martedì 10 marzo 2009

Salvador - Il paese verso le elezioni

di Riccado Bottazzo, giornalista di Carta

La prima cosa che un giornalista impara in Salvador è che se azzecca la domanda sbagliata lo menano.
Questo, tanto per dirne una, è il clima in cui il paese centroamericano si appresta ad eleggere il presidente. Due i candidati in ballottaggio: Rodrigo Ávila per l’Arena, l’Alianza Republicana Nacionalista, il partito di destra al governo sin dal ’92, data della fine “ufficiale” della guerra civile (in realtà, gli stessi militari di destra che nell’81 hanno fondato l’Arena governavano anche prima dentro le varie giunte golpiste), e Mauricio Funes per l’Fmln, il Frente Farabundo Martí di Liberazione Nazionale, gli ex guerriglieri. La prima tornata elettorale svoltasi a metà febbraio ha visto la vittoria del Frente che ha ottenuto la maggioranza relativa nell’Assemblea Nazionale. Domenica 15 marzo, quattro milioni e 200 mila salvadoregni torneranno alle urne per le presidenziali. I sondaggi, pure quelli più favorevoli all’Arena, danno l’Fmln in vantaggio di perlomeno 6 o 8 punti in percentuale. Come dire: o gli riesce anche stavolta di taroccare le elezioni – pratica per la quale l’Arena ha una spiccata vocazione – o se ne vanno tutti a casa. In galera non c’è speranza, perché, fiutando l’aria, negli ultimi mesi il governo ha approvato tutte le leggi di immunità possibili per i crimini “politici” commessi ai tempi non ancora del tutto tramontati delle squadre della morte (l’Fmln ha denunciato l’assassinio di altri due suoi militati durante le amministrative di febbraio). Immunità concessa anche per eventuali crimini “amministrativi” compiuti dal governo uscente. Secondo l’Fmln, il presidente in carica, Elias Antonio Saca, e i suoi ministri si sarebbero intascati qualche centinaio di milioni di dollari. Una “doverosa operazione di conciliazione nazionale”, l’hanno definita quelli dell’Arena.

Per darvi una idea dell’aria che tira sotto il sole dei tropici, devo scendere sul personale e raccontare della prima – e pure l’ultima, vi assicuro – conferenza stampa dell’Arena cui ho partecipato appena giunto a San Salvador. Protagonisti: una mezza dozzina di rappresentanti del partito di destra, una quindicina di giornalisti tra cui qualche internazionale, un bel pubblico folto ed elegante di signori incravattati e signore ingioiellate che parevano pronti per una convention di Forza Italia. Il tema era “L’Arena, baluardo della democrazia salvadoregna”. La domanda che qui non si deve fare, cui accennavo in apertura, l’ha fatta un collega di una televisione, credo, del Nicaragua, Non ho potuto verificare perché l’han portato al pronto soccorso. La domanda è: “Che rapporto ha il suo partito, l’Arena, con le squadre della morte che hanno insanguinato…” Morta qua, la domanda. Dal pubblico sono volate prima le sedie e poi i tavolini. E non solo contro l’incauto collega della Tv, ma contro tutti i giornalisti presenti. Qui vale il principio: colpirne cento per educarne uno. Dopo l’artiglieria, l’assalto all’arma bianca. Le prime a lanciarsi nella mischia sono state le signore eleganti, una delle quali, una megera ultra sessantenne bionda tinta e con più anelli che dita, ha fatto del suo meglio per cavarmi gli occhi con le unghie smaltate rosso fuoco. Nella rissa da Far West che ne è sorta, tre tizi nerboruti hanno preso di mira con pochi ma professionali colpi il collega tv che, infatti, è stato l’unico a finire all’ospedale. “Se l’è cercata – mi ha detto, finito il casotto un giornalista salvadoregno - ha fatto una domanda stupida che non aveva risposte possibili”. Gli chiedo il perché. “Tu sei italiano, giusto? Chiederesti a Mussolini in che rapporti stava con il fascismo? Orden (l’Organizzazione Democratica Nazionalista: una delle più famigerate milizie paramilitari che ha assassinato, cifra per difetto e che non tiene conto di interi villaggi di indigeni letteralmente spazzati via, più di 75 mila innocenti.ndr) è stata fondata dagli stessi che ora sono dentro l’Arena. Tutti lo sanno e nessuno lo nega. Appena al governo, dopo la fine della guerra civile, l’Arena ha amnistiato tutti i crimini, gli stupri, gli omicidi, le torture, i massacri commessi dalle squadra della morte; i miliziani sono entrati a far parte delle forze regolari, o addirittura hanno creato reparti apposta per loro.

Che senso aveva allora quella domanda? L’Arena si fa un vanto di tutto quello che ha fatto. Ma nella sala oggi c’erano alcuni degli osservatori degli Stati Uniti venuti a vigilare sulla “democrazia” del nostro paese e delle elezioni. Di fronte a loro, l’Arena non poteva rispondere né sì né no, e così ha fatto cominciare la gazzarra e chiuso in bellezza la conferenza stampa. Il segnale, te ne sei accorto?, l’ha dato quel tipo in piedi dietro il banco dei relatori, alzando il pollice in su”. Scusa, ma neanche tirare le sedie in testa ai giornalisti mi pare quel pulito esempio di democrazia partecipativa dal basso… “Anima candida! Leggiti i giornali di domani”Cosa che ho puntualmente fatto. Tanto la Prensa quanto El Diario de Hoy (i due maggiori e praticamente unici quotidiani del Salvador, che dire che sono al soldo dell’Arena è dire poco) riportano il fatto in fondo alle loro pagine elettorali. Sulla Prensa ci sono pure le foto. Sin dai titoloni risalta, decisa e preoccupata, la posizione di Arena che denuncia su cinque colonne come un gruppo di provocatori infiltrati – probabilmente stranieri ma sicuramente riconducibili all’Fmln - abbiano picchiato un giornalista e attentato, per l’ennesima volta, alla democrazia impedendo il corretto svolgere di una conferenza stampa. I portavoce dell’Alianza Republicana chiudono paventando i pericoli per il Paese se una formazione così palesemente antidemocratica prendesse - dio non voglia – le redini del governo. Segue l’ennesimo invito a votare con “sabiduria” in difesa della libertà. In basso, in un quadrotto, un responsabile dell’Fmln chiede scusa ai giornalisti, si dissocia dal folle gesto precisando comunque che non ci sarebbero prove certe che i picchiatori appartengano al Frente. Evviva la democrazia e la stampa libera! La megera imparruccata ed ingioiellata che mi voleva cavare gli occhi doveva essere, travestita, una di quelle indigene zapatiste che ho incontrato nel caracol de La Garrucha. E io scemo che non l’ho riconosciuta subito.