lunedì 20 aprile 2009

Chiapas - Denuncia della Giunta di Oventic

Aggressione di perredisti nella comunità di Sok’on, del municipio de Zinacantán

La JBG de Oventic denuncia las agresiones de perredistas contra bases de apoyo de Sok’on, en Zinacantán. Y advierten que todo tiene un límite.
JUNTA DE BUEN GOBIERNO CORAZÓN CÉNTRICO DE LOS ZAPATISTAS DELANTE DEL MUNDO
SNAIL TZOBOMBAIL YU’UN LEKIL J’AMTELETIK TA O’LOL YO’ON ZAPATISTAS STUK’IL SAT YELOB SJUNUL BALUMIL
A los y las Adherentes de La Otra Campaña, A las y los Adherentes de la Zesta Internacional, A la Frayba A los medios de comunicación Alternativos, A las personas, organizaciones sociales y civiles que trabajan por la liberación del Pueblo, Al Pueblo en lucha,
A 14 de abril de 2009; Oventic, Chiapas, México.
Hermanas y hermanos;
Por este medio la Junta de Buen Gobierno de Oventic, “Corazón Céntrico de Los Zapatistas Delante del Mundo” DENUNCIA los recientes hechos de agresión contra nuestros compañeros y compañeras bases de apoyo zapatistas de la comunidad de Sok’on, del municipio de Zinacantán cometidos por los perredistas de Nachij, quienes están financiados por el Presidente Municipal Antonio Vázquez Conde y por el gobernador Juan Sabines, que son del mismo partido del PRD.
Primero: El día 12 de abril del 2009, como eso de las 3:30 de la tarde llegaron a la comunidad de Sok’on, 26 personas de la comunidad de Nachij de filiación perredista a bordo de un camión de volteo propiedad del ayuntamiento municipal de Zinacantán con placas de CY-94-500 de color blanco. Esta gente venía dirigidos por las autoridades de Nachij Mariano Pérez Pérez Agente Auxiliar Municipal, José López Gómez Suplente de agente Municipal, Mariano Francisco Hernández Pérez Suplente de Juez Rural, quienes gritaban ¡vamos a tomar sangre!, ¡vamos a matar a estos pinches zapatistas!, todos llevaban sus picos y palos en las manos y los movían como provocando a nuestros compañeros y compañeras zapatistas, gracias que no sucedió nada, pero eso solo por que los zapatistas no caemos en provocaciones ni tampoco enfrentaremos a nuestros hermanos indígenas aunque estén siendo usados por el mal gobierno Sabinista, aunque todo tiene un límite.
Segundo: Los perredistas pasaron por los patios de nuestros compañeros zapatistas y luego se dirigieron hacia su manantial de agua que se encuentra dentro de las tierras de los compas zapatistas pero que desde el 2002 los mismos perredistas les quitaron su agua cercándolo el manantial con malla ciclónica, le pusieron candado,lo encementaron, lo entubaron y desde esa fecha se roban el agua llevándolo hasta Nachij, sin que los zapatistas puedan acceder al agua y ahora, este domingo llegaron a provocar y a cortar el tubo galvanizado que ellos mismos han conectado y sólo está desperdiciando el agua en este momento. Los de Nachij no tocaron nada su cerco que han puesto desde el año 2002 cuando ya regresaban miraban en todas partes con miedo, pensaron que nosotros íbamos a responder violentamente. No sabemos cuál es su intención al actuar así, lo que sí tenemos claro es que están provocando a nuestros compañeros zapatistas, lo bueno es que no se dejaron caer en la provocación, pero pensamos que quizá vayan a echar la culpa a los bases de apoyo zapatistas, que ellos hicieron estos destrozos, ya hemos escuchado comentarios así.
Tercero: Desde el 2002 nuestras bases de apoyo zapatistas de Sokón han estado siendo hostigadas por los perredistas, pero esto no sucede sólo a ellos sino que también a todas nuestras bases de apoyo del municipio de Zinacantán. El hostigamiento está impulsado desde la presidencia municipal y permitida por el gobernador Juan Sabines. Como Junta de Buen Gobierno hemos pedido paciencia a nuestras bases de apoyo.

Esta es nuestra palabra por el momento. Esperamos que al buen entendedor le quede claro.

ATENTAMENTE JUNTA DE BUEN GOBIERNO CORAZÓN CÉNTRICO DE LOS ZAPATISTAS DELANTE DEL MUNDO ZONA ALTOS DE CHIAPAS, MEXICO.
CARLOS PEREZ DÍAZ REINALDO PÉREZ REMIGIO SÁNTIZ MARIVEL PÉREZ

sabato 18 aprile 2009

G8 - QUESTA TERRA E' LA NOSTRA TERRA!

G8 - QUESTA TERRA E' LA NOSTRA TERRA!Dal 18 al 20 aprile 2009 si terrà in provincia di Treviso il summit del G8 dei ministri dell'Agricoltura Leggi tutto

Comunicato
Oggi venerdì 17 aprile è stato sanzionato dal basso il laboratorio di sperimentazione sugli organismi geneticamente....

Le iniziative
Blitz nella tenuta agricola di Ca’Tron, nei campi della Fondazione Cassamarca, in cui si sperimenta la coltivazione......

Megastore di Benetton costretto a chiudere, circondato dal filo spinato a simboleggiare l’opera di distruzione....

16 Apr. - G8 - Aperto il Festival "Questa terra è la nostra terra"

Blog: questaterralanostraterra.blogspot.com

Londra, G20 - Ian Tomlinson è morto a causa di un’emoraggia interna

La seconda autopsia per accertare le ragioni della morte di Ian Tomlinson, conclusasi oggi, ha rivelato che la morte non è dovuta, come finora si era voluto far credere, ad un attacco di cuore, ma ad un’emorragia interna nella zona addominale.
La seconda autopsia era stata richiesta dopo che la scoperta che il medico legale incaricato dell’esame era stato più volte indagato per condotta non professionale in casi di decessi avvenuti in circostanze sospette, che coinvolgevano ufficiali di polizia. Per questo, in seguito alla pubblicazione del video sull’aggressione a Ian Tomlinson (video) e dopo la pubblicazione di una inchiesta sui precedenti del medico legale, era stata richiesta una nuova autopsia.
La notizia di oggi scatena la polemica nei media inglesi. E il caso di Ian Tomlisnon, tanto semplice e anonimo in apparenza, sta via via scoprendo le ombre della polizia inglese, proprio perchè l’aggressione nei suoi confronti non ha nulla di straordinario, può avvenire in ogni quaritere, durante ogni piccola rissa, e la sua morte e il modo in cui è stata gestita sollevano l’indignazione e il disgusto diffuso verso la polizia inglese, come dichiarato dalla sua famiglia (che inizialmente aveva riposto ’piena fiducia’ nella Metropolitan Police).
Francesco Salvini

Rassegna stampa:

No OGM! Chi ha detto che il venerdì 17 porta male?

Oggi venerdì 17 aprile è stato sanzionato dal basso il laboratorio di sperimentazione sugli organismi geneticamente modificati, sito in Ca’ Tron a Roncade (TV). Un centinaio di attivisti hanno bloccato quella che rappresenta una vera e propria centrale di morte. Gli OGM rappresentano lo strumento attraverso il quale le multinazionali ed i padroni del mondo, che si riuniscono in questi giorni a Cison di Valmarino per il G8 dell’agricoltura, stanno impoverendo ed affamando il mondo intero. Riteniamo inaccettabile che i nostri territori si prestino ad essere luogo nel quale siano consentite tali sperimentazioni. Con questa azione vogliamo smascherare l’ipocrisia di coloro che ritengono gli OGM siano una sperimentazione positiva per i problemi ambientali, economici e sociali. E’ il nostro benvenuto alle delegazioni di coloro che pensano di comandare il mondo sulla pelle di miliardi di persone.
Chi è che ha detto che il venerdì 17 porta male?
Stop OGM - No G8 Agricoltura
Centri sociali del nord-est

No OGM - G8Agricoltura, sanzionate le serre di Ca’ Tron

OGM FREE.
Blitz nella tenuta agricola di Ca’Tron, nei campi della Fondazione Cassamarca, in cui si sperimenta la coltivazione di Ogm: alcune decine di persone hanno sanzionato le serre del Centro di Alta Ricerca Genetica e Biotecnologia. Sulle vetrate delle serre sono state tracciate le scritte "NO OGM". Secondo quanto riportato dalle agenzie on line quando e’ arrivata la polizia, gli autori del raid si erano gia’ allontanati. Già nel giugno 2003 un nutrito gruppo di attivisti aveva danneggiato con scritte l’abbattimento di un cartello gli spazi esterni ai laboratori. Riflettori accesi in questi giorni in attesa dell’apertura dei lavori del G8 Agricoltura a Cison di Valmarino sulle questioni legate alla produzione agricola. Sullo sfondo di una crisi economica, alimentare ed energetica di portata globale, in questi giorni le sperimentazioni OGM dei laboratori di Ca’ Tron non sono passate inosservate.

