mercoledì 3 giugno 2009

Turchia, centinaia di minori arrestati per terrorismo

Pochi classificherebbero Hebun Akkaya, diciassettenne dalla acuta voce nasale e dalle maniere educate, come sostenitore di una organizzazione terroristica. Ma il tribunale di Diyarbakir lo ha fatto. Capo d'accusa: l'aver protestato per le condizioni carcerarie di Abdullah Ocalan, capo del Partito dei Lavoratori Curdi (Pkk) attualmente in prigione.

Secondo la legge antiterrorismo del 2006, il manifestare a favore del Partito dei Lavoratori Curdi (Pkk), costituisce reato. Ma il tribunale di Diyarbakir lo ha fatto. Capo d'accusa: l'aver protestato per le condizioni carcerarie di Abdullah Ocalan, capo del Partito dei Lavoratori Curdi (Pkk) attualmente in prigione. Giudicata organizzazione terroristica dall'Unione Europea e degli Stati Uniti, il Pkk gode di un largo consenso tra la popolazione a maggioranza curda delle provincie del sud-est della Turchia."Non avrei mai pensato di finire in prigione per aver tirato una pietra", ha detto Hebun, che ha trascorso dieci mesi in carcere prima che iniziasse il suo processo. "Divento furioso quando penso che per il lancio di una pietra sono stati chiesti 28 anni. E' ingiusto". Attualmente rilasciato su cauzione ed in attesa di giudizio, il giovane rischia una pena ridotta di sette anni.Hebun è solo uno dei centinaia di minori, alcuni addirittura tredicenni, recentemente arrestati e imprigionati per effetto della nuova e rigida legge antiterrorismo; la quale consente di processare i minori al pari degli adulti e addirittura di condannarli "per crimini commessi in nome di un'organizzazione terroristica", per il solo fatto di aver partecipato ad una manifestazione. Critici e difensori del diritto sostengono che questa legge è profondamente ingiusta e vìola le convenzioni internazionali per la detenzione dei bambini."C'è una sproporzione tra il crimine e la pena", sostiene Emma Sinclair-Webb, ricercatrice turca presso Human Rights Watch (organizzazione per la difesa dei diritti umani con sede a New York). "Considerare ciò che questi bambini hanno commesso, come ad esempio il lancio di pietre o i danni a proprietà privata, al pari di un atto terroristico è molto grave. Questi bambini sono soggetti ad un sistema giudiziario che non li considera tali", aggiunge la Sinclair-Webb.Più di 1500 minori perseguiti per effetto delle leggi antiterrorismo. Come parte degli sforzi di avvicinamento all'Unione Europea, la Turchia ha modificato il suo codice penale per renderlo più simile a quello europeo e compatibile con il diritto internazionale. Ma gli osservatori indicano che nel 2006 il paese ha fatto un passo indietro a causa di un emendamento alla legge antiterrorismo, che ha reso possibile, in caso di crimini di tale natura, perseguire minori di età compresa tra i 15 e i 18 anni al pari degli adulti.In quello stesso anno, la Suprema Corte di Appello ha decretato che i bambini che prendono parte a manifestazioni di sostegno al Pkk possono essere accusati di agire in nome dell'organizzazione stessa.Secondo gli ufficiali turchi, 1572 minori sono stati perseguiti per effetto della nuova legge antiterrorismo e 174 di loro sono stati condannati tra il 2006 e il 2007. Altre centinaia di inchieste a carico di minori sono stati aperte da allora."La decisione della corte ha ripercussioni molto gravi in termini di legalità e libertà individuali", ha dichiarato Tahir Elci, un avvocato di Diyarbakir chiamato a difendere alcuni bambini attualmente in prigione. "Secondo la decisione dell'alta corte, gli inquirenti non necessitano di prove per affermare che qualcuno abbia commesso reato in nome del Pkk. La sola partecipazione ad una manifestazione di piazza costituisce prova sufficiente"."Possiamo ammettere che questi bambini abbiano lanciato delle pietre, ma non lo hanno fatto in nome del Pkk," - aggiunge - "sono bambini".La legge turca è in contrasto con il diritto europeo ed internazionale. La convenzione delle Nazioni Unite del 1989 sui diritti del bambino tratta nel dettaglio la questione dell'arresto e della detenzione di minori. Secondo quanto sancito dalla convenzione, che anche la Turchia ha sottoscritto, "l'arresto, la detenzione o l'imprigionamento di un bambino dovrà avvenire in conformità alla legge e dovrà essere impiegata solamente come misura estrema e per una durata di tempo limitata". Un ufficiale dell'Unione Europea presso Ankara afferma che l'arresto e la detenzione di minori desta "preoccupazione". Lo stesso ufficiale, rimasto anonimo per la delicatezza della materia trattata, ha aggiunto: "Non sono trattati come ragazzi e questo costituisce violazione delle convenzioni internazionali. Sono trattati alla stregua di terroristi e non sanno nemmeno per quale reato". Bruxelles aveva già in passato espresso preoccupazione per quelle che vengono considerate deficienze del sistema giudiziario turco in materia di minori. Lo scorso autunno un rapporto sui progressi della Turchia come potenziale membro dell'Unione ha sancito quanto segue: "Nonostante alcuni progressi del sistema di giustizia dei minori, il numero di tribunali minorili è ancora inadeguato, c'è carenza di assistenti sociali e il loro carico di lavoro è eccessivo". Per esempio ad Adana si è dovuto procedere al giudizio dei minori all'interno del tribunale ordinario per mancanza di quello minorile.Parla un giovane incarcerato: la prigione è stata un'autentica 'rivelazione' delle idee del Pkk. Gli inquirenti hanno difeso le pesanti sentenze emesse contro i bambini arrestati durante le proteste, affermando che queste costituiscono una risposta al tentativo del Pkk di mobilitare la gioventù curda contro lo stato. Ma Sinclair-Webb, di Human Rights Watch, sostiene che mandare i bambini in prigione potrebbe avere conseguenze molto gravi, anche sul piano della sicurezza nazionale. "Costituisce un processo di irrigidimento per i bambini ed è inoltre psicologicamente molto dannoso" continua Sinclair-Webb. "Se finisci dentro da bambino a causa di uno sconsiderato lancio di pietre, potresti uscirne da militante pienamente indottrinato". "Se si cerca di conquistare i cuori e le menti e far si che la gente non si unisca al Pkk, non è questo il modo di farlo", aggiunge. Un giovane, dopo tredici mesi di carcere per aver partecipato ad una manifestazione ed ora fuori sotto cauzione e in attesa di giudizio, dice di essere stato "cambiato" dalla sua esperienza in prigione. "Ora sono più consapevole", afferma il ragazzo sedicenne che ha chiesto di rimanere anonimo in attesa del processo, e che rischia una condanna a sette anni di detenzione. "Le cose che ho appreso in prigione su me stesso, sui Curdi, sul Pkk sono state come una rivelazione".

di Yigal Schleife, corrispondente del Christian Science Monitor dalla Turchia
traduzione a cura di Simone Luperti

Oggi Obama in Medio Oriente, mentre non si ferma l’agonia della Striscia

di Michele Giorgio

A Karem Shalom pochi e spesso inutili aiuti entrano a singhiozzo per le procedure imposte da Israele. Il presidente Usa a Riyhad.

