mercoledì 25 novembre 2009

Afghanistan, Obama approva il 'surge'

Il nuovo invio di soldati sarà

annunciato il 1 dicembre



Il nuovo invio di soldati sarà annunciato il 1 dicembre

di Enrico Piovesana

Alla fine Obama ha deciso: al fronte altri 34mila soldati Usa per contenere l'avanzata dei talebani, contro i quali Washington sta segretamente assoldando anche milizie tribali pashtun

Dopo aver convocato, lunedì sera alla Casa Bianca, l'ennesimo consiglio di guerra, il premio Nobel per la pace Barack Obama ha deciso di inviare in Afghanistan altri 34mila soldati statunitensi. L'annuncio verrà dato pubblicamente martedì primo dicembre.
Ignorando le posizioni del suo vice Joe Biden e della maggioranza del Partito Democratico - convinti che un'escalation militare in Afghanistan non giovi alla sicurezza nazionale e alla lotta al terrorismo - il presidente Obama ha quindi accolto quasi in pieno la richiesta del generale Stanley McCrystal, comandante delle truppe alleate sul campo, il quale a settembre aveva detto chiaro e tondo che senza rinforzi sufficienti a rovesciare le sorti del conflitto nel giro di un anno, ovvero almeno 40mila soldati, "rischiamo di trovarci in una situazione per la quale non sarà più possibile sconfiggere l'insurrezione".

Più truppe anche dagli alleati europei. La decisione di Obama, che porta a centomila il numero dei soldati Usa impegnati sul fronte afgano, obbliga anche gli alleati europei, impegnati con 36mila uomini, a fare di più.
Il 3 dicembre i ministri degli Esteri della Nato si incontreranno a Bruxelles per decidere quanti altri soldati mandare in guerra. Washington ne gradirebbero tra i tre e i cinquemila e spera di ottenerli dalla fida Gran Bretagna, dalla Turchia, dalla Romania, ma anche dalla Germania e dall'Italia e perfino dalla Francia.
Non che gli Stati Uniti abbiano un reale bisogno di qualche battaglione in più. La questione è prettamente politica, simbolica: "La guerra in Afghanistan non è un affare solo americano, è un gioco di squadra, e ognuno deve fare la sua parte", ha recentemente dichiarato il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen.

Rinforzi oggi per andarsene domani. L'invio di massicci rinforzi che Obama sta per annunciare è solo apparentemente in contrasto con la nuova strategia di ‘exit strategy' decisa dalla Casa Bianca e dalla Nato. Una strategia che prevede la progressiva ‘afganizzazione' del conflitto, lasciando alle forze afgane il compito di fronteggiare i talebani, così da consentire il progressivo ritiro delle truppe occidentali. Questo dovrebbe succedere nel giro di circa cinque anni. Ma perché tutto proceda secondo i piani, è necessario evitare che i talebani vincano subito la guerra costringendo l'Occidente a un'umiliante ritirata anticipata. Da qui la necessità di più truppe per ‘tenere duro' ancora per qualche anno.

Milizie pashtun al soldo degli Usa. La strategia Usa procede su un doppio binario: invio di rinforzi e parallela preparazione delle forze afgane. Forze regolari - esercito e polizia che si intende potenziare dagli attuali 180 uomini a 400 mila - ma sopratutto milizie irregolari private. Questo ‘secondo binario' è tenuto segreto, vista la sua palese contraddizione con i passati programmi di disarmo delle milizie dei signori della guerra - programmi costati miliardi di dollari alla comunità internazionale - e considerato il suo inevitabile effetto: quello di lasciare in eredità all'Afghanistan, dopo anni di occupazione militare, una guerra civile foraggiata dall'Occidente. Di questo programma segreto, fortemente voluto dal generale McCrystal, sono trapelate solo poche informazioni sulla stampa.

Dalle Appf di McKiernan alle Cdi di McCrystal. Si chiama 'Iniziativa per la difesa della comunità' (Cdi) ed è l'evoluzione del programma 'Forze afgane di protezione pubblica' (Appf) avviato dal generale David McKiernan due mesi prima di venire sostituito da McCrystal. La differenza è sostanziale.
Le Appf, sperimentate lo scorso aprile nella provincia di Wardak, erano delle forze di polizia ausiliaria in divisa, reclutate tra la popolazione civile, selezionate e addestrate secondo dei criteri ben precisi e poste sotto il comando della polizia afgana.
Le Cdi invece non sono altro che preesistenti milizie tribali assoldate, e affiancate, dalle forze speciali Usa che rispondono direttamente al comandante McCrystal (al di fuori, quindi, della missione Nato), il quale, per questo scopo, dispone di un apposito budget di 1,3 miliardi di dollari.

