martedì 19 maggio 2009

Mapuche: In Cile i diritti violati di un popolo

di Annalisa Melandri


Le violazioni dei diritti umani del popolo mapuche accertate da parte degli organismi internazionali
Facendo buon viso a cattivo gioco, il Cile ha accettato le raccomandazioni di alcuni Stati membri dell’ONU e di alcune ONG rispetto al tema della violazioni dei diritti umani del popolo mapuche, promettendo entro la fine del corrente anno di dare impulso a un programma nazionale volto al rispetto di questi e realizzato in coordinazione con la società civile.

La sessione speciale dell’ONU si è tenuta martedì 12 maggio nell’ambito della riunione dell’ Esame Periodico Universale (EPU), un nuovo meccanismo delle Nazioni Unite che ogni quattro anni esamina la situazione di un determinato paese.

Povertà estrema, educazione, rispetto dei diritti di donne e bambini, fine della repressione, garanzie giuridiche e diritto alla terra. Questi i principali temi affrontati e le richieste di chiarimenti da parte di alcuni paesi membri dell’ONU, ma sono state proposte anche raccomandazioni sul caso dei giornalisti stranieri espulsi dal paese per aver realizzato reportages sui mapuche e la revisione della legge Antiterrorista, alle quali il governo cileno deve rispondere entro il settembre del 2009.

Tuttavia rischia di trasformarsi nel solito balletto vuoto e senza senso di raccomandazioni, fatto di buone intenzioni e promesse mancate, dove tutti sanno quel che accade ma nessuno è seriamente intenzionato a fare bene la sua parte fino in fondo. E soprattutto dal quale è rimasto escluso il diretto interessato e cioè il popolo mapuche.

Se è vero che nell’assemblea dell’EPU sono state sentite numerose associazioni per la difesa dei diritti umani e molte ONG, è anche vero che non un rappresentate del popolo mapuche è stato invitato a partecipare.

La situazione dei mapuche in Cile oggi è talmente grave e preoccupante che a ben poco potranno servire raccomandazioni e belle parole.

Ha a che vedere direttamente con i giochi di potere e il pinochettismo che è tutt’altro che morto e con una presidente, Michelle Bachelet, che sembra totalmente piegata a poteri molto più forti di lei e che non prende ferma posizione in merito anche perchè tra quasi un anno è in scadenza il suo mandato.

Le violazioni più gravi verso il popolo mapuche sono commesse dall’Esercito e dalla Polizia come riportato anche nella relazione del Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite, nel quale si è fatto esplicito riferimento a maltrattamenti che si trasformano in veri e propri casi di tortura, all’ impunità imperante per cui chi commette le violazioni non viene mai giudicato e condannato e alla stessa legge di Amnistia per la quale non si possono giudicare le violazioni dei diritti umani commesse tra l’11 settembre 1973 e il 1988.

Le violazioni dei diritti umani contro il popolo mapuche sono commesse soprattutto durante le operazioni di perquisizione delle comunità, durante lo sfollamento forzato e durante gli interventi realizzati in occasione della riappropriazione delle terre da parte dei mapuche.

I morti e le violenze commesse sui bambini
In alcune occasioni le operazioni di polizia hanno avuto esito tragico come accadde nel 2002 con la morte del 17enne Alex Lemún Saavedra, rimasto ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dai Carabinieri o di Juan Collihuín morto per lo stesso motivo nel 2006, o più recentemente per l’uccisione di Matías Catrileo, morto durante una recuperazione di terre il 3 gennaio 2008.

In tutti questi casi gli autori materiali di queste morti sono ancora in servizio e nessun provvedimento è stato preso contro di essi.

Particolarmente grave è la situazione delle donne e dei bambini mapuche, i soggetti più deboli delle comunità.

Ci sono neonati, come è avvenuto ad una bambina di appena sette mesi che è rimasta intossicata dal lancio di un lacrimogeno lanciato all’interno della sua abitazione, che riportano gravi lesioni e traumi durante le operazioni di polizia, o minori che raccontano di essere stati picchiati dai Carabinieri o tenuti per un’intera notte in celle umide e fredde e senza cibo.

Bambini che raccontano di intimidazioni e minacce e altri che ricevono alla schiena o alle gambe i pallini antisommossa o che restano completamente soli dopo l’arresto di tutta la famiglia come è avvenuto alla figlia minore della lonko (dirigente indigena) Juana Calfunao che ha dovuto chiedere asilo a Ginevra.

Il Servizio di Salute dell’Araucania Nord, (Programma di Salute Mapuche - Dipartimento di Psichiatria, Ospedale di Angol) ha testimoniato proprio al riguardo, come i bambini delle comunità mapuche soffrano di tutta una serie di disturbi e problemi psicologici riconducibili al conflitto territoriale e giuridico.

E’ accertato ufficialmente inoltre anche un caso di sparizione forzata, un ragazzo di 16 anni, José Huenante, è scomparso da tre anni dopo essere stato visto l’ultima volta su un’ auto dei Carabinieri. Tre di essi sono formalmente accusati del suo sequestro, ma del giovane nessuna notizia ad oggi.


I prigionieri politici
Non meno grave appare la situazione dei prigionieri politici mapuche nelle carceri cilene. In un recente comunicato dichiarano di rifiutare fermamente “l’integrazione forzata con la società winka (occidentale) corrotta dall’individualismo” e reclamano e confermano i loro diritti sui territori originari svenduti completamente alle multinazionali dai quali sono stati cacciati per permetterne lo sfruttamento.

Lo sfruttamento delle foreste ad opera delle multinazionali del legno, la costruzione di dighe e centrali idroelettriche, di aeroporti, lo sfruttamento minerario delle enormi ricchezze del sottosuolo, sono queste le politiche che attua il governo cileno per svendere le risorse del paese ai capitali stranieri e per la cui realizzazione passa sopra ai diritti dei popoli nativi, decretandone la scomparsa.

C’è una campagna sistematica di distruzione e di annichilamento di intere comunità che si sta portando avanti nel silenzio indecente della comunità internazionale e che si compie attraverso repressione, minacce, uccisioni e arresti.

I membri delle comunità organizzate e in lotta, i weichafe (guerrieri), vengono incarcerati e accusati in base a leggi risalenti alla dittatura di Pinochet di essere “terroristi” e condannati con pene lunghissime che arrivano fino a dieci anni e oltre per reati minori quali l’incendio (elevato alla categoria penale di “incendio terrorista”), la recuperazione di terre e atti di proteste o rivendicazioni sociali.

Soltanto della Coordinadora Mapuche Arauco Malleco sono stati arrestati circa un mese fa 11 membri che vanno ad aggiungersi agli oltre 40 prigionieri nelle carceri che Michelle Bachelet, presidente del Cile, ha più volte ribadito non essere prigionieri politici.

Patricia Troncoso, Elena Varela e i giornalisti “terroristi”
Purtroppo il conflitto con il popolo mapuche fa parte di una delle tante lotte giuste ma dimenticate del mondo. Si fa finta di non sapere che è un intero popolo che si ribella a un sistema di potere con forme di protesta antiche e organizzate e che è sbagliato e disonesto chiamare terrorismo.

La legittimità delle richieste del popolo mapuche, la fierezza della sua gente, l’importanza delle sue rivendicazioni esce soltanto per brevi momenti dai confini nazionali quando il sistema politico e giudiziario cileno “inciampa” in incidenti di percorso come accadde l’anno scorso in occasione del lunghissimo sciopero della fame (112 giorni) che Patricia Troncoso portò avanti dal carcere e che la condusse quasi alla morte e in seguito al quale ottenne soltanto modesti benefici rispetto alla sua detenzione. Le sue richieste politiche più importanti, quali la libertà per tutti i prigionieri politici, la smilitarizzazione dei territori mapuche dell’Araucanía, l’abrogazione della legge Antiterrorista, la fine della repressione contro il popolo mapuche, furono completamente disattese.

Il suo sciopero della fame non si concluse con la sua morte solo per la grande pressione internazionale su di un governo sordo e cieco, dal momento che Patricia non ha mai ricevuto, nemmeno nei momenti più critici, la visita di nessun rappresentante del governo del suo paese.

Sempre lo scorso anno balzò alla cronaca la vicenda della videomaker Elena Varela, arrestata nel maggio del 2008 e tenuta in carcere tre mesi, mentre realizzava un reportage dal titolo Newen Mapuche sul conflitto con le multinazionali del legno, accusata di essere l’autrice intellettuale di alcune rapine in banca commesse tra il 2004 e il 2005 in associazione con la guerriglia del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria).

In quell’occasione le fu sequestrato tutto il suo lavoro. Il processo, con il quale rischia una condanna a 15 anni di carcere, che era fissato per il 29 aprile è stato rimandato ai primi di giugno per aspetti formali.

Anche Reporters senza Frontiere ha espresso in una lettera a Michelle Bachelet (alla quale lei non ha mai risposto) preoccupazione per la sentenza che sarebbe scaturita dal processo e i dubbi circa la validità delle accuse.

D’altra parte era già avvenuto in passato che giornalisti stranieri fossero identificati come “terroristi” ed arrestati. Accadde nel marzo 2008 con due cittadini francesi, nella zona di Collipulli quando Christophe Harrison e Joffrey Rossi furono detenuti per poco tempo, accusati di aver provocato un incendio e di appartenere all’ETA e a due cineasti italiani, Giuseppe Gabriele e Dario Ioseffi, accusati di “terrorismo” e poi espulsi dal paese.

Il prossimo Esame Periodico Universale (EPU) si terrà tra quattro anni. In Cile allora ci sarà un altro governo e un altro presidente. Da Michelle Bachelet ci si aspettava molto, sicuramente molto di più di quello che ha fatto per il rispetto dei diritti umani nel suo paese, vista la sua storia personale segnata da gravi perdite familiari durante la dittatura di Pinochet.

Il pinochettismo e il potere militare sono ancora forti in Cile, la destra è sicuramente una delle più forti in America latina, il neoliberismo applicato selvaggiamente negli anni ’70 e ’80 si è radicato prepotentemente creando ferite profonde in un tessuto sociale già gravemente compromesso da anni di terrore.

Il popolo mapuche rivendica i suoi territori, afferma prepotentemente e con orgoglio il diritto di vivere sulle sue terre, riconferma con fierezza usi e tradizioni antiche che non vuole perdere.

“Gli occhi neri di Lautaro
gettano migliaia di lampi.
Come soli fanno germogliare i solchi
come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente
che non vuole essere schiavo
come un puma in gabbia”
(Rayen Kvyeh)

Torino, caricato il corteo degli studenti: l’onda non si ferma!

