lunedì 14 maggio 2012

Russia - La marcia degli scrittori e #OccupyAbai


In diecimila hanno partecipato alla “passeggiata degli scrittori”, iniziativa promossa da un gruppo di scrittori ed artisti russi. I manifestanti hanno sfilato senza bandere nè slogannè simboli politici a parte i nastri bianchi, emblema della protesta anti-Putin.
Il ritrovo è stato al monumento ad Aleksander Pushkin, considerato in Russia come Dante Alighieri da noi, e la camminata è arrivata fino a Chistye Prudy, giardino al centro di Mosca presidiato da giorni da centinaia di giovani attivisti.
I promotori dell’iniziativa, tra i quali il poeta Dmitry Bykov, la romanziera Lyudmila Ulitskaya e gli scrittori Boris Akunin e Victor Shenderovich, arrivati ai giardini sono stati appluaditi.
Alcuni tra i promotori della marcia hanno avuto un ruolo già nelle proteste degli scorsi mesi come Bykov, autore di una video-poesie noto come Grazhdanin-Poet (“il cittadino-poeta”) e Akunin che ha partecipato alle proteste contro i  brogli elettorali.
Dopo una apparente calma la scorsa settimana si era tenuta una manifestazione conclusasi con numerosi arresti tra cui Sergei Udalzove del Fronte di sinistra e il blogger Aleksei Navalny, condannati a 15 giorni di fermo per resistenza a pubblico ufficiale.

Nigeria - "L'A.D. dell'Eni Scaroni mente”

Nel Delta del Niger è in atto una devastazione ambientale e sociale senza precedenti, con una sempre maggior militarizzazione del territorio. Sotto accusa le multinazionali petrolifere che dagli anni Settanta estraggono il greggio dal sottosuolo. Tra queste l'italiana Eni che non sembra particolarmente interessata ad avviare una seria bonifica dei terreni inquinati. Così la pensa Godwin Uyi Ojo, presidente e co-fondatore di Environmental Rights Action, una delle più attive ong nigeriane per la difesa dell'ecosistema e dei diritti delle popolazioni locali.
Nell'intervista ad Afriradio, Ojo racconta della sua partecipazione all'assemblea degli azionisti Eni come delegato della Crbm - Campagna per la riforma della banca mondiale - evidenziando la sua delusione per la scarsa attenzione che i vertici dell'azienda hanno dedicato al suo intervento.

Germania - Elezioni in Renania-Vestfalia


Il partito socialdemocratico ha vinto ieri le elezioni regionali in Renania Nord Vestfalia.
Secondo gli exit pool l'SPD si aggira intorno al 39% che sommati al 11,5 % dei Verdi potrebbe portare ad una comoda maggioranza di centro sinistra nella regione più popolata della Germania.
La CDU di Angela Merkel si aggira intorno al 26% perdendo quasi 9 punti dalle precedenti elezioni.
Il partito Pirata entra nel parlamento regionale pare con il 7,5 per cento (due anni fa aveva avuto l'1,6). Scende la la Linke, che aveva avuto il 5,6 per cento e che questa volta resterà fuori dal parlamento con un modesto 2,5.
Il voto nella regione, importante per dimensione e ricchezza, viene considerato dai commentatori come un test per le elezioni federali del prossimo anno, visto che spesso i risultati di questa zona si sono rispecchiati in quelli nazionali.

Desinformémonos del lunedì

Reportajes


Amaranta Cornejo Hernández                      

Sergio Adrián Castro Bibriesca

Fotos y producción: Orlando Canseco y Eunice Carreón

Realización: Arthur Lorot



Desinformémonos

        Pablo Iglesias Turrión



Red Contra la Represión y la Solidaridad en Chiapas y grupo de trabajo No estamos todos

    Desinformémonos 



      Gustavo Illescas               

Sergio Palencia

Testimonio recogido en Huehuetenango, Guatemala
 
Gloria Muñoz Ramírez
Fotos: Jaime Quintana


Global Project
Traducción: Giovanna Gasparello
 
Los Nadies

Amoureux au ban public
Traducción: Arthur Lorot
 
Imagina en resistencia

Beatriz Zalce
Fotos: Héctor Peralta

Marcela Salas Cassani

Fotoreportajes

Fotos: Mario Marlo
Texto: Tomado de declaraciones de Fray Tomás (Casa del migrante "La 72") y de Rubén Figueroa, defensor de derechos humanos
Música: "Tres veces mojado", Los Tigres del Norte
Producción: Desinformémonos


Video

Realización: Andalucía Knoll


Radio

Realización: Ana Martina y radiosonidera.org     

domenica 13 maggio 2012

Messico - Nè silenzio, nè indifferenza, continueremo ad informare



Mobilitazione dei giornalisti contro gli omicidi e le intimidazioni.

