giovedì 26 gennaio 2017

Siria - Al Hol, il paradossale corridoio umanitario che dall’Iraq porta in Siria


Sulla guerra in Siria e sulla situazione irachena si allungano le ombre dei nuovi scenari geopolitici post insediamento di Trump, che non ha mai nascosto la sua amicizia ed identità di vedute con Putin oltre al sostegno aperto ad Israele, mentre Erdogan continua la sua politica di aggressione fronteggiandosi indirettamente con Iran e Arabia Saudita per l’egemonia regionale.
Ma cosa sta succedendo alle popolazioni civili siriane ed irachene strangolate dai vari fronti di guerra?
Ce lo racconta Un Ponte Per ..., l’organizzazione italiana impegnata nel sostegno alle popolazioni civili in questa area devastata del nostro pianeta.
Al Hol, il paradossale corridoio umanitario che dall’Iraq porta in Siria
Al Hol è un villaggio sperduto in un’area semideserta della Siria, a pochi passi dalla frontiera con l’Iraq. Negli ultimi mesi qui sono fuggiti migliaia di iracheni a seguito della battaglia di Mosul. Una delle possibili vie di fuga dalla città infatti porta solo verso la Siria.
Al Hol è un luogo tristemente noto perché qui sono rimasti bloccati per anni i palestinesi fuggiti dall’Iraq dopo il 2003 e che nessuno voleva accogliere. Per anni hanno atteso un paese ospitale. Il campo ha anche ospitato le centinaia di migliaia di iracheni che tra il 2006 e il 2008 sono fuggiti verso la Siria per non soccombere nella guerra civile che dilaniò il paese.
Poi il campo si è svuotato, e dopo il 2011 è diventato luogo di battaglie tra Daesh (Stato Islamico), le altre forze estremiste e i combattenti curdi. Oggi il campo è tornato a servire i rifugiati, invece di essere chiuso o di diventare un museo per la memoria. Con tutto il dolore che portano le sue mura e le sue strutture cadenti è stato riattivato per ospitare, a oggi, più di 15mila iracheni. In prevalenza minori, 2.500 a dicembre, 500 neonati. E donne.
Una popolazione in fuga dal Daesh, dopo averne subito l’occupazione per due anni. Il paradosso è che non possono fuggire in altre aree dell’Iraq, la strada più semplice è quella verso la Siria. L’amministrazione autonoma del nord-est siriano, l’area a maggioranza curda del paese chiamata Rojava, sta facendo uno sforzo eccezionale per accoglierli.
Le autorità locali stanno già ospitando centinaia di migliaia di sfollati interni siriani. E stanno assistendo le persone in fuga da Raqqa, in Siria. Non hanno né i soldi né la possibilità concreta di gestire un flusso di rifugiati da un altro paese. E invece ci danno una grande lezione di dignità e solidarietà. Il campo è stato riattivato, con il sostegno dell’Unchr.
Un ponte per... e la Mezzaluna Rossa Curda hanno costruito un centro di salute di base da campo che sta accogliendo ogni giorno centinaia di persone. Un’ambulanza delle due organizzazioni ogni giorno raggiunge il valico di frontiera tra Iraq e Siria di Rajm Sleby e da lì porta in ospedale o al campo i casi più difficili.

Ma al valico i controlli sono attentissimi. Il pericolo di infiltrazione di Daesh è alto. Spesso sono necessarie lunghe negoziazioni per portare in salvo le persone. Molte arrivano in condizioni disperate. Sono più di 100 i disabili arrivati negli ultimi mesi. E tra i bambini sono evidenti i molti casi di malnutrizione. Mancano molti generi di prima necessità e le sole cure mediche senza una adeguata infrastruttura di assistenza sono una risposta troppo limitata.
Gli operatori al campo di Al Hol e l’ambulanza in frontiera fanno i salti mortali per evitare il peggio a molte persone. Quando il servizio non c’era, a ottobre, su quella stessa frontiera sono morti due bambini. Casi del genere non si sono più verificati, ma siamo ancora lontani da un minimo di normalità. Nel campo le latrine sono in costruzione, l’acqua scarseggia in tutta la zona, cumuli di immondizia costellano le strade di polvere.
