venerdì 20 febbraio 2009

Affrontare gli sfratti? Non abbandoni ma occupazioni



Un articolo di Amy Goodman sull’escalation degli sfratti negli USA e su come le famiglie americane di working class cominciano a difendere la casa pubblicato sul San Francisco Chronicle il 4 febbraio ’09.

Marcy Kaptur, dell’Ohio, è la donna con la carriera più longeva nel Congresso degli Stati Uniti. Il distretto a cui appartiene, esteso lungo la costa del lago Eire tra la parte ovest di Cleveland e Toledo, sta affrontando un’epidemia di sfratti e una disoccupazione all’11,5 %. Questa regione del profondo entroterra, la Rust Belt, è stata sconvolta nel profondo dall’Accordo per il Libero Mercato del Nord America (NAFTA), che ha comportato la chiusura delle fabbriche e le lotte delle fattorie a conduzione familiare. La Kaptur ha condotto la battaglia al Congresso contro il NAFTA. Ora, sta caldeggiando una soluzione radicale agli sfratti dall’interno dello stesso Congresso degli Stati Uniti: "Questo dico al popolo americano: siate gli occupanti delle vostre stesse case. Non abbandonatele".
La sua critica è indirizzata al fallimento del piano anti-crisi per salvaguardare dagli sfratti i proprietari delle abitazioni. Il suo consiglio di "occupare" sfrutta in maniera intelligente un tecnicismo legale all’interno del quadro della crisi dei mutui subprime e delle conseguenti ipoteche. Queste ipoteche erano state attuate, poi raccolte in obbligazioni e vendute e rivendute ripetutamente, da quelle stesse banche di Wall Street che ora stanno beneficiando del TARP (il programma di riassestamento dei patrimoni finanziari). Le banche che ipotecano le case molto spesso non sono in grado di individuarne l’attuale contratto di locazione che lega i proprietari al mutuo. “Fatevi dare il contratto”, raccomanda la Kaptur a tutti coloro i quali stanno affrontando le domande di sfratto delle banche.
"Il possesso" afferma la Kaptur, "rappresenta i 9/10 della legge. Per cui, rimanete nelle vostre proprietà. Affidatevi ad un apposito rappresentante legale. Se Wall Street non può produrre gli atti o l’iter di verifica delle ipoteche… non lasciate la vostra casa. E’ il vostro castello. E’ molto più di un pezzo di proprietà… la maggior parte della gente non pensa nemmeno a farsi rappresentare legalmente, poiché riceve un pezzo di carta dalla banca, e dice ‘Oh, è la banca!’ e si impaurisce piuttosto di ragionare: ‘Questo è un contratto legale. L’ipoteca è un contratto. Io ne sono una parte. C’è un’altra parte. Quali sono i miei diritti in base alla legge come detentore di una proprietà?’. “Se osservate quel pezzo di carta, e controllate dove sta l’inghippo, scoprirete che il 95-98% dei contratti fa riferimento a cinque istituzioni: JP Morgan Chase, Bank of America, Wachovia, Citigroup e HSBC. Tengono il paese per il collo.”
La Kaptur raccomanda di contattare la Legal Aid Society del proprio territorio, la Bar Association o l’888-995-4673 per l’assistenza legale.
L’onere di cacciare fisicamente le persone dalle case e di sgomberarne il mobilio ricade solitamente sulle spalle dello Sceriffo locale. La Kaptur condiziona il proprio consiglio di occupare, affermando “Se siamo allo sgombero con la forza, se si è giunti a quel punto, occupare diviene quasi impossibile.” A meno che non sia lo sceriffo stesso a rifiutarsi di attuare lo sgombero, come decise di fare lo Sceriffo Warren C. Evans della contea di Wayne, nel Michigan, dove, insieme alla zona di Detroit, si sono verificati più di 46.000 sfratti negli ultimi due anni.
Dopo aver controllato il TARP, Evans ha stabilito che gli sfratti entravano in conflitto con gli stessi obbiettivi del TARP, tra cui la riduzione dell’esproprio delle case, e che egli stesso avrebbe violato la legge negando alle famiglie sfrattate la possibilità di essere assistiti legalmente a livello federale. Lo stesso Sceriffo ha affermato: “In tutta coscienza, non posso permettere che anche una sola famiglia in più venga cacciata di casa finché non ho appurato che è stata loro concessa ogni opzione legale di cui sono in diritto per evitare lo sfratto.”
Bruce Marks, della Neighborhood Assistance Corp. of America (NACA), la cui sede si trova a Boston, sta intraprendendo la lotta nelle case degli amministratori delegati delle banche. Lo scorso ottobre, quando il salvataggio TARP si stava rivelando un beneficio solo per Wall Street e non per Main Street, la NACA aveva bloccato l’entrata del gigante delle ipoteche Fannie Mae, fino ad ottenere un incontro con la dirigenza. Ora la NACA sta lavorando con la Fannie Mae per il recupero delle ipoteche. Marks sta organizzando un “Tour del predatore”, una tre giorni che si svolgerà nell’intero paese e che andrà letteralmente nelle case degli amministratori delegati delle banche, con l’obbiettivo di ottenere degli incontri con gli stessi amministratori. Mi ha detto: “Questo è ciò che faremo con migliaia di proprietari, andremo nelle case degli amministratori e diremo loro ‘Venite ad incontrare le nostre famiglie, venite a vedere chi state sfrattando’. Se vogliono portarci via la nostra casa, noi andremo a casa loro per dire BASTA.”
Prima dell’insediamento di Barack Obama, Larry Summers, ora a capo del Consiglio Economico Nazionale del presidente, aveva promesso ai capigruppo democratici al Congresso di “implementare politiche efficaci ed aggressive per ridurre il numero degli sfratti preventivi, attraverso la riduzione di pagamento delle ipoteche per quei proprietari di case che si dimostrassero responsabili ma in situazione di difficoltà economica, oltre a riformare le leggi sulla bancarotta e a rinforzare le politiche abitative esistenti.”
Stando ad un rapporto di RealityTrac, “le istanze di sfratto nel 2008 sono state registrate su 2,3 milioni di proprietà negli Stati Uniti, con un incremento dell’81% rispetto al 2007, e addirittura del 225% rispetto al 2006”.Con l’approfondirsi della crisi economica, le persone costrette ad affrontare gli sfratti dovrebbero seguire il consiglio di Marcy Kaptur e dire ai propri banchieri: “Fateci vedere i contratti”.

giovedì 19 febbraio 2009

Guadalupa, continuano gli scontri

Coinvolti anche poliziotti francesi
Da settimane le isole caraibiche in sciopero contro il carovita
Sempre più fuori da ogni controllo i tumulti in cui e’ degenerato lo sciopero generale contro il carovita e la crisi economica, proclamato un mese fa sull’isola caraibica della Guadalupa, dipartimento d’Oltremare della Francia considerato finora un paradiso del turismo balneare: dopo gli scontri di piazza di ieri, in cui almeno un sindacalista aveva perso la vita e diverse altre persone erano rimaste ferite, colpi di arma da fuoco sono stati esplosi nella notte contro poliziotti e gendarmi giunti dalla madrepatria per ripristinare l’ordine pubblico. Lo hanno reso noto fonti della Prefettura, secondo cui sono stati almeno cinque i proiettili sparati all’indirizzo degli agenti nella località di Gosier, a pochi chilometri dal capoluogo Pointe-a-Pitre, dove si sono registrati nuovi episodi di incendi dolosi e di saccheggi, cosi’ come nella cittadina di Sainte-Rose; quattro gli arresti. E’ la prima volta in cui le forze di sicurezza inviate da Parigi restano direttamente coinvolte nei disordini.

Articolo pubblicato sul sito di PeaceReporter
Vedi anche:
Guadeloupe: nuit de violences, le gouvernement promet la fermeté
Le fotografie su Le Monde

Guadalupa, esplosione di violenze

Nell’isola dell’arcipelago delle Antille, gli atti di violenza si sono moltiplicati nella notte nel territorio d’oltremare francese A Guadalupa, isola delle Antille sotto la giurisdizione francese, un’esplosione di rabbia causata dalla drammatica situazione socio-economica rischia di far precipitare il Paese nel caos. Dalla serata di ieri, si sono verificati atti vandalici e incendiari, l’assalto di negozi e veicoli, nonché duri scontri a fuoco con la polizia. La prefettura informa che la prima vittima è un sindacalista di 50 anni.
Giovani e polizia si sarebbero duramente scontrati, secondo più fonti riportate stamattina dal quotidiano Le Monde. Il collettivo LKP, primo movimento dell’isola e in prima linea nelle contestazioni, ha lanciato a metà serata, tramite la radio RCI, un appello alla calma in lingua creola, pur essendo il francese la lingua ufficiale. Oltre alla città di Pointe-à-Pitre, sono rimasti coinvolti nelle agitazioni i comuni di Capesterre-Belle-Eau e Saint-François. La prefettura locale comunica che non è ancora possibile fare un resoconto della situazione. Anche il governo locale lancia un "appello alla calma" tramite il portavoce Luc Chatel alla televisione Europe1. Nella cittadina di Baie-Mahault, a 10 chilometri da Pointe-à-Pitre, un centinaio di giovani si è scontrato con la gendarmeria: alcuni giovani possedevano fucili a pompa e avrebbero più volte sparato alla polizia. Tre poliziotti sono rimasti lievemente feriti nella città di Pointe-à-Pitre. In Francia il segretario del Partito Socialista (Ps), Martine Aubry, ha dichiarato mercoledì, a proposito della crisi nell’isola, che così come "il generale De Gaulle, Mitterand e Chirac amavano i dipartimenti d’oltre mare (Dom), anche Sarkozy dovrebbe interessarsene e farsi amare dai cittadini di questi territori, di fatto francesi".