In 10 mila per contestare il G8 University Summit

Torino, terza giornata di contestazione contro il G8 University Summit. E’ arrivato davanti al castello del Valentino il corteo anti G8 partito da Palazzo Nuovo, sede universitaria torinese delle Facoltà umanistiche, nel castello si tiene la giornata conclusiva del Summit. Anche oggi la città è blindata. Mentre sono arrivati da tutta Italia nel corso della mattinata gli studenti che in questo momento si trovano di fronte alle reti metalliche che impediscono l’accesso all’area del castello. Anche oggi le forze dell’ordine caricano il corteo.
La cronaca della giornata 14.00 - Dopo le cariche della polizia e dei carabinieri inizia una vera e propria "caccia all’uomo" tra corso Marconi e via Nizza. Alcuni manifestanti che si erano rifugiati in alcuni palazzi sono stati inseguiti e bloccati dagli agenti. [ audio ]
13.00 - Ancora una volta l’onda sta invadendo le strade della città con radicalità e determinazione per ribadire l’illegittimità della Crui e di questo G8. "L’unico futuro per l’università è l’autoriforma che stiamo praticando, che vede forte il rifiuto di qualsiasi riformismo dall’alto". Questo il commento di Alioscia dell’onda di Roma [ audio ]
12.00 - Lanci di uova e scritte alle sedi di agenzie interinali e sedi banche. Lentamente il corteo si sta dirigendo verso piazza Castello. In corso Vittorio Emanuele, infatti, un gruppo di manifestanti ha scritto “Burn the bank” sulla vetrina di una filiale della Banca Sai, prima di bloccare la cancellata d’ingresso con dei catenacci. Uova e fumogeni, invece, contro la sede dell’Unicredit, vicino a piazza Solferino. Il corteo continua a sfilare per una Torino completamente blindata. "Quello di oggi è un passaggio importante per il movimento dell’onda" - commenta Roberto dell’onda di Bologna " Siamo in tanti, provenienti da tutta italia, una riconferma del movimento che vuole guardare avanti". [ audio ]
11.30 - "G8 stiamo arrivando: parte l’Onda, parte una nuova mareggiata”. Questo lo slogan lanciato dagli studenti che in questo momento stanno partendo in corteo. Diverse le denunce di fermi e controlli avvenuti nella mattinata. [ audio ]
Inquietante la presenza di Spartaco Mortola nei panni di vice-questore di Torino. Capo della Digos al G8 di Genova nel 2001, rinviato a giudizio per i fatti della Diaz. Alcune battute con Marco Rigamo, LiberiTutti. [ audio ]

Elezioni in India

Intervista a Ihivasundar, giornalista indipendente indiano
In seguito alle recenti elezioni in India che hanno visto la conferma del risultato elettorale per il Congress Party di Sonia Ghandi abbiamo raggiunto telefonicamente Ihivasundar, giornalista indipendente indiano.

Domanda: Nonostante le vicende di corruzione che hanno complessivamente coinvolto il sistema politico indiano ed i principali partiti , Sonia Ghandi ha vinto le elezioni di sabato scorso. Quali sono sostanzialmente i motivi che hanno determinato questo risultato elettorale?
Risposta: Ci sono varie motivazioni, una delle quali, forse la piu’ eclatante, è che semplicemente l’elettorato non è rappresentato dai partiti politici che si sono candidati. Lo conferma ad esempio il fatto che il partito di Sonia Ghandi in alcune vaste e popolate regioni del Paese non ha riscosso molto consenso, a tal punto che in queste aree il Congress rappresenta a malapena il 15%. Le principali coalizioni che a livello nazionale hanno determinato questo risultato sono due: il partito nazionalista di destra Bharatiya Janata ed il partito di Sonia Ghandi. A livello locale sono queste due coalizioni che hanno stretto alleanze elettorali con i partiti locali minori determinando critiche e contestazioni a queste elezioni. Io personalmente no penso che questo voto sia stato un voto per Sonia Ghandi, bensì sia stato dato alle rappresentanze locale che tramite le tattiche d’alleanza con i partiti locali, si è trasformato in bacino elettorale a favore del partito del Congress. Questa è la dinamica del sistema elettorale indiano a carattere maggioritario, dove se ci sono tre o quattro candidati non vincono le liste ma le coalizioni principali. Questa cosa non riflette assolutamente la situazione politica reale che c’è nel paese.

Domanda: Quindi in realtà non si puo’ parlare di un processo elettorale realmente democratico...
Risposta: assolutamente no. La situazione reale nel rapporto democratico tra rappresentanza ed elettorato si è creata solamente una volta nella storia dell’India nel 1984 con l’elezione di Indira Ghandi e mai si sono verificate condizioni di processi democratici reali.

Domanda: Quindi essenzialmente ci troviamo di fronte ad una facciata costruita dalle strategie dei grandi partiti politici indiani che vogliono mostrare il volto democratico della grande potenza economica indiana. Quali sono le contraddizioni che si possono intravedere in questo processo? Quali saranno le prospettive nell’ambito di politica internazionale messe in campo dall’India in questo nuovo assetto geopolitico che si sta conformando nelle regioni dell’estremo oriente?
Risposta: La politica economica è stata portata avanti dal "Common Minimal Programme" portato avanti dai partiti di governo di sinistra. E’ grazie all’esistenza di questo piano economico e all’integrazione finanziaria che l’India non sta vivendo la grande crisi globale che sta colpendo i Paesi occidentali. Questo è stato reso possibile da una sostanziale convergenza su questo programma di tutti i partiti politici. Il "Common Minimal Programme" era infatti condiviso ed appoggiato anche dai governi vicini geograficamente e politicamente all’India. Rispetto a questo anche la politica internazionale dell’India è stata, eccetto per il Pakistan, di natura non interventista. A questo punto però, per la logica delle coalizione opposte, il Congress Party non è piu’ nelle condizioni di appoggiare questo programma economico, e deve dare avvio a nuove politiche di sviluppo. Con il risultato politico delle ultime elezioni va a cambiare anche il ruolo che l’India assume nella geopolitica dell’estremo oriente determinando nuove relazioni con i paesi confinanti, in particolare SriLanka, Nepal e Pakistan. Con l’Afganistan vengono sostanzialmente riconfermate le relazioni politico-economiche pre-esistenti.

Domanda: A livello internazionale quindi c’e’ un ri-allineamento con le politiche economiche e di sviluppo degli Stati Uniti. Pensando invece ai movimenti delle popolazioni rurali contro i sistemi agricolo-industriali dominati dalle grandi Corporation delle biotecnologie quali sono le possibili implicazioni?
Risposta: Si, questo dato è anche confermato dall’assegnazione del Ministero delle Finanze che è molto vicino alle posizioni di Washington ed porterà la politica economica indiana verso un’economia di mercato di tipo neo-liberale. Chiaramente questo fatto andrà proprio ad influire sul tessuto sociale costituendo poichè fra la implicazioni di tale scelta c’e’ l’idea di promuovere un progetto di sviluppo rurale. Per fare delle riforme economiche sulle politiche di sviluppo Sonia Ghandi non ha piu’ dalla sua parte l’alleanza dei partiti di sinistra che portavano le istanze dei contadini, ma si trova nelle condizioni da una parte di poter decidere da sola, dall’altra di dover trovare una forma di dialogo con i movimenti rurali, scontrandosi con i problemi e le contraddizioni che esso comporta.

lunedì 18 maggio 2009

G8 Torino - L’Onda non si ferma: città bloccata, cariche della polizia. 3 studenti fermati

da Uniriot.org

Non si ferma la mareggiata dell’Onda Anomala contro il G8 dell’università di Torino. Seconda giornata di mobilitazione contro il G8 University Summit, iniziato ieri, in parallelo con l’entrata nel vivo della contestazione degli studenti e delle studentesse al Block G8 Building, in giro per la città.
Questa mattina l’Onda si mossa da palazzina Aldo Moro occupata in direzione del parco del Valentino, all’interno del quale è situato il castello che sta ospitando il vertice dell’università. Gli studenti si sono divisi in 3 gruppi, effettuando diversi blocchi della viabilità cittadina. La polizia, presente in forze a protezione del summit, si è schierata ed è stata nuovamente "inOndata" da gavettoni d’acqua e uova. Ciò ha scaturito la reazione della celere che ha caricato gli studenti, facendo 3 fermi, 2 ragazzi greci ed 1 di Milano.
L’Onda ha quindi ripreso il suo cammino verso il centro cittadino, passando da via Marconi, esigendo l’immediata liberazione dei 3 studenti fermati. E’ stato effettuato quindi un nuovo blocco in corso Vittorio Veneto, arteria cruciale del traffico cittadino, che è stato mandato nuovamente in tilt. Anche qui una polizia nervosa si è ri-schierata, pronta a riprendere in mano i manganelli. L’Onda ha perseverato nella sua principale pratica, il blocco dei flussi di viabilità metropolitana, che hanno caratterizzato tutto l’autunno di mobilitazione studentesca, dirigendosi e paralizzando il vialone antistante la stazione di Porta Nuova.
Nell’imprevedibilità che sta caratterizzando gli studenti e le studentesse in mobilitazione contro il G8 è proseguita l’azione di disturbo dell’Onda, che si è spostata all’imbocco di via Roma, corso-vetrina della città, continuando ad alimentare la situazione di caos della viabilità che permane dal primo mattino. La celere ha qui nuovamente e violentemente caricato a freddo gli studenti dell’Onda, provocando diversi feriti ed effettuando alcuni fermi: grazie alla determinazione degli studenti, che hanno improvvisato una barricata lungo la strada con cassonetti e transenne, i fermati sono stati rilasciati in pochi minuti.
L’Onda si è poi diretta verso il Block G8 Building, sfilando in corteo per le vie del centro e fermandosi al rettorato dell’università di Torino, teatro l’altro giorno del sequestro del rettore Ezio Pelizzetti a fronte della chiusura d’autorità di Palazzo Nuovo, tornando a denunciare l’illeggittimità e l’insostenibilità del G8 torinese, e rivendicando gli spazi universitari e cittadini come luoghi di giusta espressione del dissenso. Nel frattempo, i 2 studenti greci sono stati liberati e si sono ricongiunti al resto degli studenti.
La giornata di ieri ed oggi non sono che l’inizio di una mobilitazione contro il G8 University Summit, che è appena entrata nel vivo: nel pomeriggio proseguiranno i dibattiti a palazzina Aldo Moro occupata, in serata si svolgerà il confronto tra le esperienze di lotta studentesca europee, in preparazione del corteo nazionale di domattina...!Ascolta la corrispondenza con Ennio [ audio ]
Guarda il video su Uniriot.tv

Nicaragua - ANAIRC: due mesi di lotta a Managua

La ANAIRC (Asociación Nicaragüense de Afectados por Insuficiencia Renal Crónica) accusa l’impresa Nicaragua Sugar Estates Ltd., proprietaria delle piantagioni dell’Ingenio San Antonio e partecipante al consorzio Grupo Pellas, di aver fatto un uso indiscriminato di pesticidi che hanno inquinato le risorse idriche della zona, provocando questa epidemia di insufficienza renale cronica tra gli ex lavoratori.
In base ai dati riportati dalla ANAIRC, al 10 maggio 2009 sono 3.326 le persone decedute a causa della IRC. Tra il 14 marzo 2005 ed il 10 maggio 2009 sono decedute 2.319 persone, con una media di 46 persone al mese negli ultimi quattro anni.
Dopo aver passato quasi due anni ad inviare lettere all’impresa ed al presidente del Grupo Pellas, Carlos Pellas Chamorro, nominato tra l’altro Console onorario d’Italia nella città di Granada in Nicaragua, i membri della ANAIRC hanno deciso di andare a Managua per intensificare la lotta ed esigere l’apertura di una negoziazione per poter essere indennizzati per i danni subiti.
Sono passati due mesi e l’impresa continua a non volere ascoltare gli ex lavoratori organizzati e le vedove della ANAIRC.
A livello internazionale si stanno moltiplicando le dimostrazioni di solidarietà con i cañeros della ANAIRC ed è iniziata una forte campagna di boicottaggio al principale prodotto del Grupo Pellas: il rum Flor de Caña che viene prodotto dalla Compañía Licorera de Nicaragua SA, anch’essa del Grupo Pellas.
Lettere di protesta a importatori e distributori nel mondo
Gruppo di Boicottaggio del rum Flor de Caña estendono protesta

