martedì 3 gennaio 2012

Messico - L’EZLN è maggiorenne

di Gloria Muñoz Ramírez.

18 anni fa l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) irrompeva nella vita pubblica del paese e del mondo. Questo primo di gennaio l’insurrezione diventa maggiorenne, una maturità politica rappresentata dal lavoro quotidiano di più di mille comunità indigene che organizzano la propria autonomia in un processo ancora non comparabile con i molti altri presenti in tutto il paese. Nelle cinque regioni del Chiapas dichiarate in ribellione continua ad esserci un esercito regolare armato. Non usa le armi, vero, perché è vigente l’impegno per la pace che ha stipulato con la società civile nelle prime settimane del 1994.
18 anni fa gli zapatisti arrivarono per restare, nonostante le molte offensive militari, paramilitari, di contrainsurgencia, intellettuali, i mezzi di comunicazione ed i partiti, alle quali hanno resistito durante i governi federali di Carlos Salinas, Ernesto Zedillo e Vicente Fox, ed attualmente di Felipe Calderón.
18 anni fa gli zapatisti tzotziles, tzeltales, zoques, mames, tojolabales, choles e meticci, fecero la loro apparizione pubblica con la presa di sette capoluoghi municipali del Chiapas. Non sono gli stessi di allora, come non lo è il paese che li vide nascere nella clandestinità nel 1983, quello che li ricevette l’alba del primo gennaio del 1994, quello che percorsero da sud a nord nel 2006, né quello che in questo momento è infognato in una guerra in “contro il narcotraffico” che è costata la vita a più di 50 mila persone.

Il 6 maggio scorso, in un’affollata manifestazione, dopo cinque anni di assenza al di fuori del loro territorio, più di 20 mila basi di appoggio hanno unito il loro grido e silenzio a quello del Movimento per la Pace. La loro posizione è stata la stessa di 18 anni fa: “Non siamo qui per indicare strade, né per dire che cosa fare, né per rispondere alla domanda: che cosa succederà”.
La lotta zapatista non è nata né è proseguita sulla base di rivendicazioni puramente indigene. Fin dall’inizio, raccontano, si pensò alla lotta nazionale. Il tenente colonnello Moisés una volta spiegò che nel 1983 si domandavano: “Come faremo per avere buona assistenza sanitaria, buona educazione, buone case per tutto il Messico? In quei primi 10 anni acquisimmo molte conoscenze, esperienze, idee, modi di organizzarci. E pensavamo: come ci accoglierà il popolo del Messico (non lo chiamavamo ancora società civile)? E pensavamo che ci avrebbero accolto con gioia, perché avremmo combattuto e saremmo morti per lui, perché vogliamo che ci siano libertà, democrazia e giustizia per tutti. Ma nello stesso tempo pensavamo, come sarà? E se non ci accetteranno?”