Donne e bambini si affollano nella sala d’attesa del nostro centro sanitario perché è uno dei pochi luoghi protetti, anche quando non hanno bisogno di una visita. Per le emergenze le ambulanze della Mezzaluna Rossa Curda corrono all’ospedale di Hassake, distante 50 chilometri, ma anche lì la situazione è drammatica. Dalla Siria sono fuggiti migliaia di medici, e i pochi ospedali rimasti aperti sono al collasso.

In questo groviglio di equilibri molto fragili si stanno muovendo la parte di sfollati che da Mosul cerca salvezza verso la Siria. Il governo iracheno ha promesso che garantirà il loro rientro. Ma a oggi i numeri del campo aumentano di giorno in giorno, e il campo sta diventando sempre più grande. Ai rifugiati iracheni si stanno aggiungendo gli sfollati siriani provenienti da Deir el Zorr, altra città in cui si sta combattendo contro Daesh.
La generosità dei siriani in tutto questo rimane encomiabile. Un paese che ha visto fuggire all’estero 4 milioni e mezzo di persone e che ha più di 8 milioni di sfollati accoglie chi fugge dal vicino Iraq. E non c’è tempo né voglia di gridare all’invasione. Ma solo la necessità di aiutare chi ha bisogno.
Tratto da Huffington Post

Al confine dimenticato, tra Siria e Iraq
Spingersi fino al confine tra Iraq e Siria per dare immediata assistenza a chi fugge. Costruire ospedali da campo, un sistema di ambulanze, spostarsi da un luogo all’altro con coraggio e determinazione. E’ il lavoro che stiamo facendo in Siria insieme alla Mezzaluna Rossa Curda. Ecco il racconto degli operatori locali.
Nella foto, A. stringe tra le braccia un neonato avvolto in una spessa coperta invernale. Nonostante le difficili condizioni in cui è venuto al mondo, lui è riuscito a sopravvivere. Non hanno avuto la stessa fortuna altri 4 bambini, che non hanno sopportato il freddo, l’attesa, le continue tempeste di sabbia.
Siamo a Rajm Slebi, punto di confine orientale tra l’Iraq e la Siria, a 40 chilometri di distanza dal primo campo profughi in grado di accogliere le famiglie in fuga dalla guerra.
O forse, sarebbe meglio usare il plurale: perché qui arriva chi fugge da quella in Iraq, con la battaglia in corso per la liberazione di Mosul; e da quella in Siria, che non conosce tregua dal 2011. Qui, al confine, siamo a lavoro anche noi.
Anche A., che siede sul retro di un’ambulanza aperta, è fuggito dalla guerra. Da Deir Al Zor, in Siria, caduta nelle mani di Daesh nell’estate 2014, è arrivato nell’area a maggioranza curda del Rojava. Come volontario ha iniziato a lavorare con i nostri partner della Mezzaluna Rossa Curda (KRC), e a quel confine è riuscito, mesi dopo, a riabbracciare sua madre. A. nel campo di Al Hol, è riconosciuto come un eroe perché è stato il primo a prestare soccorso umanitario a migliaia di persone in attesa al confine, dopo giorni di stenti.
La sua storia è quella di centinaia di esseri umani che da questi conflitti stanno fuggendo.
E, come lui, sono tanti i giovani che hanno scelto di unirsi al personale medico e paramedico che, quotidianamente, si muove da un’area all’altra della Siria spingendosi fino alle porte del governatorato di Raqqa, la roccaforte di Daesh nel paese. Dando prima assistenza alle persone in fuga, o trasportando i malati più gravi negli ospedali vicini. Rischiando la vita, ogni giorno, per aiutare.

Da mesi ormai, al confine di Rajm Slebi arrivano anche gli iracheni. Rifugiati, perché questo diventano una volta entrati in Siria, anche se le burocrazie del diritto internazionale non riconoscono loro questo diritto.