Il gruppo di giovani che, solidarizzandosi con i membri della Asociación Nicaraguense de Afectados por Insuficiencia Renal Crónica, Anairc, ha iniziato una campagna di boicottaggio al famoso rum nicaraguense Flor de Caña, ha ora deciso di ampliare la campagna inviando lettere di protesta alla Compañía Licorera de Nicaragua SA (CLNSA), impresa che produce questo rum e che insieme alla Nicaragua Sugar Estates Ltd. (NSEL) ed all’Ingenio San Antonio (ISA) appartiene al potente Grupo Pellas, ed alle imprese che nel mondo importano e distribuiscono il rum Flor de Caña.
Dalle pagine di Facebook (http://www.facebook.com/group.php?gid=76399022845) più di 350 persone di vari paesi tra cui l’Italia, si sono unite - il numero continua a crescere ogni giorno di più- per portare avanti questa forma di pressione nei confronti di queste imprese, affinché accettino di cambiare la loro logica imprenditoriale e permettano agli ex lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero ammalati d’insufficienza renale cronica ed alle vedove della Anairc di sedersi a un tavolo di trattativa. Da circa due mesi i membri della Anairc sono a Managua per protestare contro l’insensibilità della Nicaragua Sugar Estates Ltd e del Grupo Pellas, e per ottenere un indennizzo per i danni arrecati da queste imprese alla loro salute.
Adesso, attraverso la pagina web della Rete di Comunicazione Alternativa Mesoamericana (http://rcam.ws/leer.php/8809162), il gruppo di Boicottaggio al rum Flor de Caña informa di questa nuova iniziativa con la quale vuole far crescere la protesta.
"In Nicaragua un consorzio di imprese chiamato Grupo Pellas possiede vaste piantagioni di canna da zucchero, l’Ingenio San Antonio, da cui ottiene la materia prima per produrre il rum Flor de Caña. Le condizioni di lavoro e l’uso di pesticidi in queste piantagioni hanno condannato a morte più di 3 mila ex lavoratori. A ciò si aggiunge l’inquinamento delle acque, suolo ed aria nella zona occidentale del Nicaragua.
Questa impresa -continua il testo che si sta diffondendo attraverso la pagina web- è la più potente del Nicaragua ed è molto difficile riuscire a farle cambiare la sua politica corporativa, soprattutto perché ha la pretesa di farsi passare come un’impresa responsabile e ambientalista, comprando l’opinione pubblica attrverso programmi sociali corporativi. Per questo chiediamo a chi ci legge di dimostrare la propria solidarietà attraverso la denuncia e la divulgazione", sostengono i giovani nicaraguensi.
Per i membri del gruppo, adesso è il momento di coinvolgere le imprese che a livello mondiale importano e distribuiscono il rum Flor de Caña, ed hanno preparato lettere tradotte in varie lingue, affinché ogni persona che desideri fare propria la protesta ed esprimere il proprio sdegno possa scrivere alla Compañía Licorera de Nicaragua SA ed agli importatori e distributori del rum Flor de Caña del proprio paese.

Chiapas - La vicenda di San Sebastian Bachajón esempio di guerra a bassa intensità

Cosa sta succedendo nel Sud Est Messicano.


In Chiapas l’arresto di 8 indigeni della Zona di San Sebastian Bachajón, Municipio de Chilón con l’accusa provocatoria di delinquenza organizzata per aver partecipato ad assalti di corriere nelle strade locali, si caratterizza come una montatura volta a coprire la volontà di fermare le mobilitazioni indigene in difesa delle risorse naturali della zona, in particolare intorno alle Cascate di Agua Azul. Gli arrestati sono appartenenti all’Otra Campana e un indigeno Base d’appoggio zapatista. E’ una vicenda emblematica della “guerra sottorenea” che si combatte in Chiapas contro l’autodeterminazione indigena.
Reportage da Radio Zapatista
Lo scorso aprile 8 indigeni Tzetal sono stati arrestati dalle forze giudiziarie in Chiapas. 7 di loro, abitanti dell’Ejido San Sebastian Bachajón, sono aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e uno di loro è una Base d’appoggio zapatista. Dopo una serie di violazioni che vanno dalla detenzione arbitraria alla tortura, l’ 8 maggio il Giudice del Tribunale di Tuxla Gutierez ha confermato gli arresti degli otto fermati accusandoli di furto con violenza e delinquenza organizzata come presunti membri di una banda di aggressori di corriere. Gli otto prigionieri sono in realtà attivisti sociali che si sono opposti alla costruzione della superstrada San Cristobal - Palenque e ai progetti di sfruttamento turistico nei loro territori. Le pressioni delle organizzazioni dei diritti umani, della Giunta del Buongoverno di Morelia hanno portato alla scarcerazione di uno degli arrestati, Miguel Vasquez Moreno liberato il 15 di maggio ma gli altri sette continuano ad essere prigionieri nel carcere di El Amate in condizioni che l’Organizzazione dei diritti umani Fray Bartolomè de Las Casas definisce di tortura e che rappresentano un grave attentato alla loro incolumità.
In una intervista realizzata dal CIEPAC il fratello di uno dei detenuti racconta il momento dell’arresto. “L’arresto è avvenuto a Ocosingo. Dopo che avevamo finito di fare i nostri incarichi mio fratello mi disse che andava a finire le compere e da allora non è più tornato. Era stato arrestato dalla polizia statale. Le autoià dell’Ejido San Sebastian Bachajón appena saputa la notizia hanno inviato 5 rappresentanti per capire cosa era successo. Ma anche loro non hanno fatto ritorno.”
Diego Cadenas, Direttore del Centro de Derecho Umanos Fray Bartolomè de Las Casas in una intervista a Radio Unam racconta le violazioni che hanno subito gli arrestati. “ Le detenzioni sono avvenute in maniera del tutto arbitraria. Il primo, Jeronimo, è stato arrestato con l’accusa di aver venduto oggetti rubati ad un poliziotto della stradale. Il che è molto strano perché questi poliziotti hanno fama di essere violenti, per cui è difficile che uno possa rubargli qualcosa. Come testimoni di questo furto ci sarebbero stati altri tre poliziotti. Quello che abbiamo ricostruito è che l’accusatore in realtà è un membro dell’OPDIC, che è una organizzazione che, ed è documentato, ha legami con i gruppi paramilitari e non è certo la prima volta che agisce insieme alla polizia. In seguito fuono fermate altre cinque persone che erano andate a chiedere informazione sull’arresto di Jeronimo. Queste persone hanno denunciato di essere state torturate, picchiate, interrogate senza traduttore e che hanno dovuto firmare, durante questo pesante trattamento, una dichiarazione di colpevolezza. Noi come difensori dei Diritti Umani siamo ostacolati totalmente, nonostante le dichiarazioni formali del governatore Sabines sulla validità dell’operato delle organizzazioni dei diritti umani, dal poter svolgere le pratiche legali che erano un diritto degli arrestati. Solo il 4 di maggio abbia potuto aver accesso alle carte e vedere le irregolarità che erano state compiute. In seguito sono state arrestate altre due persone in maniera anticostituzionale. Abbiamo richiesto i verbali degli accusatori, dei poliziotti che li accusavano e degli autisti di corriera che dicevano di averli riconosciuti come assalitori, se ne è presentato solo uno. Nonostante questo è stato confermato il loro arresto per furto con violenza e delinquenza organizzata”.
Hermann Bellinghausen giornalista de La Jornada sottolinea come il vero motivo degli arresti sia la mobilitazione contro i progetti di sfruttamento turistico della zona. “ La strada che passa per le famose cascate di Agua Azul passa per i terreni delle comunità a cui appartengono gli arrestati. Queste comunità dicono che se da quelle strade, se da quelle zone si guadagnano soldi, anche loro hanno diritto ad avere dei benefici da questa risorsa. Per questa loro richiesta il Governo li sta attaccando sia con la polizia sia con la disinformazione e anche con una organizzazione, nata per queste cose che è l’OPDIC, che sono il gruppo che controlla il balneario che da 50 anni è noto come zona delle cascate di Agua Azul.”
Continua su questo tema ha chiarire la dimensione del conflitto il rappresentante del Fray.“ In Chiapas c’è un conflitto sulle risorse naturali che si trovano nei territori dei popoli indigeni. Da una parte il governo Messicano ha tutto l’interesse ha continuare a sfruttare sempre più questa regione che fa parte del corridoio della Riviera Maya la zona di Agua Azul, Agua Clara etc .. dall’altra parte ci sono i popoli indigeni, in questo caso la Comunità di San Sebastian Bachajón che stanno rivendicando il diritto ad amministrare le proprie risorse, ad ottenere dei benefici dalle proprie risorse. Le comunità indigeni minacciano, perciò, il progetto di implementazione dello sfruttamento che il Governo Messicano vuol imporre nella regione. Non è il primo caso di conflitto in questa zona, poco tempo fa gli abitanti di Miguel Hidalgo hanno tentato di prendere il controllo del centro cerimoniale e il risultato è stato un operativo poliziesco, senza nessuna base giuridica, che è terminato con il bilancio gravissimo dell’uccisione di 6 abitanti della zona. Sempre ultimamente sono stati sgomberati abitanti che avevano preteso di controllare lo sfruttamento della Zona delle Lagune di Montebeyo. Tornando all’ultima vicenda gli abitanti dell’Ejido San Sebastian Bachajón, da ottobre avevano iniziato ad amministrare l’ingresso al Balneario di Agua Azul. Quello che noi possiamo documentare è che lo stato ha costruito queste accuse contro di loro per arrestarli e disattivare queste iniziative dell’Otra Campana nell’Ejido di San Sebastian Bachajón e inibire la volontà degli indigeni decisi a gestire le proprie risorse naturali. Inoltre La Giunta di Morelia, che sovraintende a questa regione, ha reso pubblico la notizia di aver fermato due assalitori di autobus, dopo una investigazione autonoma. La Giunta segnala che i fermati hanno ammesso di essere stato contattati da persone dell’OPDIC che gli hanno dato le armi per realizzare assalti sulla strada , attaccare con colpi d’arma da fuoco la polizia. Noi pensiamo che questo sia avvenuto con il fine di giustificare gli arresti. La regione in questo momento è piena di polizia e la casetta che avevano messo gli aderenti dell’Otra Campana di San Sebastina è stata distrutta e al suo posto è stata messa una l’installazione militari. Per cui abbiamo dei dubbi sul fatto che questi assalti siano all’interno di una logica di “delinquenza organizzata”. Quello che pensiamo è che , come avviene spesso in Chiapas, succedano atti di delinquenza comune che servono poi per giustificare l’installazione di accampamenti militari, la presenza di polizia e soprattutto la criminalizzazione delle mobilitazioni sociali.” Il Fray ha documentato le violenze che soffrono i detenuti nel Carcere de El Amate. Il 15 maggio è stata inviata anche una interpellanza alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani nella quale viene denunciato che i prigionieri sono in stato di schiavitù, con lavori forzati sotto controllo.
Il Governo dello stato mantiene una disinformazione basata su inserzioni pagate sui giornali nazionali che presentano gli arrestati come criminali e la censura e il controllo dei media locali. Mentre le voci delle organizzazioni dei diritti umani e della solidarietà nazionale ed internazionale non si sono fatte attendere, con proteste, denunce e lettere che hanno fatto sentire la loro voce.
Lo scorso 8 maggio, centinaia di abitanti di San Sebastian Bachajón, Municipio de Chilón, Chiapas hanno manifestato a Ocosingo per domandare la liberazione di 8 loro compagni che sono detenuti con la accusa di delinquenza organizzata. Accuse false per coprire lo sfruttamento territoriale nella Zona di Agua Azul.