“Obama domani (oggi) arriva in Medio Oriente, Mi piacerebbe fargli vedere le condizioni in cui siamo costretti a ricevere le merci destinate alla nostra gente. In una prigione si vive meglio che a Gaza, vi assicuro”. Abu Jafar scuote la testa mentre ci spiega il suo lavoro al valico di Darem Shalom, il punto dove si incontrano i territori di Israele, Egitto e Striscia di Gaza e, to l’unico transito per i rifornimenti: il minimo indispensabile approvato da Israele, per 1,54 milioni di palestinesi. Abu Jafar è un impiegato della Shabeir Company, l’unica impresa di Gaza autorizzata dagli israeliani ad avvicinarsi a Karem Shalom e a recuperare e trasportare le merci. Nessun altro può farlo e i proprietari della Shabeir non parlano con i giornalisti, temendo domande imbarazzanti. L’impiegato invece ha voglia di raccontare quanto avviene al valico a Kerem Shalom, piccolo e poco attrezzato per il passaggio degli autocarri. “I camionisti israeliani – riferisce – scaricano le merci imballate in un’area aperta e vanno via. Poco dopo arrivano i nostri autisti che, con l’aiuto di decine di operai, caricano tutto sugli automezzi e li portano a Gaza city, Rafah e Khan Yunis e nel nord”.
Le operazioni possono andare avanti, aggiunge Abu Jafar, solo se in giro non si vedono impiegati dei ministeri di Hamas e poliziotti. Israele mantiene rapporti solo con l’Anp di Abu Mazen e le procedure a Kerem Shalom vengono gestite da Ramallah (Cisgiordania). Ad avere il controllo del valico in ogni caso è sempre e solo Israele, sottolineano nell’ufficio di Ocha, l’agenzia che coordina le attività umanitarie. Se le operazioni non vanno per il perso giusto, allora le merci rimangono dove le hanno lasciate gli autotrasportatori israeliani, spesso per ore, sotto il sole cocente. I prodotti in molti casi non sono quelli più necessari e richiesti dalla popolazione. Di recente l’elettronica entra in abbondanza a Gaza, al contrario di generi alimentari che mancano da mesi. I cibi essenziali e le medicine invece li portano a Gaza le agenzie delle Nazioni Unite.
Del cemento per la ricostruzione non c’è neanche l’ombra. Israele lo ha vietato assieme a molti altri prodotti e quel poco che passa per i tunnel sotterranei tra Rafah e l’Egitto non copre neanche il 2-3% della domanda. Le cose invece “vanno bene” secondo il Cogat, che coordina le attività governative istaeliane nei Territori occupati, che parla di situazione sotto controllo e soddisfacente a Gaza, nonostante l’embargo abbia bloccato il 90% delle fabbriche della Striscia. Per Kerem Shalom passano quotidianamente tra gli 80 e i 110 autocarri con le merci per Gaza (in passato erano quasi 500) e a bordo hanno soprattutto aiuti umanitari gestiti dall’Onu destinati alla popolazione più povera. Tutto il resto è considerato da Israele non necessario. Nel Frattempo molti si chiedono dove siano finiti gli oltre quattro miliardi di dollari messi a disposizione dai paesi donatori al vertice tenuto tre mesi fa a Sharm el Sheikh.
Hamas viene boicottato ma, quanto pare, la comunità internazionale di fatto isola anche l’Anp di Abu Mazen che ha ricevuto solo una frazione dei fondi promessi dagli sponsor occidentali ed arabi. I donatori hanno versato appena 328 milioni di dollari per pagare regolarmente lo stipendio ai suoi dipendenti (alcune decine di migliaia). L’8 giugno i rappresentanti dei paesi donatori si incontreranno per fare il punto della situazione ma, senza interventi immediati, l’Anp potrebbe essere costretta a dichiarare la bancarotta.

La Cina è lontana

di Loretta Napoleoni*

Il 4 giugno nessuno poserà un fiore al centro di piazza Tiananmen in ricordo dei morti del 1989. Nell’immaginario collettivo cinese, quell’anno è legato solo al famoso slogan di Deng Xiaoping: “Arricchitevi”. Un incitamento che sintetizza l’esplosione del capitalismo

Made in China. In occasione del quarantesimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese furono varate delle riforme che in vent’anni hanno trasformato la Cina comunista nel gigante capitalista di oggi. Pochi però sanno che i due fatti sono strettamente legati.
La legge marziale e la decisione di sparare sui dimostranti chiusero un periodo di grande fermento politico. Ad alimentarlo fu la crisi economica, non il sogno di democrazia. Per quasi due anni, man mano che le condizioni di vita peggioravano, aumentavano le proteste di studenti e operai. Alla vigilia di Tiananmen il sindacato decise di appoggiarli e la direzione del partito ebbe paura di un evento impensabile: lo sciopero generale. Quindi scatenò la repressione.

All’origine di tutto c’era un’economia agonizzante. Dalla metà degli anni ottanta un’inflazione galoppante erodeva i salari reali. Nel 1988, quando l’aumento dei prezzi toccò l’apice, l’inflazione superava il 20 per cento. Anche la disoccupazione intellettuale cresceva e i giovani neolaureati erano costretti a tornare nelle campagne. Alla base della crisi c’era una serie di riforme affrettate che regolavano il meccanismo del controllo dei prezzi. L’inflazione strangolava l’economia di stato e le impediva di assorbire il flusso dei neolaureati. Erano problemi di cui soffrivano anche le economie occidentali a causa dei due shock petroliferi. Ma studenti e operai cinesi, digiuni di dottrina capitalista e ignari dei problemi economici dell’occidente, attribuivano l’inflazione e la disoccupazione alla corruzione, che consideravano figlia del partito unico. E questo binomio alimentava il malcontento verso la classe politica. La democrazia, cioè il contrario del partito unico, diventò una sorta di formula magica per spazzare via la corruzione e le diseguaglianze, e portare il benessere economico.
Deng era perfettamente cosciente del pericolo che correva la Cina. Dalla metà degli anni ottanta intuì che se il sistema voleva sopravvivere doveva evolversi e che a guidare il cambiamento doveva essere il partito, non il popolo. Però faticava a convincere gli alti dirigenti. Paradossalmente la repressione di Tiananmen gli fece guadagnare consensi e spianò la strada alle riforme economiche dei primi anni novanta, tutte ispirate alla visione “capitalista” del comunismo cinese.
L’idea che in Cina il fermento sociale e politico della seconda metà degli anni ottanta sia nato solo dal desiderio di “libertà politica” appartiene invece all’immaginario collettivo occidentale, e sarà infatti l’occidente a ricordare i caduti del 4 giugno. Nelle librerie sono già in bella mostra i libri in uscita per l’anniversario. Tra questi c’è Pechino è in coma (Feltrinelli) scritto dal dissidente Man Jian, dove si racconta la storia di un ragazzo che entra in coma dopo essere stato colpito da un proiettile della polizia il 4 giugno del 1989 e da allora vive tutti i cambiamenti degli ultimi vent’anni sprofondato in un mondo interiore. L’allegoria è forte. Con la repressione di vent’anni fa, la coscienza della società cinese è sprofondata in un coma vigile. Ma nonostante lo stato vegetativo, sopravvive prigioniera di un corpo non più in grado di agire o esprimersi. In ogni momento potrebbe risvegliarsi.
Storici, economisti ma anche ex studenti predono le distanze da questa visione romantica della Cina moderna. Wang Hui, studente di letteratura a Pechino nel 1989, racconta che in piazza quella primavera c’erano due gruppi di dimostranti: una manciata d’intellettuali che sognavano una Cina democratica sul modello occidentale, e una schiacciante maggioranza di operai e studenti che chiedevano riforme economiche reali per rimettere in carreggiata l’economia. La democrazia era solo uno strumento per raggiungere lo scopo, non un obiettivo politico.