Articolo pubblicato su PeaceReporter

mercoledì 18 febbraio 2009

In attesa tra le macerie

Mentre la tregua sembra concretizzarsi, la Striscia di Gaza rivela tutto l’orrore della distruzione subita

Di fronte all’ospedale Shifa di Gaza, uno dei tre principali nosocomi della Striscia, il muezzìn chiama alla preghiera di mezzogiorno del venerdì, tradizionalmente la più partecipata. Il traffico si interrompe quasi totalmente e il caos del mercato cittadino si tacita. La gente della zona e i dipendenti dell’ospedale affluiscono ordinatamente verso la moschea di Shifa. Solo che la moschea non c’è più.
E’ stata rasa al suolo, come molte altre, dall’offensiva israeliana di gennaio. La moschea di Shifa sorgeva a pochi metri dall’omonimo ospedale sotto cui, secondo i servizi di intelligence israeliani, si nasconde la leadership di Hamas. Le macerie sono state in gran parte rimosse e al posto del santuario c’è una spianata, sopra la quale sono stati disposti teli e tappeti per la preghiera. Il sermone tra le macerie è un’immagine che ben rappresenta la situazione della Striscia di Gaza dopo l’operazione Piombo Fuso. Più di metà delle strutture del territorio, in gran parte civili, sono state almeno danneggiate. Secondo le ultime stime, ricavate dalle missioni di valutazione umanitaria giunte dopo l’offensiva, gli edifici completamente distrutti sono almeno 14mila. Circa 90mila le persone non hanno più una casa. Qua e là, gruppi di operai lavorano alla rimozione delle macerie, molti di loro indossano i berretti verdi distribuiti da Hamas per proteggerli da sole, ma soprattutto per segnalare la presenza del governo sul territorio. Ma i lavori di ricostruzione non sono nemmeno iniziati. Il governo in verde della Striscia ha iniziato a pagare le compensazioni per quanti hanno avuto le case distrutte da Israele, 3 o 4mila dollari ciascuna. Ancora nulla per le abitazioni danneggiate. Decine di migliaia di persone continuano a vivere in ruderi diroccati, tra calcinacci, schegge di bombe, proiettili e tracce di sangue sui muri. Una rassegnazione motivata dalle gravissime difficoltà economiche di buona parte delle famiglie di Gaza e dalla ben più grave mancanza di materiali edilizi nella Striscia. Cemento e ferro sono nella lista nera dei materiali sotto embargo, il loro prezzo è salito di oltre dieci volte dal quando i valichi sono chiusi. La gente attende la riapertura delle frontiere e un minimo di normalizzazione prima di ricostruire.
Nessuno sa dire quanto tempo ci vorrà prima che ciò accada, e nel frattempo trascorre l’inverno, fortunatamente mite, tra gli incubi del recente passato e le preoccupazioni per l’indomani. Ferro e cemento non sono le sole cose che mancano nella Striscia: c’è una drammatica carenza anche di sistemi per la depurazione delle acque, di gas e generatori di corrente elettrica. In attesa che i colloqui del Cairo, che dovrebbero portare a una tregua di medio termine delle ostilità tra Hamas e Israele e alla riapertura dei valichi di frontiera, l’embargo continua a strangolare la vita civile della Striscia. Di notte, dai tetti di Beit Lahiya, a nord di Gaza vicino al confine israeliano, si notano in lontananza le mille luci di Ashkelon, la città israeliana sul mare, mentre abbassando lo sguardo si piomba nel buio delle vie di Gaza e delle città del nord della Striscia. Le tregue dichiarate unilateralmente da Israele e Hamas lo scorso 28 gennaio hanno consentito l’apertura parziale dei valichi della Striscia, e l’ingresso di diverse missioni internazionali che hanno portato aiuti e effettuato valutazioni sulla situazione umanitaria. In alcuni casi le delegazioni non sono state autorizzate a importare macchinari fondamentali per la ripartenza della vita, come i sistemi di desalinizzazione della protezione civile francese respinti al valico di Rafah a fine gennaio. In altri casi gli aiuti portati non erano quelli necessari.
La missione di medici e giornalisti organizzata dall’ong italiana Crocevia, che ha visitato i principali ospedali della Striscia (Shifa e Al Awda di Gaza, Nasser di Khan Younis e Kamal Adnan di Jabalia) e molte altre strutture sanitarie e socio-sanitarie dei campi profughi della Striscia, ha riscontrato come in diversi casi i tir umanitari internazionali abbiano importato materiale sanitario leggero per il primo soccorso, quando ormai quel tipo di emergenza era superato. All’indomani della tregua i feriti meno gravi sono stati rimandati a casa (anche per la mancanza di posti letto) mentre i casi più difficili sono stati evacuati verso Israele e l’Egitto perché i nosocomi della Striscia non disponevano di strumenti fondamentali come le macchine per la Tac, per la rianimazione e quelle a ultrasuoni come quelle per le ecografie o gli elettrocardiogrammi. In alcuni casi questi macchinari erano presenti ma danneggiati, e sarebbe bastato coordinarsi con le strutture e importare giusto i pezzi di ricambio. Un capitolo a parte é rappresentato dai feriti vittime di armi non convenzionali, come le munizioni al fosforo (illegali se usate in aree densamente abitate) e le cosiddette Dime (Dense Inerte Metal Explosive). La missione di Crocevia ha appurato al di là di ogni dubbio l’impiego delle munizioni al fosforo contro abitazioni civili (valutazione confermata tra gli altri anche da Human Rights Watch, Amnesty International e dal centro palestinese per i diritti umani al-Mezaan), ma durante l’offensiva i medici della Striscia non disponevano delle conoscenze necessarie al trattamento delle ferite provocate da quel tipo di armi. Quanto alle Dime, invece, le numerose testimonianze del loro impiego non sono ancora state confermate da organismi scientifici. Nella Striscia di Gaza non ci sono laboratori in grado di analizzare i campioni di tungsteno (il componente principale delle Dime) ritrovati in diverse abitazioni e all’interno dei corpi delle vittime, e a causa dell’embargo gli stessi campioni non possono essere portati all’estero. Le delegazioni umanitarie giunte a Gaza hanno fatto del loro meglio per gettare un po’ di luce sui crimini contro l’umanità commessi dall’esercito israeliano durante i 22 giorni di offensiva, ma si sono dovute scontrare con due muri di gomma. Da un lato Israele, che ha concesso l’apertura di corridoi umanitari solo per lenire l’emergenza sanitaria, come se sulla Striscia si fosse abbattuta una disgrazia, un terremoto, anziché una sistematica e intenzionale opera di distruzione iper-tecnologica. Dall’altro, gli organismi internazionali, i paesi occidentali e quelli arabi, che hanno accettato la parte dei pietosi soccorritori senza intaccare il sistema di omertà e servilismo politico, che ha provocato, e continuerà a provocare, disperazione, morte e distruzione.
di Naoki Tomasini

Gaza, a un mese dal cessate il fuoco gli sfollati sono almeno 100mila


Dati pubblicati in un rapporto di Save the Children, che sottolinea anche la precaria situazione sanitaria degli sfollati

Sono centinaia di migliaia i palestinesi rimasti senza abitazione in seguito all’offensiva militare israeliana effettuata nella Striscia di Gaza, iniziata con i bombardamenti aerei il 27 dicembre 2008 e proseguita poi con l’offensiva di terra a partire dal 3 gennaio 2009.

Stando a un rapporto pubblicato ieri da Save the Children "almeno 100mila persone, inclusi 56mila bambini, si ritrovano a essere sfollati, a vivere nelle tende o in abitazioni sovraffollate, a un mese dalla dichiarazione del cessate il fuoco a Gaza". Stando ai dati diffusi da Save the Children, almeno 500mila persone, tra le quali 280mila bambini, sarebbero stati costretti ad abbandonare le proprie case durante il conflitto. Nelle zone distrutte durante l’offensiva, nel corso della quale sono stati rasi al suolo interi quartieri, si stanno formando dei veri e propri accampamenti. Il capo esecutivo di Save the Children per la Gran Bretagna, Jasmine Whitbread, ha dichiarato che in alcune di quelle tendopoli le persone si trovano a poter utilizzare un unico bagno, rendendo altissimi i rischi sanitari derivanti da una situazione di scarsa igiene. La gente è costretta a vivere in tende nonostante le temperature invernali. La maggior parte delle tende è stata fornita dall’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati, dall’Unicef e altre organizzazioni umanitarie. Secondo le stime dell’Unrwa sarebbero almeno 4mila le case distrutte e 17mila quelle seriamente danneggiate.

Dal sito di PeaceReporter.net

martedì 17 febbraio 2009

Crisi e agitazioni sociali in Russia


di Astrit Dakli

La crisi morde ormai in modo molto serio nell’ex Unione sovietica. Gennaio ha visto manifestazioni antigovernative e scontri di piazza nei paesi baltici; in Ucraina, dove il disastro economico è più grave, si stanno moltiplicando le proteste, indirizzate soprattutto contro il presidente Viktor Yushenko, accusato (non a torto) di aver paralizzato l’azione del governo; in Russia la crisi morde a tutti i livelli e comincia a fare vittime illustri. Ci sono i licenziamenti che cominciano ad essere massicci un po’ in tutti i settori, con i disoccupati che aumentano a un ritmo di centomila a settimana; e c’è la «strage dei miliardari» – 52 grandi magnati che nel 2008 avevano un patrimonio superiore al miliardo di dollari e ora non ce l’hanno più, mentre i 49 rimasti hanno visto ridursi di due terzi le loro ricchezze. Ci sono tensioni crescenti a livello di piazza, con manifestazioni di protesta antigovernativa che ormai si svolgono regolarmente ogni weekend nelle principali città; e ci sono tensioni crescenti nelle alte sfere politiche, mentre le prime teste cominciano a rotolare.Ieri è stata annunciata la prima raffica di epurazioni esplicitamente legate a «cattiva gestione della crisi»: il presidente Dmitrij Medvedev ha rimosso dai loro incarichi quattro governatori regionali, mentre un ministro «storico» ha perso il posto. I dirigenti rimossi sono i governatori delle regioni di Orel, Pskov, Voronezh e quello del distretto autonomo dei Nenets; il ministro è quello dell’agricoltura, Aleksej Gordeev, che teneva l’incarico da dieci anni e che è stato spedito a sostituire uno dei governatori licenziati – quello di Voronezh, cioè di una regione agricola… E’ la prima volta che Medvedev prende in mano decisamente la situazione del personale politico: finora il presidente aveva tenuto quasi completamente fermo l’organico (regionale e federale) costruito durante gli otto anni di Vladimir Putin, ora invece - non a caso sulla spinta della crisi economica incalzante - Medvedev mostra di voler dirigere realmente la nave, e soprattutto lo fa indicando delle responsabilità e mostrando simbolicamente che nessuno è al riparo e che gli sbagli si pagano. Un messaggio che potrebbe riguardare lo stesso Putin – anche se il discorso appare molto prematuro: un giornale (Kommersant-Vlast) ieri si chiedeva e chiedeva a una serie di autorevoli politologi se il presidente non stia preparandosi a dare il benservito al potente primo ministro. La risposta generale è naturalmente «no», però intanto si può notare che il nome del premier è quasi scomparso dai titoli dei giornali, che dominava anche a scapito del presidente fino a non molto tempo fa. Ma forse è il capo del governo, come responsabile dell’economia, che preferisce tenere di questi tempi un profilo basso.Ne ha ben motivo, in effetti. Le proteste di piazza si stanno intensificando e prendono sempre più di mira il potere, che in qualche modo deve mostrare una reazione. Sabato a Mosca si sono svolte diverse manifestazioni (tra cui una, autorizzata, in memoria dell’avvocato Stanislav Markelov e della giornalista Anastasia Baburina, uccisi il 19 gennaio) e molte altre hanno occupato le piazze delle città russe, da Khabarovsk (estremo oriente) a San Pietroburgo. Non si tratta certo di manifestazioni oceaniche – qualche migliaio di persone al massimo – ma la loro regolarità e diffusione sono un segno chiaro del [/TXT]cambiamento netto di umori del paese. Il consenso massiccio, plebiscitario di qualche mese fa sembra ormai solo un ricordo.Il tema è sempre il modo in cui il governo sta gestendo la crisi, in particolare nel settore dell’auto, con le nuove tasse sull’import dall’estero (che stanno provocando una vera e propria rivolta nella Siberia orientale) e con le chiusure e i licenziamenti che stanno comunque affliggendo gli impianti nazionali e in particolare AvtoVaz, la maggiore azienda automobilistica russa, che ha di nuovo fermato le linee. A Togliatti, dove Avtovaz ha la sede, i sindacati hanno tenuto un affollato comizio dove, diversamente da quanto avvenuto il mese scorso, non hanno più difeso la tassa sull’import ma hanno invece attaccato il management aziendale e i dirigenti politici locali. Altro tema molto sentito, gli aumenti delle tariffe dei servizi pubblici e in particolare di quelli legati all’abitazione (riscaldamento, elettricità, gas, affitti comunali, ecc.). Proprio su questo si è svolta una delle manifestazioni più grosse di questo weekend: a Voronezh, dove guarda caso proprio l’indomani il governatore ha ricevuto dal Cremlino l’ordine di far le valigie.Se Putin tiene un basso profilo, bersagliato com’è dalle critiche di piazza che accusano lui, non il Cremlino – e anche da alcune frecciate del presidente, che in un paio di occasioni recenti ha parlato di «errori» e di «ritardi» nell’azione del governo – Medvedev invece tiene banco. Ormai sono diventati regolari i suoi incontri con i media e le sue interviste televisive, in cui continua a ribadire che la situazione del paese «è difficile», ma anche ben avviata verso il superamento della crisi. I prossimi mesi diranno se si è sbilanciato troppo o no.
(Pubblicato sul manifesto del 17 febbraio 2009)

