lunedì 20 febbraio 2012

Senegal in rivolta


Domenica 26 febbraio in Senegal si vota il primo turno delle elezioni presidenziali. Nel paese di Modou Samb e Mor Diop, della proverbiale ospitalità venduta a pacchetti-vacanze, nella “democrazia” dell'Africa dell'Ovest che dall'indipendenza non è stata ancora scenario di colpi di stato, o di violenze politico-sociali sfociate nel sangue, da settimane la situazione ha iniziato a riscaldarsi. A scatenarla è la ri-candidatura dell'attuale presidente Abdoulaye Wade, che sta terminando ora il suo secondo mandato. Wade è al governo del paese dal 2000, con un partito, il PDS che ha lui stesso creato e che fonda il suo potere sul suo carisma personale e su un complesso sistema clientelare di redistribuzione delle risorse che vede le entrate statali (incluse quelle derivate dalla cooperazione e da accordi bilaterali con altri stati) oggetto di un feroce processo di accumulazione nelle mani dei pochi in qualche modo al governo.
Durante i suoi mandati Wade ha più volte cambiato la costituzione senegalese. In giugno aveva provato a far passare in parlamento l'eliminazione del secondo turno elettorale nel caso in cui un candidato avesse raggiunto il 25% dei voti. Non ci è riuscito perché un movimento sociale di opposizione si era creato, per quanto elitario e allora minoritario, composto da giornalisti, rappers del movimento “Y-en-a-marre” (ne abbiamo abbastanza), e militanti per i diritti dell'uomo. Questo movimento è riuscito il 23 giugno a portare in piazza alla vigilia della votazione migliaia di persone e i parlamentari non hanno votato la modifica della costituzione. Il movimento Y-en-a-marre in particolare, per tutto l'anno, ha organizzando concerti per il paese, ha cercato di diffondere un discorso sulla cittadinanza, incitando i giovani ad iscriversi alle liste elettorali, e cercando di promuovere quello che definiscono un “nuovo tipo di senegalese” ovvero interessato alla gestione della cosa pubblica e al rispetto delle norme statali in un paese in cui la corruzione e il clientelismo è la pratica quotidiana per “cavarsela”.
È questo stesso movimento, chiamatosi M23, a cui si sono aggiunti anche due candidati alle presidenziali, che in queste settimane sta lanciando quasi quotidianamente sit-in e manifestazioni nel paese. La prima importante è stata il 27 gennaio, quando la corte costituzionale si è pronunciata sulle validità delle candidature, accettandone tredici tra cui anche quella di Wade (da ricordare che ai membri di questa corte, un mese prima, Wade aveva aumentato di 6000 euro lo stipendio).
Da quel momento sono iniziate manifestazioni nel paese, che chiedono il ritiro della candidatura di Wade e che hanno portato a scontri con le forze dell'ordine (sostanzialmente lancio di pietre vs lacrimogeni), a numerosi arresti, feriti e a fin'ora 5 morti tra i manifestanti ed uno fra i poliziotti.
La situazione è ulteriormente degenerata questo venerdì; per la preghiera delle 14 i manifestanti si erano dati appuntamento nel centro di Dakar, nei pressi del Palazzo presidenziale, per una preghiera collettiva che chiedesse la partenza di Wade dal paese. I poliziotti hanno disperso i fedeli a colpi di granate lacrimogene, una delle quali è stata espressamente tirata all'interno della Moschea caposaldo della confraternita dei Tidijani nel centro città.
Da allora, questa che è stata concepita come una “profanazione” ha portato nelle strade anche i fedeli tidjiani che fino ad allora non si erano esposti pubblicamente. Altri scontri sono scoppiati in altre città del paese e, soprattutto nella cittadina caposaldo di questa confraternita, Tivaouane, che si trova su una delle principali arterie stradali del paese, i trasporti sono stati interrotti e il comune è stato devastato (il sindaco è del PDS). Sabato, il ministro degli Interni si è recato dal califfo della confraternita a Tivaouane per porgere le proprie scuse: le sue macchine sono state prese d'assalto ed è dovuto intervenire il corpo speciale per i sequestri per permettere al ministro di tornare a Dakar senza essere linciato dalla folla. (Giorni prima Wade si era recato per la campagna elettorale in un'altra cittadina all'interno del paese e i vetri della sua macchina sono stati sfondati a pietrate). (nota di costume, lo stesso ministro giorni fa ha dichiarato che lo studente ammazzato tirato sotto da un blindato della polizia era morto in un incidente stradale).