Giornata Mondiale della Lotta Contadina

Oltre 100 iniziative e proteste in tutto il mondo
Italia, Svizzera, Spagna, Francia, Camerun, Bangladesh, Uruguay, Argentina, Brasile, Mali, Timor Leste, Messico, Canada, Norvegia, Honduras, Belgio, Repubblica Dominciana, Corea del sud, Filippine, Austria, Turchia, Guatemala, Costa Rica, Australia, Germania, sono solo alcuni degli Stati in cui oggi sono state organizzate proteste e manifestazioni in occasione della Giornata Mondiale della Lotta contadina, lanciata da Via Campesina International.
Oltre 100 iniziative in tutto il mondo andranno a ricordare il massacro di 17 sem terra brasiliani e a rivendicare il diritto alla terra e alla Sovranità Alimentare di tutti i popoli del mondo.
In Italia, a Roma, oggi pomeriggio sono previste proteste all’ambasciata brasiliana da parte del Comitato MST Italia e delle associazioni che appoggiano i movimenti campesinos, mentre a Montebelluna (Treviso) è cominciato mercoledì il Festival "Questa Terra è la nostra Terra", un evento realizzato proprio in risposta al G8 dell’agricoltura previsto nella zona per questo week end.
In Brasile, il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST) ha organizzato proteste e mobilitazioni in 11 stati, per esigere la Riforma Agraria come risposta concreta alla crisi globale."La crisi economica dimostra che l’agrobusiness non è in grado di migliorare la vita dele persone. Difendiamo la realizzazione di una Riforma Agrária Popolare e um programma di agroindústrie nelle nostre comunità, per creare posti di lavoro e sviluppo delle zone rurali", afferma la coordinatrice del MST, Marina dos Santos.

venerdì 17 aprile 2009

Treviso - Megastore Benetton chiuso e circondato dal filo spinato

Festival "Questa terra è la nostra terra" - Seconda giornata di iniziative

Megastore di Benetton costretto a chiudere, circondato dal filo spinato a simboleggiare l’opera di distruzione che l’impresa di Treviso sta portando avanti in Patagonia. Questa l’immagine di un pomeriggio in piazzetta Indipendenza dove si è svolta, nonostante il tentativo da parte dell’amministrazione comunale di negarla, la conferenza stampa promossa dal Festival "Questa terra è la nostra terra". In Argentina Benetton si è impossessato della terra abitata da sempre dal popolo Mapuche in una striscia di territorio dove intere famiglie sono ridotte alla povertà. I Mapuche rappresentano la lotta di un territorio che difende la propria identità, senza rinunciare alla cultura della "mapu" (terra), conservando le sue radici dal tentativo di annientamento dettato dalla globalizzazione.Ascolta l’intervento di Mauro Millan, portavoce dei Mapuche [ audio ]

giovedì 16 aprile 2009

Il recital di Marco Paolini apre il Festival "Questa terra è la nostra terra"

Ieri al Palamazzalovo di Montebelluna (TV) è iniziata la 4 giorni di incontro e iniziative del festival "Questa terra è la nostra terra". Circa 1.500 persone per l’evento di apertura dell’happening, il recital "Par vardar" di Marco Paolini accompagnato alla chitarra da Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di Liquore. Prima dell’inizio dello spettacolo il saluto dal palco di Subramaniam Kannaiyan dell’Associazione dei contadini del Tamil (India) e Mauro Millan portavoce Popolo Mapuche dalla Patagonia. Durante la serata arriva la notizia che uno degli ospiti internazionali, Francinaldo Correia, esponente del Movimento dei sem-terra del Brasile in viaggio verso l’Italia è stato bloccato a Madrid e poi espulso. Vi proponiamo gli interventi audio.
Monica [ audio ] e Vilma dell’Ass.ne Ya Basta! [ audio ]
Mauro Millan [ audio ]
Subramaniam Kannaiyan [ audio ]

La presentazione dei dibattiti che si terranno nelle giornate del Festival sono riportati di seguito.
Con Luca Mondo, coordinatore del viaggio di Subramaniam Kannaiyan - India, alcune riflessioni sui temi del saccheggio delle risorse, della sovranità alimentare ed ovviamente dei movimenti che stanno attraversando l’India. [ audio ]
Con Franzo Zecchianto, Aiab, alcune riflessioni intorno al tema del mondo agricolo nell’epoca della crisi. [ audio ]
Con Giuseppe Caccia, Uninomade Nord Est introduce ai temi che si affronteranno nel dibattito Crisi climatica, crisi energetica, crisi economica. Quali alternative per un diverso modello di sviluppo. [ audio ]

Invitato del MST diretto in Italia, bloccato a Madrid e poi espulso

Ieri, mercoledì 15 aprile 2009, Francinaldo Correia, esponente del Movimento dei Sem Terra del Brasile era in viaggio verso l’Italia. Francinaldo, ufficialmente invitato dal Comune di Venezia, avrebbe dovuto partecipare al Festival "Questa terra è la nostra terra" in corso dal 15 al 19 aprile tra Montebelluna e Treviso, promosso dall’Associazione Ya Basta e da un ampio gruppo di associazioni e gruppi del territorio, in occasione del vertice “G8” dei ministri dell’agricoltura a Cison di Valmarino (TV). Dopo il Festival il suo viaggio sarebbe proseguito in varie città italiane per portare la testimonianza del movimento dei sem-terra e per conoscere realtà e organizzazioni impegnate sui temi di un’agricoltura sostenibile, giusta e degna. Francinaldo, in transito all’aereoporto Barajas di Madrid, è stato bloccato dalla Polizia spagnola, trattenuto per diverse ore e rimpatriato in Brasile con foglio di espulsione senza giustificati motivi. Pur avendo tutta la documentazione in regola e una lettera di invito in cui si affermava che tutte le spese sarebbero state sostenute dagli organi invitanti, Francinaldo non ha potuto proseguire il suo viaggio e non potrà mai più rientrare in territorio Europeo. Ciò che è avvenuto è grave. In questo momento un avvocato del MST si sta recando all’ambasciata spagnola, in Brasile per ottenere chiarimenti sulla situazione e chiedere l’annullamento del decreto di espulsione. Chiediamo l’immediato ritiro del decreto di espulsione e la possibilità di ripartire per l’Italia.

La pirateria a largo delle acque somale, sintomo della debolezza politica del governo

La cronaca di questi giorni resitituisce il quadro di coste somale movimentatissime, interessate da continui attacchi da parte della pirateria. L’ultimo epsiodio, dopo quello della nave italiana riguarderebbe un cargo Usa attaccato con colpi di bazooka e mitra, che sraebbe però riuscito a scongiurare l’arrembaggio.La nave Usa è la seconda imbarcazione che riesce a sfuggire all’attacco dei pirati negli ultimi giorni. Mentre fino ad oggi si contano ancora ancora 300 (fra loro 10 italiani) gli ostaggi in mano ai gruppi di pirati somali.
Cosa sta succedendo a largo delle coste somale? L’aumento della pirateria può essere considerato sintomo della debolezza del govenro di controllare quei territori? Che ruolo hanno le corti islamiche nel governo del paese?In questi giorni il governo somalo ha firmato con il Kenia (cui è profondamente legato) un memorandum di intesa per la gestione delle acque territoriali? Cosa c’è realmente in gioco?
La sensazione che la questione della pirateria ci consegni un quadro assia complesso della situazione politica ed economica nonchè sociale della Somalia.
Alcune riflessioni con Stefano Liberti, giornalista de Il Manifesto [ audio ]

I retroscena della caccia ai pirati somali

Gli aspetti meno noti della guerra navale nel Golfo di Aden
Una nuova ondata di sequestri di navi e petroliere, circa trecento marinai nelle mani dei pirati, gli inseguimenti da parte di una cinquantina di imbarcazioni militari provenienti da Europa, Asia, Africa e Nord America, le prime cinque vittime, quattro pirati e un ostaggio, dopo la controffensive delle unità da guerra francesi e statunitensi. La campagna internazionale contro la pirateria che imperversa nelle acque del Golfo di Aden ha subito una drammatica escalation.
La USNS Lewis and Clark I Navy Seals e la ’Guantanamo galleggiante’. L’evento più emblematico, seguito in diretta da centinaia di milioni di telespettatori, è avvenuto la domenica di Pasqua, quando i tiratori scelti dei Navy Seals , il corpo d’élite della marina Usa imbarcati sulla fregata lanciamissili ’Bainbridge’, hanno ucciso tre pirati che navigavano a bordo di una scialuppa a largo delle coste somale. Nell’imbarcazione era tenuto prigioniero il capitano Richard Philipps, sequestrato dopo il fallito arrembaggio alla nave cargo ’Maersk-Alabama’. Un quarto sequestratore è stato fatto prigioniero dai marines e condotto sull’unità navale Usns Lewis and Clark, trasformata in vero e proprio carcere galleggiante per la detenzione ’provvisoria’ delle persone sospettate di atti di pirateria. I militari Usa decideranno nei prossimi giorni se deportare il prigioniero in Kenya, paese con cui è stato sottoscritto un accordo che ricorda le ’extraordinary renditions’ post 11 settembre, o se processarlo invece direttamente negli Stati Uniti.
Il cargo Usa MaerskUn cargo ’di riguardo’. Lo show può iniziare. Il sanguinoso blitz dei Navy Seals era un atto dovuto: la compagnia di navigazione statunitense Maersk Line Ltd. è infatti una delle più strenue sostenitrici di Africom, il nuovo comando istituito dalle forze armate Usa per le operazioni di guerra nel continente africano. Il 27 novembre 2007, questa società privata aveva organizzato un convegno dal titolo ’Africom: anticipare le richieste logistiche’, invitando come relatore Dan Pike, direttore del team per gli affari africani del Dipartimento della Difesa Usa. La liberazione del capitano Richard Philipps è stata anche l’occasione perché il Pentagono portasse a termine la trattativa con la rete televisiva Spike Tv (legata a Mtv di Viacom), che si è aggiudicata l’esclusiva delle operazioni anti-pirateria della marina statunitense nel Golfo di Aden. Sarà così realizzato un vero e proprio reality show che si chiamerà ’Pirate Hunters: USN’ (Cacciatori di pirati: la Us Navy") e che sarà seguito da due troupe che opereranno a bordo della nave anfibia San Antonio e della portaelicotteri lanciamissili Uss Boxer, nave ammiraglia della Combined Task Force 151 che presidia le acque del Corno d’Africa.
Verso una vera e propria guerra. Con l’acutizzarsi della crociata anti-pirateria, l’ammiraglio Mike Mullen che guida la flotta Usa anti-pirati, ha preannunciato che le forze armate rivedranno "globalmente e profondamente" le loro strategie operative. In discussione c’è l’ipotesi di estendere le azioni armate direttamente in territorio somalo, forti dell’autorizzazione deliberata recentemente dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli esperti del Pentagono e della Nato suggeriscono poi l’uso di forze aeronavali ’miste’, composte da portaelicotteri, fregate, unità più piccole e veloci per l’inseguimento delle imbarcazioni dei pirati, più un ampio dispositivo di forze aree, elicotteri e velivoli senza pilota. Verrebbe auspicato inoltre l’intervento diretto dei contractor privati nella prevenzione degli assalti e l’ampliamento delle ’difese passive e attive’ delle navi cargo e delle petroliere, grazie all’installazione di armi ’non letali’ come cannoni ad acqua, fili elettrici e apparecchiature laser ed acustiche che generano rumori dolorosi a lungo raggio.
L’Italia in campo con una fregata e i Consubin. Dallo scorso 6 aprile le acque del Corno d’Africa sono perlustrate dalla fregata italiana ’Maestrale’ con un equipaggio di 220 marinai, più gli incursori-subacquei del Comsubin e due elicotteri lanciamissili Ab-212. Nei piani originari del ministero della Difesa, la ’Maestrale’ avrebbe dovuto operare nell’ambito dell’operazione navale dell’Unione europea ’Atalanta’, sotto il comando dell’ammiraglio britannico Philip Jones. Dopo il sequestro del rimorchiatore italiano ’Buccaneer’ con 16 membri di equipaggio, è stato però deciso che la fregata resterà sotto comando nazionale, mantenendo così massima autonomia d’azione nel caso in cui si decida un blitz per liberare gli ostaggi. Pare infatti che il comando della flotta europea volesse dislocare la ’Maestrale’ all’imbocco del Golfo di Aden, allontanandola dal porto somalo di Lasqorei, nella regione autonoma del Puntland, dove la ’Buccaneer’ è stata ormeggiata dai pirati. Sembra comunque che sia in corso una trattativa per il rilascio degli ostaggi della nave italiana in cambio di un riscatto.
L’ombra dei rifiuti tossici sulla ’Buccaneer’. Yusuf Bari Bari, ambasciatore della Somalia a Ginevra, ha dichiarato alla Bbc che "la gente del Puntland teme che le chiatte rimorchiate dalla Buccaneer trasportino rifiuti tossici". Ipotesi fermamente smentita da Silvio Bartolotti, manager della ditta di Micoperi di Ravenna, proprietaria del rimorchiatore sequestrato dai pirati.
Scritto per PeaceReporter da Antonio Mazzeo