A vent’anni di distanza è stato il capitalismo a far prosperare l’economia cinese, e nessuno si lamenta. Usando l’allegoria di Man Jian, se il paese è veramente in coma, non vuole uscirne. Oggi, come ieri, in Cina il concetto di democrazia è vago e spiegare ai dissidenti gli abusi di questo sistema politico è difficile. Come definire, infatti, le menzogne di Bush, le leggi ad personam del governo Berlusconi, lo spreco del denaro pubblico del parlamento inglese?
Vent’anni dopo Tiananmen e nel pieno della peggiore recessione dai tempi della grande depressione, il fascino discreto della democrazia ha comunque poca presa in Cina, un paese dove l’economia funziona, il livello di vita da quel lontano 1989 è aumentato vertiginosamente e la crisi economica è meno grave rispetto al resto del mondo. In autunno, aspettiamoci grandi feste per i sessant’anni del comunismo e i vent’anni del capitalismo made in China.

Loretta Napoleoni è un’economista italiana che vive a Londra. Ha appena pubblicato "La morsa. Le vere ragioni della crisi mondiale" (Chiarelettere)

Articolo pubblicato su Internazionale 797, 29 maggio 2009.
Foto di Christian Als

Il massacro di ieri, la Cina di oggi

di Angela Pascucci

Il massacro di Tiananmen, venti anni fa, potrebbe indurre un senso di lontananza, quasi di precoce invecchiamento, messo a confronto con le immagini attuali della Cina, nuova potenza mondiale in ascesa politica e in crescita economica anche quando tutte le economie del mondo vanno sotto zero.
Potrebbe, ma così non è. Lo impedisce il silenzio di tomba, l’oblio forzato che il potere, oggi più che mai, impone su quell’evento terribile che ancora oggi non vuole affrontare apertamente, neppure alla luce del suo sfavillante presente. A dimostrazione di quanto in realtà il passato getti la sua ombra su un oggi gravato da problemi non diversi da quelli che tra l’aprile e il giugno dell’89 portarono a una mobilitazione sociale di cui gli studenti furono il cuore e la scintilla ma che, ben oltre le aspettative dell’élite studentesca, coinvolse anche milioni di cinesi di altri grandi centri urbani, appartenenti ad altre classi sociali che dieci anni di riforme avevano penalizzato.
Se, infatti, il dibattito sull’“incidente” di Tiananmen è tabù, e le generazioni più giovani possono solo inseguirne le tracce sui percorsi proibiti della Rete, resta la questione politica di enorme complessità che era stata sollevata da quella piazza: che cosa si decideva e chi lo decideva, considerato che la giustizia economica e l’equità sociale erano stati travolti dall’ “arricchirsi è glorioso di Deng”, frutto, più che di un inesistente libero mercato, di connivenze corrotte tra potere e denaro.
La questione della “democrazia” era stata posta in modo più profondo di quanto non fu compreso in quei giorni dai media occidentali, e va ricordato che la repressione colpì in modo particolarmente duro gli operai. Quel che molti chiedevano allora non era un formale quadro istituzionale di libere elezioni ma un meccanismo di coinvolgimento ben più comprensivo, come ha scritto Wang Hui, l’intellettuale cinese che più a fondo ha riflettuto sulle cause e le conseguenze di quel massacro. Una sostanza democratica che quella modalità di riforma economica non avrebbe mai potuto garantire. Lo mostrò l’inaudita violenza con la quale una parte della leadership cinese, quella che alla fine prevalse, pose fine a una protesta che stava già lentamente rientrando.
Quando i carri armati della 27ma armata finirono il lavoro sporco che altri corpi dell’esercito non avevano voluto fare, la politica di “apertura e riforma” di Deng Xiaoping, per tutti gli anni ’80 salutata dal resto del mondo come una grande svolta verso la “normalizzazione” della Cina, tornò rapidamente a essere una repressione “comunista” inzuppata di sangue.
Il mondo avvertiva la grande mutazione mondiale che si stava preparando: la politica di Gorbaciov in Urss, le elezioni polacche che quello stesso tragico 4 giugno avevano sancito il trionfo di Solidarnosc. Altri storici disgeli erano in corso. Tutti pensarono che il Pc cinese era finito: non sarebbe sopravvissuto all’enorme crimine di aver sparato sui suoi figli. Così non è stato. Per due anni, la Cina si richiuse, il Partito tornò a regolare a porte chiuse i conflitti che nell’89 erano stati portati sulla piazza dall’allora segretario Zhao Ziyang, fino all’ultimo aperto sostenitore del dialogo con gli studenti. Due anni di paralisi: mentre i cinesi elaboravano il lutto e lo shock, la crescita economica tornò prossima allo zero.
Ma intanto lo scenario mondiale si squassava nuovamente: Mikhail Gorbaciov, accolto con entusiasmo dagli studenti a Pechino come un grande statista riformatore, finito, l’Urss andata in pezzi, la Yugoslavia sull’orlo di una guerra fratricida. Il Pcc assisteva terrorizzato allo sfaldamento intorno a sé, cercando di trarne rapidamente lezioni. Alla fine Deng Xiaoping tagliò il nodo. Nel gennaio del 1992 il vegliardo di 88 anni organizzava il suo tour epocale nella zona speciale di Shenzhen, sud della Cina, per rilanciare alla grande le riforme. Cosciente del discredito dell’ideologia, pensava che solo la crescita economica avrebbe potuto ridare legittimità al Pc. “Riformarsi, senza porre questioni sulla natura socialista o capitalista della riforma” era il messaggio sostanziale del suo discorso. “Dobbiamo guardarci dalla destra ma cosa più importante, dobbiamo ostacolare la sinistra” il discorso di complemento. La vanificazione di destra e sinistra l’approdo finale.
Da quel ’92, sono seguiti 17 anni in cui la Cina ha corso a una velocità senza precedenti nella storia umana, sfidando ogni previsione. Ha stravolto i propri tratti sociali, economici, culturali, politici. La sua crescita ha cominciato a cambiare anche il mondo. Come tutto ciò è avvenuto è dunque questione che riguarda anche noi, e che fa emergere la linea rossa che unisce l’oggi all’89.
La volontà dello stato di ricorrere alla violenza, dimostrata dalla repressione dell’89, negli anni ’90 ha posto le condizioni per la creazione dell’economia di mercato attuale. In un contesto in cui lo scontento sociale non poteva più esprimersi, tutte le riforme necessarie alla ripresa sono state portate a termine e la Cina è entrata di slancio nel processo mondiale di globalizzazione che dal coinvolgimento cinese è stato enormemente rafforzato. Un sistema con queste caratteristiche porta inevitabilmente in sé i cromosomi dello squilibrio.
Risultato della corsa a spron battuto degli anni ’90 e dei processi di ristrutturazione che l’hanno accompagnata è stata un rimodellamento forte delle classi sociali e una crescente diseguaglianza che sconfina nell’iniquità. E’ stata creata una nuova classe sociale, il sottoproletariato dei migranti, incoraggiati a lasciare in massa le campagne per alimentare con le proprie braccia a buon mercato il processo di industrializzazione e urbanizzazione. Oggi sono 150 milioni i mingong che il sistema dell’hukou priva di ogni diritto di cittadinanza nei luoghi in cui lavorano, dunque fragili e ricattabili. La vecchia classe operaia, un tempo aristocratica avanguardia, è stata declassata e falcidiata dalle ristrutturazioni massicce delle imprese di stato ma è ancora fedele all’ideologia proclamata del Partito comunista (che infatti non si libera del suo apparato ideologico malo aggiorna in continuazione). Si è formata una classe media aggrappata alle proprie acquisizioni sociali che, percependo l’accerchiamento, teme l’instabilità e l’insicurezza, si affida al governo e rifugge il coinvolgimento politico. Si è consolidato al vertice un blocco di potere e di enorme ricchezza che poggia su alleanze e collusioni tra potere politico e nuovi gruppi economici di interesse interni ed esterni (il capitale straniero e quello dei cinesi d’oltremare).
Questa struttura economico-sociale, che negli ultimi venti anni ha fatto crescere la Cina al tasso medio del 10% l’anno, produce grande ricchezza ma non la distribuisce in modo equo. Il coefficiente di Gini (metodo di misurazione delle ineguaglianze) che nel 1978 era a 0,17 è arrivato nel 2007 allo 0,47, uno dei più alti del mondo.
Sono sistemi sociali incompatibili, per usare la definizione di Chalmers Johnson, quelli che il partito-stato cinese deve governare, ma lo fa con una capacità di risposta alle dinamiche così articolata e “pragmatica” da far porre al mondo la questione del “modello cinese” e della sua straordinaria tenuta. Sulla trama di repressione e di divide et impera politico che fa da fondamenta al sistema, l’apparato ha innestato anche una serie di politiche di governo che, nel rispondere alle richieste dei perdenti esasperati ma disorganizzati, hanno ben presenti i tumulti di 20 anni fa. Oltre che gli 85mila “incidenti di massa”, cioè proteste, rivolte, scioperi deflagrati nel 2005, ultimo anno in cui questo genere di dati è stato diffuso dal governo.