 "Di fronte ai continui attacchi e omicidi di giornalisti in Messico, bisogna difendere gli spazi di comunicazione indipendente e soprattutto non abbassare la voce, continuando ad informare la società." Si esprimono così in uno speciale pubblicato da Desinformemons, i giornalisti intervistati (José Gil, Carmen Aristegui, Anabel Hernández, Zósimo Camacho, Julio Hernández, Adriana Malvido e Armando Ponce) riuniti durante le proteste per l'omicidio di Regina Martínez, corrispondente del settimanale Proceso, avvenuto nello stato di Veracruz.
Un omicidio, quello di Regina, inaccettabile e intollerabile. "Regina - affermano - è stata un esempio di autonomia di pensiero e di capacità di resistere alla corruzione e alle minacce della classe politica. Per questo la sua morte è un messaggio contro tutti quelli che cercano di conservare spazi di critica".
Sono 79 i giornalisti assassinati impunemente durante il governo di  Felipe Calderón.
Per questo giornalisti, difensori dei diritti umani, cittadini si sono ritrovati davanti alla Secretaría de Gobernación al Monumento a la Independencia per denunciare che "l'insieme di violenze e di attacchi contro la stampa è arrivato ad una situazione grave e percolosa."
Si tratta di una vero e proprio stato d'eccezione comunicativo. "in tutto il paese ci sono attacchi e aggressioni senza che le autorità si preoccupino o creino mezzi di protezione reale. Come dire che informare è una attività ad altissimo rischio in Messico."
Intervistata da Desinformémonos durante il concentramento al Monumento, la giornalista  Carmen Aristegui ha affermato che "per trovare un uscita da questa situazione sarà necessario prendere coscienza del significato che può avere il fatto che sia la stessa società ad organizzarsi, ad esprimersi e a portare richieste chiare alle autorità. E' insostenibile che ci siano decine di morti tra i giornalisti ed ancora di più che ci siano migliaia di morti e non ci siano processi".
Ha continuato aggiungendo "quello che dobbiamo fare è continuare ad informare, non possiamo farci prendere dalla paura, non dobbiamo stare in silenzio e lasciare nell'indifferenza i colleghi e le altre vittime."
José Gil, giornalista di Proceso, ha segnalato che lo stato ha la responsabilità di garantire la sicurezza non solo dei giornalisti, ma di tutti i cittadini. Nessuno dei giornalisti assassinati, avrebbe dovuto morire e le loro morti sono responsabilità del governo. Il loro lavoro avrebbe dovuto essere garantito. Gil continua dicendo che dopo l'omicidio di quattro giornalisti in poco tempo, si può affermare che "Siamo in una crisi in cui lamentevolmente ci siamo abituati agli omicidi e quando un giornalista viene ucciso non protesta tutta la società ma solo i colleghi. Questo è molto pericoloso."
Durante la manifestazione con cartelli e slogan un altro giornalista di Proceso ha proposto di arrivare ad uno sciopero delle telecamere e dei microfoni mentre un corrispondente di Controlinea sottolinea che se la situazione è arrivata a questo punto è per la collusione e corruzione che lega il Governo ai gruppi criminali.
VERSIONE INTEGRALE
México DF. Ante los continuos ataques y asesinatos de periodistas en México, defender los espacios de comunicación independiente y, sobre todo, no bajar la voz y seguir informando a la sociedad sobre la realidad del país, es lo que toca hacer a los periodistas desde la trinchera de la comunicación, coinciden en entrevista con Desinformémonos los periodistas José Gil, Carmen Aristegui, Anabel Hernández, Zósimo Camacho, Julio Hernández, Adriana Malvido y Armando Ponce, reunidos durante las protestas por el asesinato de Regina Martínez, corresponsal del semanario Proceso, y los reporteros gráficos Guillermo Luna, Gabriel Huge y Esteban Rodríguez, ocurridos la semana pasada en el estado de Veracruz.
Periodistas, fotógrafos, camarógrafos, reporteros, miembros de organizaciones por la libertad de expresión y por la defensa de los derechos humanos, así como ciudadanos independientes, sumaron voces en días pasados para manifestar su profunda indignación y exigir el esclarecimiento de los cuatro asesinatos de comunicadores en Veracruz.
En una carta, periodistas de ese estado advirtieron que el asesinato de Regina Martínez es una afronta intolerable al gremio, a la libertad de expresión y a la lucha por la democratización de los medios de comunicación en nuestro país. “Regina”, señalaron, “fue un ejemplo de autonomía de pensamiento y capacidad de resistencia a la corrupción y a las amenazas de la clase política. Por eso, su asesinato es un mensaje ominoso a quienes aún tratan de conservar los mínimos espacios críticos disponibles en la entidad”.
A las demandas de los manifestantes se sumó el reclamo de justicia para los 79 periodistas asesinados o desaparecidos durante la administración de Felipe Calderón, y la exigencia de garantías para el libre ejercicio del periodismo.
Cargando mantas, carteles, flores, veladoras y fotos de periodistas que han sido asesinados o desaparecidos, cientos de comunicadores se reunieron frente a la Secretaría de Gobernación y en el Monumento a la Independencia para denunciar que “la circunstancia de violencia y de hostigamiento contra la prensa ha llevado al gremio a una situación particularmente peligrosa y de absoluta vulnerabilidad”.
