domenica 9 gennaio 2011

Sudan - L’ultimatum di Turabi


Sudan - Donnedi Antonella Napoli

A poche ore dal referendum che potrebbe sancire la scissione del meridione del Sudan, il maggiore partito di opposizione, il Popular Congress Party di Hassan al Turabi, lancia un ultimatum al presidente sudanese Omar al Bashir: se non si avvieranno le riforme e non si proporrà un esecutivo di transizione che rappresenti la maggioranza vera del Paese, il Pcp farà di tutto per rovesciare il governo. L’annuncio delle intenzioni del fronte politico di minoranza è stato affidato proprio all’islamista fondatore del Popular Congress Party, da molti indicato quale ispiratore del Justice equaliment movement, il più importante gruppo ribelle che si contrappone con le armi a Khartoum. In una conferenza stampa tenuta nella capitale, Turabi e il segretario per gli Affari esteri del movimento, Bashir Adam Rahma, hanno dichiarato che l’assemblea del Comitato di direzione del partito ha approvato il “perseguimento di un cambiamento di regime, se il governo continuerà ad opporsi alle richieste di riforme economiche, politiche e giudiziarie che il Pcp avanza da anni”.
La tensione politica in Sudan
è sempre più alta in vista del cruciale voto referendario per l'indipendenza della regione semi-autonoma del Sud Sudan. I partiti di opposizione accusano il National Congress Party di Bashir di essere l'unico responsabile dell’imminente secessione e chiede che il partito accolga la loro proposta di formare un governo di transizione e adotti le modifiche costituzionali necessarie per modernizzare il Sudan. Pochi giorni prima dell’annuncio di Turabi, il presidente Al-Bashir aveva invitato i partiti di opposizione ad unirsi al suo governo per affrontare l’inevitabile rottura con il Sud Sudan. Ma  la ‘mossa’ del capo di Stato è stata irrisa dalla minoranza che l’ha definita “un disperato tentativo di strappare, a chiamata nominale, forze all’opposizione". Rahma, in conferenza stampa, ha ribadito che la maggioranza ha perso legittimità giuridica, politica e morale e ha messo in guardia il partito al governo augurandosi che all'azione di protesta politica non  risponda con violenze e repressioni "altrimenti le conseguenze saranno molto gravi e le strade di Khartoum si insanguineranno". Il National Congress Party ha risposto con una dichiarazione del segretario per le Relazioni politiche, Ibrahim Gandur.Gandur ha accusato i partiti di opposizione di incitare alla violenza e di volere la destabilizzazione della scena politica con l'adozione di un cambio di regime. Insomma una bella grana per Bashir impegnato in questi giorni in una visita ufficiale a Juba, la capitale del Sud, dove ha incontrato il presidente locale Salva Kiir, un tempo suo rivale durante la ventennale guerra civile tra Nord e Sud terminata nel 2005 con la firma del Comprehensive Peace Agreement. Il referendum, in programma il 9 gennaio, è stato indetto proprio in base all’accordo di pace che ha posto fine al conflitto. Secondo funzionari locali, quasi 4 milioni di elettori si sono registrati per il voto di domenica, il 95% dei quali nel Sudan del Sud.Analisti e osservatori internazionali hanno lanciato da tempo l'allarme del rischio di un nuovo conflitto nel caso di un mancato riconoscimento del risultato elettorale da parte del governo del Nord. Le tensioni tra Juba e Khartoum, che si oppone all’idea di una secessione del Sudan meridionale, si sono manifestate chiaramente con gli scontri tra le rispettive forze armate, culminati con i bombardamenti di alcune basi militari del Sudan People Liberation Army al confine tra le due aree. L'attenzione della diplomazia internazionale sul referendum è pressocché totale. E' in gioco il futuro del più grande Stato africano, strategico nella corsa ormai palese di Cina, Russia e Stati Uniti all'accaparramento delle risorse minerarie e energetiche (in primis il petrolio di cui é ricco il meridione) del Paese che dopo il 9 gennaio, in un modo o nell'altro, cambierà volto per sempre.

Tratto da: Limes