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Articoli di Gloria Munoz su La Jornada nella rubrica Los de abajo
16 maggio
9 maggio

Atenco - Lettera di Ignacio del Valle Portavoce del FDT

Lettera pubblicata su La Jornada il 16 maggio 2009 e scritta dal carcere di massima sicurezza di La Palma

Desde el penal de La Palma
Hombres y mujeres de todas las edades y de cada rincón de esta patria nuestra, en la ciudad, en el monte, en la selva, en la escuela, en la fábrica, en la mina, en el destierro, en el valle, en el encierro, desde el lugar donde nos encontremos, nuestra obligación es sobreprotegernos para seguir la marcha en este gran proyecto de nación, donde juntemos nuestras coincidencias del quehacer, haciendo a un lado intereses particulares o de grupo, sin aislar ninguna lucha por pequeña que parezca.
¡No tenemos que olvidar que los grandes incendios tienen su origen en una pequeña chispa! Y en estos momentos los incendios surgen por doquier y nuestra obligación es alentarlos y dirigirlos a los rumbos de unidad, respetando sus formas de organización, señalando siempre causas y efectos, poniendo siempre al enemigo común al descubierto y los medios de los que siempre ha hecho uso para mantenernos adormecidos, engañados, sometidos siempre a su antojo, calculando todo siempre en función de ganancias económicas, sin que les importen la humillación y el dolor de los jodidos, apropiándose de los medios de producción y explotando la fuerza de trabajo, manejando a su conveniencia desmedida el derecho de propiedad privada, acumulando riquezas a costa de sudor y sangre de esclavos, de plebeyos, de obreros, de campesinos jornaleros, quienes en su momento siempre han levantado la voz de la inconformidad, de rebeldía.
La lucha por la justicia siempre es natural en cualquier lugar, enfrentándose invariablemente ricos contra pobres, escribiendo con su sangre y ejemplo de dignidad que sí es posible un mundo de justicia para todos.
No tenemos que esperar ningún aniversario más para llorar ni lamentar la muerte de Zapata ni afinar discursos; vamos para decir: aquí estoy de palabra y no de corazón.
El mejor recuerdo a Zapata es la construcción de la unidad, organizada y consciente, donde sea que nos encontremos, porque la lucha es de todos, hombres y mujeres. Y ésta no da tregua ni se da sus vacaciones, ni tiene días de guardar; hasta cuando duermes tienes que soñar en la revolución. No importa de quién venga esa disposición de luchar, si en su esencia se compone de fe y unidad. Tenemos los motivos necesarios para no ceder nada, de ninguna especie, al enemigo al que no hay que dar tregua alguna.
Hasta cuando nos encontremos solos, la lucha sigue aún en nuestro interior, con nuestra actitud de indiferencia, de autosuficiencia, de soberbia, de ira incontrolada, envidia, pereza; de hierro y rabia en el combate hasta la victoria; generoso y digno con el pueblo, sin pedir a cambio nada, más que el honor de poder servirle.
La recompensa brillará en la sonrisa eterna de nuestros nietos, que de pan y miel se saciarán y en recuerdos luminosos encenderán sus días.
Zapata vive en cada puño levantado, en cada grito encabronado con el corazón al viento.
Como machete desenvainado, pintando de rojo el horizonte que nos llama a cumplir, ¡aquí, allá, la lucha seguirá!
Vedi la lettera pubblicata su La Jornada

Guerra di Gaza: 313 i bambini uccisi da Israele.

Il Centro palestinese per i diritti umani ha confermato che l’ultima guerra israeliana nella Striscia di Gaza ha causato 1.414 morti tra i palestinesi, di cui 313 bambini, risultando così come la più sanguinosa in 42 anni di occupazione.
Secondo un report pubblicato dal Centro e intitolato “I crimini di guerra sui bambini”, l’83% delle 1.414 vittime d’Israele erano civili inermi.
Il report cita fra gli altri l’assassinio della 18enne Farah al-Helo, nel gennaio 2009, quando le forze israeliane hanno costretto la famiglia della ragazza a uscire di casa, nel quartiere az-Zaytun a Gaza, per poi aprire il fuoco contro tutti i presenti proprio mentre abbandonavano l’abitazione. La ragazza è stata uccisa da un proiettile nello stomaco.
Israele viene quindi accusata di non rispettare la legge umanitaria internazionale, che stabilisce la protezione dei bambini durante i conflitti armati, e di non prendere le dovute precauzioni per distinguere tra bersagli militari e civili.
Il report ha aggiunto infatti che le truppe israeliane bombardavano indiscriminatamente le scuole usate come rifugio dai cittadini in fuga dalle proprie case. Tali bombardamenti hanno avuto anche un grande impatto psicologico sulla popolazione, e in particolare sui suoi membri più giovani, senza contare i danni fisici permanenti che hanno causato a migliaia di palestinesi.
L’avvocato Raji as-Surani, direttore del centro, ha dunque invitato la comunità internazionale a condurre un’indagine comprensiva e indipendente su tutti gli attacchi documentati e commessi da Israele, in modo da perseguire lo Stato ebraico per i suoi crimini a Gaza.

sabato 16 maggio 2009

India - Elezioni legislative e democrazia

Intervista alla giornalista indiana Guri Lankesh

Si sono conclusi in queste ore gli scrutini delle elezioni legislative in India. A trionfare la coalizione di centro-sinistra guidata dal Partito del Congresso di Sonia Gandhi, superando di parecchie lunghezze l’opposizione del partito di centro-destra capeggiato dai nazionalisti del Barathyia Janata Party (Bjp).
La giornalista indiana Guri Lankesh, in questa intervista, presenta un quadro dei principali candidati e l’attuale situazione politica nel paese: oggi in India si stanno fronteggiando due coalizioni principali, due partiti che però non presentano grosse differenze nelle loro politiche economiche ed estere.
Guri descrive le coalizioni a partire dalle loro storie politiche: i candidati, che sostengono le teorie del libero mercato, sono supportati dai maggiori industriali del paese e dalle compagnie nazionali e internazionali.
Infine Guri Lankesh ragiona su cosa significa realmente il concetto di democrazia in India.
- [ audio ] (english)

Da sapere
Le elezioni per la quindicesima legislatura indiana si svolgono in cinque giornate. Sono cominciate il 16 aprile 2009. L’ultima giornata di voto sarà il 13 maggio. I risultati saranno resi noti il 16 maggio 2009. Gli elettori registrati sono 714 milioni, il 48 per cento sono donne, il 25 per cento ha meno di 35 anni. Si sono presentati 1.055 partiti.
I due principali candidati premier sono l’attuale primo ministro Manmohan Singh, del Congress, e Lal Krishna Advani, leader del partito nazionalista di destra Bharatiya janata party. Una terza candidata è Mayawati, la governatrice dalit (intoccabile) dell’Uttar Pradesh e leader del Bahujan samaj party, di ispirazione socialista. Nella camera bassa del parlamento (Lok sabha) saranno eletti 543 deputati.
I partiti minori e regionali potrebbero conquistare il 50 per cento dei seggi.
In caso di vittoria il premier Singh potrebbe allearsi con la sinistra, come nel 2004. (Fonte Internazionale 794, 8 maggio 2009)

venerdì 15 maggio 2009

La Nakbah degli ebrei non sionisti


Intervista a Michel Warschawski, intellettuale israeliano, di fronte al 61° anniversario della nascita d’Israele


Figlio del rabbino capo di Strasburgo, Michel Warschawski aveva due parole possibili per definirsi, juif e hebreux. Ha scelto la seconda, colui che passa, che attraversa, ha scelto il confine, "un concetto non spaziale, ma sociologico, che implica un indagare costante sulla propria identità, sul Noi, in rapporto all’identità dell’Altro" - ha scelto l’inquietudine il dubbio, il pensiero inappagato e tutto Lorenzo Milani, quando l’obbedienza diceva, non è una virtù, ma la più subdola delle tentazioni. Perché era il 1982 quando per la prima volta, chiamati in Libano, i riservisti decisero di non partire, sostenendo che il loro compito era difendere Israele, non avventurarsi in guerre di aggressione: e si firmarono così Yesh Gvul, "che ha un duplice significato, c’è un confine, ovvero quello libanese, che non attraverseremo, ma anche c’è un limite, ovvero non tutto è permesso. Perché a volte il confine è un limite da attraversare, quando separa mediante identità a tenuta stagna, ma altre volte è un limite da tutelare, quando protegge la propria autonomia sovranità, autodeterminazione. E allora è necessario a volte attraversare a volte presidiare, abitare il passaggio, il solo luogo dove è possibile espandere la propria libertà - il predefinito, l’assimilato, il confine ereditato in riflesso acritico". E da qui, allora, anche l’Alternative Information Centre, per l’idea più semplice e eversiva: tradurre tra arabo e ebraico, perché "dopo Sabra e Chatila, in piazza erano 400mila, ma non più di quaranta avevano mai parlato con un palestinese che non fosse il cameriere". E perché invece come Nanni Moretti, le parole sono importanti, chi parla male pensa male, e vive male - in una guerra in cui come in ogni altra, definire è creare, vincere convincere, e il ministero più ambito non è il ministero della difesa, ma dell’istruzione.

"Ma questa non è una aggressione, è una guerra contro il terrorismo. Solo legittima difesa".

Tutte le guerre di Israele sono state e ancora sono guerre di aggressione - a essere precisi, Israele è in sé un’aggressione. Non sono ovviamente contro l’esistenza di Israele, ma la prima delle parole che ingannano, qui, è il 1948, la cosiddetta ‘guerra di indipendenza’ - mentre è stata essenzialmente una guerra di conquista e espulsione. Siamo precipitati in pochi anni da gruppi terroristici, a stati canaglia, a popoli interi qualificati indistinti come minacce esistenziali, e l’evoluzione non è quantitativa ma qualitativa, non si combatte più contro una politica, un governo, un obiettivo specifico, ma contro pericoli dalle definizioni sempre più vaghe. D’altra parte, se davvero qui fosse questione di Hamas, anche l’ultimo degli analisti consiglierebbe l’intelligence, non certo l’esercito. Invece così diventa una guerra, termine non meno fuorviante di terrorismo: come se la quinta potenza militare al mondo stia fronteggiando una forza equivalente, i loro razzi di latta contro il nostro nucleare: ma conviene, no?, perché ‘in guerra tutto è permesso’. La degenerazione semantica puntella la degenerazione etica. L’intera società palestinese è diventata il cancro di Israele - è la criminalizzazione del nemico, è Carl Schmitt, l’injustus hostis contro cui tutto è lecito, fino all’annientamento: i civili non sono più vittime accidentali, danni collaterali, semplicemente perché non sono più civili. E l’icona di tutto questo è Gaza, una ‘entità nemica’. Una cosa astratta. Neppure più una popolazione.

"Ma non abbiamo scelta. Non abbiamo nessuno con cui parlare".

Non è vero, abbiamo sempre avuto ‘qualcuno con cui parlare’. Ma con la sola eccezione di Egitto e Giordania, abbiamo sempre scelto di sabotare ogni tentativo di negoziato. Con un ragionamento molto semplice: se il nemico è forte, trattare è rischioso, ma d’altra parte se il nemico è debole, perché trattare? Non si comprende questa logica se non si comprende che il sionismo non è un progetto che ha raggiunto il suo obiettivo, esaurito il proprio corso storico - come ha ricordato Sharon, la guerra di indipendenza non è ancora finita. Non si discute di confini tra due entità definite, ma dinamiche, in movimento. E allora quando il nemico è fragile, e disposto a concessioni, è il momento di lavorare non all’accordo, ma a una ulteriore espansione. La giustificazione secondo cui ‘non esiste nessuno con cui parlare’ non è la causa, ma il fine della politica israeliana: impedire che di là dal Muro si consolidi un soggetto forte, credibile, capace e pronto al dialogo. Con Oslo, Israele ha riconosciuto l’Autorità Palestinese, ma continuando insieme a minare la sua continuità territoriale, a devastare sistematicamente le sue infrastrutture più basilari, a privarla di ogni risorsa e reale autonomia, ostacolando il conseguimento di qualsiasi risultato concreto: Oslo non è stato che il sub-appalto della sicurezza e repressione, l’intento di radicalizzare i palestinesi verso Hamas - e in definitiva, impedire l’emergere di una controparte per il negoziato.