La situación de emergencia, indicaron, no es privativa de una entidad y ha llevado a un estado de excepción comunicativa. En todo el país hay ataques y agresiones contra periodistas, sin que las autoridades se preocupen o fomenten medidas de protección reales, lo cual ha propiciado que informar sea “una actividad de altísimo riesgo en México”.
Entrevistada por Desinformémonos durante la concentración en el Monumento a la Independencia, la periodista Carmen Aristegui dijo que para “encontrar la salida a la inadmisible situación en la que nos encontramos, será necesario tomar conciencia del significado que tiene que la sociedad misma se organice, se exprese y eleve el nivel de exigencia a las autoridades. Es absolutamente insostenible que tengamos decenas de muertes de periodistas y miles de muertes más en donde simple y llanamente no hay un proceso judicial”.
La comunicadora añadió que, ante los continuos ataques contra el gremio periodístico, “lo que toca a los medios es seguir informando. No podemos permitir que el miedo nos inmovilice. Debemos estar al pendiente de lo que ocurre en lugares donde los periodistas son más vulnerables. No podemos permitirnos el silencio ni la indiferencia con los colegas, ni con el resto de las víctimas de esta circunstancia que ya ha rebasado los límites de nuestra comprensión”.
José Gil, periodista de la revista Proceso, señaló que “el Estado no ha cumplido con la responsabilidad de garantizar la seguridad de todos y cada uno de nosotros, no solamente de los periodistas, sino de todos los ciudadanos. Ninguno de los periodistas caídos debió morir, y sus muertes son responsabilidad del gobierno, pues debieron haber tenido todas las garantías para realizar su trabajo con libertad de expresión”.
El asesinato de cuatro periodistas en un periodo tan corto de tiempo es un signo muy claro de la descomposición a nivel de gobierno y a nivel social, señaló Gil. “Estamos en medio de una crisis, donde lamentablemente nos hemos ido acostumbrando a los asesinatos y cuando matan a un periodista no sale la sociedad, sino los mismos periodistas a exigir justicia. Hay una pasividad muy peligrosa”.
La vulnerabilidad que padecen los periodistas del país ha propiciado que salgan a manifestarse a las calles. Durante la marcha realizada en el marco del Día Internacional de la Libertad de Expresión, de la Casa de Veracruz a la Secretaría de Gobernación, reporteros y fotógrafos alzaron la voz para exigir el cese del hostigamiento contra los trabajadores de la comunicación.
“Es necesario denunciar y manifestarnos en contra de esta grave situación, pero mí me gustaría también que algún día los periodistas nos atreviéramos a hacer una huelga de cámaras y de grabadoras”, dijo aDesinformémonos Julio Hernández, columnista del diario La Jornada, durante la concentración realizada a espaldas de la Secretaría de Gobernación.
Por su parte, Zósimo Camacho, jefe de información de la revista Contralínea, apuntó que “si la situación ha llegado hasta este punto se debe a la corrupción, pues los grupos del crimen organizado muchas veces están coludidos con el gobierno y los asesinatos de comunicadores ni siquiera son investigados”.
Bajo una llovizna que no logró ahuyentar a quienes se concentraron en el Ángel de la Independencia, Adriana Malvido, de la revista Proceso, dijo: “Soy periodista y por eso estoy aquí. Somos nosotros los que tenemos que unirnos y, ante todo, solidarizarnos, acompañarnos y hacer un llamado de alerta. Los crímenes contra periodistas lastiman mucho la libertad de expresión, no sólo la de los periodistas, sino de la sociedad en general”.
Armando Ponce, también del semanario Proceso, advirtió que “tenemos que defender los espacios periodísticos ya que es la única manera en que la sociedad puede tener acceso a una mejor información. La información oficial es muy restringida, muchos son silenciados, censurados. Por ello, los pocos medios independientes, alternativos y comprometidos tienen la obligación de defender estos espacios”.
Greta Gómez no es periodista, pero se sumó a la protesta en el Ángel, porque está “indignada por lo que pasa en este país. Vine porque tengo amigos periodistas, y porque cuando salen a hacer su trabajo me preocupo, nunca sé si van a regresar. Quiero que puedan informar sin ninguna represalia. Estoy aquí para exigir al gobierno federal que actúe por todos los que han caído, han recibido amenazas o han sido torturados o desaparecidos. El mensaje es claro: quiero que esta situación termine pronto”.
Los 60 mil muertos que ha habido durante este sexenio son un grado excesivo de violencia, aseguró Óscar, otro de los jóvenes que se manifestaron frente al Monumento a la Independencia. “Yo no creo en los partidos políticos, no creo que esto cambie en las próximas elecciones, gane quien gane. La única forma en que podemos cambiar esta situación es organizándonos, no hay que dejar esto en manos del gobierno. Por eso estoy aquí”.

