domenica 16 gennaio 2011

Sud Sudan - Si chiudono le urne

di Irene Panozzo
Il terreno scende verso la sponda del grande Nilo, accanto a un boschetto di splendidi manghi carichi di frutti arancioni. Sotto le loro fronde, uomini donne e molti bambini bivaccano da giorni, buttati su stuoie e reti di letti a guardia dei loro pochi beni, in attesa di riprendere il viaggio. La luce intensa del tramonto accarezza le famiglie impegnate a caricare fino all’inverosimile i camion che domani li riporteranno alle loro zone di origine, dopo dieci, quindici o vent’anni passati al Nord, perlopiù nelle vaste periferie della capitale Khartoum. Il porto di Juba non ha molto da offrire all’ennesimo gruppo di returnees, i sudsudanesi che ritornano al Sud dopo un’intera vita da sfollati nella parte settentrionale del paese. Nella maggioranza dei casi se n’erano andati per sfuggire al conflitto e a Khartoum hanno trovato lavoro e delle scuole per i figli, pur continuando a vivere in situazioni di povertà e precarietà estrema, con il costante rischio di veder arrivare le ruspe a distruggere gli insediamenti abusivi dove a migliaia avevano costruito le loro baracche e capanne.
Ora lasciano tutto dietro di sé, tranne poche vettovaglie, qualche vestito e qualche pentola, alcune sedie. E tornano, un migliaio al giorno, più di 140mila dalla fine di ottobre a oggi, a una terra d’origine che in molti non hanno neanche mai visto o che ricordano a stento. “Vengo dal Nord”, dice Jacob Albino, un ragazzone di poco più di vent’anni, diciannove dei quali passati a Khartoum, “ma questo è il mio paese. E sono tornato per il referendum”. In realtà né lui né le altre migliaia di returnees che nelle ultime settimane si sono imbarcati a Kosti, la città settentrionale sul Nilo Bianco da dove partono le chiatte che arrivano fino a Juba, hanno potuto votare. Per farlo sarebbero dovuti arrivare nel Sud in tempo per registrarsi per il voto, a novembre. Oppure registrarsi nel Nord e aspettare che arrivassero i giorni del referendum, per esprimere la loro scelta e poi partire. Invece hanno preferito andarsene prima, forse anche per il timore di disordini nel Nord in occasione dell’apertura delle urne. Non è successo, per fortuna, e il voto è stato ovunque pacifico e “largamente regolare”, come ha confermato venerdì anche Ibrahim Ghandour, segretario per le relazioni politiche del National Congress Party, il partito del presidente Bashir. “Il voto più pacifico, ordinato e civile che abbia mai visto”, l’ha dal canto suo definito il presidente della Commissione per il referendum del Sud Sudan, Mohammed Khalil Ibrahim. Che ha aggiunto, nella conferenza stampa tenuta in un hotel di Juba a un’ora dalla chiusura definitiva delle urne, che “obiettivamente abbiamo lavorato bene e contro ogni aspettativa siamo riusciti a organizzare un referendum in poco più di quattro mesi, invece dei quarantadue inizialmente previsti”. Per come sono andate le cose nei seggi e per le strade del Sud Sudan in questa settimana, le parole di Ibrahim non possono che essere confermate. Innanzitutto dai sudsudanesi, che a partire da domenica si sono messi ordinatamente in fila per votare in massa. In alcuni seggi che il manifesto ha visitato nella contea di Bor, capitale dello stato di Jonglei, giovedì pomeriggio l’affluenza al voto era già stata del 95-98%. I dati ufficiali resi noti ieri dalla Commissione referendaria dicono che nell’intero Sud l’affluenza aggiornata a venerdì sera, quindi con ancora un giorno di apertura delle urne davanti, è stata dell’83%, mentre nel Nord, dove potevano comunque votare solo i sudsudanesi, è stata del 53%. Al 91% l’affluenza nei seggi all’estero, nei paesi in cui le comunità sudsudanesi sono più radicate e numerose. Il referendum quindi è valido. Ora ci vorrà qualche settimana per avere i primi dati provvisori, previsti per il 31 gennaio. Se non ci saranno ricorsi, il 6 febbraio dovrebbero esserci quelli definitivi, che slitteranno al 14 febbraio nel caso di appelli. Ma in realtà nessuno dubita del risultato. “La separazione è l’unica vera opzione, se avessimo voluto l’unità saremmo rimasti a Nord”, ci aveva detto in settimana un “ritornato” di etnia murle incontrato a Bor. Assieme al resto della sua comunità, dopo venti e più anni a Khartoum si è messo in cammino. Prima di Natale sono arrivati nella capitale di Jonglei e da allora sono rimasti in una scuola, accampati con le loro poche cose, in attesa del via libera del governo locale per tornare alla loro area di origine, nella parte più orientale dello stato, verso il confine con l’Etiopia. Nessuno di loro sa l’inglese, lingua ufficiale del Sud, parlano tutti arabo. Speravano di arrivare in tempo per registrarsi e votare, ma non ce l’hanno fatta. Ora tornano in una regione particolarmente povera e isolata, consapevoli di non trovare “a casa” quello che hanno lasciato a Khartoum. “Non abbiamo portato con noi quasi nulla, abbiamo perso molto andando via”, racconta il capo del gruppo, sultan Kumin, “ma non abbiamo dubbi: se il Sud si separa, noi dobbiamo stare qui e costruire il nostro paese”. Le priorità sono molte: innanzitutto dispensari e cliniche, poi le scuole per i figli, cibo e acqua pulita e magari anche un pezzo di terra da coltivare. Un lavoro enorme per le organizzazioni internazionali governative e non che, insieme con le istituzioni locali, stanno cercando lentamente di costruire infrastrutture sociali più che necessarie, in moltissimi casi partendo da zero. “C’è bisogno di tutto”, spiega Ludovico Gammarelli, coordinatore per il Sud Sudan dell’ong italiana Intersos. “Bisogna ricostruire un tessuto sociale che, dove c’era, è andato distrutto. Il lavoro da fare è quindi enorme e ci vorranno molti sforzi da parte del governo e della comunità internazionale”. È questa la prossima sfida con cui il Sud Sudan dovrà cimentarsi. Ci vorrà molto tempo, ammettono tutti, anche i più ottimisti, e il cammino sarà accidentato. Ma sarà l’unico modo che il governo di un futuro Sud Sudan indipendente avrà per rispondere alla partecipazione, alla fiducia e all’orgoglio dimostrati da milioni di cittadini in questa settimana di voto.
Tratto da: Lettera 22