Articolo pubblicato sul quotidiano "Il Manifesto" il 3 giugno 2009.

Vedi anche:La Cina è lontana di Loretta Napoleoni
Foto di Christian Als

martedì 2 giugno 2009

A Kiev pronto il ribaltone. Sotto assedio dei minatori

Mentre a Kiev sembra ormai imminente l’annncio della formazione di una nuova maggioranza politica “ad hoc” nella Rada (parlamento) ucraina, con la quale il partito della premier Yulija Timoshenko e quello di opposizione dell’ex premier Viktor Yanukovich vorrebbero assestare il colpo definitivo al presidente Viktor Yushenko, un migliaio di minatori di alcune miniere private sta assediando da stamattina i palazzi del potere nella capitale. Ad essere bloccati da rumorosi picchetti sono il palazzo della Rada e la sede del consiglio dei ministri: gli assedianti non hanno richieste politiche, ma chiedono che l’ente di stato ucraino per il carbone assicuri parità di trattamento alle miniere statali e a quelle private.
Il nodo è rappresentato dagli acquisti pubblici di carbone, che in tempi di seria crisi economica come quelli attuali (con l’industria siderurgica ucraina quasi ferma) sono fondamentali per la sopravvivenza delle miniere. Per pagare i salari ai lavoratori, le tasse e i costi vivi, una miniera come la “Chapaev” - ha riferito un sindacalista della stessa miniera, presente all’azione di oggi - “occorre che alneo sessantamila tonnellate di carbone vengano vendute ogni mese, ma l’ente di stato ce ne compra solo 2500, sì e no quel che basta a pagare la corrente elettrica”. Dato che sono mesi che questa situazione si protrae, e che ormai diverse migliaia di lavoratori sono senza paga e sull’orlo del licenziamento per chiusura delle loro aziende, i minatori delle miniere “Chapaev”, “Zhdanivska” e “Svitanok” (tutte e tre nella regione mineraria di Donetsk), organizzati dai loro sindacati, si sono imbarcati in alcune decine di pullman e hanno puntato sulla capitale, schierandosi a picchettare i palazzi del potere “fino a quando non saranno accolte le richieste” di intervento pubblico.
Non è ben chiaro come questo sia possibile, dato che il bilancio dello stato ucraino è ormai un disastro totale. Sembra ormai che l’ente di stato per il gas sia sull’orlo della bancarotta - il che fa presagire pessime notizie sul fronte dei rapporti Russia-Ucraina-Europa - e il governo stesso non sa più come fare per tenere insieme il paese senza pagare nessuno. Oltre a tutto, il conflitto politico interno a Kiev sta raggiungendo probabilmente il momento dello showdown, dopo mesi e mesi di paralisi e di veti incrociati fra il presidente Viktor Yushenko e la premier Timoshenko.
Oggi la maggior parte dei commentatori ucraini “vede” come imminente - questione di ore - l’annuncio di un accordo fra i due principali partiti della Rada, quello della premier e quello di Yanukovich, per costituire una nuova maggioranza parlamentare. Questa maggioranza avrebbe i numeri per cambiare la costituzione e abrogare l’elezione diretta del presidente per sostituirla con un’elezione da parte dei deputati: in questo modo Yushenko verrebbe fatto fuori definitivamente (del resto ormai solo il 2 per cento degli ucraini sostiene di apprezzarlo) e un accordo segreto (per modo di dire) porterebbe Yanukovich dritto alla presidenza mantenendo Timoshenko sulla poltrona di premier.
Tutto questo, se si realizzasse, darebbe certamente un po’ di stabilità al paese: ma la china da risalire sul versante economico resterebbe comunque terribilmente aspra, con il Pil in picchiata peggio di qualsiasi altro paese in Europa (e forse al mondo), le maggiori aziende ferme, lo stato quasi in bancarotta. Sia Timoshenko che Yanukovich probabilmente contano su un aiuto da parte di Mosca, ma data la situazione tutt’altro che rosea anche nel vicino gigante, è dubbio che il Cremlino voglia e possa fare granché - salvo forse dare una mano sulla faccenda del gas per evitare una crisi che danneggerebbe anche la Russia.
di Astrit Dakli

Amnesty International rapporto 2009 Turchia

I diritti umani hanno risentito del contesto di instabilità politica e di scontri militari. Sono aumentate le segnalazioni di tortura e altri maltrattamenti, mentre le voci del dissenso hanno subito persecuzioni e intimidazioni. Il diritto di riunione pacifica è stato negato e le forze dell'ordine hanno impiegato forza eccessiva per disperdere i manifestanti. Le disposizioni di legge anti-terrorismo sono state usate anche per ridurre la libertà di espressione.
leggi il rapporto annuale 2009 sulla Turchia: amnesty.it

lunedì 1 giugno 2009

Azadiya Te Azadiya Me Ye - La tua libertà è la nostra libertà

Report video della delegazioni italiane presenti nel Kurdistan turco per il Newroz 2009 e le elezioni amministrative. Il Newroz, la vittoria del DTP, i brogli di Agri, la marcia di Amara, l'operazione contro il DTP, la violenza della polizia sui bambini.

Una lettera del regista inglese Ken Loach su una situazione simile a quella di Pesaro

Anche in Inghilterra è stato lanciato l'appello al Festival del cinema di Edimburgo.

Di seguito la risposta di Ken Loach al regista israeliano Tali Shalom Ezer (vedi la sua lettera
aperta a Ken Loach più sotto). La lettera è stata pubblicata dal New York Times sabato 23 maggio2009.

