizia. L’hanno colpito in testa, trascinandolo via dalla riunione e caricandolo in una camionetta Liberty nera che aspettava con il motore acceso e se lo sono portati via verso una destinazione sconosciuta.
Mezz’ora dopo, Guadalupe Castro Morales, moglie di Manuel, ha ricevuto una chiamata al suo cellulare dal telefono del marito. Quando ha risposto una voce maschile l’ha avvertita: “Non fare casino. Sta in silenzio o facciamo sparire tuo marito. Questo succede perché lui difende gli indigeni.” Non si è saputo più niente di loro fino al 21 febbraio quando sono stati ritrovati i suoi resti.
Raul Lucas Garcia e Manuel Ponce Rios erano indigeni, mixtecos, guerrernses e poveri. Raul era presidente della Organización Independente de Pueblos Mixtecos (OIPM) e Manuel ne era il segretario. L’organizzazione nata nel 2002 dalle comunità tra vallate e monti, ha la sua base nella “cabezera municipal “Ayutla de los Libres. Si dedica a difendere i diritti dei popoli indigeni della regione, a denunciare le violazioni dei diritti umani che soffrono e a gestire progetti produttivi e di benessere sociale.
La OIPM proviene dalla Organización Independiente de Pueblos Mixtecos y Tlapanecos (OIPMT), fondata nel 1984. Da quest’ultima è sorta anche l’ Organización del Pueblo Indígena Me’phaa, che attualmente ha cinque dei suoi membri reclusi nel carcere di Ayutla, che sono stati adottati come prigionieri di coscienza da Amnesty International. Tutte organizzazioni che lavorano con il Centro de Derechos Humanos della Montaña Tlachinollan.
Raul era della Comunità di Roca Colorada, nella regone mixteca di Ayutla de los Libres. Ha lottato per anni a favore delle comunità indigene. Quando è stato nominato Presidente del Comisariado di Coapinola ha difeso i boschi contro il taglio illegale di legname fatto da imprese che saccheggiavano la ricchezza della foresta senza permesso. Ha guidato con successo la lotta delle comunità mixtecas contro il Programa de Certificación de Derechos Ejidales-Comunales (Procede).
L’assassinio di Raul e Manuel è l’episodio più recente del racconto repressivo di El Charco. Sono le ultime vittime di una saga macabra che dura da 11 anni. La mattina del 7 giugno 1998, mentre dormivano nella scuola primaria Catarino Maldonado, 10 indigeni mixtecos e studenti della UNAM sono stati assassinati in maniera sommaria da un gruppo di soldati. I contadini appartenevano alla OIPMT. Il generale Juan Alfredo Oropeza Garnica, capo della 27 zona militare, era al comando dell’operativo. Ernesto Zedillo era allora presidente della Repubblica. Il governo cercò di presentare il massacro come uno scontro tra Esercito e guerriglieri.
La lista dei dirigenti indigeni regionali morti violentemente da allora è lunga. Tra gli altri ricordiamo Galdino Sierra Francisco, tlapaneco di Barranca de Guadalupe, membro della Comunidades Eclesiales di Base, assassinato nell’aprile 2000. Donaciano González Lorenzo, ucciso nel 2001. Andrés Marcelino Petrona, dirigente mixteco di El Charco e membro del Comité de Defensa de los Derechos Humanos, ucciso il 26 agosto dello stesso anno.
In una delle ultime denunce, Raul Lucas raccontò come militari e polizia siano entrati in almeno 20 delle 28 comunità mixtecas di Ayutla. Ha raccontato che nei villaggi di La Fátima e Vista Hermosa i soldati portano dolci ai bambini però poi domandano loro se hanno visto guerriglieri o narcos. Raccontava anche come in queste incursioni circa 100 militari hanno anche rubato alcuni raccolti e ad altri hanno cercato di metterli in connessione con organizzazioni come ERPI e EPR oppure, nel peggiore dei casi al narcotraffico.
Come Presidente della OFPM, Raul ha documentato nel 2008 quattro casi di violazione ai diritti umani attuati con furti, detenzioni illegali etc … effettuati da militari nei villaggi mixtecas e tlapanecas. Su questi casi furono presentati cinque interrogazioni di fronte alla CNDH e alcune denunce penali. Gli abusi cessarono.
Gli omicidi di Raul Lucas e Manuel Ponce Ríos sono un passo avanti nella guerra delle intimidazioni contro le comunità indigene della zona Montaña e la Costa Chica. Due uomini degni e valenti, difensori dei diritti umani sono stati selvaggiamente eliminati. Nella regione i militari hanno seminato odio, violenza, morte, abusi, furto di raccolti. Hanno dato benzina al fuoco. Che nessuno si stupisca quando ci sarà il raccolto dell’odio.