¡Que se vayan todos! di Naomi Klein


di Naomi Klein

Vedere le folle di islandesi riversarsi con pentole e padelle per strada fino a che il loro governo non è caduto mi ha riportato alla mente lo slogan più diffuso nel 2002 tra i gruppi anticapitalisti, «Voi siete Enron. Noi siamo l’Argentina».
Si trattava allora di un messaggio piuttosto semplice. Voi – politici e amministratori chiusi in qualche summit – siete come i peggiori truffatori della Enron (e all’epoca non sapevamo nemmeno la metà di quello che poi si è rivelato essere lo scandalo Enron). Noi – l’irrefrenabile fuori – siamo come gli argentini, che, nel bel mezzo di una crisi terrificante e simile alla nostra, sono scesi per strada con pentole e padelle in mano. Loro gli argentini gridarono «¡Que se vayan todos!» (Se ne devono andare tutti!) e ottennero che quattro presidenti in meno di tre settimane si dimettessero. Quello che ha reso unica la rivolta argentina del 2001-2 è stato il fatto che non era contro qualche partito politico né contro un concetto astratto di corruzione. L’obiettivo della protesta era il modello economico dominante e l’Argentina è passata per la prima ribellione nazionale contro il capitalismo contemporaneo senza regole.
E’ passato un po’ di tempo, ma dall’Islanda alla Lettonia, al Sud Korea alla Grecia, il resto del mondo alla fine sta vivendo il proprio momento di «¡Que se vayan todos!».
Le stoiche matriarche islandesi che lisciano a suon di colpi le proprie pentole mentre i figli saccheggiano il frigorifero alla cerca di proiettili (uova, di sicuro, e pure yogurt?) riecheggiano le tattiche diventate famose a Buenos Aires. E lo stesso rievoca la rabbia collettiva contro le elite che hanno messo in ginocchio un paese un tempo florido e che pensavano di poterlo fare senza alcuna conseguenza. Come ha raccontato Gudrun Jonsdottir, impiegato trentaseienne islandese: «ne ho abbastanza. Non mi fido del governo, delle banche. Non mi fido dei partiti politici né del Fondo monetario internazionale. Avevamo un paese benestante e l’hanno rovinato».
Un altro eco di Argentina: a Reykjavik le proteste non cesseranno con un semplice cambiamento di faccia al potere (per quanto il nuovo primo ministro sia una lesbica). Le manifestazioni vogliono aiuto per le persone, non solo per le banche, vogliono che si aprano inchieste e che ci sia una riforma elettorale.
Sono le stesse richieste che si sentono in questi giorni in Lettonia, la cui economia sta soffrendo più di qualsiasi altro paese europeo e il cui governo sta traballando come un funambolo. Per settimane la capitale lettone è stata l’epicentro di proteste, che il 13 gennaio sono esplose nella rivolta con lanci di sampietrini per le strade. Come in Islanda, i lettone sono sconvolti dall’assoluto rifiuto dei loro leader a fare qualcosa e a assumersi responsabilità per il caos che hanno creato. In un’intervista al canale televisivo Bloomberg, il ministro all’economia lettone alla domanda, cos’ha provocato la crisi?, ha fatto spallucce e risposto, «niente di particolare».
I problemi della Lettonia sono di sicuro peculiari: le politiche che hanno portato la «Tigre del Baltico» a crescere del 12 per cento nel 2006 sono le stesse – ossia, liquidità, liberalizzazione delle dogane, movimenti finanziari in rapida entrata e uscita, di cui molti finiti nelle tasche dei politici - che stanno provocando una violenta contrattura del 10 per cento previsto per quest’anno. (Non è una coincidenza che oggi molte delle crisi siano scoppiate nei paesi del recente miracolo: Irlanda, Lettonia, Estonia, Islanda).
Qualcosa cioè di molto argentino è nell’aria. Nel 2001 i leader argentini hanno risposto alla crisi con un pacchetto brutale d’austerità imposto dal Fondo monetario internazionale: 9 miliardi di dollari in tagli di spesa che hanno colpito soprattutto sanità e educazione. E questo si è rivelato essere un errore fatale. I sindacati organizzarono uno sciopero generale, gli insegnanti scesero in piazza con i propri studenti e le proteste non si sono da qui più fermate in Argentina.
Lo stesso rifiuto di accettare lo scorno della crisi unisce accomuna molte delle proteste odierne. In Lettonia, molta della rabbia popolare si è rivolta contro l’austerità delle misure approntate dal governo – cartolarizzazioni massicce, riduzione dei servizi sociali e taglio degli stipendi degli statali – tutto pensato per qualificarsi per un prestito emergenziale del Fondo monetario (in questo, nulla è cambiato). In Grecia, le proteste sono scoppiate dopo l’assassinio di un quindicenne. Ma ciò che le ha fatte durare nel tempo, con i contadini in piazza subito dopo gli studenti, è la rabbia diffusa contro le risposte del governo alla crisi: le banche hanno ricevuto aiuti per 36 miliardi di dollari mentre i lavoratori hanno visto tagliare le proprie pensioni e i contadini non hanno ottenuto nulla. A parte il disagio dei trattori per strada, il 78 per cento dei greci sostiene che le richieste del contadini sono legittime. Allo stesso modo, in Francia il 70 per cento della popolazione ha condiviso le ragioni del recente sciopero generale – mosso in parte dai progetti di Sarkozy di ridurre drasticamente il numero di insegnanti.
C’è poi un filo conduttore in questa recessione globale e probabilmente è il rifiuto della logica «politiche straordinarie», frase coniata dal politico polacco Laszeck Balcerowicz per definire come in una crisi i politici possono ignorare le leggi e lanciarsi in riforme impopolari. Il trucchetto non sta però più funzionando, come di recente ha scoperto il governo sudcoreano. A dicembre il partito al potere ha provato a usare la crisi per introdurre un accordo, molto controverso, di libero mercato con gli Usa. Per portare le cosiddette politiche a porte chiuse a nuovi estremi, i legislatori si sono chiusi nei propri uffici di palazzo per votare in privato, barricati nelle proprie stanze asserragliandosi dietro a scrivanie, sedie, divani.
I politici di opposizione non ci sono tuttavia stati e con seghe elettriche e martelli pneumatici sono entrati nelle stanze di potere e per 12 giorni non hanno rimosso il sit-in al Parlamento. Il voto è stato posticipato, permettendo dibattito – una vittoria per un nuovo genere di «politiche straordinarie».
Qui in Canada, la politica è meno spettacolare, ma in ogni caso ne sono successe di cose. A ottobre il partito conservatore ha vinto le elezioni nazionale sulla base di un programma per niente ambizioso. Sei settimane più tardi il primo ministro conservatore ha rivelato le proprie intenzioni con una proposta di legge che toglie il diritto di sciopero ai lavoratori del pubblico, cancella i fondi pubblici per i partiti e il tutto senza finanze. L’opposizione ha risposto unendosi in una coalizione a dir poco storica e che non ha preso il potere solo per via di un’immediata sospensione del Parlamento. I conservatori dunque sono tornati con una finanziaria rivisitata: le politiche più di destra sono sparite e sono comparsi finanziamenti. Il mosaico è chiaro: i governi che rispondono alla crisi del libero mercato con un’accelerazione delle stesse politiche neoliberiste non sopravvivranno. E in Italia intanto gli studenti sono scesi in piazza urlando: «Noi la crisi non la paghiamo!».

Articolo pubblicato su The Nation
Articolo in inglese sul sito di Naomi Klein
Traduzione a cura di Gloria Bertasi per Global Project
See footage of the global protestGreece Watch footage of the December protests while a student organizer discusses the demonstrators’ demands.