Caro Tali Shalom Ezer
Fin dall'inizio, Israele e i suoi sostenitori hanno attaccato i loro critici definendoli anti-semiti o razzisti. E` una tattica usata per minare un dibattito razionale.
Per essere cristallini: come regista riceverai un caloroso benvenuto in Edimburgo. Non sarai
censurato o respinto. L'opposizione era al fatto che il Festival ricevesse finanziamenti dallo Stato
israeliano. L'appello al boicottaggio delle istituzioni culturali israeliane proviene da molti palestinesi: scrittori, artisti, giornalisti, giuristi, accademici, sindacalisti, insegnanti. Viene visto come "un contributo alla lotta per porre fine all'occupazione, alla colonizzazione e al sistema di apartheid israeliano nei Territori Palestinesi" . Chi siamo noi per non prestare ascolto al loro appello? Le tue contro argomentazioni furono anche utilizzate contro il boicottaggio del Sud Africa, che alla fine però si e` rivelato essere vincente.
Non dimentichiamo che i palestinesi sono stati spogliati per sessant'anni, le case demolite, le
comunità distrutte. Israele ignora il diritto internazionale, la Convenzione di Ginevra e molte
risoluzioni delle Nazioni Unite.
Abbiamo assistito con orrore al recente massacro a Gaza. Abbiamo visto come l'esercito israeliano ha usato bombe al fosforo bianco in zone popolate, come i magazzini e i rifugi delle Nazioni Unite sono stati distrutti. La Croce Rossa ha riportato di attacchi al personale medico e del fatto che non e` stato permesso il soccorso dei feriti. La giornalista israeliana Amira Hass ha riportato dell'uccisione di persone che sventolavano bandiera bianca e l'annientamento di intere famiglie.
Davanti a questi crimini il poeta israeliano Aharon Shabtai scrive: "Non credo che uno stato che
mantiene un'occupazione e commette quotidianamente crimini contro civili, merita di essere
invitato a qualsiasi tipo di evento culturale".
Quelli che qui hanno attaccato il boicottaggio sono i soliti sospetti, vecchi falchi ed estremisti di
destra. Ci si aspetta da te un comportamento da uomo. Loro ti metterebbero sicuramente in
imbarazzo.
Ti prego di stare al fianco degli oppressi contro l'oppressore. Spero il Festival ti piaccia.
Ken Loach
*** *** ***
Caro signor Loach,
Nelle ultime 24 ore, mi hanno ripetutamente chiesto di replicare alla tua affermazione che chiede di restituire i fondi israeliani alla nostra ambasciata ad Edimburgo. Ammetto di avere sentimenti
contrastanti sulla tua dichiarazione e tutto quello che comporta. Come ho indicato in precedenti
occasioni, sono sempre stato un membro del campo pacifista israeliano. A differenza di come si
percepisce largamente nei media, il nostro e` un grande, forte campo – come spero sia anche nel
caso dei Palestinesi.
Mi oppongo, con tutto il cuore, all'occupazione israeliana ed alle colonie; mi oppongo al ricorso
automatico alla soluzione militare in tempi di conflitto. Apprezzo la volontà di cambiare il mondo
rifuggendo ciò che è percepito come come un atto di ingiustizia, ma sento che ciò che può sembrare vero in teoria, può essere completamente sbagliato nella pratica.
Secondo me, ogni volta che una nazione è soggetta ad un boicottaggio culturale – sia esso un film
o una lezione di un professore israeliano all'estero – c'è una tendenza tra le persone soggette al
boicottaggio, a spingersi sempre più vicini al discorso nazionalistico; ogni volta che questo accade,
la pace è più lontana. Ogni volta che questo accade, il concetto di "Un Popolo che Resta Solo"
guadagna altri sostenitori, e la convinzione che l'unica possibilità di sopravvivenza passi attraverso il rafforzamento della potenza militare statale, si rafforza. Ogni volta che questo accade, le voci moderate sono messe a tacere, l'arte ne è indebolita.
Non so se sei consapevole di questo fatto, ma Surrogate è stato girato da Radek Ladczuk, una
talentuosa cinematografia polacca. Per 21 anni Israele e Polonia non hanno avuto rapporti
diplomatici; tutto quello che so di quel paese viene dai media e dalle lezioni di storia sulla Seconda Guerra Mondiale.
Mi sono avvicinato alla Radeck solamente per ragioni artistiche. Il nostro lavoro, nonostante le
difficoltà nella comunicazione verbale, mi ha ancora una volta dimostrato il potere dell'arte e i molti punti di somiglianza che uniscono insieme le persone, ovunque. Non ho alcun dubbio che
collaborazioni di questo genere promuovono il dialogo e riducono i pregiudizi.
Per concludere, voglio solo rimarcare il mio profondo apprezzamento per il tuo lavoro. Sono stato
un tuo fa appassionato negli anni, e sarei onorato se potessi assistere alla proiezione di Surrogate, in modo da mostrare al mondo che, nonostante la tua opposizione alle politiche israeliane, credi
fermamente nel potere dell'arte e degli individui nel determinare i cambiamenti.
Tuo,
Tali Shalom Ezer

Colonie fuorilegge

Case, strade ed edifici pubblici costruiti senza licenza edilizia o sui terreni dei palestinesi. L’inchiesta di Ha’aretz sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania

Uri Blau, Ha’aretz, Israele
Appena quattro anni fa il ministero della difesa israeliano ha deciso di fare una cosa apparentemente elementare: creare un database completo degli insediamenti nei Territori occupati. Il progetto è stato affidato a Baruch Spiegel, generale di brigata della riserva e aiutante di campo dell’allora ministro della difesa Shaul Mofaz. Per più di due anni Spiegel e i suoi collaboratori (che hanno sottoscritto un impegno alla riservatezza) hanno raccolto dati in modo sistematico, soprattutto dall’Amministrazione civile, l’autorità israeliana che gestisce i permessi di costruzione in Cisgiordania. Uno dei motivi principali dell’iniziativa era ottenere finalmente delle informazioni credibili e accessibili da usare nei procedimenti giudiziari intentati dai cittadini palestinesi, dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e dai movimenti di sinistra per dimostrare l’illegalità degli insediamenti. Quei dati, raccolti in modo molto meticoloso, sono stati definiti dinamite politica. Il ministero della difesa, guidato da Ehud Barak, si è rifiutato fermamente di renderli pubblici. La loro pubblicazione, hanno spiegato, avrebbe messo a rischio la sicurezza dello stato o danneggiato l’immagine internazionale di Israele. Si tratta del rapporto più completo mai compilato in Israele sui Territori occupati. Di recente Ha’aretz ne è entrato in possesso, portando alla luce delle informazioni che lo stato tiene nascoste da anni. Analizzando i dati si scopre che nella maggior parte degli insediamenti (circa il 75 per cento) le opere edilizie sono state realizzate senza le necessarie licenze, o in contrasto con le licenze concesse. Dal database emerge inoltre che in più di 30 insediamenti sono stati costruiti edifici e infrastrutture (come strade, scuole, sinagoghe, seminari rabbinici e perfino commissariati di polizia) su terreni che appartenevano a cittadini palestinesi residenti in Cisgiordania. I dati non si riferiscono solo agli avamposti illegali (di cui si era occupata l’avvocatessa Talia Sasson in un rapporto pubblicato nel marzo 2005), ma al nucleo storico degli insediamenti. Tra questi ce ne sono alcuni di vecchia data, fondati con motivazioni ideologiche, come quelli di Alon Shvut, di Ofra e di Beit El. I dati riguardano anche alcuni vasti insediamenti creati per motivi prevalentemente economici, come la cittadina di Modi’in Illit (fondata nel 1990 e oggi abitata da circa 36mila persone) e quella di Givat Ze’ev, appena fuori Gerusalemme.Le informazioni contenute nel database non coincidono con la posizione ufficiale del governo. Sul sito web del ministero degli esteri, per esempio, c’è scritto: “Le iniziative di Israele in merito all’uso e all’assegnazione delle terre poste sotto la sua amministrazione vengono assunte nel più rigoroso rispetto delle norme del diritto internazionale. Israele non requisisce appezzamenti privati per stabilirvi insediamenti.” Ma l’analisi ufficiale dimostra che è proprio il governo stesso il responsabile della pianificazione urbanistica incontrollata e della mancata regolamentazione nella costruzione di molti insediamenti nei territori.Secondo i dati dell’Istituto centrale di statistica israeliano, nel 2008 circa 290mila ebrei vivevano nei 120 insediamenti ufficiali e in decine di avamposti nati in tutta la Cisgiordania dopo il 1967. “Niente è stato fatto di nascosto”, spiega Pinchas Wallerstein, direttore generale dello Yesha council, l’organizzazione che rappresenta le comunità degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e figura di punta del progetto coloniale. “Tutti i progetti edilizi sono stati portati avanti dal governo israeliano”. Se i palestinesi che erano proprietari di terreni occupati dagli insediamenti facessero causa, aggiunge Wallerstein, e se il tribunale accettasse di aprire un procedimento giudiziario, le strutture dovrebbero essere spostate altrove. “Negli ultimi anni questa è sempre stata la nostra posizione”, assicura.Ma facendo un giro tra gli insediamenti non si direbbe. Ci sono interi quartieri edificati senza licenza o su terre che appartenevano ai palestinesi. In alcuni casi si tratta addirittura di uffici comunali e di stazioni di polizia e dei pompieri.Nel vasto e desolato parcheggio dei camper dell’insediamento di Kochav Yaakov, costruito come altri su terreni di privati, una coppia di giovani sposi sta andando alla fermata dell’autobus. Aharon, 21 anni, ed Elisheva, di 19, sono cresciuti negli Stati Uniti. Si sono stabiliti definitivamente in Israele solo da pochi mesi, quando Aharon ha finito il servizio militare nell’unità ultraortodossa di Nahal. Nonostante questo parlano un ebraico quasi perfetto. Quando gli chiedo perché hanno scelto di vivere proprio qui, elencano – in quest’ordine – tre motivi: è vicino a Gerusalemme, costa poco e si trova nei Territori occupati.Versano il canone d’affitto mensile di 550 shekel (circa 98 euro) al segretario dell’insediamento. Come neoimmigrati sono ancora esentati dal pagamento dell’arnona, la tassa comunale. Quando gli faccio notare che il suo camper è parcheggiato su un appezzamento privato, Aharon non si scompone. “Quello che dice lo stato non m’importa. Nella Torah c’è scritto che tutta la Terra di Israele è nostra”. Anche se sono trascorsi più di due anni da quando ha lasciato il suo incarico ufficiale, Baruch Spiegel resta fedele all’establishment. Durante il nostro colloquio mi ripete più volte che il suo impegno alla riservatezza gli impedisce di raccontare i dettagli del progetto.