Coinvolto nelle Cdi un losco politico afgano. Il nuovo programma, preferito a quello delle Appf per la sua maggiore rapidità di attivazione e modellato sull'analogo programma iracheno dei ‘Consigli per il risveglio', è già operativo in quattordici aree del sud, dell'est e dell'ovest afgano e coinvolge già migliaia di miliziani pashtun. Uomo chiave di questo discusso programma è un influente politico di Helmand Arif Noorzai, ex ministro degli Affari Tribali, accusato di legami con il narcotraffico. La scelta è caduta su di lui perché questo losco personaggio è già a capo di una milizia tribale di 12.500 uomini messa in piedi quest'estate per vigilare sulle elezioni presidenziali del 20 agosto. Gran parte di questi miliziani, dopo il voto, sono confluiti nell'Iniziativa per la difesa della comunità.

Tratto da:

Il Presidente Iraniano in trionfale viaggio in America Latina

Il nemico del mio nemico è il mio amico


Brasile

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad viene ricevuto calorosamente dal Presidente Lula. Alla conclusione dell'incontro di più di tre ore il Presidente brasiliano ha invitato le potenze occidentale a ritirare la minaccia di sanzioni per il programma nucleare della repubblica islamica e di negoziare invece una soluzione equa.

Inoltre Lula, che nel parlare della diplomazia come la strada migliore per favorire la pace in Medio Oriente e alleggerire le tensioni tra Iran, Stati Uniti e comunità internazionale, ha ancora una volta difeso il diritto di Teheran ad avere un programma nucleare pacifico.

I commentatori internazionali sottolineano come il Brasile abbia peraltro tutta l'intenzione di continuare così ad accreditarsi come un attore fondamentale nel quadrante internazionale.

Bolivia

Ahmadineyad e Evo Morales dopo essersi incontrati hanno confermato la dichiarazione congiunta contro la “doppia morale in materia di energia nucleare”. Il Presidente iraniano si è spericato nel definire Morales un “caro amico rivoluzionario” dopo aver criticato l'imperialismo statunitense, Morales ha confermato “le enormi coincidenze tra l'Iran e la Bolivia in difesa della dignità e della sovranità” dopo aver anche lui criticato l'imperialismo statunitense.

Durante l'incontro l'Iran ha confermato gli accordi in materia petrolchimica, agricola etc con la Bolivia per l'ammontare di circa 650 milioni di dollari oltre a portare a casa l'inclusione dell'Iran nel comitato che studia lo sfruttamento della riserva di litio nello Uyuni, una delle più grandi del mondo.

Manca ora la tappa venezuelana del viaggio ma già possiamo immaginarci i discorsi di Chavez a fianco del regime iraniano.

Non una parola sulla repressione sistematica del governo iraniano, non una parola sulla mancanza di libertà.

Questi abbracci e strette di mano sono la migliore interpretazione del vecchio adagio politico “il nemico del mio nemico è mio amico”. Dove conduce questa logica aberrante? E' questo ciò che esprime il nuovo corso "socialista" sudamericano? E cosa significa anche per l'impostazione strutturale delle società brasiliana, boliviana e venezuelana, che il petrolio o il litio, o il nucleare e l'antiamericanismo valgono più della libertà dei popoli?

Noi preferiamo guardare da un altro lato, quello dal basso. Lo sguardo con cui sempre abbiamo guardato al continente latinoamericano, senza cercare “fari” o riferimenti ideologici e assoluti come molti ancor oggi continuano a fare. E' lo stesso sguardo che ci ha fatto seguire con solidarietà e condivisione le mobilitazioni in Iran, contro ogni ipocrisia.

Ai “fari” preferiamo le onde del mare della realtà …

Flash climatici

Il nesso tra guerre e cambio climatico in Africa
Arresti davanti al Parlamento Australiano


Uno studio: il cambio climatico provocherà più guerre civili in Africa.