Articolo di Magdalena Gomez
Comunicato sulla morte di Raul e Manuel del Autoridades del Municipio Autónomo de San Juan Copala
Comunicato Centro de Derechos Humanos Tlachinollan
Articolo sul sequestro dei dirigenti indigeni

giovedì 5 marzo 2009

Le leggi delle Donne - Carovana "Donne in movimento"

"Porque si no lo hacemos, las que ya estamos en este mundo, que es un mundo donde todavía las mujeres no tenemos rostro, nombre ni voz para los capitalistas y neoliberales. Por eso, es la hora de ejercer y hacer valer nuestros derechos. Pero, para poder hacer todo esto, sólo se necesita tener voluntad, decisión, fuerza y rebeldía. Y no necesitamos pedirle permiso a nadie."
Le donne zapatiste.. "ci sono cose che si chiedono e cose che si impongono . Noi chiediamo le condizioni materiali minime . Noi non chiediamo che ci diano libertà e rispetto. La nostra libertà e dignità è qualcosa che imporremo, le riconoscono o no i compagni o il governo.."
Dallo sperduto angolo del sud-est messicano, il Chiapas... le zapatiste chiamano le donne per l’8 marzo a Oventik.
Per impedire che ancora una volta le loro voci vengano soffocate, che ancora una volta non vengano ascoltate è necessario assumersi responsabilmente la propria parte dell'impegno, accogliere la richiesta di far conoscere questa lotta, perché molte donne prendano esempio e facciano qualcosa nei loro paesi. Loro, le donne combattenti zapatiste, continueranno "a combattere in questo modo fino a che non saremo ascoltate e prese in considerazione"

Le leggi delle donne zapatiste

Dietro ai volti zapatisti coperti da passamontagna che il primo gennaio del 1994 dichiararono guerra al governo messicano, non c’erano solamente tratti maschili. Con sorpresa di molti, dietro ai passamontagna c’erano le donne indigene, che oltre alla lotta armata ne combatterono un’altra, quella per il riconoscimento dei loro diritti. Poco dopo la dichiarazione di guerra da parte dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, le notizie sulla sollevazione indigena confermarono il gran numero di donne che militavano e partecipavano al movimento. Le donne avevano propri motivi per impugnare sia le armi di guerra che le armi della parola. Cercavano un modo di combattere le diverse forme di violenza nei confronti delle donne, forme di violenza che aumentano quando si parla di donne indigene. Il da farsi non era facile e le donne zapatiste iniziarono a stabilire la forma e la base di un documento che potesse rispecchiare le loro richieste e le loro necessità. Fu incaricata una donna indigena tzotzil, Susana, a viaggiare per le varie comunità e a parlare con le donne. Dopo quasi un anno di discussioni e consensi, nel marzo del 1993, il Comité Clandestino Revolucionario Indígena (CCRI) approvò la Legge Rivoluzionaria delle Donne (Ley Revolucionaria de Mujeres). In una lettera indirizzata al giornalista Alvaro Cepeda Neri, del quotidiano La Jornada, il 26 gennaio del 1994, il Subcomandante Marcos scrive che il CCRI discuteva delle Leggi Rivoluzionarie, e all’interno di queste c’era la Legge delle donne: “ A Susana toccò il compito di leggere le proposte che erano nate dalle idee di migliaia di donne indigene. Iniziò a leggere e più andava avanti con la lettura più l’assemblea diventava inquieta”. Aggiunge inoltre: “Susana non si arrese e continuò a inveire contro tutto e tutti: non vogliamo che ci obblighino a sposarci con chi non vogliamo. Vogliamo avere i bambini che noi vogliamo e che possiamo accudire (…). Le leggi delle donne che Susana finiva di leggere erano per le Comunità una vera rivoluzione”. Occorre aggiungere che le Leggi Rivoluzionarie sono le leggi che regolamentano la vita degli zapatisti nelle comunità liberate. Così la Legge Rivoluzionaria delle Donne fu pubblicata ne "El Despertador Mexicano", organo di informazione dell’ EZLN, il primo dicembre del 1993, insieme con la Prima Dichiarazione dalla Selva Lacandona. Questi documenti uscirono anche, sullo stesso organo di informazione, il 1° gennaio del 1994, come parte del contesto più ampio delle leggi zapatiste. Il testo che introduce gli articoli della legge dichiara che "nella giusta lotta per la liberazione del nostro popolo l’Esercito Zapatista include le donne nella lotta rivoluzionaria a prescindere dalla razza, dalla religione, dal colore della pelle o dalla appartenenza politica, con l’unico requisito che anche le donne facciano proprie le richieste del popolo sfruttato e mettano in pratica e facciano mettere in pratica le leggi e le regole della rivoluzione.” Continuando poi così: “ inoltre considerando la condizione delle donne lavoratrici in Messico, si includono le loro giuste richieste di uguaglianza e giustizia nella seguente Legge rivoluzionaria delle Donne”