Le mezze verità di Spiegel
Il database che ha messo a punto insieme ai suoi collaboratori contiene informazioni molto dettagliate, accompagnate dalle fotografie aeree e dai dati raccolti dai Gis, i sistemi di informazione geografica.“Ci sono voluti due anni e mezzo per realizzare questo progetto” racconta Spiegel. “L’obiettivo era creare un database che descrivesse con la massima esattezza la tipologia dei terreni (anche a livello legale), i confini tra i settori, i piani regolatori cittadini, le decisioni del governo e le terre di cui non è chiara la proprietà”.
“Ora chi è in possesso di tutti questi dati?”
“L’Amministrazione civile, suppongo”.“
Come mai, prima che le fosse affidato questo progetto, non esistevano rapporti del genere?”
“Non so fino a che punto fosse una priorità per il governo”.
“Perché, secondo lei, lo stato non rende pubblici questi dati?”
“È un argomento riservato e complesso, in cui intervengono vari tipi di considerazioni, legate ad aspetti politici e di sicurezza. Dovrebbe chiedere ai funzionari responsabili.”
“Quali sono gli aspetti riservati?”
“Non è certo un segreto che ci siano state delle violazioni. Ma la questione è complessa.”
“Non c’è anche un problema di immagine per il paese?”
“Non mi sono occupato dell’immagine. Ho cercato di capire la situazione reale nei Territori, quali sono gli insediamenti legali, se ci sono stati casi di appropriazione di terre di privati palestinesi. Tutto quello che abbiamo trovato l’abbiamo trasmesso a chi di dovere.”
“Lei pensa che queste informazioni dovrebbero essere pubbliche?”
“Penso che la parte più semplice, quella che riguarda le sfere di giurisdizione, sia già stata pubblicata. Ma ci sono dei passaggi più riservati. Non posso dire di più, perché sono ancora sotto il vincolo di riservatezza.”
Secondo Dror Etkes, ex coordinatore del progetto di monitoraggio degli insediamenti di Peace now, “il rifiuto di rivelare questo materiale è l’ennesimo esempio di come lo stato approfitti della sua autorità per ridurre le informazioni accessibili ai cittadini. Lo scopo è evitare che nell’opinione pubblica si formino posizioni intelligenti e consapevoli.”Dopo le prime rivelazioni sul materiale raccolto da Spiegel, il Movimento per la libertà d’informazione e Peace now hanno chiesto al ministero della difesa di pubblicare il database, appellandosi alla legge sulla libertà d’informazione. Ma il governo ha rifiutato.Il database descrive in modo dettagliato tutti gli insediamenti. Per ognuno è elencato il numero dei residenti, il tipo di organizzazione (comunità urbana, amministrazione locale, moshav, kibbutz o altro), l’associazione di appartenenza degli abitanti, lo status delle terre su cui l’insediamento è stato costruito, la presenza di eventuali avamposti illegali e la validità dei progetti edilizi. Sotto ogni voce sono riportati in rosso i dati riguardanti le opere edilizie realizzate senza licenza e la loro collocazione precisa nell’insediamento.
Ofra, Elon Moreh e Beit El
Il database contiene informazioni molto interessanti sull’insediamento di Ofra, fondato nel 1967 dal movimento sionista Gush Emunim. Di recente l’ong israeliana B’Tselem ha pubblicato un documento in cui afferma che molti degli edifici dell’insediamento sorgono su terreni di proprietà dei palestinesi, e andrebbero quindi evacuati. Lo Yesha council ha risposto che le informazioni riportate da B’Tselem sono “completamente infondate”. Ma le informazioni su Ofra contenute nel database ufficiale chiariscono ogni dubbio: “L’insediamento di Ofra non si conforma a progetti edilizi validi. La maggior parte degli edifici di questa comunità sorge su terreni privati registrati, quindi è priva di qualsiasi base legale.”Anche a Elon Moreh, uno degli insediamenti più noti dei Territori occupati, sono state scoperte costruzioni illegali. Nel giugno del 1979 alcuni residenti palestinesi del villaggio di Rujib, a sudest di Nablus, inoltrarono una petizione all’alta corte di giustizia perché annullasse l’ordine di requisizione delle loro terre, che erano state destinate alla costruzione dell’insediamento. In aula il governo israeliano sostenne, come faceva sempre a quel tempo, che la costruzione dell’insediamento era necessaria per esigenze militari, e che le ordinanze di requisizione erano quindi del tutto legali. Ma il tribunale – sulla base delle dichiarazioni dei coloni di Elon Moreh, che avevano ammesso che non si trattava di un insediamento temporaneo per fini di sicurezza – ordinò alle forze armate di evacuare l’insediamento e di restituire le terre ai legittimi proprietari. Le autorità israeliane trovarono immediatamente un sito alternativo per edificare l’insediamento. Ma anche nella nuova colonia “buona parte dei lavori edilizi è stata effettuata senza progetti dettagliati e approvati, e alcune costruzioni hanno violato il diritto di proprietà privata.” In risposta, l’amministrazione regionale di Shomron, che comprende anche Elon Moreh, ha dichiarato che “tutti i quartieri dell’insediamento sono stati progettati dallo stato di Israele tramite il ministero per l’edilizia abitativa. I residenti di Elon Moreh non hanno violato i diritti di proprietà.”Secondo il database, anche l’insediamento di Beit El è stato costruito “su terreni di residenti palestinesi, requisiti per scopi militari”. Ecco il commento di Moshe Rosenbaum, capo dell’amministrazione locale di Beit El: “Il comportamento dei giornalisti come voi non fa che favorire i peggiori nemici di Israele”.