Il campo più vicino è quello di Al Hol, costruito già nel 2003 per chi fuggiva, allora, dal conflitto provocato con l’invasione statunitense del paese. Prima di essere rimpatriate in Iraq quelle famiglie sono rimaste nel campo anche per 5 o 6 anni, tanto che oltre alle tende esistono diverse strutture in muratura. L’area in cui sorge in anni recenti è stata occupata prima da Jabhat al Nursa poi, nel 2014, da Daesh, fino a quando non è stata ripresa dalle forze combattenti curde.
La strada per raggiungerlo corre lungo il deserto, e i villaggi che si incontrano – Tel Kocer, Tel Hamis, Al Hol – portano tutti i segni dei pesanti combattimenti che si sono svolti.
Mezzi corazzati bombardati ai lati delle strade, case distrutte da mortai e trincee scavate ovunque. Il campo si trova a 40 chilometri di distanza da Rajm Slebi, e per le famiglie che arrivano al confine in condizioni spesso critiche è tutt’altro che semplice raggiungerlo.
Per questo ormai da mesi le ambulanze della Mezzaluna Rossa Curda fanno la spola, recuperano le persone, le portano fino al campo o – quando necessario – negli ospedali più vicini.
Donne, bambini, anziani, spesso costretti ad attendere per giorni a quel confine, e “a scavare buche per terra in cui dormire ricoperti da teli di plastica per ripararsi dalle continue tempeste di sabbia”, ci raccontano gli operatori locali.
Nonostante siano già diverse migliaia le persone arrivate a Rajm Slebi dall’Iraq o da altre zone della Siria, l’area è rimasta a lungo esclusa dai primi piani di intervento umanitario delle organizzazioni internazionali, immaginati per fronteggiare quella che già si annunciava come “l’emergenza Mosul”.
Eppure “la Mezzaluna Rossa Curda è stato l’unico attore presente sul campo per diversi mesi”, spiegano gli operatori, “finché Unhcr ha fatto una prima missione di ricognizione capendo che era necessario intervenire anche qui”.
Negli ultimi 6 mesi la KRC è riuscita a costruire un piccolo presidio sanitario nel campo di Al Hol in cui fornire prima assistenza alle persone recuperate al confine. Ma le ambulanze erano solo 2, i farmaci pochi, e i medici riuscivano a garantire presenza solo per qualche ora al giorno.
Per questo abbiamo deciso di intervenire, supportando e potenziando il loro lavoro.
Insieme alla KRC siamo riusciti a creare ad Al Hol una struttura medico-sanitaria di prima assistenza funzionante: un vero e proprio ospedale da campo, costituito da due grandi prefabbricati con diversi reparti e lo spazio per stabilizzare i pazienti prima che siano trasportati negli ospedali. Da 8 persone impiegate nello staff siamo passati ad oltre 60 tra medici, pediatrici, ginecologhe, ostetriche, infermiere, personale paramedico, in grado di fornire assistenza 24 ore su 24.
A questo si affianca il lavoro di 20 operatori sociali che si muovono di tenda in tenda per capire quali sono le problematiche delle persone ospitate ad Al Hol e farne una mappatura, riuscendo anche ad intervenire nei casi in cui le donne, a causa di modelli patriarcali resistenti, non possano uscire dalle loro tende per farsi curare.
Anche il sistema di ambulanze è stato potenziato, ed è il loro il lavoro più difficile. “Percorrere quei 40 chilometri sterrati, a volte arrivare a superare il confine per entrare in Iraq e andare a prendere le persone in fuga, è davvero complesso”, ci spiegano gli operatori.
“E’ un’area pericolosa, a pochissimi chilometri dai combattimenti, circondata da Daesh su più fronti. Capita spesso che arrivano razzi, o che i mezzi si perdano e restino impantanati nel fango ora che sono iniziate le piogge”. Il maltempo, inoltre, rende molto più precarie le condizioni di salute delle persone in fuga, ecco perché il tempestivo intervento del personale medico, spesso, può salvare delle vite. Soprattutto quando si tratta di bambini, di persone anziane, di disabili.
A questo lavoro difficile e fondamentale, si affianca anche quello di “SAFE” – il progetto sostenuto dall’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo (AICS), dall’Ufficio 8×1000 della Tavola Valdese e dalla Provincia Autonoma di Bolzano – con cui stiamo sostenendo 4 cliniche della Mezzaluna Rossa Curda.