See Greek farmers blockade one of the Greek-Bulgarian border crossings.
South Korea Watch legislators get tear-gassed, view the furniture barricaded against the door in Parliament.
See 200 security guards storm Parliament and brawl with protesters.
Iceland Watch protesters banging on pots, pans, windows, & drums, and see some of the Icelanders’ demands:
See more footage of the "Saucepan Revolution" in this Reuters segment.
Latvia Watch raw footage of the January 13 protests in Riga.
See a grandma hurl a big rock at police in the Latvian capitol.

lunedì 16 febbraio 2009

A proposito della presenza del Presidente Correa al Forum Sociale Mondiale


Lettera aperta della CONAIE

Quito,27 de Enero del 2009
Carta Abierta al Foro Social Mundial
Compañer@s del Foro Social Mundial
La Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador, CONAIE, ante el anuncio de la presencia del Presidente de la República del Ecuador, Rafael Correa, en el Foro Social Mundial a desarrollarse en la ciudad de Belem, manifiesta:
1.- Su OPOSICION y RECHAZO a la presencia del Econ. Rafael Correa, Presidente del Ecuador, en un espacio donde históricamente se construyen alternativas y garantías a los derechos de los Pueblos y por la vida y no puede ser tribuna para un Presidente con posiciones impregnadas de racismo, machismo, paternalismo, discriminatorias, sexistas y violentas. El Presidente de Ecuador viola nuestros derechos fundamentales, atenta gravemente contra nuestras organizaciones e instituciones indígenas. El régimen Correa, promueve la explotación de petróleo en territorios de los Pueblos Indígenas en Aislamiento por su pleno ejercicio del derecho a la libre determinación, configurando con ello una situación de Genocidio. El Presidente Rafael Correa y sus Ministros de Gobierno Fernando Bustamante, de Seguridad Interna y Externa Gustavo Larrea y la Secretaria de Estado Manuela Gallegos, han tenido posiciones racistas, divisionistas y atentatorias contra derechos fundamentales y la dignidad indígena. La larga noche neoliberal está presente en Ecuador.
2.- La CONAIE denuncia enfáticamente la represión de que fuimos víctimas las comunidades indígenas que resistimos a la privatización de nuestros territorios, de la biodiversidad y del agua. Venimos siendo objeto de hechos de persecución y de criminalización de nuestro derecho a la resistencia social. Cuando demandamos respeto y garantías para nuestros derechos, hemos sido acusados desde la Presidencia de la República y sus Ministros de “terroristas” “ignorantes” “delincuentes” “ fundamentalistas” e “infantiles”. La represión ha sido grave en comunidades como Dayuma, Molleturo, Cuyabeno donde las fuerzas armadas usaron, helicópteros, gases lacrimógenos, armas de grueso calibre. Se agredió indiscriminadamente a mujeres y niños. En el gobierno de Rafael Correa se imponen leyes favorables a la minería en territorios indígenas, desconociendo y violando flagrantemente y de forma reiterada el Derecho a la Consulta que lo establece el Convenio 169 de la OIT y la Declaración de la ONU sobre los Derechos Indígenas.
3.- La CONAIE se ha opuesto a las leyes extractivistas del régimen de Rafael Correa, como la Ley de Minería, como el proyecto de Ley para el desarrollo de los biocombustibles y de los transgénicos, a una ley que no da garantías a la soberanía alimentaria. Alertamos al Foro que el discurso y prácticas de la Revolución Ciudadana en Ecuador, es levantado e impuesto desconociendo y violentando derechos fundamentales y colectivos garantizados en instrumentos internacionales de respeto obligatorio. Alertamos al Foro que el discurso del régimen de Ecuador usa el argumento de la revolución ciudadana, el del socialismo del siglo 21, como un argumento ideológico a cuyo nombre se reprime y atenta a la dignidad y derechos de nuestros pueblos.
4.- La CONAIE, en el marco del ejercicio del derecho de los Pueblos a sus derechos fundamentales, exhorta al Movimiento Indígena Mundial que se dirija al Foro Social Mundial, para:
A.- Se declare al Presidente del Ecuador, persona no grata con el espíritu del FSM. El Foro se debe a la legitimidad de nuestras reivindicaciones, de nuestros derechos y la de los Pueblos del Mundo y es en este contexto que no debemos ni podemos arriesgar su legitimidad y su credibilidad.
B.- Se suspendan los eventos del FSM en que esté presente el Presidente Ecuatoriano Rafael Correa Delgado y haga pública su posición de condena a las violaciones de los Derechos de nuestros y de todos los Pueblos que hacemos la sociedad ecuatoriana.
5.- La CONAIE ratifica su espíritu democrático, de paz, de defensa inclaudicable de los derechos de nuestros pueblos, de la Madre Tierra y su compromiso con las causas nobles de construcción de sociedades donde se garanticen derechos de todos los Pueblos del planeta.
“Somos como la paja de los Páramos, que nos arrancan y volvemos a crecer y de paja poblaremos el mundo”.
“Los Pueblos Indígenas no somos parte del problema, nosotros somos parte de las soluciones”
“El racismo en todas sus formas es inmoral, miserable y los que lo practican también”
Consejo de Gobierno de la CONAIE

Dio è morto, Marx è morto, e neppure il Social Forum si sente tanto bene


Un report esclusivo di Michael Hardt sul World Social Forum 2009 di Belem


Se è vero che il Social Forum Mondiale non è morto, è però attraversato da una profonda metamorfosi. Lo si vede in particolare nei rapporti sempre più familiari con i leader politici, i partiti e, pure, con gli Stati. Per quanto infatti i partiti politici non siano ufficialmente ammessi ai lavori del Forum, a Belem – ufficiosamente – si è ammiccato agli attuali governi latinoamericani. Un orientamento che si è evidenziato subito la seconda sera del Forum, quando sono comparsi, tutti insieme, a Belem i presidenti di Bolivia, Ecuador, Paragay, Venezuela e Brasile. Ma non è tutto. Il Forum si trova pure a affrontare una problematica centrale al Forum stesso, ossia la natura dei suoi rapporti con questi particolari governi sudamericani e con gli altri.
In questo, il Social Forum di fine gennaio ha avuto un’evoluzione tale da porlo in una posizione di contrasto al Festival zapatista della rabbia degna (Chiapas). Gli zapatisti e chi si riconosce nello zapatismo non hanno cambiato strada: solo i movimenti autonomi (e non gli Stati) possono mettere in gioco e confrontarsi sull’attuale ordine globale. Non è scritto nero su bianco, ovviamente, ma gli zapatisti non vedono differenze tra partiti di destra e di sinistra al governo che per loro sono, volenti o nolenti, obbligati a amministrare l’ordine globale. (Non dimentichiamoci che alcune delle battaglie più dure in 15 anni di EZLN sono state quelle contro i partiti messicani di centro-sinistra). In Chiapas, si criticano costantemente le pretese di rappresentanza dei leader politici e dei partiti. In Chiapas, si pratica la resistenza allo Stato, anche nei casi in cui al potere ci sono partiti di centro-sinistra.
Al Social Forum invece, per quanto non si possa parlare di una sola voce che si leva all’unisono, il leit motiv è che i governi, piuttosto che i movimenti autonomi, sono meglio equipaggiati per contrastare i nemici globali e per raggiungere obiettivi concreti. Un esempio, il governatore dello stato brasiliano di Parà - che ha introdotto gli interventi dei cinque presidenti – ha sostenuto nel dare loro il benvenuto: «solo questi cinque uomini fanno sì che un mondo diverso sia possibile». Affermazione che di fatto riscrive lo slogan stesso (onnipresente) del Forum. A Belem inoltre si aveva la percezione che, tra molte sfumature diverse e contraddizioni, organizzatori e partecipanti credano effettivamente nei poteri rappresentativi di Stati, partiti, leader. E comunque al Forum si respirava un’atmosfera di sostegno ai governi di centro-sinistra e non di resistenza continua ai governi. I governi poi hanno tutto l’interesse a costruire rapporti con il Social Forum. Il motivo è ovvio, il Forum riesce ancora a garantire un sostegno di massa. L’evento, ad esempio, a cui hanno partecipato i cinque presidenti è stato lo show più esplicito di questo tipo di sostegno. E di fronte a un pubblico prevalentemente brasiliano, Lula è stato accolto da un tripudio adorante. Un altro elemento assolutamente da non trascurare è che l’apparizione di cinque presidenti insieme ha rappresentato indubbiamente un evento storico di rilevante portata e ha annunciato la sistemazione di un altro tassello nel mosaico del processo d’integrazione dell’America Latina il cui obiettivo è creare uno zoccolo regionale di governi di sinistra capaci di ri-orentare (sia su piccola che larga scala) l’attuale sistema globale. Il Forum Sociale Mondiale è senza dubbio il teatro migliore per un evento di questa portata. Sia perché tutti questi cinque presidenti hanno raggiunto il potere cavalcando l’onda dei movimenti sociali locali, sia perché la progressiva articolazione dei movimenti sociali su scala continentale e non solo (conquistata parzialmente nell’evoluzione del Forum sociale) costituisce le fondamenta di qualsivoglia costruzione di un’America Latina progressivamente sempre più coesa in un blocco regionale all’interno del sistema globale. Un po’ meno comprensibile è invece l’interesse dei partecipanti alla presenza dei governi e dei presidenti. Il pericolo, indubbiamente, è che il Forum si riduca alla passività o tutt’al più assuma un ruolo di supporto, eclissato dai partiti e dai governi che pretentono di rappresentarne gli interessi. I media mainstream poi non hanno mancato di dare uno spazio incredibilmente maggiore rispetto agli altri eventi alla partecipazione dei cinque presidenti.
Gli organizzatori e gli intellettuali che più si identificano con il Forum non definiscono comunque che questa relazione in termini unilaterali. Ci sono proposte infatti di modificare leggermente i principi e le pratiche che sottendono il Forum per permettere di dialogare con partiti e governi. Le condizioni però per questo dialogo – dal mio punto di vista – non esistono e non possono esistere. Ci sono distanze incommensurabili. Il Forum, in primis, non è un soggetto che può agire da interlocutore. Qualcuno potrebbe parlare in nome del Forum con Lula o Chavez? Un gruppo di intellettuali del Forum o componenti del comitato organizzatore si assumerebbero questo compito? Il Forum non ha strutture reali né meccanismi di rappresentanza o tanto meno un’organizzazione che possa legittimare qualcuno a parlare a suo nome. E di fatto il rifiuto di questa stessa rappresentanza costituisce l’elemento di forza e virtuosismo maggiore del Forum da quando è appunto nato. La proposta di far diventare il Forum un interlocutore con presidenti e partiti è dunque comprensibile se letta all’interno del lungo dibattito tra organizzatori se il Forum sia da considerare uno «spazio» o un «movimento». Per alcuni, il Forum deve limitarsi a fornire mezzi e promuovere incontri tra movimenti sociali, sindacati, ong e altri gruppi. Secondo questa lettura del Forum, i gruppi che vi partecipano decidono e producono iniziativa politica dentro e fuori lo spazio del Forum, cosa che il Forum stesso non fa. Per altri invece, il Forum deve diventare un soggetto politico capace in qualche misura di fare sintesi o rappresentare gli interessi dei partecipanti. Quanti promulgano questa posizione hanno a Belem spinto costantemente per prese di posizione pubbliche e per la formulazione di posizioni politiche nel nome del Forum. L’attuale apertura di dialogo con governi e partiti è semplicemente un’estensione di questa seconda posizione all’interno del Forum.
Ancora una volta, la mancanza di mezzi per organizzare le diverse anime di movimenti e gruppi che prendono parte al Forum riduce a illusione l’aspettativa di fare del Forum un soggetto politico. O piuttosto, trasformare il Forum in un soggetto politico capace di prendere decisioni, prendere posizione e dialogare con figure politiche richiederebbe una profonda trasformazione delle sue strutture interne e richiederebbe pure mezzi che articolano e rappresentano le diverse forze del Forum stesso.
Il contrasto con il Festival zapatista è significativo anche in questo caso. Gli zapatisti si sono sempre rifiutati di parlare per altri – e inoltre condividono il percorso di critica del Forum sociale alla rappresentanza politica. Gli zapatisti però non sono affatto timidi quando si tratta di parlare per se stessi. E non pretendono di creare uno spazio aperto in cui chiunque può intervenire ai loro festival. Chi interviene è selezionato e invitato dalla comandancia dell’EZLN e gli stessi zapatisti mantengono pieno controllo dell’evento, moderando e traendo loro le conclusioni in ogni sessione di lavoro. L’evento dell’EZLN è espressione di un soggetto politico organizzato – un esercito, appunto – che può rilasciare dichiarazioni, prendere decisioni politiche e persino dialogare con governi, al contrario del Social Forum. Entrambe le esperienze sono modelli importanti ma bisogna aver chiare le differenze che passano tra le due realtà. Rendere il Forum Sociale Mondiale un soggetto politico non solo è illegittimo ma è pure un’operazione destinata a fallire. La mia impressione è che si tenda a investire troppa speranza nel potere del Forum come soggetto politico perché si confondono causa e effetto. Le analisi sulla storia del Forum tuttavia differiscono a proposito. Molti ritengono, per esempio, che il Forum ha prodotto una rinascita della sinistra e un’espansione dei movimenti sociali nei primi anni di questo secolo. Purtroppo, la relazione di causa-effetto è stata esattamente invertita: i Forum Mondiale di Porto Alegre del 2002 e del 2003 hanno acquisito molto del loro potere da Genova e dall’Argentina. In generale poi i Forum rimangono dinamici fintanto che i movimenti sono potenti e crescono o collassato a seconda dei propri ritmi. Attraverso una sorta di illusione ottica, probabilmente, alcuni hanno visto il Forum come la fonte della nuova sinistra globale quando in realtà è stato il prodotto delle innovazioni dinamiche di movimenti nati altrove. La speranza che il Forum possa diventare un soggetto politico capace di azione politica o semplicemente di dialogo si basa su questa illusione. In ogni caso, il Forum non è passivo né insignificante. Il lavoro principale del Forum – dal mio punto di vista – sono gli incontri che promuove tra i movimenti sociali, ong, sindacati provenienti da ogni parte del mondo. (Il fatto che ne parli solo a questo punto è sintomatico di come questi siano stati eclissati dalla presenza dei cinque presidenti e dal dibattito sui rapporti tra partiti e governi). Alcune delle sezioni di lavoro più ambiziose e interessanti a cui ho partecipato al Forum hanno cercato di affrontare i conflitti tra gruppi su temi come lavoro, gender, sessualità, ecologia e gerarchie etniche-raziali. Queste discussioni sono sempre state un punto fermo dei Forum e si sono sviluppate stabilmente negli anni.
Il comitato organizzatore del Forum ha inoltre sempre sperimentato i cambiamenti nella composizione dei partecipanti e nelle interazioni tra di loro. I Forum di Mumbai e Nairobi sono stati un successo nel coinvolgere popolazioni differenti, nonostante le innumerevoli difficoltà logistiche. Il Forum di Belem ha operato (con successo a quanto pare) a coinvolgere popolazioni indigene e a abbracciare le questioni ecologiche dell’Amazzonia. Gli organizzatori del Forum stanno pure faticando per rendere gli eventi al Forum più paritari e orizzontali. Nei primi anni del Forum infatti ci sono sempre stati mega eventi con ospiti famosi che relazionavano di fronte una platea di migliaia di persone mentre alcuni seminari tenevano in stanzette semi vuote. A Belem non ci sono stati mega eventi e la partecipazione ai lavori si è distribuita più uniformemente – sebbene e a prescindere dagli sforzi dell’organizzazione si sia organizzato extra Forum il mega evento dei cinque presidenti. I cambiamenti poi nella composizione dei partecipanti al Forum si spiegano largamente con queste strategie «evolutive» messe in campo dagli organizzatori del Forum e al contempo con il relativo declino dei movimenti sociali se paragonati ai primi anni del Forum, specialmente in Europa e Argentina. (I movimenti statunitensi non hanno mai partecipato in massa ai Social Forum Mondiali). Inoltre, si assiste a un crollo nei numeri degli attivisti dei movimenti sociali – se paragonati a quelli di sindacalisti e operatori di ong che pare siano rimasti più o meno stabili. C’è infine da segnalare che i numerosi partitini di sinistra (principalmente trotskisti), che in precedenza sembravano essere risuscitati grazie al dinamismo dei movimenti, oggi sono praticamente scomparsi dal Forum.
Il Forum di Belem è stato inoltre un evento principalmente brasiliano. Statistiche ufficiose dicono che più di 100 mila persone hanno preso parte al Forum, numeri che avvicinano Belem ai Forum di Porto Alegre. Le stime tuttavia sui partecipanti non brasiliani dicono che a Belem sono arrivate meno di 10 mila persone, numeri di gran lunga inferiori a qualsiasi precedente Forum. Ho iniziato a partecipare ai Forum Sociali nel 2002 e ho sempre sentito dire che il Forum è morto. La mia impressione però è che chi dà i Forum per morti si aspetta dai Forum qualcosa che non sono. I Forum falliscono inevitabilmente se ci si aspetta che creino una nuova sinistra globale, che agiscano come soggetti politici o persino che dialoghino con figure politiche. Se invece riconosciamo che i Forum sono posti per l’espressioni di forze di sinistra a livello mondiale, per la promozione di incontri, bene, allora vedremo che i Forum hanno ancora una lunga vita davanti a loro.