"Ma i palestinesi non perdono mai l’opportunità di perdere un’opportunità".

Siamo noi la saracinesca di ogni opportunità. Il cosiddetto processo di pace non è stato che la creazione di una relazione neocoloniale con l’Autorità Palestinese, e cioè la pace nella proposta della sinistra - secondo cui Israele ha raggiunto la massima estensione possibile, e ora possiamo procedere alla separazione, individuando gli indigeni con cui collaborare. Dirla autonomia, o indipendenza, alla fine è indifferente. Si tratta comunque di cancellare i palestinesi. Eppure all’epoca il dibattito è stato intenso, l’esito di Oslo non era predeterminato: ma tutto è finito con l’assassinio di Rabin, quando la sinistra ha privilegiato l’unità nazionale, e dunque l’accordo con gli estremisti di destra, all’accordo con i palestinesi - i confini interni, invece che esterni. Il cosiddetto ‘disimpegno’ da Gaza, o ‘riposizionamento’ a seconda della propaganda scelta, è invece la pace vista da destra, il ritorno all’unilateralismo: per Rabin era il momento di stabilire il confine, per Sharon ancora no, il confine poteva essere solo la Giordania.Ma il problema rimane lo stesso: convertire i palestinesi in ‘presenti-assenti’. Perché la deportazione non è più un’opzione realistica: e allora l’unica alternativa è escludere nei fatti i palestinesi dal paese, e sperare nel quiet transfer: incentivare l’emigrazione minando le condizioni di vita. Israele oggi è un gigantesco emmenthal, una mappa piena di buchi - e quei buchi, quella rimozione collettiva sono i palestinesi. Ma più in generale, e è evidente con Annapolis, ormai è la stessa retorica delle ‘conferenze di pace’ a ingannare. Si guarda agli invitati. Bisogna invece guardare agli assenti. Conferenze di pace che escludono Hamas, ovvero la maggioranza dei palestinesi secondo democratiche elezioni, sono conferenze di guerra - non sono opportunità. Ma fondamentalmente io non penso che l’oppressore abbia titolo a giudicare l’oppresso, la tattica e efficacia della sua resistenza. Posso criticare solo se sono capace di indicare altre strade.Fossi palestinese, probabilmente avrei molto da non condividere: ma come israeliano, ho scelto di non giudicare. Dovrei forse dire ai palestinesi che colpire civili rende la battaglia meno popolare presso il loro nemico? Per me la dicotomia non è tra violenza e non violenza, ma resistenza e terrorismo: e la differenza non è semantica, ma giuridica, perché la resistenza armata è legittima - è il terrorismo, il colpire indiscriminato i civili, a essere illegittimo: anche quando le bombe piovono dagli aerei di Israele.

"Ma questa è un’occupazione liberale e illuminata. Israele è la sola democrazia del Medio Oriente".

Non è possibile essere insieme etnici e democratici, il sionismo è incompatibile con la democrazia - e non solo quando aggredisce, ma anche quando difende Israele, ovvero la sua natura ebraica intesa demograficamente come composizione prevalentemente ebraica: perché la democrazia è convivenza tra diversi, senza discriminazioni. La nozione israeliana di democrazia è esclusivamente procedurale: elezioni e principio di maggioranza. Ma la democrazia non si può svuotare di diritti, di cittadinanza. La democrazia qui è una specie di piramide, con alla base, larga, piena, gli ebrei israeliani, a cui è consentita anche la dissidenza. Ma poi si passa agli arabi israeliani, in particolare i loro diritti di proprietà e residenza, e l’eguaglianza viene immediatamente meno. Poi ancora i palestinesi dei territori, occupati, non amministrati, e derubati dunque completamente della democrazia. E al vertice, infine, i palestinesi della diaspora - derubati di molto più che la democrazia. Ma non solo. Perché per ogni diritto si ha sempre la possibilità permanente - e giuridicamente lecita, questo è l’aspetto cruciale - di eccezioni: e come insegna Carl Schmitt, sovrano è chi decide dello stato di eccezione. E non è responsabilità solo del governo, qui, o dell’esercito, o dei coloni. Il governo decreta, i tribunali confermano, la società accetta. In televisione sono frequenti i talk show del tipo ‘deportazione, sì o no?’ - è una nuova, perversa normalità. In sessant’anni siamo passati da prigionieri a carcerieri, si spiega ai soldati come entrare in un refugee camp secondo la tecnica dei tedeschi nel ghetto di Varsavia... Già, ora siamo davvero una nazione come le altre nazioni.

"Ma uno stato ebraico è incompatibile con il ritorno dei palestinesi".

Il diritto al ritorno è un diritto inviolabile e indisponibile. Non è possibile mercanteggiare, su questo argomento: e certo poi non con un terzo in sostituzione del legittimo titolare. Prima che discutere di possibili opzioni soluzioni, percentuali, proiezioni, è necessario discutere di valori. Non ha senso parlare di un riconoscimento simbolico - una ammissione della propria parte di responsabilità nel dramma del 1948, come propone la sinistra, e dunque anche del diritto al ritorno, e in cambio però della rinuncia all’esercizio effettivo di questo diritto. Israele fu ammesso alle Nazioni Unite a condizione di rispettare la Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale: i rifugiati sono una questione centrale, non marginale. Perché il diritto al ritorno, o meglio, il ritorno dei palestinesi, è fondamentale per gli israeliani stessi. Altrimenti rimarrà sempre una massa di disperati, in bilico precaria nei paesi vicini, in guerra con noi indipendentemente da ogni formale accordo di pace: e soprattutto, altrimenti l’ipocondria sarà qui la nostra sola forma di salute. Non è solo questione di rimarginare le ferite dei palestinesi, ma anche guarire gli israeliani dalla paura che li sfigura in persecutori. Il ritorno dei palestinesi è la condizione per un autentico ritorno degli ebrei in Medio Oriente.

"Ma buoni steccati, buoni vicini".

Conosciamo, drammatici, gli effetti del Muro sulla vita dei palestinesi, ma è tempo di domandarci quali siano gli effetti sulla vita, e la psiche, degli israeliani. Non è una barriera materiale, è qualcosa di più, perché la separazione non è una tecnica, qui, ma un valore - e la separazione non solo dai palestinesi, ma dal resto del mondo: è il pilastro dell’ideologia sionista, l’ebraicità, e dunque l’omogeneità dello stato. L’obiettivo non è l’eliminazione fisica dell’Altro, naturalmente, ma per il sionismo, intrinsecamente, l’Altro è un problema, non una ricchezza. Non è un Muro, è una filosofia politica. Si discute solo del suo tracciato, non della sua legittimità giuridica o etica, il dubbio è semplicemente dove collocarlo, se più o meno lungo la Linea Verde, includendo o escludendo quanti e quali insediamenti. Ma un Muro non può essere un confine, perché un confine implica reciprocità, che si decida insieme chi entra e chi esce, e a quali condizioni. Se a decidere è una sola delle parti, non si chiama confine, si chiama prigione: e infatti si parla di hafrada, una separazione appunto unilaterale, coercitiva, non consensuale, hipardouth - e hafrada è quello che l’olandese traduce apartheid. Con la sinistra che è pienamente complice di questa filosofia. Non si è mai confrontata con i palestinesi, ha sempre spiegato loro cosa fosse meglio, cosa realistico, cosa no - tutti gli israeliani hanno sempre avuto qualcosa da insegnare agli arabi: se solo avessero accettato la generosa offerta del 1947... L’unica differenza è il paternalismo: il colonialista di sinistra crede di fare tutto per il bene dei palestinesi - una sorta di razzismo compassionevole. Perché poi, appena il colonizzato non recita più disciplinato il ruolo che gli è stato assegnato, e non mendica favori, ma rivendica diritti, il colonialista si sente tradito nella sua fiducia: e allora, con la coscienza tranquilla, legittima moralmente tutto. Per gli israeliani la pace non è questione di giustizia, ma di sicurezza - ovviamente la loro sicurezza. E allora il confine non è più tra israeliani e palestinesi, per me, ma tra persone che cercano la pace e persone che non cercano la pace - o meglio, persone che hanno una diversa concezione di pace. Anche questa è una parola che inganna. Perché il problema è il tipo di pace perseguito. Per me la pace è necessariamente una pace giusta, l’accento è sull’aggettivo, e non sul sostantivo. Non solo l’assenza di guerra, ma la fine dell’occupazione.

"Ma Israele è la salvezza degli ebrei. Lei è un traditore. Un anti-semita".

Ma come posso tradire una causa che non ho mai sentito mia? L’identità israeliana è una identità povera, impermeabile non solo all’Altro, ma anche all’ebraismo. Il sionismo è una duplice nakbah: l’israeliano è solo l’ebreo alto biondo, gli occhi celesti, scolpito e reinventato tra scuola e esercito in nome di un mitico passato biblico vecchio di duemila anni - l’ebreo ariano. Sappiamo la tesi di molti: l’Olocausto è accaduto anche perché gli ebrei hanno consentito accadesse - la mia compagna, nata qui, chiamava ‘saponetta’ tutti quelli che non le sembravano abbastanza forti. D’altra parte, è stata Golda Meir a dire senza mezzi termini che Israele ha bisogno, per esistere, di un ‘moderato antisemitismo’. Perché poi i confini sono anche i confini interni, quelli che tagliano trasversalmente uno stato: e spiegano molto dei confini esterni, dal momento che solo l’emergenza nazionale tiene insieme sefarditi e ashkenaziti, destra e sinistra, laici e religiosi. Solo la Palestina tiene insieme Israele. Ed è per questo che la pace spaventa. Perché a quel punto inizierà la battaglia per la nostra identità... Cosa rimane di un israeliano, oltre il sionismo, oltre l’immagine in negativo di non-palestinese e non-arabo? Quando mi trasferii qui non scelsi Israele, ma Gerusalemme, questa pretesa capitale eterna e indivisibile che è in realtà la città meno israeliana di Israele. Una città irrimediabilmente ebraica, microcosmo della diaspora, un incalzare di periferie in cui si resisteva alla ruspa assimilatrice della modernità sionista, saldi nei propri accenti, le proprie tradizioni - perché le periferie, lontane dal centro, sono la possibilità di abitare la distanza: non solo guardare l’Altro, ma essere l’Altro. Il dubbio, sempre, il ripensamento, ancorati al tempo invece che allo spazio, la propria storia e cultura come la propria unica vera patria. Fino al 1967, Gerusalemme era fisicamente fuori da Israele. Ci si arrivava lungo una strada incuneata in territorio giordano. Era un altro mondo. E i cartelli infatti dicevano: attenzione, confine.

Scusi, ma allora perché non vivere altrove?