“Riusciamo a coprire tutta l’area centro-nord della regione fino al confine con il governatorato di Raqqa, e il lato sud-orientale al confine con l’Iraq”, spiegano gli operatori. A Derik, Amuda, Qamishlo e Serekaniye le cliniche della KRC oggi riescono a fornire servizi sanitari gratuiti 5 giorni a settimana.
“Da Serekaniye, la più occidentale e la più vicina a Raqqa, partono le ambulanze che sostengono le famiglie sfollate siriane nel campo di transito di Mabruka e nei villaggi che si trovano nell’area di Ain Issa, molto vicini ai combattimenti, dove arrivano le persone in fuga da Raqqa”, ci raccontano. “Ma in questi giorni siamo impegnati ovunque nel nord della Siria” spiega S., paramedico della KRC.
“A Manbji, dove arrivano migliaia di persone in fuga da Al Bab; a Sheick Mansour, dove in questi giorni abbiamo prestato assistenza a tante famiglie scappate da Aleppo est. Anche se viviamo in una condizione di embargo e con pochissimi fondi a disposizione”.
Ormai dal 2015 il ponte che abbiamo tentato di aprire con il Rojava ci ha portato ad accompagnare diversi carichi umanitari di attrezzature sanitarie e medicinali.
“E’ quello che serve di più, perché sia i farmaci pediatrici che quelli anti-tumorali sono praticamente irreperibili in tutta la regione”, raccontano.
La KRC considera la nostra missione più importante proprio quella che nel 2015 riuscì a portare un grande carico di medicinali fino a Kobane a pochi giorni dall’apertura di un corridoio umanitario verso la città, assediata per mesi da Daesh.
E grazie all’impegno della Mezzaluna Rossa, oggi la clinica di Amuda è diventata l’unico centro oncologico gratuito di tutta la regione.
Qui le persone arrivano persino da Aleppo, da Damasco o da Kobane per potersi curare. “Abbiamo scelto di rafforzare anche questo fronte nei prossimi mesi di lavoro, oltre a potenziare il sistema delle ambulanze che vorremmo offrisse sostegno ginecologico. Servono ostetriche e ginecologhe attive 24 ore su 24 disponibili per questo tipo di emergenza”, ci spiegano.
E per comprendere quanto sia centrale un lavoro di questo genere, bisogna ricordare che si è in una zona di guerra. Che la rete telefonica non funziona quasi mai, ed il coordinamento tra unità mobili ed ospedali è reso incredibilmente difficile e pericoloso dalle condizioni sul terreno, sempre mutevoli.
“Oggi il personale medico e paramedico, composto da giovani volontari e volontarie che hanno scelto di mettersi al servizio della popolazione costretta a subire il conflitto, è incredibilmente preparato e formato”, affermano con soddisfazione. Tante le perdite che hanno subito: l’ultima quest’estate. D. era un ragazzo fuggito dalla città di Menbji appena liberata, si era unito a KRC per aiutare a sua volta chi aveva aiutato lui e la sua famiglia. E’ morto in un incidente stradale mentre fuggiva da un’imboscata di Daesh.
S. uno dei ragazzi che ha fondato la KRC 4 anni fa, ha visto la sua famiglia e la sua fidanzata emigrare in Germania.
“Vorrei andare a trovarli per un breve periodo, ma so già che mi mancherebbe tutto di questo posto, dove sono importante per le persone che vivono intorno a me. In Germania non sarei altro che uno dei tanti siriani fuggiti dalla guerra. Loro hanno capito la mia scelta e la rispettano. Il mio sogno è che possano tornare a Qamishlo, avere la possibilità di costruirsi una vita qui. La KRC ha assunto questo significato per le vite dei tanti ragazzi e ragazze che hanno scelto di restare perché hanno trovato un obiettivo ed qualcosa di importante da realizzare”.
Nel nostro piccolo vogliamo contribuire a rafforzare il loro lavoro. E continuare a camminare e costruire insieme, fino a quando non sarà più necessario fuggire.