Michael Hardt Da Belem, febbraio 2009

sabato 14 febbraio 2009

Intervista a Raúl Zibechi - "El progresismo gobierna América Latina anestesiando a los movimientos de base"

Fuente: Rebelion.org
Militó en el movimiento estudiantil afín a los Tupamaros, vivió los años 80 exiliado en España, volvió luego a Uruguay donde ahora ejerce como periodista en el seminario uruguayo Brecha y su último libro se titula Territorios en resistencia (Lavaca editora). Su pasión vital es pensar junto a las experiencias colectivas que inventan posibilidades de vida más allá del mercado y del Estado.
Lo que ocurre en América Latina es un faro para la izquierda mundial. Pero, ¿qué ilumina y qué nos impide ver la luz de ese faro? ¿Y si esa hegemonía de la izquierda se basara en un vaciado de los movimientos de base?

¿Qué relación hay entre la llegada al poder de los gobiernos progresistas en América Latina y las luchas de los movimientos de base?
Mucha, pero indirecta salvo en el caso de Bolivia. Los movimientos actuales nacieron en el período neoliberal, son hijos de la acumulación por desposesión, la resistieron y consiguieron deslegimitar el modelo. Sobre esa oleada antineoliberal que se lleva por delante gobiernos y partidos conservadores, va cobrando fuerza el progresismo y la izquierda se beneficia de esa nueva coyuntura generada por los movimientos. Pero esas fuerzas políticas no son en absoluto ajenas a los movimientos. En algunos casos lucharon junto a ellos, o tuvieron una relación más ambigua con los movimientos, pero nunca se les enfrentaron sino que los apoyaron, por lo menos a nivel declarativo. No es lo mismo el caso de Venezuela, Ecuador y Bolivia, donde los movimientos hacen entrar en crisis al sistema de partidos, que los casos de Brasil o Uruguay donde hay muchas contituidades institucionales y de partidos. Argentina sería un caso intermedio. Lo interesante es que en los tres primeros, el sistema político entró en crisis aunque no la dominación.

¿Y qué hizo la izquierda al llegar al poder?
Allí donde había redes clientelares, los nuevos gobiernos progresistas las barren e instalan a las instituciones estatales en su lugar, conquistando así las bases de apoyo y modificando los modos de hacer de las derechas. Pero para hacerlo deben, primero, asumir demandas de los movimientos y, segundo, colocar en el lugar de los caudillos paternalistas locales a personal de los propios movimientos, ya sea como funcionarios estatales o como miembros de ONGs. Por tanto, las nuevas gobernabilidades son una construcción conjunta entre movimientos y estados.

Me ha impresionado la experiencia del SOCAT uruguayo, esa nueva gobernabilidad que "clona" la forma de los movimientos para mejor desactivar su contenido. Misma retórica (empoderamiento, horizontalidad, participación, etc.). Aparentemente misma organización (redes, protagonismo social). ¡Parecería la historia de los "ultracuerpos" o de los "Dobles malvados"! ¿Cómo desactiva concretamente el clon la potencia política del original?
Mira, este es un proceso muy largo que arranca en los 90, con el neoliberalismo y a la vez con la llegada de las izquierdas a muchos gobiernos municipales en toda la región. Es un tema para estudiarlo en detalle. Aquí la educación popular jugó un papel importante en la formación de los cuadros de las ONGs. También la Universidad, que sobre todo en sectores como trabajo social está muy emparentada con la educación popular. Si tu miras quiénes son y qué estudian los agentes del SOCAT, vas a concluir que son jóvenes, sobre todo mujeres, que han pasado algunos años por la militancia social más que por la política, que tienen experiencia directa en los barrios pobres. Por otro lado, estudian a Paulo Freire pero también a Gramsci y a Bordieu, o sea leen los mismos autores que leen los militantes sociales y portan sus mismos códigos, visten, hablan y tienen hábitos de vida iguales a los de los activistas de base.
Las iniciativas municipales y las ONGs se hacen cargo de actividades barriales que antes se auto-organizaban (comedores, guarderías, etc.). Eso produce dos efectos tremendos. Por un lado, una enorme confusión cuando llegan a los barrios como funcionarios del Estado o de ONGs que trabajan para el Estado. Por otro, se apropian de los saberes del abajo, esos que James Scott decía que aseguran la autonomía de los dominados, y los ponen al servicio de los gobiernos progres. Ambos efectos, cuando uno los ve en un barrio, son demoledores. Por ejemplo, las jóvenes funcionarias estatales tienen voz y voto en asambleas de pobres porque las consideran parte del barrio. Para mi eso fue un golpe tremendo. Pero para la población es normal, porque más allá de que sean funcionarios tienen un compromiso real con los pobres y ese compromiso es insustituible por ningún salario y por ninguna cualificación.

¿Ocurre lo mismo con la cooperación al desarrollo?
Está el caso de Ecuador, que ha sido muy bien estudiado por el antropólogo catalán Víctor Bretón. Allí en pocos años la cooperación consiguió sustituir una camada de activistas y militantes de base, combativos, excelentes organizadores, por otra camada de personas especializadas en hacer trámites ante organismos internacionales, en presentar proyectos, identificar qué necesidades de los de abajo pueden ser interesantes para las financiadoras. Con ello consiguen crear una casta de funcionarios internacionales que viajan, conocen el mundo, hablan idiomas y, sobre todo, se distancian de sus bases al mismo tiempo que les consiguen fondos para proyectos. Lo interesante del estudio de Bretón es que analiza el caso de la provincia de Chimborazo luego del levantamiento de 1990 organizado por la CONAIE (Confederació n de Nacionalidades Indígenas del Ecuador). Era la provincia más combativa y hasta allí llegaron decenas de ONGs que en pocos años modificaron el mapa del movimiento indígena, creando organizaciones de segundo grado que fueron minando la estructura del movimiento hasta casi destruir a la CONAIE.