Il seminario abusivo
Ron Nahman è il sindaco di Ariel. Alle ultime elezioni è stato rieletto per un sesto mandato. Nahman denuncia il blocco imposto ai lavori edilizi ad Ariel e si lamenta di aver sempre dovuto condurre delle battaglie con l’Amministrazione civile per ottenere le licenze di costruzione. Anche quest’insediamento è citato nel database. In particolare, si parla del college di Ariel: “L’area su cui sorge non era stata regolamentata da un piano urbanistico”. Si spiega, inoltre, che l’istituto sorge su due appezzamenti separati, e che il nuovo piano non è stato ancora discusso. Nahman lo conferma, ma dice che la questione della pianificazione è stata risolta di recente. Quando gli diciamo che ci sono decine di insediamenti costruiti in parte su terreni privati, non sembra sorpreso. Né lo sorprende il fatto che in tre quarti degli insediamenti siano state intraprese opere edilizie che non rispettano i progetti originari. “Le lamentele non devono essere indirizzate a noi, ma al governo,” sostiene. “I piccoli insediamenti sono stati pianificati dall’Amministrazione dell’edilizia rurale, che fa capo al ministero dell’edilizia abitativa, mentre quelli più grandi dipondono dai distaccamenti distrettuali del ministero stesso. In ogni caso, quindi, è sempre il governo ad autorizzare gli insediamenti. Secondo il programma “Costruisci la tua casa”, lo stato si fa carico di una quota dei costi di edificazione, mentre la parte restante spetta al privato. Ma è tutto un gigantesco bluff. Credete che sia stato io a progettare gli insediamenti? Niente affatto: sono stati Sharon, Peres, Rabin, Golda e Dayan”. La maggior parte dei territori della Cisgiordania non è stata ammessa a Israele, quindi la fondazione e la costruzione di comunità in quei luoghi obbedisce a norme diverse da quelle in vigore in territorio israeliano. Il rapporto di Talia Sasson sugli avamposti illegali, in parte basato su dati raccolti da Baruch Spiegel, elencava quattro requisiti per la fondazione di un nuovo insediamento nei territori: 1. Il governo israeliano deve aver deciso di fondare l’insediamento. 2. L’insediamento deve avere un’area di giurisdizione definita. 3. L’insediamento deve avere un piano regolatore dettagliato e approvato. 4. L’insediamento deve sorgere su terre demaniali o su terre acquistate da israeliani e registrate a loro nome al catasto. Secondo il database, l’autorizzazione a pianificare e a costruire nella maggior parte degli insediamenti è stata rilasciata dallo stato all’Organizzazione sionista mondiale (Wzo) e al ministero dell’edilizia abitativa. La Wzo e il ministero hanno a loro volta assegnato le terre ad altri enti, che hanno poi edificato gli insediamenti: in alcuni casi si è trattato dell’ufficio insediamenti della Wzo, in altri dello stesso ministero dell’edilizia abitativa, in altri ancora dell’Amministrazione dell’edilizia rurale. In vari casi, gli insediamenti sono stati costruiti dall’organizzazione sionista Gush Emunim. Dal database si scopre inoltre che su alcune terre appartenenti ai palestinesi sono state costruite scuole e istituti religiosi. Come quello di Kinor David, nella parte sud dell’insediamento di Ateret. All’ingresso dell’istituto un’insegna precisa che il seminario è stato realizzato dal movimento per gli insediamenti Amana, dall’amministrazione locale di Mateh Binyamin e dall’ufficio insediamenti della Wzo. Anche sulla colonia di Michmash ci sono annotazioni simili: “Alcuni quartieri sono stati costruiti su terreni privati. Al centro dell’insediamento, per esempio, c’è un quartiere, fatto interamente di camper, che in pratica ospita una scuola religiosa”. Di recente, in un pomeriggio d’inverno, ho visto giocare un gruppo di bambini. Uno di loro indossava una maglietta con questa frase: “Non dimenticheremo e non perdoneremo”. In giro non si vedevano maestre. Una giovane donna che stava portando il suo neonato dal medico si è fermata un attimo per scambiare due parole. Mi ha detto di essersi trasferita a Michmash da Ashkelon, perché i genitori del marito erano stati tra i fondatori dell’insediamento. Ha detto anche che non ha intenzione di mandare suo figlio alla scuola religiosa. Ma non perché sorge su terreni privati. Semplicemente perché non è il tipo di istruzione che vuole per lui. “In ogni caso” ha aggiunto “non credo che sia stato costruito su terreni privati”.Secondo Kobi Bleich, portavoce del ministero dell’edilizia abitativa, “il ministero partecipa al sovvenzionamento degli insediamenti situati nella cosiddetta Zona di priorità A, rispettando esclusivamente le disposizioni del governo israeliano. La costruzione delle opere edilizie, invece, è portata avanti dalle amministrazioni regionali, ma solo dopo che il ministero ha verificato se il nuovo quartiere rientra in un piano urbanistico approvato. Tutte le iniziative del passato, quindi, sono state conformi alle decisioni dei responsabili politici.” E Danny Poleg, portavoce della polizia israeliana per il distretto Giudea e Samaria (che compongono la Cisgiordania occupata), afferma: “La costruzione di nuove stazioni di polizia ricade sotto la giurisdizione del ministero per la sicurezza interna. È a loro che vanno posto eventuali domande”. Come risposta, la Wzo ci ha mandato un voluminoso opuscolo. “Gli insediamenti in Giudea e Samaria, così come in Israele, sono stati accompagnati dalla preparazione di piani regolatori regionali”, si legge nell’opuscolo. “Alla realizzazione di questi piani hanno partecipato commissioni direttive di vari ministeri governativi, più l’Amministrazione civile e le autorità municipali. Il nostro ufficio per gli insediamenti ha operato esclusivamente su terre che sono state assegnate per contratto dalle autorità dell’Amministrazione civile. E tutte le terre sono state poi riassegnate in modo appropriato.” Ma l’Amministrazione civile, a cui abbiamo chiesto più di un mese fa di commentare il database, non ha ancora risposto.
Articolo publicato su Internazionale 795, 15 maggio 2009

Palestina - Iniziata la campagna di boicottaggio al festival del cinema di Pesaro

Claudio Salvi - Il Messaggero
INIZIATA LA CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO AL FESTIVAL DEL CINEMA DI PESARO
ADESSO ABBIAMO BISOGNO DEL VOSTRO AIUTO INVIATE LE VOSTRE ADESIONI A cps.palestina@gmail.com
PESARO - Dalle parole ai fatti. Dopo le prese di posizione dei mesi scorsi Campagna Palestina Solidarietà, sigla che annovera associazioni filo palestinesi, con un comunicato ha annunciato ieri di voler boicottare la prossima edizione (la 45esima), della Mostra Internazionale del Nuovo cinema di Pesaro, in programma dal 21 al 29 giugno, che per quest’anno ha previsto in cartellone una retrospettiva dedicata al cinema israeliano. Si tratta di una rassegna tematica organizzata con il supporto dell’Israel Film Fund.
Quella di Campagna Palestina Solidarietà è un’iniziativa che rientra nella campagna di boicottaggio "accademico e culturale" di Israele da parte di un’associazione che dice di voler "lavorare per una pace giusta in Medio Oriente e contro l’occupazione israeliana". In un comunicato l’associazione scrive: "Dopo aver chiesto invano spiegazioni sulle modalità di svolgimento dell’evento al sindaco di Pesaro e all’organizzazione del festival cinematografico, abbiamo deciso di esprimere, con un boicottaggio non-violento della rassegna cinematografica pesarese, il nostro diritto di critica alla politica israeliana di occupazione e colonizzazione della Palestina". "Il boicottaggio - si precisa nel comunicato - non è rivolto ai singoli film, ai loro registi o più in generale all’opera cinematografica, ma alla presenza di un ente israeliano (Israel Film Fund) direttamente collegato con le istituzioni governative israeliane". Per l’associazione lo svolgersi di una retrospettiva dedicata al cinema israeliano stride ancor di più perché si tiene a Pesaro, gemellata da alcuni anni con Rafah la città palestinese situata nella Striscia di Gaza e duramente colpita durante l’operazione militare israeliana "Piombo Fuso" di alcuni mesi fa. Leandro Foglietta che opera in una delle associazioni pro-Palestina, dice: «Abbiamo semplicemente voluto raccogliere un appello delle associazioni palestinesi per attuare una forma di boicottaggio di una iniziativa organizzata con il sostegno di un ente direttamente collegato con le istituzioni governative di Israele. Non ci interessano i film, i registi, il programma; quel che vogliamo stigmatizzare è che la retrospettiva viene appoggiata dall’Israel film Fund. Da mesi abbiamo chiesto spiegazioni in merito alla Fondazione Pesaro cinema, al sindaco e al direttore della Mostra. Non ci hanno degnato nemmno di una riposta. Di qui la decisione di boicottare la prossima mostra attraverso forme assolutamente non violento, attraverso presìdi, volantinaggi, sit-in».Per parte sua il direttore del Festival Spagnoletti aveva affermato nei giorni scorsi al nostro giornale: «Rivendichiamo la libertà ed il diritto di rappresentare ciò che il festival ritiene sia giusto proporre al proprio pubblico». Ed aggiunge: «Non abbiamo bisogno di nessuno che ci dica cosa si deve e non si deve vedere. Questa è sempre stata la prerogativa di questo festival che in quasi cinquant’anni di storia ha fatto della libertà un proprio baluardo». Nessun passo indietro dunque sulla scelta artistica intrapresa qualche mese fa.

