martedì 3 gennaio 2012

Messico - Comunità zapatiste esempio di nuove forme di governo.

Le comunità zapatiste, un esempio di nuove forme di governo. Javier Sicilia: i movimenti antisistema possono restare uniti ai margini dello Stato.

di Hermann Bellinghasen.


Gli attuali movimenti antisistema “possono restare uniti in profondo dialogo ai margini dello Stato e della sua economia”, come hanno fatto le comunità zapatiste “creando forme pedagogiche e di governo”, ha affermato Javier Sicilia durante la terza giornata del Seminario Internazionale di Riflessione ed Analisi che si sta svolgendo in questa città.
Paulina Fernández e Gustavo Esteva, da riflessioni ed aspetti molto diversi, hanno concordato con Sicilia riguardo la sua valutazione dell’esperienza di autonomia e governo zapatista come elemento di grande esemplarità in questo momento in cui, avrebbe sostenuto più tardi – anche se di persona – Pablo González Casanova, “il 99 percento vincerà”.
Nella prima sessione è stato letto un breve messaggio di Marcos Roitman, inviato da Madrid, che oltre ad esprimere la sua “adesione” al seminario, ha ribadito il suo appoggio all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), “arma del pensiero critico” per avere la giustizia, la libertà e la democrazia, rendendo possibili alternative ai governi dei mercati nel mondo.
Con una dura descrizione critica della rapacità dei politici di tutti i partiti e del ruolo distorto dei partiti nella pratica democratica come puro business, Paulina Fernández, che studia da vicino il funzionamento reale e quotidiano dei governi autonomi zapatisti, ha criticato con dati ed esempi queste due forme diverse e non conciliabili di esercitare le responsabilità di governo e rappresentanza.

Ha raccontato l’esperienza “del compa Jolil” e le motivazioni che l’hanno portato a partecipare ad un consiglio municipale autonomo, opponendola alle scandalose cifre  che ci costano i politici e governanti, con i loro stipendi e benefits, sia per incarichi di rappresentanza che di governo o struttura di partito. Migliaia di milioni di pesos, la decomposizione e la mancanza di impegno sono la dimostrazione “di quello di cui è fatta la democrazia che ci hanno imposto”, in un paese profondamente disuguale.
All’opposto c’è l’esperienza del “compa” indigeno, che la ricercatrice ha potuto accompagnare e conoscere durante i due anni in cui è stato “consejo“, come le comunità zapatiste definiscono chi svolge funzioni di governo. Senza retribuzione economica né bisogno di “sapere” governare, gli indigeni partecipano per elezione delle loro comunità a strutture di delibera e decisioni collettive, la cui unica ragion d’essere è il servizio. Fernández ha denunciato “l’impudicizia” di molti dei politici che si presentano senza aver reso conto delle funzioni svolte in precedenza, o con ancora carichi pendenti. “Cercano la nomina che li protegga dalle loro precedenti malefatte”.
“Tutti i compagni svolgono tutte le attività”, ha poi sottolineato. Praticano un “governo differente”. Ha visto lavorare “al potere” Jolil per due anni, dove “è cresciuto come zapatista e come persona, senza corrompersi”. Attribuisce questo risultato agli obiettivi chiari della lotta dell’EZLN e delle comunità che, “senza arrendersi”, mantengono “la solidità morale dell’organizzazione zapatista”.
Gustavo Esteva, assente al Seminario per motivi di salute, come Pablo González Casanova ed il filosofo Luis Villoro, ha inviato un contributo nel quale, seguendo le sue recenti riflessioni dalle pagine di La Jornada, non colloca il momento attuale “sull’orlo dell’abisso”, perché “siamo già precipitati e non si vede il fondo”.
Condividendo con Fernández la caduta della cosiddetta “democrazia” istituzionale, dove le elezioni sono “un circo a tre piste”, mentre prosegue “il mostruoso e spropositato piano di guerra di Felipe Calderón, che da un problema di salute pubblica è diventato un problema di sicurezza nazionale”, sfociato in “una guerra civile senza chiarezza tra le bande in lotta”, Esteva si domanda ripetutamente: “Perché ci siamo fatti trascinare fino a questo punto?”
Citando il subcomandante Marcos, sottolinea come così si stia distruggendo il tessuto sociale di un paese dove dominano “gli scandali dei troppo ricchi e dei troppo poveri”. Riferendosi ad Iván Ilich come autore cardine, in consonanza con Sicilia e Jean Robert, Esteva pensa che l’antidoto contro la “credenza fondamentalista” in una democrazia dove “le elezioni servono per stabilire a chi spetterà di premere il grilletto”, sta nei nuovi comportamenti, “alternativi alla wallmartizzazione del mondo”. Ciò che potrebbe essere “un’altra sinistra” alimentata dalle proteste mondiali, le occupazione e gli indignados che sono intervenuti ieri in questo seminario.
Il poeta Javier Sicilia ha fatto riferimento ai “nuovi poveri” dalla certezza che il cambiamento avverrà solo se “non si metterà il vino nuovo negli otri vecchi”. Paragonando i movimenti zapatista e quello di Paz con Justicia y Dignidad, ha rimarcato le loro similitudini, perché “nascono dall’idea che si possono trasformare le condizioni imposte dallo Stato”. Sono, ha detto, “forme nuove che preludono a quello che si sta sviluppando nel presente disastro”.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)