¿Dirías que la nueva gobernabilidad sobre los territorios es una estrategia biopolítica?
Sí, porque la disciplina que actúa sobre los cuerpos y en espacios cerrados fue desbordada: los pobres desertan de la escuela, del cuartel y de la fábrica y la familia ya no contiene ni disciplina. Entonces hacen falta mecanismos capilares que actúen sobre el territorio y sobre la población, ya no impidiendo, ya no negando, sino modulando los movimiento porque los movimiento ya es un dato de la realidad. Lo penoso es que ni la izquierda ni la academia quieren pensar estas nuevas formas de dominación.

¿Por qué es clave el papel de los militantes, o ex-militantes de izquierda, de gente formada "desde abajo", en esa nueva gobernabilidad?
Porque el Estado tiene funcionarios preparados para disciplinar pero no para trabajar a cielo abierto. El típico funcionario estatal es como el maestro que espera que lleguen los niños a la escuela, espacio cerrado, para hacer su trabajo. Y así con todo, el hospital, el cuartel… Pero no están preparados para ir a los territorios de la pobreza porque son territorios en resistencia. El Estado siempre acudió como policía, pero de esa manera ejerce un control muy parcial, discontinuo. Entonces los militantes aparecen con los mismos códigos que los pobres de ese barrio y empiezan a ayudar a los niños con la tarea escolar, llevan el aula a la casa. Lo mismo con la salud, les enseñan a cepillarse los dientes, a lavarse, a estar bien vestidos para conseguir un trabajo. Parece ridículo pero así funciona, todo revestido con un discurso sobre ciudadanía y derechos. Dicho de otro modo, el Estado actual para controlar, para hacer 'seguridad' en el sentido de Foucault, necesita a la militancia de izquierda que se cree el cuento de ayudar a los pobres a cambio de un salario que no es maravilloso, pero que les asegura su sobrevivencia en lo que saben hacer, algo que desde la militancia es imposible. El sistema sabe algo muy importante: que la militancia es para quien la practica una forma de ascenso social, no siempre material sino sobre todo de reconocimiento simbólico. Y ahora es el Estado el que les brinda ese ascenso.

¿Qué papel cumple aquí la polaridad izquierda-derecha?
Es la forma de justificar las nuevas formas de dominación a cielo abierto, que decía Deleuze. La derecha es funcional a la izquierda, porque es el ogro que justifica cualquier cosa. En Uruguay la izquierda coló una ley de seguridad ciudadana que ni la dictadura se había atrevido a poner. Y en Brasil las favelas son patrulladas por los militares, que además construyen centros sociales e interactúan con la comunidad. Todo eso lo pueden hacer sin mayor oposición, no sólo porque han aprendido los modos, sino también porque se justifica con la creencia de que con las derechas sería peor. Y tal vez sea así: ahí está Uribe para mostrarlo.

¿Son posibles otras relaciones, polémicas, productivas y no anestesiantes, entre Estado, instituciones y movimientos?
Sinceramente, no lo sé. Me gustaría que así fuera, pero la realidad dice que quien no entra en el juego se queda muy aislado. Ahí está el caso de los zapatistas que no quieren nada con el Estado, cero relación. El precio es el tremendo aislamiento: las comunidades no están mal, pero la Otra Campaña no crece. Por otro lado, están los Sin Tierra de Brasil, que apostaron a una relación más fluida con Lula pero sin perder su autonomía. Pero también están aislados, con los mismos problemas, aunque no de un modo tan evidente como los zapatistas.
Cada vez creo más que el tema hay que plantearlo en otros términos que rehuyan la disyuntiva Estado sí o Estado no. Aquí apareció una nueva forma de dominación, como en su momento fue el panóptico o la cadena de montaje. Mi impresión es que esta nueva forma de dominación responde a nuevos problemas, digamos los temas del 68, es decir, el desborde del disciplinamiento. Pero no creamos que en dos días la gente va a aprender a neutralizar este nuevo mecanismo. Entramos en otra historia que requerirá aprendizajes nuevos. Me parece que tenemos que pensar en la aparición de la fábrica fordista y el tiempo que demandó neutralizar la cadena de montaje. Dos generaciones de obreros y, sobre todo, nuevas formas de lucha y de organización.
Las nuevas gobernabilidades son las respuestas al triunfo de los movimientos, o sea que por un tiempo ellos tendrán la iniciativa. En América Latina, estos gobiernos colocaron al Estado en un nuevo lugar y también a la gente, porque ahora hay una nueva conciencia de derechos, pero no tanto en el sentido formal tradicional, sino en cuanto a que el Estado les "debe" ciertas cosas y si no lo hace pierde su legitimidad. Es como el retorno de una cierta lógica del Estado del Bienestar pero sin Estado del Bienestar, porque no hay derechos sino prestaciones. Una ilusión, como fue la fábrica de Ford, una ilusión de integración del obrero en el sistema, que se está empezando a evaporar porque los propios "capataces", o sea los y las trabajadores sociales más comprometidos, están percibiendo el engaño.

Scontri e feriti in occasione delle manifestazioni per Ocalan


Ankara, 14 feb. (Ap) - La polizia turca ha disciolto con la forza due manifestazioni di attivisti curdi che protestavano contro la detenzione del leader curdo Abdullah Ocalan, arrestato dieci anni fa. I cortei si svolgevano nelle città di Batman, nel sud-est e nel porto sul Mediterraneo di Mersin. Nessuna delle due manifestazioni era stata autorizzata e la polizia, per disperdere i manifestanti ha utilizzato cannoni ad acqua e lacrimogeni. Non si ha notizia di feriti. Domani ricorre l'anniversario dell'arresto di Abdullah Ocalan, unico detenuto nell'isola prigione di Imrali, dove risiede dal 1999. Le sue condizioni di salute, secondo il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, non sono affatto buone e per questo chiedono la fine dell'isolamento.

venerdì 13 febbraio 2009

Napoli for Palestina


Stop Apartheid - Free Palestine!


Ya Basta! Napoli
Orientale 2.o in Onda
Sport sotto l'Assedio
presentano la
Carovana in Palestina
dal 4 al 13 aprile '09
Lunedì 23 febbraio ore 17,00
Aula M. Ripa
Università Orientale di Napoli
Palazzo Giusso

giovedì 12 febbraio 2009

Carovana "Donne in movimento"


Mamà Corral Evento sportivo, culturale e politico – 7 e 8 Marzo 2009 Oventik Chiapas

“Porque si no lo hacemos, las que ya estamos en este mundo, que es un mundo donde todavía las mujeres no tenemos rostro, nombre ni voz para los capitalistas y neoliberales. Por eso, es la hora de ejercer y hacer valer nuestros derechos. Pero, para poder hacer todo esto, sólo se necesita tener voluntad, decisión, fuerza y rebeldía. Y no necesitamos pedirle permiso a nadie.”
Tratto dall’intervento della Comandante Hortensia Quinto vento: Una digna y femenina rabia – all’interno dei Sette Venti nel calendario e geografie dal basso – Primo festival Mondiale della Rabbia Degna Mexico – gennaio 2009

L'ASSOCIAZIONE YA BASTA! CON LA "CAROVANA DONNE IN MOVIMENTO" partecipa ed invita tutte le donne ad andare insieme a:
Mamà Corral Evento sportivo, culturale e politico il 7 e 8 marzo 2009 – Oventik Chiapas Messico
Le zapatiste invitano tutte le donne dal mondo ad essere in Chiapas Messico nel Caracol di Oventik intorno alla data del 8 marzo.
Costruiamo insieme una delegazione per partecipare e portare i temi, i contenuti, le discussioni, la rabbia che anche in Italia hanno riempito di creatività ed azione il protagonismo delle donne nelle nostre strade e città per affermare la libertà contro le politiche securitarie, l’autodeterminazione contro ogni gabbia, la gioia dei corpi contro il grigiore ……
La carovana partirà ai primi di marzo e sarà possibile visitare la realtà zapatista oltre a partecipare all’incontro Mamà Corral
Coordinamento carovana:
RomaYa Basta! Moltitudia 320 080 42 99

INFO PER PARTECIPARE PRESSO TUTTE LE SEDI ASSOCIAZIONE YA BASTA
PS … anche dall’Italia inventiamo la nostra partecipazione nelle attività internazionali proposte dalle zapatiste. La caratterizzazione bio-politica dell’evento ci stimola e ci suggerisce l’idea di costruire, nei giorni precedenti l’incontro, in territorio zapatista (in luogo ancora da definire), un laboratorio politico-sportivo-culturale-artistico della delegazione, finalizzato alla preparazione delle nostre attività nell’evento.
vedi anche:
- Ricordo del Subcomandante Marcos di Mama Corral
- Giornata dedicata alle donne dentro il primo Festival Mondiale della rabbia degna

mercoledì 11 febbraio 2009

Contadini, giornalisti e pacifisti internazionali bersagliati dal fuoco dei cecchini israeliani.


