domenica 30 gennaio 2011

Italia - Acqua pubblica la corte riapre al pubblico, in tutti i settori

di Ugo Mattei

Il deposito delle sentenze della Corte Costituzionale relative ai referendum sull'acqua non può che essere accolto con soddisfazione perché fa chiarezza su diversi punti. In effetti la bontà dell'impianto abrogativo che avevamo immaginato risulta confermata in termini non equivoci sia per quanto riguarda i referendum ammessi che quelli non ammessi. Dal primo punto di vista, particolarmente importante risulta la motivazione con cui la Corte ci consente di perseguire l'abrogazione dell'intero impianto del Decreto Ronchi. Se vincerà il «sì» non soltanto il servizio idrico integrato ma anche i trasporti pubblici locali, i servizi di raccolta e disposizione dei rifiuti e diversi altri servizi locali potranno essere organizzati con un'ampia varietà di strumenti pubblicistici o a vocazione pubblicistica. L'odioso obbligo di vendita a società per azioni motivate dal profitto potrà essere sconfitto; si apriranno spazi nuovi per una gestione finalmente democratica e partecipata di quanto appartiene a tutti. Tutto ciò in pienissima armonia con il diritto europeo.
La motivazione depositata smaschera inequivocabilmente il misto di ignoranza ed arroganza delle posizioni proclamate a gran voce da Ronchi e Tremonti (imbarazzano entrambe, ma soprattutto che il primo, titolare allora del dicastero degli affari Comunitari, fosse così sprovveduto di nozioni base di diritto europeo) e di quelle con cui l'Italia dei valori si era sfilata dalla battaglia comune, sostenendo fino all'ultimo la stessa tesi del governo. La battaglia sull'acqua si arricchisce così di nuovi alleati e la nozione di beni comuni, che la Corte discute per la prima volta nella sua storia, si arricchisce subito di nuove importantissime attività collettive. Anche trasporti e rifiuti, che già sono oggetto di importanti battaglie civili contro la privatizzazione, vanno gestiti in logica ecologica, partecipata e di lungo periodo.
La Corte inoltre, ammettendo il terzo quesito (abrogazione della remunerazione del capitale) ne riconosce l'importanza sostanziale (ossia la sufficienza al suo scopo) e la non ambiguità. Togliere la remunerazione del capitale dalle bollette significa a tutti gli effetti escludere il profitto dalle motivazioni accettabili nella gestione del bene comune per antonomasia, ossia l'acqua. Ciò dovrebbe scoraggiare i gruppi di interesse privati a fare dell'acqua un business.
Interessanti sono pure le motivazioni dei referendum non ammessi. È proprio qui che si rinviene un passaggio cruciale. Avevamo infatti deciso di presentare il secondo quesito (non senza un'approfondita discussione fra noi estensori) per prudenza, temendo che l'abrogazione del 23 bis (primo quesito) potesse portare alla ed. riviviscenza dell'art. 150 del Codice dell'Ambiente, che lo stesso 23 bis aveva quasi del tutto abrogato ma che ne riproduce in gran parte la struttura relativa ai modelli di gestione. Oggi la Corte Costituzionale ci dice chiaramente che la riviviscenza non potrà mai verificarsi e che in sostanza sarà sufficiente vincere il primo referendum per ottenere gli effetti della vittoria anche del secondo. In una parola, la Corte Costituzionale ci ha fatto lo sconto e, secondo quanto ci dice autorevolmente, il secondo referendum non aggiunge nulla al nostro impianto. La nostra prudenza era stata forse eccessiva, ma in ogni caso che la Corte abbia espressamente escluso la riviviscenza ci in giudizio nel caso di successive diverse proposte interpretative. Ciò solo giustifica lo sforzo di aver compilato un modulo in più.
Severa è invece la Corte nei confronti del quesito dipietrista. Essa ne smaschera tutta l'ambiguità di fondo, dichiarandolo contraddittorio e incomprensibile. In effetti, nel tentativo (impossibile secondo noi e secondo la Corte) di scorporare l'acqua dagli altri servizi (stante il 23 bis che li tratta assieme), Di Pietro rischiava di farci abrogare perfino le norme che la rendono bene pubblico. E La Corte glielo dice chiaro e tondo. Purtroppo invece la Corte non ha accolto la nostra proposta di allineare gli effetti della legge Ronchi (il cui obbligo di vendita scatta come noto a fine 2011) con l'effettivo esperimento del referendum. Qui è mancato quel coraggio innovativo che sarebbe stato giustificato dalla necessità di dare tutela costituzionale effettiva ai beni comuni. La Corte avrebbe dovuto rinviare l'obbligo di vendita a referendum celebrato, ottenendo così, già in via interpretativa, quella moratoria che i Forum perseguono sul piano politico.

da Il Manifesto, Domenica 30 Gennaio 2011