martedì 8 maggio 2012

Europa - Trans Europa Express

di Luca Casarini

Le elezioni francesi e greche mandano un messaggio chiaro: sta crescendo l’opposizione alle politiche di austerity e del massacro sociale sperimentate in questi mesi dai tecnocrati della governance amministrativa autoritaria che domina lo spazio europeo. 

Si è rotto quindi, quel limbo nel quale erano precipitate, immobili ed inerti, le soggettività politiche intese come variabile e alternativa allo stato di cose presenti. Chiunque, dalla Francia alla Grecia, ha raccolto consensi, da destra a sinistra, lo ha fatto a partire da un no, da un rifiuto dell’idea che esista una unica strada possibile per affrontare la crisi, ed essendo essa una ed oggettiva, è neutra ed appartiene alla tecnica e non alla politica.
La Grecia è stata il laboratorio materiale, dove sono state utilizzate cavie umane, più avanzato delle tecniche di governance incentrate sull’austyerity e sulla distruzione del welfare. La risposta in queste elezioni, oltre che dalle piazze, l’hanno data quel 70% di cittadini che in ogni caso non hanno mai creduto che l’uscita dall’europa fosse un’opzione centrale nel tornare a riconquistare un minimo di serenità.
Hanno quasi demolito, con il voto, quel macigno granitico rappresentato dai due partiti maggiori, il Pasok e Nova Demokratia, che hanno invece centrato tutta la loro azione politica sul rispetto delle imposizioni che giungevano dalla troika e in particolare dalla Bce. Che significa questo dunque? Che nella società greca, ma anche in quella francese se è vero che la guida dell’eliseo è stata decisa più da un referendum sulle politiche europee che da una scelta tutta interna, si fa strada l’idea che bisogna opporsi, resistere e contrastare la tecnocrazia, ma che l’unico spazio possibile per riuscire a vincere contro di essa e contro la crisi, è lo spazio europeo.

Europa - La Francia incorona Hollande mentre in Grecia è terremoto

di Roberto Musacchio

Mentre a Piazza della Bastiglia si festeggiava la liberazione da Sarkozy, e l’ascesa di Hollande, lo spoglio dei voti  in Grecia continuava rendendo sempre più incerta l’esistenza di una maggioranza, anche minima, a favore delle misure draconiane imposte ad un popolo stremato dalla troika.
Ora che il Merkozy non c’è più, sarà bene che tutti, a partire da Hollande, guardino bene al voto ellenico. Dalle urne di Atene esce un vero e proprio terremoto. I due partiti dell’attuale “ grande coalizione “ a sostegno del governo tecnico crollano dal 78% a meno del 33%! In particolare il conservatore Nuova Democrazia arriva sì primo ma con il 19,04%, perdendo oltre 15 punti, mentre i socialisti del Pasok fanno anche peggio precipitando al 13,3% con meno 30 e arrivando terzi. La sorpresa più grande è Syriza, la coalizione di sinistra intorno al Synapsismos, aderente al Partito della sinistra europea, lo stesso del  Prc italiano, che arriva al secondo posto con il 16,67% e un incremento di quasi 10 punti. Bene anche le altre forze di sinistra, con il Partito comunista che arriva all’8,44%, guadagnando un punto, e la Sinistra Democratica, una sorta di SEL italiana, che esordisce con il 6,09%. Il che dà un voto di sinistra contrario ai diktat che supera il 30%. Questo a bilanciare l’affermazione di forze di estrema destra, una delle quali, Alba Dorata, entra in Parlamento con l’8,45%. Se poi si guarda al voto sul territorio, ad Atene Syriza è il primo partito arrivando intorno al 20%, mentre il Pasok non raggiunge il 10%. Ed anche in uno dei due collegi di Salonicco Syriza ottiene la leadership, così come anche al Pireo e in Attica.