La gente di Gaza non ha il diritto neanche di raccogliere il prezzemolo *
Oggi i soldati israealiani hanno sparato contro giornalisti italiani, membri del gruppo pacifista International Solidarity Movement (Ism) e contadini palestinesi. La sparatoria e' avvenuta nella zona agricola a ridosso del villaggio di El Farai'n, a nord di Khan Younis, nel mezzo della Striscia di Gaza, a duecento metri dal confine israeliano. Il perché i cecchini di Tsahal abbiano preso di mira un gruppo di civili disarmati si potrebbe spiegare pensando a un'azione intimidatoria. Ma non e' cosi'. Da sempre gli agricoltori e gli allevatori palestinesi che lavorano nei campi al confine sono oggetto del fuoco dei soldati israeliani. Nei giorni scorsi, nella zona dove ci trovavamo, un contadino e' stato ucciso. Per questo, le colture giacciono incolte nei campi e la popolazione e' di fatto privata della loro principale fonte di sostentamento. Questa mattina abbiamo accompagnato i membri dell'Ism, un movimento composto da cittadini di numerose nazionalità, tra cui anche l'italiano Vittorio Arrigoni, nei campi di prezzemolo di El Farai'n. La giornata prevedeva un'azione cosiddetta 'di interposizione non violenta', una pratica consueta per i movimenti pacifisti che operano nei Territori Occupati: ci si frappone tra l'esercito e i civili palestinesi per consentire alla popolazione di svolgere le loro attivita', altrimenti limitate dal tiro al bersaglio, alle volte fatale, da parte dei soldati israeliani.I contadini hanno lavorato indisturbati per circa due ore, mentre una dozzina di pacifisti dell'Ism, alcuni muniti di megafono e casacche catarifrangenti, osservavano eventuali presenze di soldati al di là del reticolato che segna il confine. Intorno a mezzogiorno, due jeep e un veicolo blindato si sono avvicinati alla rete. Alcuni soldati sono scesi e hanno preso posizione nelle postazioni di tiro. Uno, o più probabilmente due di loro, sono saliti sul tetto di uno dei mezzi e hanno cominciato a fare fuoco. I proiettili hanno colpito terra ad alcuni metri da noi, mentre i contadini, che senza la presenza di 'internazionali' avrebbero sicuramente corso rischi enormi per la loro vita, si buttavano a terra. Paradossalmente, il luogo piu' sicuro dove rifugiarsi erano proprio i profondi solchi sul terreno lasciati dai tank e dai bulldozer israeliani, che tutto intorno hanno tagliato i campi e devastato decine di abitazioni. La zona è stata infatti il punto di penetrazione dei mezzi israeliani che hanno diviso in due la Striscia durante l'operazione 'Piombo Fuso'. Tutto intorno agli appezzamenti le abitazioni contadini portano i segni dell'offensiva. Case frantumate, o perforate da missili, o crivellate dall'artiglieria.La gragnuola di colpi é durata a lungo. I cecchini continuavano a sparare nella nostra direzione, mentre dal megafono gli attivisti li esortavano, senza successo, a cessare il fuoco: "Nessuno e' armato. Siamo tutti civili. Non sparate". A intervalli di qualche minuto, raffiche di decine di proiettili hanno sibilato accanto a noi. Dalle zolle del terreno si levavano nuvole di polvere a meno di due-tre metri. La presenza di pacifisti e giornalisti, tra i quali anche due documentaristi di Rai Tre, Manolo Luppichini e Jacopo Mariani, e' servita da deterrente per evitare che i contadini venissero feriti o uccisi. Tuttavia, durante una di queste iniziative, negli anni scorsi un attivista britannico e' morto dopo essere rimasto in coma per sei mesi a seguito del tiro di un cecchino mentre stava accompagnando dei bambini a Rafah. Rachel Corrie, un'altra pacifista britannica é rimasta schiacciata nel 2003 da un bulldozer israeliano. Il vice-console Francesco Santilli, informato dall'Ansa, ci ha contattati poco dopo l'incidente. Gli abbiamo riferito nei dettagli la dinamica dei fatti, sollecitando un intervento, sotto forma di protesta ufficiale, presso le autorità israeliane.
da PeaceReporter

martedì 10 febbraio 2009

Elezioni in Israele - Svolta all’estrema destra


di Christian Elia, PeaceReporter

Prima considerazione, a poche ore dalla chisusura dei seggi: l’ago della bilancia è la destra xenofoba di Avigdor Lieberman
La democrazia ha un suo pilastro irrinunciabile nel processo elettorale. Solo che, a volte, non bastano le urne a dirimere i nodi gordiani che attraversano società complesse, come quella israeliana.
Squilibrio a destra. Così accade che nelle prime ore dopo la chiusura dei seggi elettorali si sentano i due principali avversari, il partito centrista Kadima guidato da Tzipi Livni e il partito di destra Likud guidato da Benyamin Netanyahu, dichiarino entrambi di essere in grado di formare una coalizione di governo. Questo perché, elemento che dovrebbe far riflettere la società israeliana, entrambi puntano al ‘patto con il diavolo’ rappresentato dal partito Israel Beitenu e dal suo leader Avigdor Lieberman. Un personaggio, per intendersi, che ha scacciato i giornalisti arabi dalla sua ultima conferenza stampa. Un uomo che ha basato il suo consenso popolare sull’elettorato di origine russa ma che poco dopo si è proposto a livello nazionale. Il suo successo, se verrà confermato lo storico sorpasso al partito Laburista di Euhd Barack, è inversamente proporzionale alle speranze deluse degli accordi di Oslo del 1994. Molti israeliani, come molti palestinesi, anno dopo anno hanno visto sfumare la loro aspirazione di pace. Ne ha beneficiato un uomo come Lieberman, che non ha mai fatto mistero di ritenere la forza come unico linguaggio possibile con gli arabi.
Questo è il Medio Oriente, dove tutto è possibile. Lontani mille miglia dal patto nazionale che portò alla presidenziali francesi all’isolamento del nazionalista Le Pen, giunto a sorpresa al ballottaggio presidenziale nel 2007. Kadima e Likud, mentre ancora è in corso il conteggio delle schede, già tirano per la giacca Lieberman e i suoi potenziali 19 seggi su 120 che ne compendia la Knesset, il parlamento israeliano. Se gli exit poll verranno confermati domani, infatti, l’attuale ministro degli Esteri Livni, prima donna candidata premier in Israele dai tempi di Golda Meir, ha recuperato su Netanyahu, ottenendo più voti,, ma non abbastanza né per governare da sola né per ridar vita alla coalizione con il partito Laburista che governa il Paese dalla fallimentare guerra in Libano del 2006. Potrebbe farlo Netanyahu, se si allea con Lieberman. Ma potrebbe farlo anche la Livni, se si allea con Lieberman. Il leader xenofobo diventa, dunque, decisivo. Per questo, appena chiusi i seggi, il ministro del tesoro Roni Bar On, esponente di prima fila del partito Kadima, ha già rivolto al leader di Israel Beitenu l’invito a entrare in un’alleanza di governo col suo partito e a evitare così "il suicidio politico restando all’opposizione assieme al Likud di Benyamin Netanyahu". Allo stesso tempo, secondo il quotidiano di destra Yedioth Ahronoth, il Likud cercherà di formare assieme ai partiti di destra un blocco per impedire alla Livni di formare un governo.
Futuro nebuloso. Una democrazia, l’unica del Medio Oriente, come ricordano sempre i cittadini israeliani, che appare appesa a un personaggio come Lieberman, il quale non riconosce neanche i diritti di quel milione e passa di arabi israeliani. E i palestinesi? I primi commenti tradiscono una forte sfiducia "Indipendentemente dalla coalizione formata da qualsiasi primo ministro, il prossimo governo israeliano non potrà dare quello che serve per la pace. Se il nuovo governo continuerà a far espandere gli insediamenti, a piazzare i posti di blocco e a ostacolare una soluzione a due Stati, non ci sarà per noi nessuna scelta se non rinunciare a considerarlo un partner nel processo di pace". Questo l’amaro commento di Saeb Erekat, storico negoziatore palestinese, vicino ad Abu Mazen e al Fatah. Ancora più duro il commento di Fawzi Barhum, portavoce di Hamas: "Hanno vinto gli estremisti. Per noi Likud, Kadima o Israel Beitenu non fanno differenza. Tutti hanno sostenuto l’operazione militare a Gaza".

domenica 8 febbraio 2009

Dove l’Italia respinge i richiedenti asilo

dal campo di Patrasso, Alessandra Sciurba*

Patrasso, 7 febbraio 2009.
Arriviamo al campo la mattina e sembra che ci stiano aspettando. Hanno ancora moltissime cose da dirci, da farci vedere. Un uomo è senza una gamba e in una mano sono rimaste solo due dita e un pezzetto. A molti hanno strappato le unghie dei piedi. Succede in Afghanistan, a chi non vuole fare la guerra dei talebani, che oggi sono più forti che mai, oppure accade al confine tra l’Iran e la Turchia, dove alcune bande curde fermano i migranti in transito. Ad un ragazzo afghano di ventitre anni è nato un figlio proprio in Iran, otto mesi fa. “tutti pensano che ho più di trent’anni, mi dice. Perché nella vita sono stato schiacciato dalla violenza”. Tira fuori pezzetto per pezzetto quello che era il suo documento di espulsione dalla Grecia. mentre cerca di ricomporlo dice che anche lui si sente come quel pezzo di carta.
Alì ha dodici anni. Al confine tra Iran e Turchia hanno rapito suo fratello maggiore. Lui invece in Turchia ci è arrivato, e ha lavorato per mesi come piccolo schiavo nella casa dei contrabbandieri. Con altri due ragazzini ha tentato anche lui la strada che da Patrasso porta all’Italia. È stato respinto da Ancona quando la polizia lo ha trovato dentro il camion in cui si era nascosto. Alì piangeva ma non diceva niente perché al suo amico che urlava di essere minorenne e che in Grecia, al campo, non ci voleva tornare, avevano già dato un pugno sullo sterno. Alì è alto un metro e cinquanta, è un bambino.
Samir invece ha perso una falange della mano destra. Quel che resta del dito è rattoppato alla meno peggio. I grumi di sangue sono ancora freschi. Panos, un ragazzo greco dell’associazione Kinisi che sta aiutando la nostra delegazione, ci racconta di averlo accompagnato in questura, di avere cercato di fare denuncia, di averlo aiutato anche a rilasciare un’intervista in televisione. Ma non è servito a niente. Dicono che è troppo difficile identificare il poliziotto greco che al porto di Patrasso gli ha fatto saltare il dito a colpi di manganello. Samir, però, lo descrive nei minimi dettagli.
I cellulari degli afghani sono pieni di immagini di sangue. Fanno paura le foto della gente picchiata dalla polizia greca. I commandos, li chiamano loro, perché hanno le tute militari e i manganelli sempre spianati.
Tutta la giornata va via così. Ferite e moncherini. Storie di violenza mai punita che si assomiglia tutta, dall’Afghanistan all’Italia passando per Patrasso.
Anche i poliziotti italiani picchiano, a sentire le voci dei ragazzi del campo. E te lo dicono come fosse una cosa normale. Non sono pagati per questo?
Scopriamo molte cose, in queste giornate, le storie che ci raccontano compongono un puzzle sempre più nitido. La prima tappa della fuga è l’Iran, dove gli afghani hanno anche cercato di rimanere per molti anni. Da qualche mese, però, la polizia iraniana ha iniziato dei rastrellamenti per trovarli e rimpatriarli, e in massa sono dovuti fuggire. Moltissimi, rimandati indietro, sono andati incontro alla morte. La seconda tappa è la Turchia, quasi sempre Istanbul, dove i contrabbandieri nascondono i profughi per settimane dentro case sottoterra. Se la polizia turca trova gli afghani li rimanda direttamente in patria. La terza tappa è il nord della Turchia, sulla costa di fronte alla Grecia. Lì sta una striscia di mare dove la polizia turca e quella greca giocano a rimandarsi a vicenda le piccole barche che tentano di attraversarla. Non di rado, come succede nel Mediterraneo, qualcuno si tuffa tra le onde per sfuggire i controlli e muore annegato sotto gli occhi dei suoi compagni di viaggio.
Questo tragitto costa svariate migliaia di dollari. Chi non può pagare subisce ogni forma di violenza.
Solo dopo avere oltrepassato tutte queste frontiere, quindi, si arriva in Grecia, consapevoli che non è neppure quello un luogo dove potersi fermare e trovare un po’ di pace. A Mitilene, dove sbarcano la maggior parte dei profughi provenienti dalla Turchia c’è un centro di detenzione che tutti qui dipingono come un girone dell’inferno. Molte isole greche ne hanno uno e le descrizioni sono quasi identiche. In questi centri stanno centinaia di persone con un solo bagno rotto. Tutti raccontano di essere stati picchiati quotidianamente dalla polizia mentre erano in fila per un pezzo di pane o cercavano di distrarsi parlando tra loro. Anche il piccolo Alì è passato in uno di questi centri, ed è stato picchiato perché aveva caldo e ha cercato di aprire una finestra per respirare. Qualcuno ci è rimasto un mese, qualcuno dodici giorni. Tutti, alla fine, sono stati mandati per strada con l’espulsione in mano a ingrossare le fila dei migranti irregolari che non hanno altra scelta che restare tali. “Stessa faccia, stessa razza”, si usa dire qui in Grecia, non a caso, quando si parla dell’Italia.
Dopo il centro di detenzione si parte alla volta di Patrasso, senza un soldo in tasca e nulla da mangiare. Qualcuno si ferma ad Atene e prova a chiedere asilo in questura. Ottiene solo che scambino l’espulsione data a Mitilene o in un’altra isola con una fresca di giornata degli uffici della capitale. È successo anche ai bambini, anche agli uomini in carrozzella, anche a quelli senza gambe.
Partire per l’Italia non è una scelta. È l’unica speranza. Del resto queste persone rischiano la loro vita da quando sono nate. Nonostante sia sempre più difficile continuano a provarci. Hanno sentito parlare del centro per rifugiati del Comune di Venezia. Lo sognano. Un ragazzo che adesso è al campo c’è anche stato per qualche mese. Ad un certo punto però, la questura si è accorta che si trattava di un ‘caso Dublino’ e lo ha rimandato in Grecia. Parla italiano, ci da una mano a capire, ci chiede cosa possiamo fare per lui. Nel suo documento c’è scritto che l’Italia riconosce la sua necessità di chiedere asilo politico ma che la Grecia è il paese deputato a farlo. Quel documento qui è carta straccia. Anche altri ne hanno uno identico in mano e raccontano a chi non le ha mai viste le meraviglie dell’Italia che li ha sbattuti fuori.
L’Italia dovrebbe sospendere la convenzione di Dublino quando si tratta di rimandare richiedenti asilo in Grecia. Qui vengono picchiati, qui non esiste l’asilo. Da qui vengono rispediti direttamente nel paese da cui sono fuggiti per sopravvivere. Ma la maggior parte delle volte la Convenzione di Dublino non c’entra nulla. I profughi che arrivano alle frontiere dell’Adriatico vengono rimandati indietro senza nessuna base giuridica. E infatti non hanno in mano nulla, come se loro non avessero mai toccato il suolo di Venezia o di Ancona, come se non avessero mai incontrato la polizia delle frontiere dell’Adriatico.
Scopriamo che quando le navi tornano dall’Italia con il loro carico di profughi respinti a bordo, sanno benissimo che devono fermarsi prima a Igoumenitsa per scaricare i curdi, mentre gli afghani devono arrivare fino a Patrasso, dove la polizia greca avrà buona cura di loro. Scopriamo che i migranti fanno il viaggio a ritroso chiusi dentro un bagno della nave dove arrivano spesso con le mani legate dietro la schiena, e che se battono contro i muri per avere cibo e acqua a volte arriva qualcuno che li picchia con un bastone.
E quando tornano a Patrasso e vengono fatti sbarcare, a seconda dell’umore della polizia greca vengono picchiati e lasciati liberi, oppure sbattuti dentro un container di tre metri quadri al gate 6 del porto, per giorni. Verso sera, quando andiamo via , il campo è un po’ più vuoto. Tanti sono già andati a provare il gioco di nascondersi sotto i tir in attesa al porto. Rimangono comunque centinaia di persone mentre alcune piccole luci si accendono e si alternano ai fuochi accesi per scaldarsi o per cucinare.
Stamattina nel centro di Patrasso c’è stato un presidio dell’associazione Kinisi per chiedere asilo per i profughi e un luogo decente dove possano vivere. C’era poca gente. Non c’erano neppure gli afghani perché non hanno più la forza di credere che le cose qui, per loro, possano cambiare.