Intorno alla questione del cambio climatico, un'equipe di studiosi predige che l'aumento della temperatura in Africa provocherà più guerre civili nei prossimi vent'anni. Lo studio offre la prima prova quantitativa che mette in relazione il cambio climatico con il rischio di conflitti.

David Lobell, professore aggiunto del Woods Institute de Stanford, ha affermato “Quello che abbiamo scoperto, sorprendentemente, è che non solamente c'è un chiaro effetto ma una relazione molto forte tra guerre civili e stato del sistema climatico. Tenendo in conto questo, possiamo dire che con l'aumento di un grado, che è quello che prevediamo per le prossime decadi, possiamo aspettarci un incremento approssimativo del 50% nelle guerre civili in Africa. Possiamo calcolare che circa 400.000 persone, moriranno per le guerre civili provocate dal cambio climatico.

Lo studio è stato pubblicato negli Atti dell'Accademia Nazionale delle Scienze.

130 attivisti per la giustizia climatica vengono arrestati davanti al Parlamento Australiano.

Più di 130 australiani sono stati arrestati lunedì durante un sit-in di fronte al Parlamento. I manifestanti chiedevano che il governo australiano si impegni a ridurre del 40% il livello di emissioni del 2000 entro il 2020.

lunedì 23 novembre 2009

Aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza: è la più grave dall'ultima dell'inverno scorso.


Negli ultimi giorni, la Striscia di Gaza ha subito una violenta aggressione israeliana, la più sanguinosa dall'ultima scatenata tra la fine del 2008 e l’inizio dell'anno in corso, nella quale furono uccisi oltre 1.500 palestinesi, con migliaia di feriti e di case distrutte.

L'ultima aggressione è avvenuta ieri, domenica 22 novembre. All'alba, aerei da guerra israeliani hanno bombardato diverse fabbriche nel nord e nel centro della Striscia di Gaza. Contemporaneamente, hanno bombardato i tunnel di Rafah nel sud della Striscia.

Colpiti obiettivi civili. Gli F16 israeliani hanno lanciato diversi missili contro fabbriche per la lavorazione del ferro, situate nella zona di Jabalya, nella zona settentrionale della Striscia: due di queste sono state distrutte completamente, e tre persone, le cui condizioni sono mediamente gravi, sono rimaste ferite.

Nella zona centrale della Striscia di Gaza gli aerei hanno sparato un missile contro la ditta di proprietà di Khaled an-Namruti, distruggendola completamente.

Il nostro corrispondente, recatosi sul luogo bombardato, ha incontrato il proprietario, con le lacrime negli occhi per quel che avevano fatto gli aerei da guerra israeliani alla sua fabbrica, grazie alla quale vivono (o meglio vivevano) due famiglie, la sua e quella di suo fratello, rimasto ucciso durante l’aggressione alla Striscia di Gaza di un anno fa.

Khaled ha affermato: "Gli aerei hanno distrutto la mia ditta completamente, comprese le macchine, che hanno un valore di circa 140 mila dollari". Egli si è domandato: “Perché la mia fabbrica? Fa del male a Israele?”. Da solo si è dato questa risposta: "È un odio radicato nei cuori degli israeliani… odiano tutto quello che è palestinese".

Bombardati i tunnel. Gli aerei hanno anche attaccato i tunnel di Rafah, distruggendone uno. Fonti mediche palestinesi dell'ospedale Abu Yusuf an-Najjar hanno annunciato il ricovero di quattro feriti, di cui versa in gravi condizioni.

Quello di ieri non è il primo attacco contro i tunnel di Rafah: gli aerei israeliani bombardano quasi ogni giorno queste gallerie, dette della "sopravvivenza" (in quanto unica via di ingresso per alimenti, medicine, strumentazioni e materiali indispensabili alla vita quotidiana di 1,5 milioni di persone sotto feroce embargo, ndr), con i pretesti più assurdi. Tuttavia, i loro proprietari affermano che l'obiettivo di tali incursioni è impedire che mezzi di sussistenza di base entrino nella Striscia di Gaza.

Questi continui attacchi contro i tunnel hanno causato decine di morti e feriti, oltre alla demolizione di decine di essi. Ciascuna galleria, che serve a far entrare le merci nella Striscia di Gaza, costa 70-130 mila dollari.