Gran Bretagna - Un voto locale all’insegna della crisi

di Nicola Montagna*

Archiviate le recenti elezioni locali inglesi, a cui ha partecipato solo il 32% degli aventi diritto di voto, si possono fare alcune considerazione sui risultati che, come è noto, hanno premiato il Labour Party e duramente penalizzato la coalizione governativa composta da Conservatori e Liberal Democratici. Tre sembrano essere gli elementi su cui riflettere brevemente a proposito del voto anglosassone.
Il primo è che in gran parte del paese, ma con la significativa esclusione di Londra e di altre roccaforti conservatrici, gli elettori hanno detto 'no' all'austerity imposta dalla coalizione governativa. Il risultato elettorale renderà la vita del governo ancora più difficile, tra contrasti interni ed una situazione economica in continuo peggioramento.
Un secondo elemento di riflessione è che, a differenza di altri paesi dove la crisi ha favorito la nascita o l'espansione di nuovi attori politici, la partita in Inghilterra si gioca ancora tra i due storici principali contendenti: Laburisti e Conservatori. Non c'è stato alcun sfondamento né a destra, dove il British National Party ha ulteriormente calato i consensi e l'antieuropeista UK Independence Party ha mantenuto quelli che aveva, né a sinistra, dove la crescita dei Greens e di Respect è stata irrilevante. In questo momento sembrerebbe che nessun soggetto politico, per quanto riguarda la sfera della rappresentanza, sia in grado di sparigliare le carte e rompere i giochi. Il 'voto di protesta' è quindi finito nel non-voto, a meno che si interpreti la vittoria del Labour come voto di protesta.

domenica 6 maggio 2012

Grecia - Incertezza e paura. Nuova Democrazia e Pasok in discesa

di Argiris Panagoulos
La Commissione europea, la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale, Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e perfino l’agenzia americana Standard & Poor’s, che ha alzato ieri il rating del paese, si sono schierati apertamente a favore dei partiti dei Memorandum per le elezioni di domenica in Grecia. Si scommette su un governo di coalizione tra Nuova Democrazia e Pasok o al massimo allargato anche ad Alleanza Democratica, se entrerà nel parlamento.
Nuova Democrazia e Pasok hanno cercato di spaventare la gente con il timore del fallimento del paese di fronte a un probabile successo delle sinistre.
I creditori taglieranno i prestiti e non potremmo pagare pensioni, salari, gli ospedali e le medicine se Tsipras e le sinistre andranno al governo, dicono i partiti dei Memorandum. E la Grecia sarà cacciata dall’eurozona e dalla Unione europea, aggiungono i media a loro servizio.
Il premier Papadimos resterà a guidare con i voti di Nuova Democrazia e Pasok il prossimo governo greco, magari completamente tecnico? Domanda da incubo visto che ha avvisato che in giugno ci saranno nuovi tagli per 11,50 miliardi di euro.

Giappone - Chiude l'ultimo reattore nucleare

Da oggi il Giappone resta senza energia nucleare. Con la chiusura dell’ultimo dei 50 reattori nucleari in funzione, il Giappone torna a essere un paese denuclearizzato per la prima volta dal 1970 quando a Tokai entrò in funzione il primo reattore nipponico in grado di riproduttore 1000 mW di energia elettrica.
Il fabbisogno energetico giapponese è coperto per oltre un terzo dal nucleare. Per questo, la chiusura di tutte le centrali, dovuta anche alla crisi di Fukushima, fa temere un black out energetico per questa estate, quando ci sarà il picco di consumi legati al caldo.
Dopo il disastro di Fukushima il 70% dei giapponesi si è detto contro il nucleare, a differenza delle autorità e delle forti lobby industriali che premono per l’atomo. Nei prossimi mesi Tokyo annuncerà una nuova strategia energetica, puntando alle energie rinnovabili, finora ferme al 9% della produzione totale.
Se il cambio di energia non trova favorevoli le industrie e la classe politica, non sono dello stesso avviso gli attivisti. “Alcuni politici e qualche esperto di energia nucleare – spiega Tatsuya Yoshioda, uno dei leader dell’Ong Peace Boat – dirà che senza energia atomica la nostra vita non può esistere, ma non è vero. La nostra vita può andare avanti anche senza le centrali atomiche. In Giappone siamo sempre stati particolarmente legati all’energia atomica. Il nostro governo ci ha sempre detto che era sicura ma ci ha traditi”.