Report della delegazione della rete di associazioni veneziane Tuttiidirittiumanipertutti
*Razzismo Stop e Melting Pot Europa



sabato 7 febbraio 2009

Turchia - Paese di partenza, di arrivo e di transito per migliaia di migranti.


La frontiera turca
La Turchia è divenuta paese di partenza, di arrivo e di transito per migliaia di migranti. Le condizioni di rifugiati e richiedenti asilo, i centri di detenzione, il lavoro delle associazioni. La pratica delle deportazioni forzate e il lavoro della società civile.
Sono migliaia i migranti che cercano di raggiungere l’Europa attraversando la Turchia. Negli anni novanta l’atteggiamento delle autorità era di maggiore flessibilità, ma ora l’Unione Europea ha blindato le frontiere, e molti immigrati sono costretti a fermarsi in Turchia. Se non riescono a ottenere lo status di rifugiato, le possibilità di mettersi in regola sono poche e chi non ce la fa viene rinchiuso nei centri di detenzione.
I dati relativi al numero di migranti che vivono in Turchia non sono per nulla univoci. C’è chi parla di 1.500.000 persone e chi invece solo di 500.000. Non è facile censire gli immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno, che sono in maggioranza, soprattutto tra coloro che arrivano nel paese attraversando la frontiera meridionale con l’idea di raggiungere la Grecia via terra o imbarcarsi per arrivare in Europa via mare.
La frontiera tra Grecia e Turchia, sia terrestre che marittima, a partire dagli anni duemila è diventata sempre più invalicabile visto che l’Unione Europea ha richiesto alla Turchia un controllo più stretto delle frontiere come precondizione per proseguire il processo di adesione iniziato nel 2001.
La frontiera greco-turca non è solo difficile da valicare, ma è diventata anche molto pericolosa. Sono frequenti le violazioni dei diritti umani da parte della guardia costiera come avvenuto ad esempio la scorsa estate, quando un ragazzo afgano di diciassette anni, fermato con altre tre persone nei pressi dell’Isola di Lesbo, vicino alla costa turca, è stato ricondotto in mare aperto e abbandonato a bordo della sua imbarcazione di fortuna. Soccorso quattro ore dopo dai guardacoste turchi è stato consegnato alla polizia di Ayvacik, che lo ha arrestato. Trasferito in un’altra prigione a Istanbul gli è stato proposto di firmare una dichiarazione secondo la quale avrebbe accettato di tornare volontariamente in Afghanistan.
Gli immigrati regolari, invece, vengono soprattutto dall’ex-URSS. Sono per la maggior parte donne che lavorano come collaboratrici domestiche nelle grandi città o come operaie nell’industria tessile. Una parte di loro entra nel circuito della prostituzione.
Il numero dei rifugiati è più facile da censire grazie ai dati dell’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Secondo l’UNHCR i richiedenti asilo residenti in Turchia sono circa 25.000, per la maggior parte iraniani e afgani. La Turchia ha ratificato la convenzione di Ginevra del 1951, ma con una riserva di tipo geografico. Il governo turco si occupa infatti della selezione delle domande per ottenere lo status di rifugiato solo se presentate da cittadini europei. Degli altri si occupa l’UNHCR, che può concedere solo un asilo temporaneo in attesa che i rifugiati raggiungano il Canada, gli Stati Uniti o l’Australia, paesi che hanno sottoscritto un accordo particolare con l’Agenzia per i Rifugiati.
Secondo Clèmence Durand, dell’Helsinki Citizens Assembly - Turchia (HCA), associazione con sede ad Istanbul che si occupa di assistenza legale ai rifugiati, la maggior parte dei potenziali richiedenti asilo pensa alla Turchia solo come paese di transito e, quindi, non registra il proprio indirizzo di residenza temporanea al posto di polizia più vicino al luogo di entrata, come prevederebbe la legge turca. In questo modo l’immigrato diventa “irregolare”, e in qualsiasi momento può essere arrestato e rinchiuso in uno delle decine di centri di detenzione per immigrati sparsi per il paese.
Secondo l’HCA, che ha redatto il primo rapporto su questi centri basandosi su testimonianze di ex-detenuti, le condizioni di reclusione degli immigrati sono molto dure e vengono commesse le più svariate violazioni dei diritti dei rifugiati, che vanno dalla difficoltà a ottenere acqua potabile e una generale situazione di sovraffollamento, a casi di vera e propria violenza fisica da parte della polizia che è arrivata a praticare persino la felaqa, forma di tortura che consiste nel percuotere con un bastone le piante dei piedi del detenuto. Alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani inoltre non è permesso entrare nei centri per monitorare la situazione.
Sono molto frequenti le rivolte per protestare contro il duro regime di detenzione e i lunghi periodi di permanenza dentro al centro. A volte, infatti, i richiedenti asilo vengono illegalmente trattenuti per mesi in attesa che l’UNHCR prenda in considerazione la loro richiesta d’asilo.
Le associazioni per la difesa dei diritti degli immigrati in Turchia hanno denunciato anche altri tipi di violazione dei diritti umani a danno degli immigrati, come la pratica delle deportazioni forzate alla frontiera, deportazioni che avvengono senza che gli immigrati abbiano la possibilità di fare domanda di asilo o godere di assistenza medica. Queste deportazioni possono anche causare la morte, come avvenuto il 23 aprile quando, come denunciato dall’UNHCR, quindici uomini di nazionalità siriana e iraniana sono stati costretti dalla polizia turca ad attraversare a nuoto un fiume in piena vicino al confine tra Turchia e Iraq. Quattro di loro tra cui un rifugiato iraniano sono annegati e i loro corpi non sono più stati trovati.
L’HCA non è l’unica organizzazione in Turchia che si occupa di immigrati e richiedenti asilo. A Istanbul sono attivi anche programmi assistenziali organizzati di associazioni cattoliche come la Caritas, il protestante Istanbul Inter-Parish Migrants Program (IIMP), la musulmana Mazlumder o la laica Human Resource Development Foundation (HRDF). Al di là delle differenti appartenenze, queste organizzazioni lavorano assieme coordinandosi mensilmente per fornire assistenza agli immigrati.
Nonostante il fenomeno sia in aumento, l’opinione pubblica turca fa ancora molta fatica a comprendere come il paese stia cambiando divenendo allo stesso tempo luogo di partenza e di arrivo per gli immigrati. Negli ultimi anni, però, le associazioni per i diritti degli immigrati e per la difesa dei diritti umani hanno cominciando a promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte alla popolazione, a fare assistenza legale e a monitorare il rispetto dei diritti dei richiedenti asilo. Anche il mondo accademico ha iniziato un lavoro di ricerca sul tema immigrazione, e da qualche mese a Istanbul viene pubblicato un periodico scritto dai rifugiati, Mültecilerin Sesi, La Voce del Rifugiato. Qualcosa, lentamente, sta cambiando. Europa permettendo.


Alberto Tetta - Osservatorio Balcani

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!