TURCHIA: ARRESTI DI MASSA E REPRESSIONE DOPO LA VITTORIA ELETTORALE DEL DTP (Partito della Società Democratica) NEL KURDISTAN TURCO.

Continua la repressione turca in Kurdistan! Il 14 aprile la polizia ha avviato simultaneamente in 13 province del sud est della Turchia una massiccia operazione contro il DTP (Partito della Società democratica). Nell’ambito di una vasta operazione di polizia, ancora in corso e per la quale non si riesce a prevedere la conclusione, più di 70 esponenti, dirigenti e attivisti, compresi i tre vice-presidenti del DTP sono in stato di detenzione. Anche un canale televisivo, Gun TV, e la sede dell’Unione delle Municipalità del sud-est sono stati bersaglio della polizia e perquisite. L’operazione, condotta dalle forze di sicurezza turche contro il DTP all’indomani della sua clamorosa vittoria elettorale affermandosi come primo partito nelle 10 province del sud-est della Turchia, rappresenta un duro colpo alle aspirazioni di pace e di democrazia della popolazione kurda e non solo. Come ha sottolineato Il parlamentare del DTP Selahattin Demirtas “…gli arresti sono una reazione al successo del DTP alle elezioni locali, ed è chiaro che non è una coincidenza che l’operazione arrivi a cosi breve distanza dal voto”. Gli arresti e le intimidazioni contro gli esponenti del DTP e di molti attivisti seguono di pochi giorni l’uccisione di due giovani studenti ad Amara (Omerli) nel corso di una pacifica manifestazione per il presidente Ocalan, e la feroce repressione, ancora in atto, ad Agri, teatro di brogli elettorali a discapito del DTP, come testimoniato anche dai numerosi osservatori internazionali presenti in Kurdistan, lo scorso mese di marzo - compresi quelli appartenenti alla delegazione italiana promossa dalla Rete di solidarietà con il popolo kurdo.

Azadya te azadya me ye - La tua libertà è la nostra libertà - è lo slogan del popolo kurdo gridato nei Newroz e durante le manifestazioni pacifiche di cui siamo stati testimoni.

Il simbolo della lotta e dell’unità kurda, Abdullah Ocalan, è rinchiuso nel carcere di Imrali – la Guantanamo europea – in uno stato di totale isolamento dal febbraio del 1999 nell’indifferenza di tutti. Il popolo kurdo, che ne chiede la liberazione, cerca il dialogo e si batte in ogni luogo per una soluzione pacifica del conflitto, ma la Turchia continua a rispondere solo con l’uso di violenza e spietatezza. Solo due giorni fa, in segno di buona volontà e a favore della soluzione pacifica della questione kurda, con un comunicato circolato anche in Europa, il movimento kurdo ha dichiarato il prolungamento del cessate il fuoco unilaterale fino al 1 giugno 2009. Gli stessi esponenti politici del DTP all’indomani delle elezioni hanno fissato tra i punti da rivolgere al governo centrale di rivedere le leggi antiterrorismo e le procedure per la chiusura dei partiti, ma anche di riconoscere il PKK e il suo leader Ocalan come interlocutori legittimi per affrontare e risolvere la questione kurda. Nella sua dichiarazione ad Ankara il DTP ha sottolineato anche che “le elezioni amministrative (del 29 marzo scorso, ndr) hanno mostrato con forza che questa situazione non può essere risolta senza prendere in considerazione il DTP, il PKK e Ocalan” e che “adesso ci sono grosse aspettative per una soluzione del problema kurdo con politiche nuove”. Noi tutti europei, che conosciamo ed amiamo il popolo kurdo, speravamo che con i negoziati per l’entrata nell’Unione europea la Turchia attuasse le leggi per il rispetto dei diritti umani delle minoranze, ed abolisse il famigerato articolo 301 del Codice penale, che tiene in carcere migliaia di persone, violando ogni forma di libertà di espressione ed associazione vigente in Europa. A distanza di anni non è cambiato nulla! Il Governo italiano e l’UE continuano a dimostrare disinteresse per il popolo kurdo e per il leader Abdullah Ocalan, al quale l’Italia ha riconosciuto l’asilo politico nell’ottobre del 1999; continuano ad avallare la repressione turca con la vendita di armi e con il finanziamento di megadighe che porteranno solo distruzione e povertà in Kurdistan. Le incursioni militari continuano quotidiane così come le uccisioni e gli arresti anche di minori. Ne siamo stati testimoni quest’anno, come negli anni scorsi, durante le nostre visite alle organizzazioni politiche e associative kurde nel sud-est della Turchia, che si battono senza sosta per la democrazia e l’affermazione dello stato di diritto.La Rete italiana di solidarietà con il popolo kurdo si appella affinché:le Commissioni Esteri di Camera e Senato chiedano al Governo di riferire immediatamente sugli arresti che in Turchia hanno subito politici, avvocati e militanti del DTP; e la società civile italiana ed europea prenda posizione contro questo ennesimo attacco antidemocratico nei confronti del DTP, riconosciuto come suo rappresentante politico dal popolo kurdo, e a tutte le istituzione democratiche della Turchia.

Azadya te azadya me ye - La tua libertà è la nostra libertà

Questo è lo slogan che facciamo nostro, sosteniamo e rilanciamo! Esprimiamo solidarietà al popolo kurdo, sottolineando come la violazione sistematica dei diritti umani allontani la Turchia dall’Europa e chiediamo di ricercare una soluzione politica del conflitto sin da ora, per fermare la guerra strisciante che da più di vent’anni insanguina il destino dei popoli kurdo e turco. La pace e la democrazia in Medio Oriente rappresentano l’affermazione dei diritti universali per tutti!

Rete italiana di solidarietà con il popolo kurdo

mercoledì 15 aprile 2009

L’Italia ripudia la guerra, ma vende armi a go-go

Boom nel settore (+220%) nel 2008 autorizzate vendite per 4,3 mld - la Turchia il cliente migliore, ma non mancano Cina, Nigeria e anche nei Balcani…L'Italia ripudia la guerra, è scritto nella Costituzione. Eppure, di armi italiane, è pieno il mondo. L'Italia vende un po' a tutti. Paesi belligeranti compresi. Un comparto che non conosce crisi, flessioni. Nel 2008 il volume d'affari è cresciuto del 222% rispetto all'anno precedente, con le transazioni bancarie schizzate da 1.329.810.000 a 4.285.010.000. Scrive la Presidenza del Consiglio nel suo ultimo rapporto sulle esportazioni, importazioni e transito dei materiali d'armamento: «Tale comparto rappresenta un patrimonio tecnologico, produttivo e occupazionale non trascurabile per l'economia del Paese». L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, è anche scritto nella Costituzione. Il maggior acquirente di armi italiane è la Turchia, programmi intergovernativi eslcusi. Le imprese italiane hanno ottenuto dal governo 11 autorizzazioni a stringere affari con Ankara. Si tratta del 35,86% del totale, per un valore di 1092 milioni di euro (quattro volte il Regno Unito, al secondo posto con 254 milioni). Il primato della Turchia è dovuto all'acquisto di elicotteri da combattimento dell'Augusta che saranno utilizzati, secondo il ministro della Difesa turco, per «ricognizione tattica e attacco bellico». La Turchia non rientra nell'elenco dei Paesi per cui vige un embargo Onu o Ue. Non è considerato Paese in conflitto o dove si verificano gravi violazioni dei diritti umani. Eppure, per Amnesty International, non è così. A dicembre 2007 le forze armate turche hanno effettuato operazioni militari nell'Iraq settentrionale alla ricerca di basi del Pkk. Attentati a Smirne, nel distretto di Ulus ad Ankara e a Sirnak hanno provocato numerosi morti. Condanne e omicidi per chi parla di «Kurdistan» o «denigra l'identità turca». Una guerra a bassa intensità, che va avanti da anni. Esclusa dalla lista nera anche la Cina, a cui l'Italia ha venduto apparecchiature elettroniche per 147.000 euro. Le sentenze di morte emesse quell'anno da Pechino sono state 1860, di cui 470 eseguite. La repressione di tibetani, uiguri e mongoli non si è allentata. Fuori lista anche l'India che da 50 anni combatte con il Pakistan per il controllo del Kashmir. Passati sotto silenzio i 179 morti dell'attentato a Mumbai e i movimenti di decine di migliaia di uomini sul confine, Delhi risulta il miglior partner economico per l'industria armiera italiana tra i Paesi non Ue. Armi di grosso calibro, munizioni, bombe, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, navi da guerra, aerei, apparecchiature elettroniche, software e tecnologia: in tutto sono state autorizzate esportazioni per quasi 173 milioni di euro. Ma se la guerra non c'è, perché non vendere armi anche al «rivale»? Il Pakistan ha così acquistato da noi apparecchiature per la direzione del tiro, veicoli terrestri, navi da guerra, aerei e apparecchiature elettroniche per 30 milioni.Anche Israele è «esente» da conflitti. Vendiamo così a Tel Aviv aerei, sistemi d'arma a energia diretta, software e tecnologia per 1,9 milioni. Fra i clienti non abbiamo Palestina, Iraq o Iran, ma la Siria compra da noi i suoi sistemi di puntamento per 2,8 milioni. Trovare nuovi clienti non sembra difficile. A febbraio 2008 una fiammata investe i Balcani. Il premier Hashim Thaci proclama l'indipendenza del Kosovo. Il Capo di Stato serbo Boris Tadic dichiara: «La Serbia non riconoscerà mai l'indipendenza del Kosovo». Quell'anno l'Italia vende al neonato Stato balcanico agenti tossici, chimici o biologici, gas lacrimogeni e materiali radioattivi. Alla Serbia apparecchiature elettroniche per quasi 7 milioni di euro. Altre zone calde dove sono presenti armi italiane sono la Nigeria (aerei e tecnologia, 60 milioni di euro), il Kenia delle violenze elettorali tra Pnu e Odm (navi da guerra e apparecchiature elettroniche, 21 milioni), il Messico dei 2500 morti all'anno delle organizzazioni criminali (armi leggere e armi pesanti, 10 milioni), il Vietnam (apparecchiature elettroniche, 108 mila euro). Un mercato che tira e non solo nelle aree del mondo a rischio. I programm i intergovernativi hanno registrato un incremento del 45% tra il 2007 e il 2008 passando da un valore di 1846 a 2689 milioni di euro. Il segmento copre ormai il 65% dell'intero comparto italiano ed è sempre più difficile da controllare. Quest'anno, dal rapporto, è sparito l'elenco delle banche attraverso cui passavano le transazioni finanziarie per la compravendita di armamenti.
di Raphaël Zanotti per "La Stampa"