La legge contiene dieci articoli:

1) Le donne, non importa la loro razza, la loro religione, la loro appartenenza politica, hanno diritto a partecipare alla lotta rivoluzionaria nel luogo e nel ruolo determinato dalla propria volontà e capacità.

2) Le donne hanno diritto ad un lavoro e ad un salario equo.

3) Le donne hanno il diritto di decidere il numero di figli che possono avere e possono accudire.

4) Le donne hanno diritto a partecipare agli affari delle comunità e a ricoprire cariche se vengono elette liberamente e democraticamente.

5) Le donne e i loro figli hanno diritto alla prima assistenza per quel che riguarda la loro salute e alimentazione.

6) Le donne hanno diritto all’educazione.

7) Le donne hanno diritto a scegliere il proprio compagno e a non essere obbligate, con forza, a sposarsi.

8) Nessuna donna potrà essere colpita o maltrattata fisicamente né da famigliari né da estranei. I crimini di tentato stupro o stupro saranno seriamente puniti.

9) Le donne potranno ricoprire incarichi di direzione nell’organizzazione e avere ruoli militari nelle forze armate rivoluzionarie.

10) Le donne avranno tutti i diritti e tutti i doveri indicate dalle leggi e dalle regole rivoluzionarie.

Dopo la sua pubblicazione, la legge e' diventata un punto di riferimento per il movimento femminile messicano e un passo importante nel riconoscimento dei diritti delle donne indigene. Oggi si sa che le donne rappresentano quasi il 45 per cento delle basi dell’Esercito Zapatista, ribellione indigena che ha le sue origini nelle Forze di Liberazione Nazionale, che quindici anni fa si è fatto conoscere con la presa di sette municipi nello stato del Chiapas. Comunque, lo stesso subcomandante Marcos disse “ il primo levantamiento (ribellione) del EZLN fu nel marzo del 1993 e lo diressero le donne zapatiste. Non ci furono perdite e vincemmo. Cose che succedono in queste terre”…

Atenco - Messaggio di America Del Valle dopo la decisione della SCJN


A cura del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra
E’ un audio della compagna America inviato dal suo rifugio, trasformato in una trincea, come risposta alla decisione della Corte Suprema di Giustizia che ha protetto il Governatore Peña Nieto e Medina Mora, e che si limita solo ad accettare quello che tutto il mondo già sa e cioè che ad Atenco si sono commesse gravi violazioni dei diritti umani.
La sentenza della Corte infatti ha voluto assolvere da ogni responsabilità i politici che hanno deciso, e coperto con l’impunità, le violenze delle forze dell’ordine.
"Quello che esigiamo non sono tardive dichiarazioni ma giustizia e libertà. Castigo per i repressori come Peña Nieto, Wilfrido Robledo, Medina Mora, Vicente Fox, e la libertà immediata per i nostri prigionieri e i perseguitati politici".