venerdì 4 maggio 2012

Bolivia - E la luce fu (espropriata)

Nazionalizzata la rete elettrica, così Morales celebra il primo maggio


La decisione del governo boliviano segue di poco quella analoga dell'Argentina
Al passo con altri governi progressisti dell'America latina, la Bolivia batte la strada di un maggior controllo delle proprie risorse. Il primo maggio, Evo Morales ha firmato un decreto per nazionalizzare l'impresa Transportadora de Electricidad (Tde), controllata dalla Rete elettrica internazionale, filiale della Rete elettrica di Spagna. Il presidente lo ha annunciato durante la festa dei lavoratori, dichiarando il ripreso controllo (al 99,94%) del pacchetto di azioni della multinazionale a capitale spagnolo, che gestisce i due terzi della rete elettrica boliviana. Per l'occasione, il presidente ha anche ordinato alle forze armate di «presiedere alla sorveglianza della direzione e dell'amministrazione» dell'impresa che ha sede a Cochabamba, a 400 chilometri a est della capitale La Paz. E il suo ordine è stato prontamente eseguito.La decisione ha messo in allarme i centri del potere economico internazionale. L'Unione europea ha subito espresso «preoccupazione» per il «segnale negativo inviato agli investitori internazionali»: a parlare John Clancy, portavoce del commissario al commercio Karel de Gucht. Il ministro spagnolo delle finanze Luis de Guindos, parlando in margine all'Ecofin, ieri a Bruxelles, ha dichiarato che il suo governo «vigilerà» sul fatto che lo stato boliviano compensi adeguatamente la Tde. Più che di veri espropri, quelli compiuti in Bolivia - come in Venezuela - sono infatti delle revisioni dei contratti in cui le multinazionali vengono in parte risarcite, ma sono obbligate a rinegoziare il pacchetto azionistico a favore delle imprese a controllo statale. Il decreto di Morales non ha ancora indicato l'entità del compenso per la Tde - che sul proprio sito dichiara un attivo lordo di 225 milioni di dollari (ultime cifre del 2005) - ma ha annunciato che la somma verrà definita entro 180 giorni. L'impresa elettrica era stata privatizzata nel 2007 durante il governo neoliberista di Gonzalo Sanchez de Lozada («El Goni» venne poi cacciato a furor di popolo dalle sanguinose rivolta per l'acqua e per il gas, e oggi vive in esilio dorato a Miami). Venne affidata alla spagnola Union Fenosa la quale, nel 2002, ha ceduto il 99,94% delle sue quote alla Rete elettrica internazionale. «In questo modo - ha ricordato Morales il primo maggio - solo lo 0,06% era rimasto nelle mani dei boliviani. Oggi, come dovuto omaggio ai lavoratori e al popolo boliviano che lotta per il recupero delle proprie risorse, l'impresa torna sotto il loro controllo». L'annuncio non ha però raffreddato gli animi degli operai, che chiedono aumenti salariali e che per l'occasione hanno manifestato facendo esplodere petardi e cariche di dinamite (una pratica di protesta abituale nel paese).La decisione del governo boliviano segue di poche settimane quella, di segno analogo, messa in atto dalla presidente argentina Cristina Fernández nei confronti della compagnia petrolifera Ypf, controllata a maggioranza dalla spagnola Repsol. Il governo spagnolo ritiene però che quello di La Paz sia un «caso diverso». Morales, che governa dal 2006, ha già nazionalizzato altre 15 compagnie nel settore degli idrocarburi, delle miniere e delle telecomunicazioni. Una delle prime compagnie nazionalizzate è stata la spagnola Repsol che ha però mantenuto i suoi interessi in Bolivia. Inaugurando una nuova installazione per lo sfruttamento di gas naturale a Margarita y Huacaya (a 670 chilometri a sudest della capitale boliviana), il presidente della multinazionale, Antonio Brufau, martedì scorso ha così dichiarato che considera la Bolivia «un partner strategico»
Tratto da:

mercoledì 2 maggio 2012

Stati Uniti - NewYork, #MayDay azioni e proteste in tutta la città

Picchetti, manifestazioni e qualche arresto. Dalle prime ore della mattina fino a tarda sera il cuore della Grande Mela è stato attraversato da proteste e manifestazioni; in migliaia hanno raccolto l'appello di OccupayWallStreet a mobilitarsi per il 1 maggio.