Una pericolosa operazione contro il DTP!

Alle cinque di questa mattina la polizia ha avviato in 13 province una grossa operazione contro il nostro partito, il DTP. Più di 70 esponenti, dirigenti e attivisti, compresi i tre vice-presidenti del nostro partito sono in stato di detenzione. Anche un canale televisivo e la sede dell’Unione delle Municipalità del sud-est sono stati bersaglio della polizia. L’operazione è ancora in corso, e non sappiamo quando si concluderà.
Tutti concordano con noi che alle ultime elezioni del 29 marzo 2009 la nostra è stata una vittoria schiacciante. Nonostante le numerose violazioni, le pressioni e i brogli, abbiamo quasi raddoppiato il numero di amministrazioni locali (da 56 a 98), siamo stati il primo partito nelle 10 province del sud-est della Turchia. Avremmo potuto vincere molte più province se ci fossero state delle elezioni democratiche e giuste.
Dopo questi risultati molta gente in Turchia ha cominciato a discutere della questione kurda e a chiedere al governo di avviare un dialogo con il DTP per una soluzione pacifica. Quando il Sig. Obama ha visitato la Turchia, ha avuto un incontro con il leader del nostro partito il Sig. Hamet Turk, e ha detto che dovrebbe trovarsi una soluzione pacifica alla questione kurda in Turchia.
Dall’altra parte, abbiamo ascoltato dichiarazioni molto pericolose da parte di funzionari dello stato a seguito del nostro successo alle elezioni. Il Primo Ministro Sig. Erdogan ha detto che questi risultati dimostrano che le politiche basate sull’offerta di servizi ed opportunità economiche non hanno ottenuto successo, mentre le politiche basate sull’etnia hanno ottenuto voti! Il vice premier Cemil Cicek ha detto, in una delle sue dichiarazioni, “il DTP ha esteso il suo successo fino ai bordi dell’Anatolia, questa è una grande minaccia per l’unità nazionale. Lo stato deve valutare questo e dovrebbe prendere le precauzioni necessarie!” Il Capo di stato maggiore ha poi dichiarato che stanno valutando i risultati delle elezioni amministrative e i risultati del sud-est sono motivo di preoccupazione!
Guardando a queste dichiarazioni, possiamo facilmente dire che questa operazione è un’operazione di carattere politico, e rappresenta un colpo alla nostra lotta pacifica e democratica. Non sarà soltanto un colpo alla nostra lotta, ma alla democrazia, ai diritti umani e alla libertà di organizzazione in Turchia. Non servirà in nessuno modo all’adesione della Turchia all’Unione europea.
Facciamo appello all’opinione pubblica internazionale e nazionale di prendere una chiara posizione contro questo pericolo, questo attacco anti-democratico al nostro partito e alle istituzioni democratiche in Turchia.
Distinti saluti,
Fayik YAGIZAY Rappresentante europeo del DTP

Il Sudafrica a qualche giorno delle elezioni

Jacob Zuma sarà il nuovo presidente
Vittoria annunciata per Jacob Zuma alle prossime elezioni presidenziali che si terranno il 22 aprile. Il suo partito è accreditato al 64% delle preferenze. Un margine enorme nei confronti dei partiti di opposizione. Sono cadute da pochissimo, dopo otto lunghi anni di indagine, i sedici capi d’accusa che gravavano sulla testa dello stesso Jacob Zuma per corruzione, frode, racket e riciclaggio di denaro.Oltre alle accuse di corruzione, stralciate e riprese dalle autorità più volte negli ultimi anni, Zuma è uscito indenne anche da un processo per stupro, nel quale suscitò lo scandalo di mezzo mondo raccontando di essersi “fatto una doccia” per minimizzare il rischio di Aids dopo aver fatto sesso con una donna sieropositiva. In un paese che in cui la diffusione dell’aids raggiunge livelli preoccupanti le dichiarazioni del leader dell’African National Congress sono drammaticamente preoccupanti.I partiti di opposizione in questi mesi hanno più volte contestato lo stop al processo: dal Cope di Mosiuoa Lekota alla Democratic Alliance di Hellen Zille hanno infatti gridato allo scandalo, accusando l’Anc di aver fatto pressioni sulla National Prosecuting Authority per affossare il caso.
Abbiamo raggiunto Serena Corsi, collaboratrice del quotidiano Il Manifesto. [ audio ]
Vedi anche:Innocente. O no? di Marco Fagotto

martedì 14 aprile 2009

Kurdistan. Operazione contro DTP, numerosi arresti

È scattata questa mattina all'alba una massiccia operazione contro i militanti curdi del Pkk, che ha visto finire in manette oltre 50 persone nell'est del Paese a maggioranza curda, soprattutto a Diyarbakir. Le operazioni sono state coordinate dalla Procura di Diyarbakir. Fra i fermati ci sono anche alcuni dirigenti del Dtp, il Partito curdo per la società democratica che di recente si è imposto alle elezioni locali proprio in questa parte del Paese e che viene sesso accusato di avere contatti diretti con il Pkk. I nomi più eccellenti dell'operazione di questa mattina sono: Kamuran Yuksek, Bayram Altun e Selma Irmak, tutti e tre con la qualifica di vice-segretario del Partito. Fra i fermati anche Seracettin Irmak, uno degli avvocati di Abdullah Ocalan, fondatore del Pkk e attualmente detenuto nel carcere sull'isola di Imrali. In questo momento il Dtp è sotto processo da parte della Corte Costituzionale che deve decidere se accogliere le accuse della procura di Ankara e farlo chiudere per attività volte a distruggere l'unità nazionale.

37 dirigenti del DTP ed altri membri sono stati posti sotto custodia nell’ambito di un filone dell’inchiesta Ergenekon, operazioni in simultanea a Diyarbakir, Ankara, Batman e Mardin. Il Deputato del DTP di Diyarbakir Selahattin Deminrtas ha condannato l’operazione e l’ha valutata come una scusa per intimidire la popolazione della regione dopo la vittoria del DTP alle amministrative.
Sono almeno 70 le persone poste sotto custodia nell’ambito dell’operazione contro il DTP ordinata dal Capo Procuratore della Repubblica di Diyarbakir. Operazione simultanee di polizia si sono tenute in 13 province e 90 indirizzi. Fra gli arrestati ci sono i vice presidenti del DTP: Bayram Altun, Kamuran Yuksel, Derik Mayoral, la candidata alle ultime elezioni amministrative Selma Irmak e l’esponente del Comitato esecutivo centrale del DTP Mazlum Tekdal.
Emine Ayna co-segretaria del DTP ha reagito contro le operazioni e detto: nessuno puó prendersi la responsabilità di queste operazioni che richiedono una seria valutazione circa le conseguenze che possono provocare. Le operazioni in corso possono portare a niente, ma spingono il popolo a fare uso di metodi anti-democratici.