Grazie per il vostro appoggio nel far circolare questo messaggio
Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra
Vai all’audio

Breve film d'animazione su Gaza


Atenco - Campagna nazionale ed internazionale


Si apre una vasta mobilitazione per libertà.
Campagna internazionale per la libertà dei prigionieri di Atenco
E’ stata lanciata una campagna nazionale ed internazionale per sostenere la richiesta di libertà per i detenuti di Salvador Atenco.

A quasi tre anni dai terribili fatti repressivi nella zona di Salvador Atenco la Campagna vuole mobilitarsi per ottenere:

La libertà dei 13 prigonieri ancora in carcere.

La revoca delle sentenze.

La cancellazione degli ordini d’arresto.

Il rispetto dei diitti umani dei detenuti e perseguiti.

Il castigo di responsabili materiali e intellettuali della repressione e della violazione dei diritti umani.

La condanna e la fine della criminalizzazione dei movimenti sociali in Messico.

Vai alla pagina della Campagna

lunedì 2 marzo 2009

CECCHINI ISRAELIANI SPARANO ADDOSSO AD INTERNAZIONALI DELL'INTERNATIONAL SOLIDARITY MOVEMENT - FERITO VITTORIO ARRIGONI


Un cuore, due mani, un cuore pulsante e una mente ancora funzionante.

Due occhi abbastanza profondi per mettere a fuoco l'ingiustizia a portata di mira dei cecchini.
Due mani ancora funzionali per accarezzare cuccioli d'uomo figli spersi di un allah minore,
e un cuore aritmico che pompa sangue per una mente poco incline all'indifferenza dinnanzi alla tragedia.

Sono vivo, ma questo potrebbe essere tranquillamente il video della mia uccisione:

Gli spari contro i contadini e gli internazionali
Quando un proitettile (anche di rimbalzo) vi sfiora una tempia, vi assicuro è come riceve una sberla a mano aperta da un peso massimo, qualcosa in grado di mettervi al tappeto.

Così due giorni fa, a Khozaa, accompagnando agricoltori palestinesi (noi e loro visibilmente tutti civili disarmati) a lavorare nelle loro legittime terre, ad una distanza di circa 600 metri dal confine snipers israeliani hanno cercato di ammazzarmi.
I proiettili hanno colpito a meno di mezzo metro da dove mi trovavo.

Qualche giorno prima, nonostante la presenza di internazionali, gli stessi snipers avevano ferito Mohammad al-Buraim, un contadino sordomuto:

Attacco dei cecchini ai lavoratori nei campi
Vi prego di prendere visione di questi video e di diffonderli sulla rete.
Parlano chiaro di cosa sia l'assedio israeliano agli occhi di chi non a orecchie per sentire le grida di dolore di questi innocenti quotidianamente macellati "dall'unica democrazia del medioriente".
A chi non a naso per non sentire il tanfo di fascismo dietro le maschere di vittime di chi a Tel Aviv muove questi killer vestiti da soldati verso il massacro di gente indifesa,


come via mare:


http://www.youtube.com/watch?v=87NrkNV_owM
http://www.youtube.%20com/watch?

Torneremo presto di nuovo ad accompagnare i contadini palestinesi sui loro campi,
coscienti che morire se per alcuni è questione di sopravvivenza, per altri un tiro a segno come per puro svago.

restiamo umani.
Vik
ps.
ringrazio tutti coloro,
i molti che hanno versato anche un poco per contrubuire al nostro attivismo in difesa dei diritti umani violati sopra queste lande mortificate.
Le testimonianze di sostegno e vicinanza sono il nostro stimolo ad andare avanti, nonostante i timori e le minacce di chi ci vorrebbe eliminare.

Farawneh: dall'Intifada di al-Aqsa (settembre 2000), migliaia i bambini palestinesi arrestati e privati della loro infanzia.

Gaza – Infopal.