Non amo questa domanda. Il luogo in cui si vive non dice tutto di una persona. Quello che importa è cosa si fa o non fa, nel luogo in cui si vive - non erano criminali i tedeschi rimasti in Germania, ma quelli rimasti in Germania senza reagire al nazismo. Vivo in questo paese semplicemente perché è bellissimo. Partire non è un valore, solo una libera scelta, una scelta legittima, ma che non condivido - perché sarebbe anti-palestinese, non anti-israeliana. Bisogna rimanere qui. La parola più affilata è la parola concreta - la resistenza, da questa parte del Muro, è la normalità di chi non vive tra nemici, ma vicini. E poi - partire per dove? La questione palestinese non è che il laboratorio di una guerra globale neoliberista, preventiva e permanente, di una nuova narrazione dominante, quella dello scontro di civiltà. E è qui che il confine si fa frontiera, nel senso americano dei cowboy, l’inizio del selvaggio West, lo spazio della conquista e della dismisura. Non esistono più conflitti locali, solo fronti locali di un’unica guerra per la ricolonizzazione del mondo, attraverso istituzioni e valori presunti universali in nome di una nuova religione, quella per cui al di fuori del mercato non esiste salvezza - un apartheid planetario di centri contro periferie. Nessuno è illeso, nessuno è immune, si chiama Schengen il vostro Muro.

Francesca Borri
Articolo pubblicato da PeaceReporter

Betlemme, Campo profughi di Aida - Il Papa denuncia il muro dell’apartheid

Intervista a Michele Giorgio

La visita di Papa Benedetto XVI nei territori occupati si conclude nella serata di mercoledì. La dodici ore in Cisgiordania del Pontefice fa il giro del mondo: le dichiarazioni contro la cosiddetta barriera di sicurezza costruita dal governo israeliano in Palestina hanno un indubbio significato per quanti e quante ogni giorno lottano contro l’occupazione e l’oppressione israeliana.Alcune riflessioni si impongono di fronte alla eco che queste dichiarazioni stanno avendo. Con Michele Giorgio, giornalista de Il Manifesto un commento sulla visita di Benedetto XVI e sulla situazione dei campi profughi palestinesi. [ audio ]

L’OMS indaga se il nuovo virus dell’influenza A/H1N1 sia stato prodotto in laboratorio.

Esperti dell’OMS stanno indagando sulla possibilità che il virus A/H1N1 dell’influenza umana possa essere stato prodotto per errore umano in un laboratorio. Intanto sempre l’OMS riconosce che i casi confermati sono 5.728 in 33 paesi. Il portavoce dell’organismo, Gregory Hartl, ha affermato che scienziati dell’OMS stanno verificando le prove della teoria dello scienziato australiano Adrian Gibbs che afferma che il virus A/H1N1 possa essere stato causato in laboratorio per errore umano. Nella dichiarazione il portavoce dell’OMS ha detto che è ancora presto per essere certi di questa ipotesi ma che a tal proposito si stanno consultando esperti internazionali in virologia umana e animale. Gibbs, che ha partecipato alla formulazione dell’antivirale (Tamiflu), ha spiegato che le caratteristiche genetiche del virus fanno supporre che sia stato coltivato con le stesse forme con cui nei laboratori si coltivano virus e vacini.
Tratto da la Jornada Vai all’articolo

Perù - Mobilitazione indigena contro la vendita delle terre

Protestano 65 etnie amazzoniche contro le transnazionali
Manifestanti indígeni, che si oppongono allo sviluppo dei campi di gas e petrolio nella zona Amazzonica hanno minacciato di bloccare l’erogazione di energia nel nord del paese. Il Ministro dell’ambiente peruano ha denunciato che gruppi indigeni minacciano di attuare blocchi alle estrazioni nel nord del paese e richiedono la sospensione della possibilità per le trasnazionali di comperare terreni per l’estrazione. Il governo ha decretato dall’inizio di maggio lo stato di emergenza per far fronte alle proteste.
Vedi anche:Perú: siguen las protestas y el debate político sobre el alzamiento de las comunidades indígenas amazónicas
Audio publicado en Más Voces: www.masvoces.org
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Pakistan - L’avanzata militare e i rapporti con Afghanistan e India

Intervista a Emanuele Giordana

Continua l’avanzata militare nella Valle dello Swat. I profughi sono migliaia. Ma quali interessi portano il Governo Pakistano a continuare l’offensiva che si salda con la penetrazione militare americana nel Sud dell’Afghanistan? In questo contesto non può restare indifferente l’intero scacchiere geopolitico dell’area ed in particolare la posizione dell’India che non ha nessuna intenzione di essere esclusa dalla ridefinizione del controllo della zona. [ Audio]

Ecuador: Otra Mitad del Mundo

Presenz/attiva - estate 2009

L’Ecuador, Paese Megadiverso e dagli occhi indigeni, è attraversato dalla Costa all’Amazzonia da conflitti legati al controllo ed allo sfruttamento delle risorse naturali: dai combustibili fossili, alla diversità biologica, ai giacimenti minerari. Anche quest’estate l’Associazione Yabasta! sarà presente in Ecuador per sostenere ed accompagnare donne e uomini, indigene/i e campesinos, de la Otra Mitad del Mundo che sono in movimento per la difesa dei beni comuni.
Il viaggio/carovana prevede di visitare ed attraversare le esperienze delle comunità indigene e campesine che stanno resistendo alle dinamiche di sfruttamento poco sostenibili per l’uomo e per l’ambiente.
Il programma del viaggio prevede le seguenti tappe:
Quito. Incontro con i movimenti urbani e le organizzazioni ambientaliste.
Amazzonia. Toxi-Tour: viaggio e visita nell’Amazzonia ecuadoriana afflitta dalla produzione petrolifera
Sierra. Conoscenza diretta e visita alle comunità rurali che si oppongono ai progetti su larga scala di sfruttamento delle risorse minerarie.
Costa Pacifica, la Ruta del Sol. Visita e sostegno alle comunità mantene che si stanno riappropriando dei diritti sui territori collettivi.
La presenza attiva dell’Associazione Yabasta! è programmata per il mese di agosto 2009. Contattaci!

Agroindustria e biocombustibili, l’impatto nelle campagne brasiliane è duro ma cresce la resistenza

di Gennaro Carotenuto
La Pastorale della terra della conferenza episcopale brasiliana è molto preoccupata. Aumenta ogni anno dal 2006 la risoluzione violenta dei conflitti per la terra in Brasile e i tre quarti di quelli che si concludono con morti si concentrano in Amazzonia, nel Pará e nel Maranhão. L’aumento dei conflitti vuol dire che aumenta l’ingiustizia ma anche che aumenta la resistenza. Si perseguitano i difensori dei diritti umani ma mai come ora si sono liberati schiavi: oltre 11.000 persone tra 2007 e 2008 sono uscite dallo stato di schiavitù. La maggior parte di questi erano sfruttati nel più moderno dei settori agroindustriali, quello dei biocombustibili. Tra i cambiamenti più significativi, se fino a metà decennio la maggior parte dei conflitti aveva tra i protagonisti il movimento dei lavoratori senza terra (MST), negli ultimi anni al centro del maggior numero delle dispute sono venute a trovarsi le popolazioni native. In entrambi i casi il dato è significativo. I Sem Terra sono il movimento sociale più radicato e combattivo del paese e in grado di opporsi in maniera rapida ai soprusi dei latifondisti e delle multinazionali e contrattaccare occupando terre. I popoli nativi invece, sulla difensiva dagli anni ’70 e vittime di un genocidio silenzioso durante la dittatura militare, stanno recuperando protagonismo, iniziativa e capacità di contrattaccare e far valere i propri diritti ancestrali utilizzando leggi e sistema giudiziario che fino a pochi anni fa non erano alla loro portata. Oltre alla Pastorale della Terra interviene nel dibattito la ONG “Reporter Brasil”. L’organizzazione non governativa sostiene come sia risultato fallimentare il tentativo del governo di centro sinistra presieduto da Lula di fomentare una produzione dei biocombustibili con funzioni sociali e che oltre a produrre utili e rappresentare un tassello importante dell’indipendenza energetica del paese doveva anche produrre lavoro. “Il governo – secondo Marcel Gomes, coordinatore del programma di monitoraggio sui biocombustibili- pensava di sviluppare la piccola produzione dei biocombustibili fino a coinvolgere 200.000 famiglie contadine”. Non è andata così, ad oggi sono appena 30.000 le famiglie coinvolte nei programmi governativi di un paese che oramai –soprattutto con l’agroindustria- produce un miliardo di litri di biodiesel all’anno. “Sono mancati quasi del tutto gli incentivi, l’assistenza e la grande distribuzione non aveva interesse a favorire i piccoli produttori. Inoltre la soia [come avviene in altri casi come in Argentina] si è dimostrata una tipica monocoltura poco adatta alle famiglie contadine che hanno bisogno di differenziare la loro produzione per vivere. Tutto ciò rende il nostro bilancio di questa esperienza particolarmente negativo”. È senz’altro d’accordo con Gomes “Via Campesina”, il grande movimento mondiale che raccoglie 300 milioni di piccoli agricoltori di 80 paesi: “negli ultimi anni più va avanti la tecnologia agroindustriale e più cresce la fame e l’ingiustizia. Il modello agroindustriale ha aumentato la produzione agricola ma ha ridotto alla miseria gli agricoltori, aumentato l’inquinamento. L’agricoltura deve dar da mangiare a chi lavora la terra non garantire lucro agli industriali”.

Industria estrattiva ed energetica: il virus del capitalismo e l’inquietudine dei governanti


di Alfredo Seguel*
Il Presidente del Brasile mostra all’opinione púbblica le sue mani unte di petrólio in segno di "progresaso e ricchezza"; La Presidente dell’Argentina è portavoce delle Transnazionali Minerarie e consegna i beni naturali del suo Paese; il Presidente del Venezuela allarga miniere e pozzi petroliferi ...Industrie estrattive ed energetiche stanno divorando Popoli e Pianeta ...Pressochè nessuno dei governanti stà entrando nel merito, mentre sorge sempre con più forza la resistenza locale contro abusi e ingiustizie; ed escono proposte ... Neoliberismo e pseudo socialismo Uniti!La presidente del Cile, da il via libera a imprese minerarie, forestali, cartarie, idroelettriche, come partecipazione all’asse del male (più colombia e Perù) ...... e il blocco dei governi chiamati ’Progressisti’ contagiati con il malefico neocapitalismo.

El Capitalismo ha sido uno de los grandes males que le ha podido ocurrir a la Humanidad y al Planeta. La génesis de la explotación y sobre explotación, cuya esencia se encuentra en la expansión de las industrias extractivas y energéticas; El camino al abismo y a la locura esquizofrénica. El origen del debacle mundial, de las crisis y del calentamiento global. Un Virus asumido y arraigado en todas las ideologías tradicionales de occidente.
La extracción de bienes naturales como mineras, petróleo o monocultivos industriales, reemplazando tierras cultivables o de bosques nativos; Papeleras o Celulosas; y la expansión de las represas hidroeléctricas para dotar de energía a las mismas mineras, petroleras o celulosas, y a la especulación frente a la crisis de agua dulce que viene, son el reflejo de un continente planificado a la medida del neo capitalismo, sin fronteras, como el Plan Puebla Panamá para centro América y la Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana IIRSA, las que siguen avanzando, sin importar el color ideológico ni los nacionalismos con que se tiñen gobernantes y “Gobernados”, solo cambia la forma de su administración.