La sconfitta delle camicie rosse

Dopo due giorni da guerra civile, a Bangkok i sostenitori di Thaksin smobilitano

Nelle strade semivuote di Bangkok ci sono ancora carcasse di bus carbonizzati, alberi spezzati per farci le barricate, pietre lanciate dai manifestanti contro i soldati. Ma le "camicie rosse", i sostenitori dell’ex premier Thaksin Shinawatra, hanno smesso di combattere per manifesta inferiorità numerica. Questa mattina, al termine di 48 ore da guerra civile nella capitale thailandese, i loro leader hanno esortato le poche migliaia di attivisti rimasti a disperdersi, abbandonando l’accampamento intorno alla sede del governo presidiato dal 26 marzo. Oltre alle casse d’acqua e ai sacchi di rifiuti già marci sotto il cocente sole d’aprile, rimangono due morti e oltre 120 feriti, nonché divisioni ancora più marcate tra la popolazione.
La situazione è degenerata sabato mattina, quando le proteste dei manifestanti a Pattaya hanno costretto il premier Abhisit Vejjajiva a cancellare il vertice di 16 Paesi asiatici previsto nella località turistica per il fine settimana. Uno smacco per Abhisit, che in cinque mesi di governo - nato grazie a un ribaltone parlamentare - aveva coltivato un’immagine da leader pacato e disposto a venire incontro alle richieste dell’opposizione. Così, domenica il primo ministro ha perso la pazienza: stato di emergenza a Bangkok e in cinque province limitrofe, soldati nelle strade della capitale. I "rossi" l’hanno presa come una dichiarazione di guerra: incitati dal loro idolo Thaksin, che dall’esilio li esortava a combattere, si sono sparpagliati per la capitale bloccando strade, attaccando il convoglio di Abhisit, in sostanza abbandonando l’atteggiamento pacifico tenuto finora.
La battaglia più intensa si è verificata all’alba di lunedì presso un incrocio stradale occupato dai "rossi", armati di bombe molotov e bastoni: le truppe hanno sparato lacrimogeni e proiettili veri in aria, e gli scontri hanno causato 70 feriti. Gruppi di dimostranti, ormai decisi a seminare il caos, hanno continuato a erigere barricate dando alle fiamme bus e pneumatici, in due casi difendendosi dietro autocisterne di gas liquido. I militari hanno progressivamente liberato le strade, costringendo i manifestanti a ritirarsi nel loro bivacco intorno all’ufficio di Abhisit. Ma proprio lì, nelle aree popolari abitate da persone che non si identificano né con loro né con i "gialli" monarchici, le "camicie rosse" hanno trovato un nemico che non si aspettavano: i residenti del posto, esasperati dalla violenza vicino alle loro abitazioni. E’ qui, in scontri tra civili, che sono morte due persone.
Circondati da sempre più soldati, calati di numero perché molti di loro hanno preferito festeggiare l’anno nuovo thailandese in famiglia, incolpati ormai da tutti i media thailandesi (che accusano di parzialità), forse sorpresi dalla fermezza dimostranta da Abhisit, e probabilmente orfani di molti simpatizzanti che non condividevano la virata violenta del movimento, i sostenitori di Thaksin hanno quindi detto basta. "Per evitare vittime", hanno detto i loro capi. Fino a ieri promettevano di resistere con la forza dei numeri alle armi dei soldati; ora, mentre gli abitanti della zona applaudono i militari che muoiono di caldo nelle loro divise, stanno già smontando il bivacco all’esterno della sede del governo.
All’esterno, appunto, simbolo del fallimento della protesta. Lo scorso autunno, per tre mesi e mezzo i "gialli" avevano creato una loro cittadella anche nel cortile di complesso, dove i "rossi" non sono mai riusciti a penetrare. Che siano stati merito loro, o del blocco giudiziario-militare che si sospetta li appoggiasse dietro le quinte, il risultato non cambia. La protesta gialla è riuscita a far cadere il governo nemico, quella rossa no. E ora, dopo aver adottato tattiche anche più violente dei tanto odiati rivali, sembra aver perso quell’immagine di simpatica genuinità che aveva guadagnato con mesi di manifestazioni pacifiche.
scritto per PeaceReporter da Alessandro Ursic

Vedi anche:Rossi o gialli, pari sono

Palestina. Carovana sotto l’assedio, la cronaca dell’ultima giornata

A qualche centinaia di metri dalla porta di Damasco si trova il centro La torre del Fenicottero, un centro giovanile subito dentro le mura di Gerusalemme, nel quartiere arabo della città vecchia, gestito da un comitato di gestione composto dagli stessi abitanti. Si tratta, per la città vecchia, dell’unica presenza sociale dedicata alle fasce più deboli della popolazione che attraverso l’apertura di spazi e di servizi educativi cerca di promuovere lo sport e i momenti di aggregazione tra i bambini palestinesi. Partiti presto nella mattinata dal campo di Deheishe, l’intera carovana (centottanta persone..."lente e macchinose") si appresta a giocare e ad assistere alle ultime partite di calcio di questa edizione di Sport sotto l’Assedio nei territori palestinesi. Anche oggi perdiamo, sia la quadra maschile che quella femminile. Ma l’atmosfera come sempre è quella della festa.
Girare per Gerusalemme oggi è impossibile. E’ domenica di pasqua la città è fortemente militarizzata. Sulle nostre teste incombe un enorme sommergibile bianco, modello Gaza, che consente il monitoraggio precisissimo di tutto quello che accade. Giunge la notizia anche oggi di una provocazione da parte dei coloni israeliani: intorno alle 14.00 alcuni coloni fanno incursione nella spianata delle moschee.
Alle 17.00, appuntamento alla porta di Damasco. Assieme ai giovani del centro Fenicottero e a quelli dell’associazione afro-palestinese (che ha un centro proprio accanto alla spianta delle moschee) improvvisiamo una festa... "free free palestine" sono gli slogan che centinaia di persone tra carovana e giovani palestinesi scandiscono a ritmo di Murga (la banda che ha accompagnato in questi giorni la carovana del gruppo "A"). I nostri pensieri vanno a Gaza dove non è stato possibile entrare, dove la situazione è ancora estremamente difficile. Vanno al muro della vergogna che strappa terre e dignità alla popolazione palestinese. Vanno ai campi profughi dove non arrivano acqua ed elettricità e dove l’esercito israeliano fa continuamente e arbitrariamente incursione. Vanno ai sorrisi dei bambini incontrati che attraverso lo sport, la musica, i progetti educativi messi in atto sbaragliano giorno dopo giorno lo stato di assedio del governo israeliano. Vanno alle parole ritmate con rabbia dai giovani rapper che abbiamo conosciuto e applaudito. Vanno alle donne e agli uomini di tutti i villaggi che abbiamo attraversato che resistono quotidinamente e collettivamente per difendere il loro territorio, il loro diritto ad una vita dignitosa. Ultima tappa della carovana edizione 2009. Ma è solo un nuovo inizio... stay be tuned!

Allo stadio, sotto l’assedio

Italia contro nazionale palestinese under 18: finisce zero a nove. Ma il pubblico gradisce
Non capita tutti i giorni di entrare in uno stadio e vedere bandiere palestinesi che sventolano assieme a quelle italiane. Né di ricevere accoglienza trionfale dalla tifoseria avversaria. Né tanto meno cantare l’inno di Mameli con il pugno alzato. Questo è lo scenario in cui si sono trovati domenica 5 aprile i 187 italiani e italiane della carovana del progetto Sport sotto l’assedio, che è in Palestina dal 4 aprile per continuare il "percorso di pace con il pallone nel cuore", come recita il motto della campagna, nata nel 2004 grazie alla mobilitazione di alcune tifoserie calcistiche e associazioni sportive italiane.
Allo stadio di Ar Ram (tra Ramallah e Gerusalemme), al campo di gioco della Nazionale palestinese, l’unico riconosciuto dalla Fifa nei Territori Occupati, le squadre italiane erano attese dalla Nazionale under 18, e dalle alunne della scuola femminile di Gerusalemme Est "Dar el Tefl el Arabi", che hanno aperto le danze con un saggio coreografico seguito dagli inni nazionali: mentre i palestinesi tenevano orgogliosamente le mani sul cuore durante le note del loro inno, italiane e italiani hanno preferito alzare il pugno e di seguito cantare Bella Ciao, che in Palestina è una canzone molto conosciuta. Viste le disfatte clamorose, delle partite vere e proprie da parte nostra sarebbe meglio non scrivere troppo, lasciando raccontare l’orgoglio delle vittorie alle cronache del diffusissimo quotidiano Al-Quds, che il giorno successivo ha dedicato tutta la prima pagina dello sport a questo evento. Basti sapere che la squadra maschile italiana è stata battuta per nove a zero, con un goal annullato ai palestinesi e con un rigore regalato all’Italia per dare almeno l’opportunità di salvare l’onore, che però non è stata colta: palla rigorosamente fuori! La squadra femminile ancora peggio: contro le 11 palestinesi, di cui solo una era in campo con hijab e tuta a maniche e gambe lunghe, le italiane hanno perso undici a zero, con nessun tiro in porta. Ma l’importante, forse mai come in questo caso, era partecipare.
Partecipare per portare solidarietà concreta e per "rompere l’assedio attraverso lo sport", dice Simone, 20 anni, che viene da Roma ed è qui per la prima volta per conoscere direttamente ciò che ha letto nei libri o sentito raccontare da "altri compagni dei centri sociali che frequento". Aggregatosi alla carovana per capire in modo diretto Giuseppe, 53 anni, giornalista precario ("scrivilo questo, precario da anni!") è rimasto molto impressionato dall’incontro con gli abitanti del campo profughi di Dehishe, nei pressi di Betlemme, dove si trova l’Ibdaa Cultural Center, una delle associazioni palestinesi partner del progetto. "Non avevo proprio idea di come si vive nei campi" ammette Giuseppe, "non puoi averla se non vieni a vedere di persona. Ma soprattutto non riesci a capire come sia possibile che queste persone non abbiano ancora avuto indietro la loro casa e la loro terra, dopo sessant’anni!". Stupore e indignazione sono i sentimenti che accomunano un po’ tutte le persone della carovana che sono in Palestina per la prima volta e che in questi giorni verranno a contatto con le esperienze quotidiane dei Palestinesi, impareranno che cosa significa nel concreto la presenza del muro dell’apartheid, dei check point, delle ingiustizie che non fanno notizia ma che ogni giorno sono perpetrate dall’esercito israeliano. "Spostarci dal campo profughi di Dehishe allo stadio mi ha fatto vivere in prima persona le difficoltà relative alla mobilità", dice Anna, 24 anni lavoratrice precaria di Milano, che ancora non riesce a farsi una ragione delle due ore passate sul pullman per percorre una ventina di chilometri, senza contare il fastidio dei controlli ai check point. Ma impareranno anche a conoscere e capire gli usi, i costumi e le tradizioni, con le quali a volte, soprattutto per le donne, non è facile confrontarsi serenamente: "E’ strano vedere certe donne coperte o che non mangiano assieme a noi", ammette Valeria, 29 anni, ragusana, precaria e anch’essa alla prima esperienza in Palestina, "so che non è giusto giudicare con i miei parametri, che non devo pensare che i miei stili di vita di donna occidentale siano migliori e che loro sono oppresse mentre io no; ma mi trovo a disagio. Certamente è un’occasione per mettersi in discussione", conclude con un sorriso.
Lunedì il gruppo si è diviso in tre, per prendere percorsi geograficamente diversi: la carovana può così attraversare gran parte delle città principali della Cisgiordania, da Nablus a Betlemme, da Jenin a Ramallah, da Tulkarem a Jayyus. La novità di questa edizione è il passaggio per Nazareth, città israeliana che, con un lavoro portato avanti da mesi, ha preparato una grande accoglienza a Sport sotto l’assedio. La conferma invece, è che anche per questa volta c’è il diniego dell’ingresso a Gaza, da dove il progetto manca dal 2007, poiché l’anno scorso, pur avendo tutti i permessi richiesti, le 101 persone che si recarono al valico di Eretz furono respinte con la solita scusa dei non ben precisati motivi di sicurezza. Stesso pretesto usato per negare l’uscita dalla Striscia di Gaza alle ragazze della squadra di calcio dell’università di Al-Aqsa, Gaza city, che nel novembre 2007 erano attese in Italia ma che non poterono lasciare la loro prigione a cielo aperto, sebbene anche in quell’occasione i permessi erano stati richiesti e la campagna Sport sotto l’assedio avesse sostenitori istituzionali quali enti locali italiani e università. Purtroppo nel nostro paese arrivarono solo le ragazze della squadra di basket di Betlemme, per un mese importante, soprattutto se si pensa che queste palestinesi non hanno affatto facilità di movimento, nel loro paese ma anche all’estero, a causa dell’occupazione, della povertà e delle tradizioni sociali patriarcali. Ma fu un mese molto significativo anche per le studentesse e gli studenti italiani che, in un susseguirsi di incontri sportivi, politici e culturali ebbero l’opportunità di conoscere realtà che ignoravano. Nessuno comunque si dimentica della squadra di Gaza: sebbene la carovana 2009 non possa entrare, la determinazione rimane."Prima o poi Gaza sarà libera", dice Mark, 29 anni, irlandese che ha saputo di Sport sotto l’assedio perché ha amici al centro sociale Strike di Roma e che ha deciso di unirsi al gruppo "e sarà libero anche il resto del paese, non ci saranno più i controlli all’aeroporto di Tel Aviv (mi hanno interrogato tre ore quando sono arrivato!), non ci sarà più il muro né occupazione". Mark ne è convinto, perché, "come molti Irlandesi, ho presente la nostra lotta di resistenza contro gli Inglesi: anche noi eravamo occupati e, come abbiamo vinto noi, vinceranno i palestinesi". Inchallah, si dice da queste parti che laicamente può essere tradotto: speriamo.
Scritto per PeaceReporter da Irene Panighetti