Abdelnaser Awni Farawneh, ricercatore sulla questione dei detenuti, ha dichiarato che le autorità dell'occupazione hanno arrestato, dall'inizio dell'Intifada di al-Aqsa (settembre 2000), 7.600 bambini, di cui circa 200 in stato di arresto amministrativo, senza accusa e senza processo. Nelle prigioni dell'occupazione ci sono ancora 246 bambini, molti dei quali non superano i tredici anni d'età.
Il detenuto più piccolo al mondo è il bimbo palestinese Yusef az-Zeq di 13 mesi, arrestato prima di nascere, quando era ancora nel grembo di sua madre, la detenuta Fatima az-Zeq, che lo ha partorito incatenata mani e piedi. Il neonato ha visto la luce nonostante il buio della cella; in cella ha lanciato il suo primo gemito e forse tra le mura della prigione pronuncerà anche le sue prime parole.
Il ricercatore ed ex-detenuto Farawneh afferma che l'arresto dei bambini palestinesi rientra in una politica israeliana volta ad annientarli moralmente e a privarli dalla loro infanzia. Nel rapporto di Farawneh si legge: "È preoccupante che quei bambini passino la loro infanzia e crescano dietro le sbarre, costretti ad avere a che fare con barbari carcerieri incapaci di distinguere tra un bimbo e un adulto; a imparare bene la lingua e la vita della prigione, che rimarranno scavate nella mente per sempre, invece di trascorrere i primi anni di vita liberi tra i loro cari e sui banchi di scuola, come è naturale che sia".
Centinaia di bambini hanno interrotto gli studi in seguito all'arresto e il loro futuro rischia ora di perdersi. Altre centinaia di detenuti erano bambini al momento dell'incarcerazione. Per alcuni di loro gli anni passati in prigione sono di più di quelli che avevano prima dell'arresto.
Prosegue il ricercatore: "Molti bambini sono stati messi in cella insieme a criminali che li hanno aggrediti più volte, spinti a un orientamento sessuale deviato e alla dipendenza della droga".

La legge dell'occupante.
Nel rapporto di Farawneh si ricorda come le leggi internazionali e le convenzioni sull'infanzia garantiscano ai bambini dei diritti fondamentali: che non siano privati della loro libertà, non siano arrestati senza motivo (precisando che l'arresto dev'essere adottato come soluzione estrema), siano trattati bene e detenuti in luoghi puliti e salubri e che siano assicurati loro una vita umana e il diritto di nutrirsi, vestirsi, istruirsi, curarsi, il diritto allo svago e a poter comunicare con le famiglie. Ma l'occupazione calpesta tutti gli accordi: "Non passa un giorno senza che vengano arrestati dei bambini. Tutti i bambini, durante la loro detenzione, sono picchiati e umiliati".
Farawneh riferisce che circa il 93% dei bimbi incarcerati ha subìto diverse forme di torture fisiche e psicologiche, per non parlare dei duri interrogatori cui molti bambini sono stati sottoposti: la maggior parte delle ammissioni è ottenuta con la forza e sotto le minacce. Queste ammissioni estorte vengono poi usate davanti ai tribunali militari per condannarli anche a lunghi anni di detenzione, fino all'ergastolo.

La trappola del collaborazionismo.
Farawneh ha spiegato come le forze d'intelligence israeliane inventino sempre nuovi mezzi per far cadere i bambini detenuti nella rete del collaborazionismo. Dalle testimonianze raccolte, i bambini subiscono minacce e molestie sessuali, sono costretti a spogliarsi e a essere fotografati nudi, al fine di far loro ammettere anche cose non vere, per poi punirli lo stesso; oppure devono accettare di collaborare con i servizi segreti israeliani, trasformandosi così in collaborazionisti. Purtroppo è ciò che è accaduto in molti casi.

Farawneh si appella quindi a tutte le fazioni palestinesi e ai diversi mezzi d'informazione, in particolare a quelli legati ai partiti, affinché si concentrino sull'educazione dei bambini, in modo da insegnare loro come comportarsi in caso di arresto, evitando di cadere nel "pantano del collaborazionismo". Chiede infine alle associazioni internazionali, soprattutto a quelle che s'interessano ai bambini e ai diritti umani, d'intervenire facendo sì che l'occupazione israeliana rispetti gli accordi e i trattati sull'infanzia.