Una nuova aggressione. Sugli aspetti politici e le ripercussioni di quest’ultimissima aggressione, il prof. ‘Abd es-Sattar Qasim, professore di scienze politiche all'Università di “An-Najah” di Nablus, ha detto che l'esercito di occupazione israeliano si sta preparando a sferrare una nuova aggressione alla Striscia di Gaza.

Qasim - in collegamento telefonico con il nostro corrispondente - ha affermato che le forze di occupazione israeliane stanno preparando l'opinione pubblica internazionale e araba a questa nuova aggressione attraverso un’escalation di attacchi nella Striscia di Gaza e dichiarazioni dei ministri del governo che accusano continuamente Hamas di essersi “riarmato” dopo l'ultima ‘guerra’.

Egli prevede che l'escalation contro la Striscia di Gaza proseguirà anche nei prossimi giorni, nonostante le fazioni palestinesi nella Striscia di Gaza abbiano firmato un accordo per fermare il lancio dei razzi contro postazioni militari israeliane. Lo scopo dell’escalation è infatti quello di provocare queste fazioni per indurle ad un nuovo conflitto.

Le fazioni palestinesi nella Striscia di Gaza hanno concordato tra di loro lo stop del lancio dei missili contro postazioni israeliane, al fine di preservare compatto il ‘fronte interno’ nella Striscia e togliere così ogni pretesto ai leader israeliani per convincere il mondo dell’opportunità di una nuova aggressione.

tratto da Infopal

Chiapas tra "rumores" e realtà


Chiapas

Il 17 novembre l'Ezln ha compiuto 26 anni dall'inizio del suo cammino e sono passati circa 16 anni da quando ha fatto la sua apparizione pubblica.

Una storia lunga e complessa, una realtà che oggi costituisce, con il laboratorio quotidiano delle comunità zapatiste, una delle esperienze più significative di conflitto e costruzione di indipendenza.

In queste settimane in Chiapas hanno iniziato a circolare "voci", "rumores" come si dice in messicano, che si sono trasformate in verità raccontate attraverso i mezzi di comunicazione ufficiale su un "attacco", "iniziativa esplosiva", "azione concertata" che "gruppi vari, zapatisti, etc .. con l'appoggio di strutture cattoliche e dei diritti umani" avrebbero avuto intenzione di effettuare nei giorni dell'inizio dei festeggiamenti per il centenario della rivoluzione messicana.

Questa opera di disinformazione è stata immediatamente segnalata da il quotidiano La Jornada attraverso una serie di articoli di Hermann Bellinghausen.

Contemporaneamente dalle Giunte del Buongoverno zapatista giungono precise denunce della costante provocazione contro le comunità autonome e in resistenza.

In un momento in cui ufficialmente l'EZLN è in silenzio da un lato, come è successo tante volte, gli apparati di potere messicano mestano nel torbido per legittimare un generale clima di sostegno alla militarizzazione generale del Chiapas dall'altro come confermano le denunce delle Giunte zapatiste episodi concreti e reali materializzano una sorte di "guerra costante" nell'intera zona.

Da tempo è questo insieme di fatti concreti e voci infondate che non solo in Chiapas caratterizzano la scena messicana.

Ma in Chiapas una cosa è certa: gli zapatisti continuano il loro cammino.

Per approfondire la situazione:

* Le denunce delle Giunte Zapatiste

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* Gloria Munoz approfondisce la costruzione di voci infondate come una pratica messa in atto nella guerra in Chiapas

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* Rassegna stampa degli ultimi articoli di Hermann Bellinghausen.

Sabato 21 novembre

Il clima di tensione costruito ad arte per la giornata del 20 novembre in Chiapas data dei festeggiamenti del 99 anniversario dell'inizio della Rivoluzione messicana

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Mercoledì 18 novembre

Nella giornata dell'anniversario della nascita dell'EZLN vengono incrementati i controlli, mentre cresce la protesta cattolica contro la criminalizzazione delle organizzazioni di base.

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Martedì 17 novembre

Una situazione che serve per giustificare la militarizzazione del teritorio come denunciano organizzazione cattoliche, contadine e indigene.

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Sabato 14 novembre

Un clima tordibo costruito a partire da un rapporto ufficiale della Procuraduría General de Justicia del Estado che parlava di "preparativi di un movimento armato" nella regione.

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BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!