lunedì 13 aprile 2009

Mosca - Acqua non potabile per un quarto degli abitanti della regione

Riporta oggi (2 Aprile) l’autorevole agenzia Novosti che circa un quarto degli abitanti della regione di Mosca è costretta a bere e usare a scopi alimentari acqua, fornita dalle reti idriche, non rispondente ai criteri minimi di potabilità. In particolare, scrive l’agenzia citando Olga Gavrilenko, medico capo del dipartimento sanitario regionale, “il 25 per cento dei campioni d’acqua esaminati nella regione non soddisfa i requisiti minimi dal punto di vista chimico e l’1,8 per cento non li soddisfa dal punto di vista microbiologico”. Le aree urbane maggiormente affette dal problema sono quelle di Pavlovo-Posadskoe e soprattutto di Ljubertsy - un grosso sobborgo della capitale, noto da molti anni per essere un centro di “mala” dove spadroneggiano gang mafiose.
I vermi che si trovano nell'acqua "potabile" nella regione di Mosca.
Del resto nella zona di Pavlovo-Posadskoe la situazione idrosanitaria è talmente seria che negli ultimi mesi è stata registrata una regolare presenza nell’acqua di rubinetto di minuscoli ma ben visibili vermi. I biologi e i medici che hanno esaminato la sgradevole presenza hanno concluso che si tratta di una specie che non porta pericoli per la salute umana (cioè non sono velenosi né portatori di batteri patogeni), ma non sono riusciti a capire come mai si trovino nei tubi dell’acquedotto. Gli abitanti della zona colpita dal fenomeno hanno raccontato ai media una serie di gravi disfunzioni della rete, perdite, ristagni, tubi corrosi e marci, acqua con odori nauseabondi; i dirigenti di Mosvodokanal, la società che cura la rete idrica regionale, hanno ripetutamente promesso di risolvere il problema, finora senza alcun successo - o meglio, l’azienda ha comunicato che “adesso l’acqua è sicuramente pulita”, ma gli abitanti affermano che essa in realtà continua a “fornire esche per i pescatori”. Anche i tentativi di depurazione con cloro non hanno prodotto risultati apprezzabili e i vermi - ora con la loro brava patente di innocuità - continuano allegramente a riversarsi nei bicchieri degli abitanti di Pavlovo-Posadskoe. A cui non resta che filtrare e poi bollire tutto quello che esce dal rubinetto, oppure passare all’acqua imbottigliata, il cui consumo sta aumentando rapidamente in tutta la regione e nella capitale, a dispetto della crisi.
di Astrit Dakli

domenica 12 aprile 2009

Palestina. Carovana sotto l’assedio, la cronaca della sesta giornata

Ibdaa Center - Betlemme.
La carovana di Sport sotto l’Assedio si ritrova al centro Ibdaa. I tre gruppi si riuniscono: ed è uno scambio continuo di cose viste, di esperienze, di persone incontrate, di emozioni e di riflessioni. Continuano le attività all’interno dei campi profughi, quello di Deheishe e quello di Aidaa, in particolare con i bambini. Il muro che attraversa il campo di Aidaa è accompagnato da scritte e disegni alcuni molto noti. Anche qui l’accoglienza è molto forte. Arrivano notizie da Gaza: oggi hanno ripreso a sparare e a Gaza raccontano di temere ulteriori attacchi. Domani ultima giornata di carovana: direzione Gerusalemme...

sabato 11 aprile 2009

Buenos Aires - Abbattuto il muro che separava i ricchi dai poveri

Il muro era stato costruito per separare un quartiere popolare da un quartiere della classe alta

Buenos Aires, 9 aprile. Un gruppo di residenti indignati del quartiere di Villa Jardin nel Municipio di San Fernando, a nordovest della capitale, hanno abbattuto un muro che, per l’insolita decisione della vicina municipalità di San Isidro, si stava costruendo per separare le due zone: numerose le denunce da parte di diverse organizzazioni a causa della discriminazione di un settore della popolazione che quel muro simboleggia. Decine di bambini dei quartieri più popolari avevano di fronte quel muro che pretendeva di separarli dalle zone dove vivono i settori della classe alta, mentre cresceva l’indignazione dei discriminati. La decisione della costruzione si inseriva all’interno di una campagna di estrema destra sul tema dell’insicurezza, alimentata da diversi mezzi di comunicazione. Il muro di cemento e sbarre di ferro largo 3 metri e alto 4, che doveva raggiungere gli 800 metri di lunghezza, ha provocato dure critiche anche da parte del Presidente, Cristina Fernández de Kirchner, del governatore della Provincia di B.A. Daniel Scioli e del ministro della Sicurezza, Carlos Stornelli. Costruito per delimitare la località La Horqueta, a San Isidro, dove vive la parte più ricca della città, dal quartiere popolare di Villa Jardin a San Fernando, il muro ha causato una vera e propria ribellione tra i più poveri, la maggior parte dei quali lavoratori. Com’era prevedibile, gli abitanti hanno cominciato ad abbattere il muro con picconi, martelli e pale, fino a far crollare i pali di cemento, i piloni e le recinzioni. Uno dei residenti di San Fernando ha poi detto: “Molte di quelle persone hanno guadagnato grazie a corruzione, truffe, furti e sfruttamento dei lavoratori, o lasciando migliaia di disoccupati nelle loro imprese senza che gliene importasse nulla. Adesso loro sono considerati brave persone, mentre noi i delinquenti.” Il giudice Fernando Ribeiro Cardadeiro di San Isidro ha ordinato di sospendere la costruzione del muro dopo che l’intendente di San Fernando, Osvaldo Amieiro, aveva presentato una denuncia all’Istituto Nazionale contro la Discriminazione (INADI) nella quale si spiegava che il muro aveva l’intenzione di separare i residenti del quartiere ricco dai residenti del quartiere popolare. Il muro inoltre voleva impedire che gli abitanti di Villa Jardin attraversassero quattro strade dell’esclusivo quartiere de La Horqueta, dove 33 residenti avevano richiesto che fosse eretto un muro con sbarre di ferro perché non entrassero i ladri. Il ministro della sicurezza della città ha affermato che alzare un muro era una follia e un’incitazione alla violenza, e ha avvertito che dietro a quella decisione si nascondevano strategie elettorali.

di Stella Calloni, corrispondente da Buenos Aires
Traduzione di Francesca Stanca, Ass.ne Ya Basta!

Leggi l’articolo in lingua originale

Report – L'inferno sanitario nelle carceri israeliane

Il Centro palestinese per la Difesa dei detenuti ha reso noto in questi giorni che il numero di malati imprigionati nelle carceri israeliane ammonta a un totale di 1.600 - 16 dei quali affetti da cancro. E ha aggiunto che Israele continua a portare avanti la politica d’indifferenza nei confronti delle loro condizioni di salute, fornendo solo trattamenti medici palliativi.
Nel rapporto pubblicato in occasione della Giornata Mondiale della Salute, del quale il nostro corrispondente ha ricevuto una copia, il centro ha dichiarato infatti che gli unici farmaci prescritti dal personale delle prigioni per qualsiasi malattia sono solo antidolorifici.
Secondo il rapporto, 550 prigionieri palestinesi necessitano di operazioni urgenti di chirurgia, mentre altri 160 soffrono di seri problemi come cancro, disturbi cardiaci e insufficienza renale; 18 si muovono con l’aiuto di una sedia a rotelle o di un paio di stampelle.
Vengono inoltre citati 80 malati di diabete e decine di carcerati che corrono il rischio di perdere la vista: due di loro sono già divenuti ciechi, per non aver ricevuto le cure di cui avevano bisogno. Altre decine di detenuti sono affetti da vari generi di malattie, diverse da quelle menzionate.
In un altro contesto, il ministero palestinese per gli Affari dei detenuti ha accusato mercoledì scorso l’occupazione israeliana di sfruttare l’impoverimento dei mezzi di sussistenza degli abitanti di Gaza per costringerli col ricatto a lavorare come spie e procurare informazioni sulla Resistenza palestinese.
In un comunicato stampa ricevuto dal nostro corrispondente, Riyad al-Ashqar, direttore dell’ufficio stampa del ministero, ha infatti biasimato Israele per aver assaltato e rapito alcuni pescatori, e per aver fatto pressioni su di loro affinché lavorassero come informatori, altrimenti loro e le loro barche sarebbero stati il bersaglio della marina israeliana.
Al-Ashqar ha aggiunto che lo stato ebraico sta portando avanti questa politica crudele anche sui bambini palestinesi rinchiusi nei centri di detenzione in Cisgiordania e in Israele, dove i piccoli vengono prima maltrattati, e poi liberati a condizione che accettino di unirsi a queste operazioni di spionaggio.
Il ministero ha messo in guardia su ciò a cui può portare convincere dei ragazzini a tradire in cambio di lusinghe materiali, e ha invitato tutte le istituzioni a lanciare una vasta campagna d’informazione tra i cittadini palestinesi riguardo a queste vicende.
tratto da Infopal