Le ferite di Gaza e le nuove armi





di Dr. Ghassan Abu Sittah e Dr. Swee Ang – «The Lancet»*

Il dottor Ghassan Abu Sittah ed il dottor Swee Ang, due chirurghi inglesi, sono riusciti a raggiungere Gaza durante l’invasione israeliana. In questo articolo descrivono le loro esperienze, condividono le loro opinioni e ne traggono le inevitabili conseguenze: la popolazione di Gaza è estremamente vulnerabile e totalmente inerme davanti ad un eventuale attacco israeliano.

Le ferite di Gaza sono profonde e stratificate. Intendiamo parlare del massacro di Khan Younis del 1956, in cui 5mila persone persero la vita? Oppure dell’esecuzione di 35mila prigionieri di guerra da parte dell’esercito israeliano nel 1967? E la prima Intifada, in cui alla disobbedienza civile di un popolo sotto occupazione si rispose con un incredibile numero di feriti e centinaia di morti? Ancor di più, non possiamo non tener conto dei 5.420 feriti nel sud di Gaza durante le ostilità del 2000. Ma, nonostante tutto ciò, in questo articolo ci occuperemo esclusivamente dell’invasione che ha avuto luogo dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009.
Si stima che, in quei 23 giorni, siano state riversate sulla Striscia di Gaza un milione e mezzo di tonnellate di esplosivo. Per dare un’idea approssimativa di ciò di cui si sta parlando, è bene specificare che il territorio in questione copre una superficie di 360 kilometri quadrati ed è la casa di 1,5 milioni di persone: è l’area più densamente popolata del mondo. Prima dell’invasione, è stata affamata per 50 giorni da un embargo commerciale ma, in realtà, fin dall’elezione dell’attuale governo è stata posta sotto vincoli commerciali. Negli anni, l’embargo è stato parziale o totale, ma mai assente.
L’occupazione si è aperta con 250 vittime in un solo giorno. Ogni questura è stata bombardata, causando ingenti perdite tra le forze dell’ordine. Dopo aver spazzato via la polizia, l’esercito israeliano si è dedicato ai bersagli non governativi. Gli elicotteri Apache e gli F16 hanno fatto piovere morte dal cielo, mentre i cannoni della marina militare hanno condotto un attacco dal mare e l’artiglieria si è occupata della terra. Molte scuole sono state ridotte in macerie, tra cui l’American School of Gaza, 40 moschee, alcuni ospedali, vari edifici dell’ONU ed ovviamente 21mila case, di cui 4mila sono state rase al suolo. Circa 100mila persone sono divenute improvvisamente senzatetto.

Le armi israeliane

Gli armamenti impiegati, oltre alle bombe e agli esplosivi ad alto potenziale convenzionali, includono anche tipologie non convenzionali. Ne sono state identificate almeno quattro categorie:

Proiettili e bombe al fosforo
I testimoni oculari affermano che alcune bombe esplodevano in quota, rilasciando un ampio ventaglio di micro-ordigni al fosforo che si distribuivano su un’ampia superficie. Durante l’invasione via terra, i carri armati erano usi sfondare le mura delle case con proiettili ordinari per poi far fuoco al loro interno con proiettili al fosforo. Questo metodo permette di scatenare terribili incendi all’interno delle strutture, ed un gran numero di corpi carbonizzati è stato rinvenuto ricoperto da particelle di fosforo incandescente. Un preoccupante interrogativo è posto dal fatto che i residui rinvenuti paiono amalgamati ad un agente stabilizzante speciale, che gli conferisce la capacità di non bruciare completamente, fino all’estinzione. I residui di fosforo ancora coprono le campagne, i campi da gioco e gli appartamenti. Si riaccendono quando i bambini curiosi li raccolgono, oppure producono fumi tossici quando i contadini annaffiano le loro terre contaminate. Una famiglia, ritornata al suo orto dopo le ostilità, ha irrigato il terreno ed è stata inglobata da una coltre di fumo sprigionata dal suolo. La semplice inalazione ha prodotto epistassi. Questi residui di fosforo trattato con stabilizzante sono, in un certo senso, un analogo delle mine antiuomo. A causa di questa costante minaccia, la popolazione (specialmente quella infantile) ha difficoltà a tornare ad una vita normale.
Dagli ospedali, i chirurghi raccontano di casi in cui, dopo una laparotomia primaria per curare ferite relativamente piccole e poco contaminate, un secondo intervento ha rivelato aree crescenti di necrosi dopo un periodo di 3 giorni. In seguito, la salute generale del paziente si deteriora ed, entro 10 giorni, necessitano un terzo intervento, che mette in luce una massiccia necrosi del fegato. Questo fenomeno è, a volte, accompagnato da emorragie diffuse, collasso renale, infarto e morte. Sebbene l’acidosi, la necrosi del fegato e l’arresto cardiaco improvviso (dovuto all’ipocalcemia) siano tipiche complicazioni nelle vittime di fosforo bianco, non è possibile attribuirle alla sola opera di questo agente.
È necessario analizzare ed identificare la vera natura di questo fosforo modificato ed i suoi effetti a lungo termine sulla popolazione di Gaza. È anche urgente la raccolta e lo smaltimento dei residui di fosforo sulla superficie dell’intera regione. Queste sostanze emettono fumi tossici a contatto con l’acqua: alla prima pioggia potrebbero avvelenare tutta la Striscia. I bambini dovrebbero imparare a riconoscere ed evitare questi residui pericolosi.