Los dos bloques: Capitalismo Estatal y Capitalismo Neoliberal
El mundo occidental se ha distribuido en dos bloques frente al fomento de las industrias extractivas y energéticas. En un capitalismo estatal y otro neoliberal. La región es un fiel reflejo de ello, donde prevalece el neoliberalismo, con un bloque ultra neoliberalista como son Colombia, Perú y Chile, este último, desde los 70 y 80 es la cuna del modelo en la región, el laboratorio del imperialismo y uno de los principales indicadores en la actual crisis capitalista en el occidente.
En los casos de Colombia y Perú se instaló planificadamente desde los 90 en adelante el nefasto modelo ultra neoliberal al interior de los estados con el directo involucramiento de Estados Unidos, particularmente durante la administración de Busch, a costa de la matanza y desplazamiento de poblaciones, tal cual como ha ocurrido en diversos países del continente, donde “el terrorismo” y la protesta han servido de excusa para la eliminación de “focos sociales peligrosos”. Cabe preguntarse ¿Cuántas Corporaciones económicas estaban detrás de todo eso? Son formas de nuevos genocidios, colonialismos y saqueos y lucro desproporcionado de transnacionales en desmedro de inmensas mayorías.
Esta realidad, además de atentar contra bienes comunes, soberanías de los Pueblos y economías locales; Además de estar escoltada por acciones estatales represivas y brutales, de criminalización, judicialización y persecución política contra la protesta de personas u organizaciones que son vistas como “enemigos internos”, también, junto con la contaminación social causada, incrementan un enorme daño al medio ambiente. Todas estas actividades de industrias que intentan expandir, causan severos impactos.
Paradójicamente, Gobiernos que se dicen socialistas, de izquierda o progresistas, como el de Uruguay, Paraguay, Venezuela, Argentina, o el propio Chile, han asumido un camino de un profundo capitalismo expansivo y sobre explotador, en mayor o menor grado, como el extremo que tiene Chile, absolutamente neoliberal; o bien, el de Venezuela con procesos de nacionalización para la intervención directa del estado en los extractivos de bienes naturales.
En la mayoría de estos países, el tener este tipo de Gobiernos ha sido el mejor de los beneficios que pueden tener las grandes Corporaciones Económicas. El País se maquilla de progresista, se contiene en gran medida el reclamo social, se come y bebe “socialismos” y “justicia social”, mientras continúa avanzando el neoliberalismo y sus industrias, hoy en una severa crisis, pero los gobernantes no son capaces de reformularse, por el contrario, torpemente se someten y promueven su expansión.
Hace algún tiempo, un venezolano pro Gobierno de Chávez, en un Foro sobre industrias extractivas realizado en Bogotá, señalaba “El Petróleo es una bendición que permite financiar la Revolución Bolivariana. Es salud, educación, trabajo y bienestar para el Pueblo”. Un indígena de Bolivia en el mismo encuentro decía “Es la sangre de la Pachamama, que al extraerla y explotarla contamina, causa codicias y avaricias, destruye nuestras subsistencias tradicionales, nuestra espiritualidad y nos desplaza desde donde habitamos”
El Presidente de Brasil, Luiz Inácio Lula Da Silva, con sus manos untadas en crudo en señal de “progreso”, manifestó recientemente su interés por aumentar la exploración y explotación de yacimientos de petróleo a través de la empresa estatal Petrobrás “Cuánto más petróleo, mejor”, señaló. Por su parte, su par, la Presidenta de Argentina, Cristina Fernández, ante la ofensiva de la transnacional Minera Barrick Gold por explotar un mineral en la cordillera con un proyecto “Bi estatal”, junto con posibilitar el anunció oficial de la empresa en la misma casa rosada del inicio de sus actividades, señalaba: "la minería no es una cuestión menor, sino que es algo trascendente" También confirmó que los países desarrollados agotaron sus recursos y los obtendrán de “nosotros”.
El Presidente de Venezuela Hugo Chávez, junto con iniciar un proceso de nacionalización de firmas petroleras, anunció una fuerte ofensiva en el aumento de explotación petrolera en dicho País con nuevos acuerdos comerciales con diferentes Países. Su par, la Presidenta de Chile, junto con dar luz verde al proyecto minero de Barrick Gold, se comprometió a poner a disposición el aparato público estatal a favor de grupos económicos para el aumento de la expansión industrial de monocultivos forestales de especies exóticas y de salmones luego de un extremo saqueo; y sigue siendo promotora en la expansión de proyectos de represas hidroeléctricas y de celulosa, paradójicamente, a favor de grupos económicos que en su mayoría han sido pro golpistas en este País y con enormes fortunas que encabezan listados en Latinoamérica, como Angelini, Luksic y grupo Matte.
Justamente, ante las alabanzas que el ex Presidente de Cuba Fidel Castro hiciere a la industria salmonera y forestal en Chile, post reunión con la Presidenta de Chile Bachelet organizaciones Mapuches y ambientales señalaban a fines de febrero 2009 en una carta abierta "Emplazamos a los Gobiernos que han asumido en sus discursos ideales revolucionarios, a la consecuencia, a la renovación de sus dogmas, a la construcción de verdaderos socialismos, donde los Derechos sean lo primero y las soberanías recaigan en los Pueblos y no en las empresas capitalistas ni en los Estados de manera totalitaria". Agregaban, en consideración a las actividades industriales en Chile: “Por lo señalado, mantenemos una profunda crítica ante los impactos que este tipo de modelo y políticas han venido generado a los diversos territorios y habitantes en Chile, los ecosistemas y los bienes naturales. Asimismo, con conciencia social, actuamos por la defensa y recuperación de los derechos colectivos de los Pueblos”

Industrias extractivas y calentamiento Global: ¿Qué pasa con la Madre Tierra, La Pachamama o la también llamada Ñuke Mapu?
El calentamiento global comienza con la era del petróleo, desde mediados del siglo 19 y con mayores y graves impactos hasta nuestros días, como consecuencia de la desmedida emisión de gases causadas principalmente por fábricas, transporte, refinerías, fundiciones, procesos hidrocarburíferos, plantas, centrales, entre otros.
Dichos gases se han instalado como cortina en la atmósfera perdiendo ésta sus capacidades filtrantes. Esta situación provoca que los rayos solares que entran al planeta no puedan tener el retorno normal para ser reflejadas en el espacio, varios de los cuales siendo nocivos para la vida, se devuelven al planeta. Rayos que entran y no salen, calentando más de lo necesario a la Tierra, lo que provoca grandes transformaciones físicas, como el derretimiento de los polos y la consecuente subida del nivel del mar; Y la disminución de hielos y nieves en las zonas cordilleranas que crean las fuentes de agua dulce.
El agua cada vez se hace más escasa y en esos cursos se están instalando innumerables proyectos de represas hidroeléctricas, que no solo buscan proveer energía, sino verdaderas especulaciones para nuevos gananciales de privados.
Las industrias extractivas como las petroleras y mineras, la forestal-celulosa, están causando serios desequilibrios y agudizan los embates del cambio climático y de paso, generan desechos tóxicos y contaminación que en su mayoría los reciben sectores sociales vulnerables en sus derechos, como sucede con las Comunidades indígenas en diversas zonas rurales.
A causa de la industria de celulosa – papelera, Chile está hipotecando su soberanía y seguridad alimentaria y de biodiversidad, pretendiendo botar desechos tóxicos al mar, cuyo impacto causará graves daños a lo menos en dos regiones del País. En la amazonía del Perú, como ejemplo, bajo la promoción de un gobierno corrupto (petro audios), ultra neoliberal y racista, más de 20 empresas transnacionales se disputan la exploración y explotación hidrocarburífera en lotes petroleros cuya extensión alcanza las 55.000.000 hectáreas (75 % de su extensión en el Perú) por sobre tierras de Comunidades indígenas, reservas y espacios de indígenas en aislamiento voluntario. Ya han existido casos de grave contaminación (Pluspetrol), como el río corrientes en Iquitos, con verdaderos genocidios a indígenas, tal cual ha ocurrido en diferentes países, como el de Ecuador y la contaminación de Texáco; y el de Argentina, en Loma de la lata, con la contaminación de Repsol YPF.
Casos similares a causado la industria minera, muchas veces contaminando el agua con el mismísimo cianuro y causando verdaderas sequías por su uso desmedido, dejando en el más absoluto desamparo a vastas poblaciones; O el de las dioxinas emitidas por la industria de celulosa - papelería, vinculada a la industria Forestal con sus enormes plantaciones de monocultivos de agua de especies exóticas, las que se han convertido en verdaderas bombas succionadoras del agua. En efecto, en las diferentes zonas donde se concentran, se han convertido en desiertos, agregando a esto, el reemplazo que se viene haciendo de tierras útiles para el bosque nativo, la agricultura o ganadería.
Transgénicos en plantas, árboles y alimentos; industria de la carne sin ningún respeto a seres vivientes, bajo una soberbia de que todo es posible controlar porque “estamos hechos a imagen y semejanza divina”, Bio combustibles, experimentos bacteriológicos, son prácticas que no tan solo están arrojando secuelas al medio ambiente, sino a los propios humanos. Las enfermedades del “Apocalipsis neoliberalista”, tienen su origen en este tipo de actividades. El virus porcino, aviar, el asiático, el de la vaca loca, son resultado de ello.
A pesar que a nivel mundial sectores privados, gubernamentales, científicos, coinciden en que el calentamiento global y su consecuencia: El cambio climático, son situaciones de suma gravedad y de inmediata atención, el capitalismo industrial, principal responsable del debacle del planeta, no se está cambiando, por el contrario, se está expandiendo e imponiendo por la fuerza

¿Un tercer Bloque se construye y/o se levanta?....... “Se viene el estallido”…”Atrévete-te-te-te”
Aún no hay ninguna revolución profunda en occidente. Sin embargo, puede que Ernesto Guevara haya tenido razón en haber apostado por Bolivia, hecho que le costó la vida. En reiteradas ocasiones se ha celebrado el proceso transformador que se está viviendo en Bolivia bajo la conducción que simboliza Evo Morales. Se ha entendido que por primera vez en la historia de este continente, se está poniendo fin a un Estado colonialista, racista, excluyente, unicentrista, oligárquico, capitalista, para dar paso a las autonomías y soberanías de los Pueblos, a sus Derechos Humanos colectivos, a la libredeterminación, bajo la estructura de un Estado Plurinacional y Pluricultural. Aparentemente, es el camino de una idea profunda revolucionaria, que sin embargo, se encuentra aún en una isla, en medio de profundos capitalismos y depredadoras industrias. En Bolivia, no tan solo se le está poniendo algunos límites a las formas de explotación petrolera o minera, sino también, se está priorizando las economías locales, la diversidad y la soberanía alimentaria de sus pueblos.
Mientras, en los otros estados, los Pueblos asumen la desobediencia civil, la rebelión, la insurgencia, como actos legítimos y PACÍFICOS de defensa, de protesta social, de ejercicio de participación y autogobierno y que son parte de los Derechos colectivos, los que, por la coyuntura, se hacen absolutamente necesarios emprenderlos o fortalecerlos, y que se hacen más vigentes frente a los abusos, atropellos, discriminación y arbitrariedad estatal. Estos actos, no son lo mismo que terrorismo o actos violentos como han tratado de “situarlos”. Las armas, los montajes, las planificaciones de inteligencia, las militarizaciones, las persecuciones, han venido siempre desde los poderes fácticos de los estados. Intentar responder con la misma moneda, es lanzarse a un barranco y nutrir las estrategias del poder coercitivo; y de paso, permitir que sigan reprimiendo o interviniendo a las fuerzas sociales.
Es cierto que existe una violenta ofensiva capitalista, pero también, es cierto que se están intensificando las resistencias. A pesar del escenario desesperado que muestran ciertos gobiernos y Corporaciones, sigue triunfante la dignidad y la decencia. Sigue vigorosa la conciencia y el accionar de quienes se esmeran en defender los Derechos colectivos de los Pueblos frente a estados corrompidos por las transnacionales o seudos o falsas izquierdas.
La lucha para frenar los proyectos de inversión pública o privada de industrias extractivas o energéticas, no es tan solo una lucha por derechos o medio ambiente, es a su vez, un aporte a la transformación del dañino modelo económico imperante y de contribuir eficazmente a su caída.
Se hace fundamental entonces, que en medio de esta denominada crisis capitalista, que agrupa e impacta a izquierdas tradicionales, centros y derechas, agrupados y distribuidos en dos bloques, surjan las fuerzas sociales con su diversidad de propuestas y alternativas con relación a formas de organización social y política, economías, tipos de energías y un cambio radical de trato con la naturaleza, donde, con firmeza, se diga y se asuma que es mejor que el crudo y los minerales queden en el suelo. La suma de todo esto sería la construcción de una verdadera y auténtica revolución, la que podría denominarse como “El tercer Bloque”, el de los Pueblos, el de las soberanías populares, el que es capaz de abrir las fronteras no para el capitalismo, sino para la integración y la solidaridad. Se hace urgente y necesario construirlo y quizás ni siquiera sea necesario inventar, sino más bien recuperar. Existe mucha sabiduría en la memoria de los Pueblos.