Sempre ieri nel pomeriggio, a Kaolack, durante una manifestazione, un ragazzo è stato raggiunto da un lacrimogeno in testa e ed è morto in ospedale ore dopo.
Oggi è stata bloccata la strada nazionale che collega Dakar al resto del paese; nelle barricate nei pressi di Rufisque un diciottenne è stato ucciso da un proiettile. Le scorte di lacrimogeni sono finite, ora la polizia o si ritira, o azzarda spari con fucili a pompa. Il commissariato di Rufisque un'ora fa è stato assaltato, i pochi poliziotti che non erano in strada, sono fuggiti dalla folla di manifestanti.
La situazione è in completo stallo.
Wade ha rotto il silenzio stampa delle scorse settimane per dire che la colpa di quello che sta succedendo è della stampa che, a differenza del resto del mondo, mostra ogni giorno la diretta delle manifestazioni, e quindi anche delle violenze poliziesche, fomentando la popolazione. A questo proposito è bene ricordare che se la tv statale parla di altro o fa campagna elettorale per il presidente, la tv di cui è proprietario il famoso cantante Youssou N'Dour (la cui candidatura alle presidenziali non è stata accettata) ed un altro canale privato cercano di coprire ogni giorno le manifestazioni. La CEDEAO, l'organizzazione degli stati dell'Africa dell'Ovest, ha inviato l'ex presidente nigeriano per cercare di mediare tra il presidente e l'opposizione, ma Wade ha dichiarato che prima delle elezioni non ci sarà alcuna mediazione.
Le persone iniziano a temere di recarsi alle elezioni se la situazione non si calma e sui media (tv e internet) iniziano a circolare voci sui modi in cui Wade falsificherà i dati elettorali. (L'Unione Europea per la prima volta nella storia del Senegal indipendente ha mandato 90 osservatori).
Oggi pomeriggio nel quartiere popolare della Medina, in centro città, dei giovani sostenitori di Wade hanno provato ad organizzare un sit-in e sono stati cacciati a pietrate dagli abitanti.
La rabbia è alta anche tra chi non si da alle strade: tutte le persone con cui ho parlato continuano a dire che ne hanno abbastanza, del lavoro che non si trova, dell'inflazione che galoppa in maniera impressionante (un kilo di zucchero ora costa 1,07 €, un kg di riso 0,76 €, 1litro di gasolio 1,22 €; un professore di liceo guadagna circa 300 € al mese, una bonne (leggesi serva) ne guadagna in media 50 €, il salario minimo garantito, qualsiasi cosa poi questo voglia dire, è di 0,27 € all'ora). I professori (dalle scuole medie alle università) sono in sciopero ormai da mesi, i tassisti e i gestori dei trasporti sono stati giorni interi in sciopero all'inizio dell'anno bloccando completamente la circolazione e potrebbero tornare a farlo. I mercati di certi quartieri di Dakar in cui è alto il rischio di manifestazioni sono da giorni deserti perché la gente inizia ad aver paura di muoversi temendo di rimanere bloccata in scontri.
Prospettive sul futuro non so in alcun modo darne, c'è chi sostiene che le elezioni saranno posticipate.
Minuti fa ho sentito colpi di spari venire da un quartiere vicino, la televisione dice che gli scontri continuano a darsi, anche in altre parti di Dakar fino ad oggi rimaste immobili. Non vorrei far passare il discorso che il Senegal stia diventando insicuro, perché non lo é, si tratta di una protesta finalizzata ad evitare quello che qua chiamano “colpo di stato costituzionale”, che sta attraversando il paese e che ha obiettivi ben precisi (forze dell'ordine, palazzi istituzionali, case dei ministri); la reazione poliziesca la sta rendendo chiaramente cruenta.
Se non bastasse la straziante conta dei morti, sulla stampa si rincorrono infatti immagini di violenza assoluta da parte delle forze dell'ordine, di cui vi allego link: lacrimogeni sparati ad altezza uomo, candidati malmenati dai poliziotti, tentativi di rastrellamenti dei manifestanti in abitazioni private. I ragazzi, soprattutto uomini, che stanno scendendo in strada in queste ore lo stanno facendo senza protezioni, a rischio della propria vita (eccezione, un ragazzino con un guanto da cucina per rilanciare sui poliziotti i lacrimogeni).
È a loro che va soprattutto il senso di questo tentativo di report, non mi sento di azzardare analisi di alcun tipo, ma che almeno i loro sforzi non rimangano in silenzio.