Bombe pesanti
L’uso di bombe DIME (esplosivi a materiale denso inerte) risulta evidente, anche se non è stato determinato con chiarezza se sia stato impiegato uranio impoverito nelle aree meridionali. Nelle zone urbane, i pazienti sopravvissuti mostrano amputazioni dovute a DIME. Queste ferite sono facilmente riconoscibili perché i moncherini non sanguinano ed il taglio è netto, a ghigliottina. I bossoli e gli shrapnel delle DIME sono estremamente pesanti.

Bombe ad implosione
Tra le armi usate, ci sono anche i bunker-buster e le bombe ad implosione. Ci sono casi, come quello del Science & Technology Building o dell’università islamica di Gaza, in cui un palazzo ad otto piani è stato ridotto ad un mucchio di detriti non più alto di un metro e mezzo.

Bombe silenziose
La popolazione di Gaza ha descritto un nuovo tipo di arma dagli effetti devastanti. Arriva sotto forma di proiettile silenzioso, o al massimo preceduto da un fischio, e vaporizza tutto ciò che si trova in aree estese senza lasciare tracce consistenti. Non sappiamo come categorizzare questa tecnologia, ma si può ipotizzare che sia una nuova arma a particelle in fare di sperimentazione.

Esecuzioni
I sopravvissuti raccontano di tank israeliani che, dopo essersi fermati davanti agli appartamenti, intimavano ai residenti di uscirne. Di solito, i primi ad obbedire erano i bambini, gli anziani e le donne. Che, altrettanto prontamente, venivano messi in fila e fucilati sul posto. Decine di famiglie sono state smembrate in questo modo. Nello scorso mese, l’assassinio deliberato di bambini e donne disarmate è stato anche confermato da attivisti per i diritti umani.

Eliminazione di ambulanze
Almeno 13 ambulanze sono state vittima di sparatorie. Gli autisti e gli infermieri sono stati sparati mentre recuperavano ed evacuavano i feriti.

Bombe a grappolo
Le prime vittime delle bombe a grappolo sono state ricoverate all’ospedale Abu Yusef Najjar. Più della metà dei tunnel di Gaza sono stati distrutti, rendendo inutilizzabile gran parte delle infrastrutture atte alla circolazione dei beni primari. Al contrario di ciò che si pensa, questi tunnel non sono depositi per armi (anche se potrebbero essere stati usati per trafugare armi leggere), ma per carburante ed alimenti. Lo scavo di nuovi tunnel, che ora occupa un buon numero di palestinesi, ha talvolta innescato bombe a grappolo presenti sul suolo. Questo tipo di ordigni è stato usato al confine di Rafah e già cinque ustionati gravi sono stati portati all’ospedale dopo l’esplosione di queste trappole.