Prima della manifestazione che nel  ha attraversato il centro dellla città nei luoghi simbolo della finanza mondiale, proteste simili si sono svolte in altre città degli Stati Uniti, molte le iniziative sparse nella città e legate a licenziamenti e chiusure di enti e servizi pubblici che per la crisi stanno ridimenzionando il loro intervento.
Membri di "Vogliamo un Ospedale e la sanità per il 99%", un collettivo di lavoratori e cittadini della rete di OccupyWallStreetha organizzato un picchetto presso l'ex St. Vincent Hospital per attirare l'attenzione suuna comunità senza più servizi sanitari per i tagli dovuti alla crisi. Il St. Vincent Hospital è un simbolo della crisi e della speculazione.
La chiusura dell'ospedale ha lasciato più di un milione di residenti, ospiti e turisti del West Side Manhattansenza un ospedale o un servizio completo di Trauma Center Level 1Mentre l'amministrazione di NewYork City,  lo New York Statee il Team Medicaid Redesign fanno tagli di bilancio alla sanità e chiudono gli ospedali , gli speculatori immobiliari e le aziende sanitarie possono fare grandi profitti speculando sopra gli immobili.

martedì 1 maggio 2012

Germania - 1° Maggio: appello del sindacato tedesco DGB, contro Patto Fiscale e Pareggio di Bilancio

da Giuseppe Bartolotta (Colonia)
La crisi in Europa si approfondisce. La disoccupazione è in aumento, la povertà si sta diffondendo. Da crisi finanziaria è diventata crisi sociale. Per salvare le banche, gli Stati hanno aumentato drasticamente il loro debito e adesso sono gli Stati ad essere sotto pressione e a trasferirla alla popolazione.
Non era colpa dei lavoratori dipendenti se gli speculatori hanno gettato l’economia globale nell’abisso. Salario minimo, contrattazione collettiva, sicurezza sociale, conquiste ottenute con dure lotte, vengono gettate a mare in tutti i paesi in crisi.
Chiediamo massicci investimenti per la crescita e per l’occupazione di qualità. L’Europa non può essere messa fuori gioco dal Fiscal Pakt e dal Pareggio di Bilancio. Le vittime del Patto Fiscale sono i dipendenti e le persone socialmente svantaggiate, oggi nel sud Europa e domani da noi.
In Germania, iniziano a crescere il lavoro interinale, il lavoro temporaneo e l’occupazione saltuaria e precaria. Il modello tedesco porta al dumping salariale e al calo della domanda interna. Se applichiamo questo modello al resto dell’ Europa, ciò danneggierà anche la nostra economia orientata alle esportazioni.
Non può andare bene alla Germania, se va male al resto d’Europa. Abbiamo bisogno di uguali retribuzioni a parità di lavoro e dell’introduzione del salario minimo affinchè non sia più possibile che milioni di persone, pur lavorando, si trovino in condizioni di povertà.
I sindacati si stanno battendo nei negoziati salariali perchè i lavoratori ricevano una giusta ed equa retribuzione. Questo aiuta anche contro la minaccia di povertà in età avanzata.
La povertà in età avanzata è una delle maggiori sfide per questa e per la prossima generazione. Dobbiamo
agire oggi al fine di disinnescare e prevenire questa bomba ad orologeria che è la povertà di massa nelle terza età.
L’Europa deve cambiare rotta. Chiediamo al governo federale e ai datori di lavoro:
1) Di bloccare il Patto Fiscale e il Pareggio di Bilancio
2) Un Piano Marshall europeo per la crescita e per l’occupazione
3) Un’efficace lotta alla disoccupazione giovanile  in Europa
4) Un nuovo e giusto ordine nel mercato del lavoro
5) Un salario minimo non inferiore a 8,50 € all’ora, parità di retribuzione per pari lavoro nei contratti a tempo determinato e porre fine alla frammentazione dei contratti di lavoro
6) Per una maggiore sicurezza nella terza età: nessuna riduzione alla contribuzione pensionistica, perché ciò significherà tagli alle pensioni di domani.
Il 1° Maggio è la nostra celebrazione della solidarietà e non un luogo per vecchi e nuovi nazisti.
Dimostriamo il 1° Maggio in Germania e in Europa per un BUON LAVORO PER L’EUROPA, salari equi E SICUREZZA SOCIALE!
(Testo del volantino duffuso dal DGB per il 1° Maggio 2012)
Traduzione: R.Ricci