Carovana Sport sotto l'assedio - WORKSHOP DI MUSICA

Si è svolta, nel campo profughi di Deishe la prima delle due giornate del workshop di musica, una delle novità di questa V edizione della Carovana incentrato sul software di produzione digitale Ableton Live. Si tratta di un programma per la creazione di musica digitale, editing, e arrangement per performance live, usato a tutti livelli, sia da principianti che in ambito professionale. Nei locali dell’Ibdaa, il Bugs Lab, il collettivo d’informatica libero del c.s.o.a. La Torre e lo Strike S.p.A, ha rimesso in piedi l‘internet point del centro culturale, ristabilendo 6 postazioni informatiche utilizzabili. 3 i laptop donati al centro per dare, nel corso dell’anno, continuità al laboratorio musicale. Al workshop, rivolto adolescenti, hanno partecipato sette ragazzi dai 16 ai 17 anni. Fra questi i Bad Luck, gruppo di giovanissimi rapper del campo di Deishe, che a loro volta curano progetti di educazione musicale interni alla struttura. Hanno supportato attivamente alla realizzazione dell’iniziativa i Ramallah Underground, formazione hip hop palestinese di fama internazionale, con cui è stato avviato un progetto di collaborazione con la Carovana da circa un anno. Tanto i Ramallah che i giovani rapper del campo sono stati invitati a partecipare sabato 12 all’evento di chiusura della Carovana, che vedrà, oltre alla loro esibizione, anche la performance del Living Theatre e della Dabka, la tradizionale danza palestinese eseguita dalla compagnia di danza del Centro. Quella del corso di musica è stata anche l’occasione ufficiale per consegnare al gruppo le copie del cd autoprodotto Ramallah Underground - Live in Roma”, concerto svoltosi nello Spazio pubblico Autogestito Strike di Roma, nell‘ambito del tour italiano del gruppo, a sostegno della campagna “Sport sotto l’assedio”. Un piccolo esperimento di autoproduzione, registrato con il marchio Creative Commons, frutto della sinergia fra il gruppo hip hop, i diversi centri sociali e realtà autogestite della città di Roma, per sostenere attivamente la scena musicale underground dei Territori Occupati. Tradotto in tre lingue il booklet del cd (italiano, inglese, arabo). 250 le copie portate in Palestina, per essere distribuite alle squadre ed alle strutture incontrate nel corso del viaggio di solidarietà.
Stay Tuned!!Free Palestine!!

Palestina. Carovana sotto l’assedio, la cronaca della quinta giornata.

Report dal gruppo A
Questa mattina il gruppo A della carovana dal paesino di Jayyous si è spostata a Tulkarem, pochi km più a nord, per incontrare gli studenti del College Universitario Palestine Technical University. L’incontro ufficiale è avvenuto nel teatro dedicato a Yasser Arafat, mentre fuori, dai viali principali del college, si distingueva molto bene il muro di cemento che gli israeliani hanno costruito sulla linea verde, ma avanzando ulteriormente verso il territorio del campus, impedendo cosi l’ampliamento dei campi sportivi e spesso sparando sulle pareti delle strutture universitarie. Il college è stato pesantemente bombardato nel 1989 e nel 2002, ma in 7 anni la ricostruzione è evidente. Sono evidenti purtroppo anche le industrie chimiche israeliane che inquinano le falde acquifere e comportano un incremento sempre maggiore nella popolazione di malattie quali asma e cancro. Qui circa 2000 studenti, spiega il capo del settore Progettazione e Sviluppo Husam Qasrawi, si occupano di materie scientifiche, ma ci sarebbe bisogno di un incremento del personale qualificato tra gli insegnanti. Eccellente invece la preparazione sportiva, infatti ragazze e ragazzi hanno poi assistito alla partita di calcio maschile e poi al calcetto con la squadra femminile. Il team di Sport sotto l’Assedio non ha vinto, diciamo così, ma si è molto divertito. Diamo il risultato delle ragazze: 3 a 2. E’ stato osservato un minuto di silenzio e la squadra palestinese giocava con il lutto al braccio per le vittime del terremoto. Rientrando a Jayyous ci siamo accorti che dalla collina del paese si vede il mare, quel mar mediterraneo che i nostri amici palestinesi, oggi, non hanno il permesso di raggiungere. Solo gli aironi volavano liberi sopra le grate di filo spinato, tra gli ulivi e i mandorli deturpati dal muro dell’apartheid.
Corrispondenza gruppo A: [ audio ]

Report dal gruppo B
Oggi i componenti del gruppo B della carovana di Sport sotto l’assedio sono a Jaffa/Nazareth, dove la prima cittadina è abitata da palestinesi e la seconda da israeliani. Qui siamo in territorio Israeliano. Palese è la situazione di apartheid a cui è sottoposto il venti per cento della popolazione di origine palestinese con nazionalità israeliana che è costretta ad avere propri quartieri, proprie scuole e proprie istituzioni. Fortissima è la pressione dei coloni israeliani, forte è il consenso per il nuovo governo Israeliano e per le formazioni dell’ultradestra; molti i villaggi che i palestinesi hanno dovuto abbandonare per rifugiarsi nei campi profughi o nei quartieri di Jaffa.
Corrispondenza gruppo B: [ audio ]

venerdì 10 aprile 2009

Le magliette di moda nell'esercito israeleiano: "meglio ammazzarli da piccoli".

di Gennaro Carotenuto
La denuncia scioccante viene dal quotidiano israeliano Haaretz. Ai soldati israeliani piace andare in giro con magliette che superano i classici simbolismi del militarismo per addentrarsi nella guerra del futuro, quella asimmetrica nella quale il protagonista è il cecchino onnipotente con la testa vuota che ammazza civili, meglio se donne e bambini.
E questo si riflette nella moda, nell’abbigliamento dei soldati di Tsahal. Sembra vadano a ruba le magliette con disegni di bambini presi nel mirino, oppure madri piangenti sulle tombe dei figli oppure t-shirt come quella nella foto che mostra una donna palestinese incinta e lo slogan: “con un tiro due piccioni”.
Tutte le scritte sono per “uomini veri”, notevole per un esercito che fa dell’integrazione delle ragazze motivo d’immagine. I riferimenti sessuali, perfino allo stupro, sono continui come sono continui quelli alla maternità “piangeranno, piangeranno”. A una maglietta che mostra un bimbo ammazzato si accompagna un “era meglio se usavano il preservativo”. A quella con un bambino palestinese nel mirino si accompagna un “non importa quando si comincia, dobbiamo farla finita con loro” che suona in italiano come “meglio ammazzarli da piccoli”.
Leggi tutto il reportage di Haaretz qui e conserva questo link per la prossima volta che ti diranno che i palestinesi educano i figli alla cultura dell’odio.

Altri racconti dalla Carovana in Palestina

Per oggi il programma prevedeva il trasferimento al valico di Eretz per tentare l'ingresso a Gaza, ma visto il diniego dell'autorità israeliana abbiamo deciso di attraversare una delle città in cui il conflitto arabo-israeliano si manifesta in tutta la sua criticità: Hebron, città a sud di Betlemme. Arriviamo alle 10 e ad aspettarci c'è un comitato che lavora nella città ed è partner del centro culturale Ibdaa. Tentiamo di ripercorrere la strada che collega la parte est della città a quella occidentale definita "strada dei martiri" chiusa nel 2000 ai palestinesi e riaperta solo dopo sei anni conseguentemente ad una sentenza della Corte suprema che dichiarò la chiusura come "un errore". Questa strada divide due insediamenti israeliani di cui uno di maggiore densità abitativa e di più antica costruzione. Il più recente dei due, invece, nasce come una stazione di Polizia israeliana nella quale vennero poco dopo costruite delle abitazioni che dovevano ospitare i militari di stanza lì. Ma ben presto si rivelò ai cittadini di Hebron il vero intento di quella costruzione: unificare l'insediamento della parte occidentale della "strada dei martiri", più grande e popoloso, con quello orientale. Dopo qualche centinaio di metri la carovana si è vista bloccata inizialmente dalla Polizia israeliana che dopo un primo contatto le aveva concesso il passaggio. Passato qualche minuto l'arrivo di due coloni ha dimostrato la vera gerarchia che garantisce l' "ordine e la sicurezza"delle colonie nei territori palestinesi. Il loro sollecito all'esercito israeliano ci ha fatto vivere momenti di forte tensione. Due tank sono immediatamente sopraggiunti sul posto e con atteggiamento intimidatorio, scarellando i mitra ci hanno intimato di allontanarci. La trattativa è durata circa 40 minuti e ci ha dimostrato che ad Hebron tutto il potere decisionale è in mano ai coloni. Questo infamante intervento ci ha costretto ad abbandonare la strada dei martiri ed a raggiungere la parte vecchia della città attraverso una strada di proprietà di un palestinese che si trova proprio a cavallo dell'insediamento orientale. Questa deviazione ci ha però consentito di conoscere una storia di ordianaria e quotidiana follia che i palestinesi sono costretti a vivere. Il contandino, che dal 1987 vive lì, si è visto infatti privato della possibilità non solo di lavorare la terra che si estende davanti alla sua abitazione, ma è stato addirittura costretto, per sopravvivere alla furia israeliana, a trasformare la propria casa in una prigione. Filo spinato ed un muro di almeno 2 metri circondano la sua casa per difendersi dalle sassaiole giornaliere dei coloni e dalle incursioni militari. Ci racconta dei continui tentativi di denuncia da parte dei palestinesi contro la violenza dei coloni, denunce non solo inascoltate ma che producevano l'effetto opposto: chi denunciava veniva arrestato per mancanza di prove. Dal 2003, l'associazione israeliana Bet Salem, ha inaugurato il progetto "shootingback": ad ogni famiglia palestinese che vive in punti particolarme delicati è stata distribuita una telecamera che funga da supporto per le denunce. L'idea del progetto nasce dopo che un attacco di coloni venne filmato ed ebbe grande risalto. Dopo questo incontro ci dirigiamo verso la città vecchia divisa in 2 zone : 400 coloni ( paramilitari) protetti da 3000 militari su 1500 abitanti ne occupano una parte. Di nuovo emerge la volontà israeliana di rendere ai limiti del sopportabile la mobilità dei palestinesi: per passare da una zona all'altra un palestinese è costretto a fare l'intero giro della città quando basterebbero pochi minuti a piedi. L'occupazione israeliana è stata strumentalmente leggittimata dalla presenza della tomba di Abramo che gli ebrei riconoscono teologicamente come proprio protettore. Durante il Ramadam del 1994 la moschea fu teatro di un vero e proprio massacro che causò la morte di 29 persone. Secondo le fonti ufficiali l'attentato venne condotto da un solo colono, ma le testimonianze dirette dei sopravvissuti hanno invece reso nota la verità. Fu un commando ad irrompere nella moschea sparando raffiche di colpi che da diverse direzioni colpirono i mussulmani raccolti in preghiera. Dopo l'attentato venne istituito un coprifuoco. Tutti i palestinesi vennero chiusi nelle loro case "per motivi di sicurezza" per 6 mesi, durante i quali la città venne totalmente trasformata: vennero chiuse 900 attività commerciali, abbandonate 1500 case per l'impossibilità di accedervi tramite le strade occupate dagli israeliani e costruiti 29 check-points. Quell' unico colono che ufficialmente venne identificato come l'esecutore dell'estrema punizione divenne simbolo di un movimento politico radicale divenuto in breve punto di riferimento per la gran parte dei coloni che vivono nei territori occupati ed oggi rappresentato in Parlamento e alleato della maggior parte dei governi di unità nazionale. La tomba del "martire"si trova oggi all'interno della colonia. Il movimento è stato dichiarato illegale dalla Corte internazionale, che però poneva l'accento nella sentenza solo sul nome dello stesso. Venne quindi riformato cambiandolo ma mantenendo la struttura politico-ideologica. Attraversando i vicoli della città vecchia abbiamo subito per pochi minuti quello che i palestinesi a stento, quotidianamente sopportano: oggetti, pietre e spazzatura sono piovuti dai piani alti dei palazzi che si affacciano sul Suk. Abbiamo visto una presenza militare inaccettabile, una violenza diffusa e indiscriminata e un'estrema dignità umana di un popolo quotidianamente costretto ad una vita di segregazione. Free Palestine, Stop Occupation!!!
Antonella, Valeria e Sara da Dehishe