Conteggio dei morti
Al 25 gennaio 2009, la stima dei morti è arrivata a 1.350. Il numero è in continua ascesa a causa della mole di feriti gravi che continuano a morire negli ospedali. Il 60% dei morti è costituito da bambini.
Feriti gravi
Il numero dei feriti gravi è di 5.450, con un 40% di bambini. Si tratta in massima parte di pazienti ustionati o politraumatici. Coloro che hanno subito fratture ad un solo arto e coloro che, pur avendo riportato lesioni sono ancora in grado di camminare, non sono stati inclusi in questo conteggio.
Nelle nostre discussioni con infermiere e dottori, le parole “olocausto” e “catastrofe” sono state spesso menzionate. Lo staff medico al completo porta i segni del trauma psicologico dovuto al lavoro frenetico dell’ultimo mese, passato a fronteggiare le masse che hanno affollato le camere mortuarie e le sale operatorie. Molti dei pazienti sono deceduti nel Reparto Incidenti ed Emergenza, ancor prima della diagnosi. In un ospedale distrettuale, il chirurgo ortopedico ha portato a termine 13 fissazioni esterne in meno di un giorno.
Si stima che, tra i feriti gravi, 1.600 sono destinati a rimanere disabili a vita. Tra questi, molti hanno subito amputazioni, ferite alla colonna vertebrale, ferite alla testa, ustioni estese con contratture sfiguranti.

Fattori speciali
Durante l’invasione, il numero dei morti e dei feriti è stato particolarmente alto a causa dei seguenti motivi:

* Nessuna via di fuga: Gaza è stata sigillata dalle truppe israeliane, che hanno impedito a chiunque di fuggire dai bombardamenti e dall’invasione terrestre. Semplicemente, non c’era alcuna via di fuga. Anche all’interno dei confini di Gaza gli spostamenti dal nord al sud sono stati resi impossibili dai tank israeliani, che hanno tagliato ogni via di comunicazione. Al contrario della guerra in Libano dell’82 e del ‘06, in cui la popolazione poteva spostarsi dalle aree di bombardamento massiccio a quelle di relativa sicurezza, un opzione di questo tipo era preclusa a Gaza.

* La densità della popolazione di Gaza è eccezionale. E’ inquietante notare che le bombe impiegate dall’esercito israeliano sono “ad alta precisione”. Il loro tasso di successo, nel centrare palazzi affollati, è del 100%. Altri esempi? Il mercato centrale, le stazioni di polizia, le scuole, gli edifici dell’ONU (in cui gli abitanti erano confluiti per sfuggire ai bombardamenti), le moschee (di cui 40 sono state rase al suolo) e le case delle famiglie, convinte di essere al sicuro perché tra loro non si annidavano combattenti. Nei condomini, una sola bomba a implosione è sufficiente a sterminare decine di famiglie. Questa tendenza a prendere di mira i civili ci fa sospettare che gli obiettivi militari siano considerati bersagli collaterali, mentre l’obiettivo primario sia la popolazione.

* La quantità e la qualità delle munizioni sopra descritte ed il modo in cui sono state impiegate.

* La mancanza di difese che Gaza ha dimostrato nei confronti delle moderne armi israeliane. La regione non ha tank, aeroplani da guerra, nessun sistema antiaereo da schierare contro l’esercito invasore. Siamo stati testimoni in prima persona di uno scambio di pallottole tra un tank israeliano e gli AK47 palestinesi. Le forze in campo erano, per usare un eufemismo, impari.
L’assenza di rifugi antibomba funzionali a disposizione della popolazione civile. Sfortunatamente, anche se ci fossero non avrebbero alcuna chance contro i bunker-buster israeliani.

Conclusione
Se si prendono in considerazione i seguenti punti, è ovvio che un’ulteriore invasione di Gaza provocherebbe danni catastrofici. La popolazione è vulnerabile ed inerme. Se la Comunità Internazionale intende evitare ferimenti ed uccisioni di massa nel prossimo futuro, dovrà sviluppare una qualche forza di difesa per Gaza. Se ciò non accadrà, i civili continueranno a morire.

Articolo originale: The wounds of Gaza, «The Lancet - Global Health Network», 2 febbraio 2009.

Traduzione di Massimo Spiga per Megachip.

* «The Lancet» è la rivista medica più autorevole del mondo.

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!