Stati Uniti - Primo Maggio in sciopero

Occupy Wall Street lancia per il Primo Maggio lo sciopero generale negli States. 
"1 Maggio Un giorno senza il 99%
No work - No school - No Housework - No Shopping
Scendi in strada"
Si legge dal sito occupywallst.org/
Giovedì scorso a Union Square, Nueva York, gli attivisti hanno annunciato i preparativi per le iniziative e manifestazioni nella giornata del primo maggio, che in America non è giorno festivo come in molta parte del mondo.
Il movimento occupy lancia l'appello ad una giornata del 99% della popolazione per unirsi e manifestare.
Dopo "un giorno senza di noi" lo sciopero dei migranti, si riprova in una dimensione generale a costruire lo sciopero generale nella giornata del Primo Maggio.
Saranno 115 le città in cui si saranno mobilitazioni per protestare contro la diseguaglianza economica. La mobilitazione viene definita un "atto di solidarietà del 99% della popolazione globale in lotta contro l'1% dei più ricchi e potenti". Uno sciopero "per far sapere al sistema corrotto che stiamo stufi di quello che sta succedendo". Gli attivisti continuano dando le indicazioni per partecipare: dal dichiararsi in sciopero per chi può farlo al fatto di prendersi un giorno di vacanza o di dichiararsi ammalato.
Gli attivisti di occupy sottolineano come sanno bene che sia difficile per le persone astnersi dal lavoro ma che l'idea è costruire la mobilitazione in modo da dare la possibilità a tutti di partecipare astenendosi dal comprare, partecipando alle marce ed alle altre azioni che ci saranno durante tutto il giorno.

lunedì 30 aprile 2012

Desinformémonos del lunedì


Reportajes
 
Desinformémonos
Adazahira Chávez, Jaime Quintana y Gloria Muñoz
Fotos: Isabel Sanginés

Pablo Mamani

Carmen CariñoTrujillo

Elvira Madrid Romero y Jaime Montejo de la Agencia de Noticias Independiente Noti-Calle
Foto: Brigada Callejera

Entrevista y traducción: Arthur Lorot

Realización: Arthur Lorot y Jaime Quintana
Entrevistas: Desinformémonos

Jorge Salinas

Entrevista recogida por la CNT-f
Traducción: Anónima Solidaria


Los Nadies

Entrevistas e imágenes de La Tuerka


Imagina en Resistencia

Marcela Salas Cassani


Fotoreportaje

Foto: David Nieto; Texto: Ximena Peredo; Música: La ambición tan necia, A la Pastora con amor; Producción: Desinformémonos


Radio

Realización: Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan
Entrevista: Jaime Quintana

giovedì 19 aprile 2012

Afghanistan - Offensiva talebana


“Qualche tempo fa, l’amministrazione di Kabul e gli invasori dissero che i talebani non sarebbero stati in grado di lanciare alcuna offensiva di primavera: gli attacchi di oggi sono appunto l’inizio dell’offensiva di primavera dei Talebani”. Con queste parole, dettate alla agenzia francese Afp, il portavoce talebano Zabihullah Mujahed ha rivendicato al telefono l’operazione militare che ha colpito Kabul e altre città afgane.
I Talebani hanno messo in relazione l’offensiva di primavera anche ai roghi del Corano, all’oltraggio dei marines statunitensi che urinarono sui cadaveri dei ribelli e alla strage di Kandahar.
Stando alle prime testimonianze si tratterebbe di una offensiva in grande stile.
Sono state attaccate l’ambasciata americana, quella inglese, quella giapponese, colpita da almeno 4 razzi, quella iraniana che ha preso fuoco e quella russa. Sotto attacco anche il parlamento afgano, che sarebbe stato preso di mira con razzi terra-terra. Secondo alcuni testimoni i ribelli sarebbero anche riusciti ad entrare nel palazzo del parlamento, secondo altri sarebbero stati respinti.
Numerosi razzi hanno colpito l’ambasciata britannica, uno dei quali avrebbe colpito il piano terra, mentre gli altri il perimetro esterno. L’ambasciata statunitense è stata evacuata e il personale sarebbe al sicuro.

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!