Palestina. Carovana sotto l’assedio, la cronaca della quarta giornata.

Quarta giornata della carovana di Sport sotto l’assedio. Il gruppo C - che da lunedì tiene le sue attività all’interno del campo profughi di Deheishe - si è recato in visita alla città di Hebron, dopo essersi visto negare i permessi per entrare a Gaza. I carovanieri vengono accolti da un rappresentante del Hebron Rehabilitacion Comitee, un comitato di cittadini palestinesi che lavora per il recupero delle case abbandonate in seguito all’occupazione del centro storico da parte dei coloni, avvenuta nel 1967 e proseguita negli anni. L’obiettivo del gruppo è quello di arrivare fino alla alla moschea per valutare gli effetti dell’occupazione. Tuttavia il tentativo viene vanificato dall’immediato arrivo dell’esercito israeliano, che armi in spalla ferma la delegazione su precisa richiesta dei coloni ebraici. Qui in città la mappa del potere è precisa: i coloni comandano l’esercito israeliano, il quale a sua volta dispone della polizia palestinese. Gli stessi numeri danno conto della situazione: 3000 soldati sono posti a protezione di 400 coloni presenti nel centro della città in 4 insediamenti, su un totale di 150.000 palestinesi.La carovana, impedita a raggiungere la moschea, viene accolta dalla una famiglia palestinese, la cui terra confina con un insediamento di coloni che racconta le continue vessazioni subite, dal lancio di pietre, alle aggressioni fisiche, sempre nella più totale impunità. Passando per la parte palestinese della città (la città è letteralmente divisa in due settori), il gruppo raggiunge il centro della città, il cuore commerciale palestinese, caratterizzato da una serie di grate e reti che riparano la popolazione dal lancio di pietre e oggetti vari operato dai coloni che hanno occupato i piani superiori delle case. Molti esercizi sono chiusi, perchè falliti o perchè impediti dalle auorità israeliane. Colpisce il fatto che alcuni di questi presentano una macchia di vernice sul portone, segnale dell’obbligo di non riaprire l’attività commerciale. Il parallelismo con le vicende storiche del nazismo sale alla mente prepotentemente.Non a caso nasce qui il movimento della Lega Difesa Ebrei, rappresentata nella Knesset - il parlamento israeliano - che rivendica apertamente l’attentato nella moschea di Hebron del 1994, quando un commando di coloni uccide 29 persone e ne ferisce molte altre raccolte in preghiera.La seconda parte della giornata ha visto la delegazione italiana impegnata in un incontro con i ragazzi del centro che li ospita, l’IBDAA, nel campo rifugiati di Deheishe. Un incontro in cui si è potuto parlare non solo delle attività del centro stesso, ma in cui si è tentato di fare un’analisi della situazione e delle prospettive e possibilità per questo paese. Uno scambio di esperienze interessante di circa 2 ore, in cui il dato politico emerso è quello di un pezzo di società che rifiuta ed è stretta in una logica di potere tra una dirigenza politica eterodiretta da Egitto, Giordania, Arabia Saudita, e un’altra dall’Iran, e che è alla ricerca di una terza possibilità in grado di liberare energie, e non necessariamente in cerca di una rappresantanza politica.
In serata, mentre era in corso l’assemblea del gruppo C presso l’Ibdaa, è arrivata la notizia che nella mattinata un attacco di coloni presso Khirbat Safa, vicino Beit Amer, a nord della provincia, aveva portato al ferimento di otto palestinesi di cui uno in modo grave. I coloni sostenuti dalle forze di occupazione israeliana attaccano ormai abitualmente i palestinesi della provincia di Hebron, distruggendo le loro proprietà e occupando le loro case. Quello di questa mattina l’ennesimo caso.
La corrispondenza da Hebron. [ audio ]
Report dei primi tre giorni di carovana del gruppo B
Il primo a lasciare Deheishe Camp e’ il gruppo A, direzione Jayyus (a nord-ovest della West Bank). A noi invece e’ concessa qualche ora di sonno in piu’. Il tempo di fare colazione, cambiare, acquistare una sim locale. Saliamo in autobus diretti verso Nablus. In realta’ ci fermiamo qualche chilometro prima: trenta minuti di sosta obbligata ad uno dei check point piu’ duri della Cisgiordania. Stiamo entrando infatti in uno dei territori dove fino ad un anno e mezzo fa Hamas godeva di un ampio consenso, territori poi recuperati dall’Autorita’ nazionale palestinese dopo il colpo di mano di Hamas nella Striscia di Gaza. Non arriviamo a Nablus ma ci fermiamo al Salah Khalaf Center, di fronte al campo profughi di Al Faara. Quello che ci ospita e’ un ex carcere (!) israeliano convertito poi dai palestinesi in un centro giovanile e sportivo. Qui si gioca la prima partita di calcio della squadra B di . Dopo il disastroso 9 a 0 della prima partita ufficiale, in tarda serata arrivano le voci di un farraginoso 13 a 3 della formazione A. Visitiamo il campo profughi di Al Faara dove discutiamo della situazione dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri che Israele mantiene nel deserto, fuori quindi da ogni controllo. Scopriamo che durante la notte l’esercito israeliano ha fatto incursione nel campo arrestando quattro persone.
Siamo sulle montagne dell’anti Libano: attraversiamo un vastissimo territorio, che ci spiegano essere di proprieta’ del Vaticano, abitato dai Palestinesi ma occupato da Israele. Nell’ultima guerra in Libano, quella del 2006, tutto questo territorio era diventato campo di addestramento dell’esercito israeliano. A tutt’oggi ci sono sei, sette campi israeliani.Il centro principale e’ Tubas. Bandiere del fronte popolare e decine e decine tra poliziotti e militari ad attendere l’arrivo del primo ministro Al Fayad. Divise, kalashnikov, fuori strada gentilmente finanziate da Stati Uniti e Unione Europea dopo che questi territori sono tornati forzatamente sotto il controllo della Autorita’Nazionale Palestinese. Oltre alle divise l’UE ha sostenuto l’addestramento di migliaia di poliziotti in Giordania e Libano. In questo territorio dove vivono circa 100.000 abitanti mancano elettricita’ e acqua corrente. Questo spiega i preparativi per l’arrivo del primo ministro. Anche se ci dicono scherzando “speriamo siano assegni e non le solite promesse”. Per l’arrivo dello stesso ministro gli israeliani hanno tagliato le linee telefoniche a tutti i villaggi.
La situazione dei rifugiati all’interno dei campi si muove attorno al diritto al ritorno. Sfollati, per la maggio parte, nel ’48. Ricordano nei cognomi delle loro famiglie, nelle storie che raccontano ai bambini, i nomi dei villaggi che hanno dovuto lasciare. Due nodi emblematici di questa “speranza del ritorno”: considerano gli accordi di Oslo una vergogna e non credono e non vogliono la soluzione dei due stati e due popoli. Infatti, al di la’ della speranza del ritorno ai loro villaggi (oggi sicuramente inglobati all’interno di citta’ israeliane) la soluzione di due popoli in due stati appare superata.La costruzione del muro e i sempre piu’ pressanti insediamenti israeliani ne sono una provatangibile. I rifugiati che incontriamo al campo di Al Faara (8000 abitanti) su questo sono molto chiari. E non solo su questo.Ci spiegano come funziona il campo. Elettricità e l’acqua (poca, spesso insufficiente) sono garantite da OLP, ONU e UNRWA. Ci raccontano che hanno posto il problema del check point di Nablus e degli altri che dividono i villaggi tra loro, direttamente ad Abu Mazen manifestandogli la volonta’ di organizzare una grande manifestazione con l’obiettivo di rimuoverlo. Più in generale chiedono al governo di una piu’ radicale politica di contrasto all’occupazione di questi territori continuamente oggetto di incursioni e attacchi, dicono: “E’ necessaria una nuova intifada. Se non appoggera’ queste esigenze perdera’ senz’altro il controllo della situazione”.

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!