*Alfredo Seguel fa parte del gruppo di tecnici e professionisti cileni di Temuko – Konapewman, di gruppi di lavoro del coordinamento di organizzazioni e identità territoriali ed è portavoce del coordinamento delle comunità in conflitti ambientali.

giovedì 14 maggio 2009

Contro il G8 University Summit - Avviso ai naviganti: previste onde anomale

Una settimana di iniziative a Torino verso la manifestazione nazionale di martedì 19 maggio (inizialmente prevista nel pomeriggio ma anticipata la mattina) lanciata dalla Rete contro il G8 di Torino. Mercoledì scorso si era svolta la prima inziativa con l’occupazione degli uffici del Miur ed un corteo per il centro cittadino."Un percorso", dicono gli studenti dell’onda torinese, "che si può riassumere in due parole: arroganza e fallimento".

Vedi anche:Torino - Appello della Rete contro il G8 University Summit
Speciale, l’Onda verso il G8 di Torino - Interviste e info dalle facoltà di tutta Italia
Link
http://www.uniriot.org
ondanog8.blogspot.com

Appello 28-29-30 Maggio contro il G8 su immigrazione e sicurezza

Intolleranti al razzismo.
Per abbattere muri e frontiere.
Per una cittadinanza globale.
Nabruka Mimuni, questo è il nome della donna che si è tolta la vita nella notte tra il 6 e il 7 maggio nel lager di Ponte Galeria, alle porte di Roma. 227, le persone delle quali non conosciamo il nome né la sorte respinte verso la Libia nella stessa notte, inaugurando la linea dura del ministro Maroni sui respingimenti in mare. Inutile parlare di diritti umani inviolabili, illusorio appellarsi a una qualche convenzione internazionale, insufficiente erigersi a difesa della Costituzione italiana.
Classi separate, autobus separati, medici spia, presidi spia, reato di clandestinità, sindaci sceriffo, “sicurezza partecipata”, esercito nelle strade, militarismo civico, checkpoint metropolitani: il mondo intorno a noi sembra evolversi rapidamente in un’escalation di razzismo e violenza istituzionale che mirano a stringere tutte e tutti noi nella morsa della paura, dello sfruttamento e del controllo. Il governo blinda il pacchetto sicurezza. Berlusconi non vuole un’Italia multietnica e lo spettro dell’apartheid si fa realtà.
Le politiche razziste e securitarie sono pratiche di governo nella crisi economica. In assenza di politiche anticrisi l’unica risposta è la sicurezza che si traduce nella riduzione di libertà e diritti. Come fermare altrimenti le resistenze se non ingabbiando (preventivamente) la società, producendo separazione e odio razziale? Queste misure colpiscono in particolare i/le migranti ma riguardano tutt* e puntano a dividere e a rompere i rapporti di solidarietà tra le persone, alimentando la paura e rendendo tutt* più ricattabili.
Ma il futuro non è scritto. Le rivolte nei centri di detenzione per migranti (CIE), da Lampedusa a Torino, da Milano a Ponte Galeria, accendono un fuoco di speranza e libertà. Le voci e le mobilitazioni contro il pacchetto sicurezza gridano che sono molt* a sfidare la paura. Le lotte sociali non si fermano, anzi si moltiplicano.
È urgente nelle prossime settimane moltiplicare azioni e manifestazioni per rendere visibile l’indignazione e la rabbia nei confronti di un governo sempre più razzista. Il 23 maggio a Milano ci sarà un’importante manifestazione nazionale della campagna "Da che parte stare", contro la crisi, contro il razzismo e per i diritti dei migranti.
Tra il 28 e il 30 maggio si terrà a Roma il G8 dei ministri della giustizia e degli interni, che discuteranno di sicurezza, crisi e immigrazione. A presiederlo sarà il ministro razzista Roberto Maroni. Saranno in 8, solo in 8. Vorrebbero gestire la crisi sulla nostra pelle, laddove la politica economica non offre soluzioni, laddove il capitalismo traballa, laddove la crisi è globale e non conosce frontiere, la loro risposta è approfondire le differenze, contenere chi si ribella e chi lotta per la propria dignità.
E’ arrivato il momento di far convergere le nostre lotte, le lotte dei migranti, degli studenti, di lavoratori e lavoratrici precar* che si ribellano a un mondo fatto di sbarramenti e frontiere, di muri e razzismo feroce. Queste lotte stanno costruendo una rete di resistenze alla crisi, al pacchetto sicurezza e al G8 di fine maggio, che intende ratificare provvedimenti già operativi da tempo. Sui nostri corpi, sulle nostre vite, contro i nostri diritti.
Per questo facciamo appello a costruire una settimana di mobilitazioni che dal 23 maggio a Milano passi per due giornate di azione decentrata il 28 e 29 maggio e per la manifestazione globale di Roma del 30 maggio.
Per contestare le politiche razziste e liberticide del governo del mondo, laddove il razzismo non guarda solo al colore della pelle, ma vuole colpire trasversalmente tutt* coloro che reclamano diritti, reddito, casa, cittadinanza, libertà di movimento.

Contro il pacchetto sicurezza e le leggi razziste.

Per la chiusura dei CIE in Italia, in Europa e in tutto il mediterraneo.

L’unica sicurezza che vogliamo è la libertà.

Contro frontiere e muri, per la libertà di movimento.

Siamo tutt* clandestin*, la cittadinanza che vogliamo è globale


Giovedì 28 e Venerdì 29, Giornate di azioni decentrate.
Sabato 30, Manifestazione globale contro il G8 a Roma.

Verso la mobilitazione contro il g8 di luglio. Noi la crisi non la paghiamo!
Rete noG8 - Roma

Continua la guerra israeliana contro la Striscia di Gaza.

Questa notte, le forze di occupazione israeliane hanno bombardato le case dei cittadini palestinesi situate ad est del campo profughi al-Maghazi, nel centro della Striscia di Gaza.
Secondo fonti locali e testimoni oculari, "mezzi meccanici e carrarmati che stazionano in prossimità della postazione militare israeliana 'Meghen', al confine orientale della Striscia, hanno aperto il fuoco all’impazzata, utilizzando mitragliatrici pesanti, verso le case e le proprietà dei cittadini palestinesi situate ad est del campo profughi, causando ingenti danni materiali. Non ci sono segnalazioni di vittime".
Le forze di occupazione israeliane di stanza lungo la frontiera di Gaza sparano ogni giorno contro i cittadini, soprattutto contro gli agricoltori che lavorano le loro terre.
Nella città di Khuza'a a est della città di Khan Youis, nel sud della Striscia di Gaza, i testimoni oculari hanno riferito che durante la notte hanno udito violenti scontri tra resistenti palestinesi e le forze israeliane penetrate nella zona.
In un comunicato stampa, le Brigate al-Quds, il braccio armato del Jihad islamico, hanno affermato di aver sventato un tentativo di invasione, da parte delle forze di occupazione, nella zona a est della cittadina di Khuza'a. Hanno parlato anche dell’esplosione di due ordigni contro una forza di fanteria israeliana. Nel nord di Gaza, i testimoni oculari hanno riferito che "gli aerei da guerra israeliani sorvolano a bassa quota e massicciamente il cielo a nord-est della Striscia di Gaza".
da Infopal

Repressione per esponenti kurdi in Europa

Contro il popolo kurdo la Turchia, l'Iran e la Siria stanno mettendo in atto forme di negazione e distruzione della via politica, attraverso le operazioni militari, gli attentati e gli arresti minano le condizioni per una soluzione della questione kurda. Le nostre preoccupazioni si fanno sempre più gravi, soprattutto negli ultimi tempi, dopo le recenti elezioni amministrative in Turchia, in particolare con le operazioni e gli arresti nei confronti del DTP. Il popolo kurdo ha dimostrato democraticamente alle elezioni di non volersi arrendere ed è difficile per lo Stato turco accettare questa situazione. Anche i kurdi che vivono in Europa si ritrovano di fronte alle stesse politiche applicate dalla Turchia, gli stati europei per decenni hanno messo da parte i diritti democratici del popolo kurdo, e si sono occupati solo dei propri interessi economici e politici. Quello che sta facendo lo Stato turco nei confronti dei rappresentanti del DTP, viene fatto allo stesso modo dagli Stati europei. In questi ultimi giorni due esponenti politici kurdi, l’ex deputato del DEP Remzi Karatal ed Eyup Doru, sono stati prima arrestati, e hanno poi avuti concessi gli arresti domiciliari dal Governo spagnolo, che ha comunque avallato l’ipotesi della loro estradizione in Turchia, purtroppo siamo sicuri che queste procedure continueranno. Si tratta di una decisione totalmente politica, per lo stesso motivo Remzi Kartal era già stato arrestato in Germania per poi essere rilasciato su ordine del Tribunale. Ovviamente, questo atteggiamento da parte del Governo spagnolo è per noi inaccettabile. Invece di passare a una fase di risoluzione del problema kurdo, i paesi europei con questo atteggiamento portano all’allontanamento della soluzione pacifica e, soprattutto, lasciano agli stati coloniali la libertà di infierire nei confronti del popolo kurdo. In un quadro di diritti universali e leggi europee decisioni di questo tipo non dovrebbero essere prese e non possono essere tollerate. Per questo, consideriamoinaccettabile l'atteggiamento del Governo spagnolo e chiediamo al Governo turco di rivedere immediatamente la decisione nei confronti dei rappresentanti del partito DTP, di concedergli il diritto alla libertà politica. A questo proposito, facciamo appello affinché l'Unione Europea intraprenda le necessarie iniziative, e che allo stesso tempo per i nostri esponenti politici arrestati in Europa si possano far valere le disposizioni della Convenzione di Ginevra del 1951 sui diritti dei rifugiati, che sono legati allo status che già gli era stato riconosciuto e di cui sono entrambi titolari. A causa della violazione di tali diritti l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati dovrebbero intervenire immediatamente. Ugualmente chiediamo di prendere posizione alle organizzazioni per i diritti umani e alla società civile d’Europa. Gli Stati coloniali, in particolare la Turchia, costringono i kurdi a lasciare il loro paese a causa della repressione, per questo sono costretti a rifugiarsi inEuropa, ci appelliamo alle autorità della Spagna ed europee affinché si lavori per una soluzione della questione kurda e si avvii un rapporto di amicizia con il popolo kurdo in tutti i settori e nei diversi modi possibili, per tentare di migliorare questa situazione attraverso le varie forme di espressione che la democrazia ci offre.
Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!