Messico - Dall’influenza al biopotere

Articolo di JAVIER SICILIA
Nel corso della sua opera, Michel Foucault ha sviluppato la sua teoria del biopotere. Ha situato la sua origine nei secoli XVII e XVIII, quando il razionalismo e la tecnica al servizio dell’industralismo e del capitale hanno cominciato a svilupparsi. Secondo Foucault, il biopotere ha assorbito l’antico diritto del sovrano sulla vita e la morte e ha convertito la vita in un oggetto amministrabile che si basa sulla morte per proteggerla, regolarla e espanderla.
Durante il XX secolo, il biopotere ha acquisito nei totalitarismi il suo volto più chiaro. Con la finalità di proteggere la vita, gli stati hanno posto al loro servizio la pena capitale, la repressione politica, l’eugenetica, il genocidio, la contraccezione; in sintesi il terrore come forma di controllo sociale. Le lotte antiautoritarie della seconda metà del ventunesimo secolo hanno distrutto le ideologie che si proteggevano nel biopotere, però non hanno distrutto la base su cui si articolavano: la scienza posta al servizio della tecnica per il bene della vita. Se l’uomo può lottare contro il potere di una ideologia o di una morale, non può farlo contro l’argomento scientifico nè contro l’applicazione di questo argomento in un procedimento tecnico. Questo non significa che l’argomento scientifico sia falso, ma che il potere si articola in lui, mediante applicazioni tecniche, per amministrare un controllo. Tutta la società economica e apparentemente neutra che è rimasta dopo la morte delle ideologie totalitarie si basa in questo. Di fronte al potere degli esperti, che maneggiano dati e argomenti scientifici, le società si ordinano e si sottomettono alle applicazioni di un controllo tecnico sempre più ferree. Il Leviatano non parla di legge, ma di scienza, di sapere irrefutabile, custodito da istituzioni esperte e uso dei manuali. Il maneggio che nelle ultime settimane lo Stato messicano ha fatto dell’influenza suina fa parte di questo ordine. L’irrefutabile esistenza del virus, figlio della maniera smisurata di questa stessa scienza applicata, è servita a terrorizzare la popolazione e sottometterla ad un maggior controllo tecnico sanitario, ad un biopotere. Al posto di dirigere i suoi strali contro le dismisure dell’industralismo, è stato cambiato il nome del virus per proteggere l’industria legata ai maiali; gli allevamenti Carrol, probabile luogo dello sviluppo del virus, restano intoccate; le industrie energetiche responsabili del riscaldamento globale e della riapparizione di nuove epidemie, come il dengue o la febbre gialla, continuano ad essere la base fondamentale dell’economia messicana. Lo Stato ha deciso di aumentare i controlli di gestione sulla popolazione e, come i biopoteri totalitari, ha installato la morte nel corpo sociale. La cosa terribile della forma nella quale il biopotere si è sviluppato nell’ introdurre la paura nella psiche della gente e che utilizza gli abiti che lo Stato cerca di introdurre nella popolazione come mezzo di prevenzione – uso di mascherine, non salutare, né baciare, né dare la mano, stare distante per lo meno due metri l’uno dall’altro, lavarsi continuamente le mani -, è la distruzione delle cose più elementari dell’essere umano. L’installazione nella percezione di quello che ci costituisce, che la stessa nostra realtà carnale - fatta di umori e fluidi, di auree umorali che in ogni conversazione, in ogni saluto che scambiamo e ci fanno sentire la nostra umanità – è qualcosa dannato che può ammazzarci o ammazzare altri. Se, come mostrò Foucault, il biopotere e le sue tecniche hanno creato gli strumenti per l’inserzione “controllata dei corpi nell’apparato di produzione mediante un aggiustameno dei fenomeni del popolamento ai processi economici”, questa forma epidemiologica sotto la quale si nasconde cerca di generare un controllo più terribile. Quando si installerà il terrore nel nucleo della persona, il controllo non sarà esercitato da qualcuno esterno, ma dall’individuo stesso. Quando arriverà ad installarsi pienamente nella psiche degli uomini, loro stessi si incaricheranno di operare i controlli di qualità perché l’apparato produttivo si mantenga in marcia. Niente di umano tra di noi. Solo forme di controllo sanitario tecnico che ci permettano di produrre e credere che viviamo. Sacrifichiamo, dice il biopotere, l’ultimo resto della nostra libertà: la nostra relazione umana, in nome della vita produttiva. Installeremo la malattia e la morte tra di noi per vivere come strutture tanto tecniche quanto neutre e controllate, che in ogni caso finiranno per morire, però ora in maniera amministrata. Quello che la Chiesa ha fatto nel condannare la carne come fonte del male, l’argomento scientifico, sul quale si articola oggi il biopotere, lo sta portando in territori tanto insospettabili quanto infernali. La carne non è per il biopotere l’espressione di un danno morale, ma la fonte del male stesso. Quello che ci costituisce come umani, la nostra reltà di essere esseri incarnati, è la trasmettibilità del male. L’unica maniera di resistere è, come ha fatto la maggior parte della popolazione, negarsi ad accettarlo.Non si tratta di negare l’esistenza del virus –ci sono migliaia di loro che il biopotere non ha usato per fini di controllo – ma di vivere. Vivere uccide. E’ la condizione della libertà e della vita, la condizione di stare con altri, di sentici, di rallegrarci, di avventurarci, di saperci limitati e pieni di speranza. Il resto è l’aspettativa, il controllo, la riduzione amministrata della vita, il sospetto dell’umano, la sua riduzione ad un sistema e a un processo economico neutro, igienico e operativo, che è l’unica e vera morte. Inoltre penso che bisogna rispettare gli Accordi di San Andrés, liberare tutti gli zapatisti prigionieri, chiarire i crimini delle assassinate a Juárez, chiudere la miniera San Xavier del Cerro de San Pedro, liberare i prigionieri di Atenco e della APPO, e far si che Ulises Ruiz se ne vada da Oaxaca.

sabato 30 maggio 2009

Intervista a Marie-Monique Robin, autrice del libro "Il Mondo secondo Monsanto"

Una compagnia leader, un modello agrario e le conseguenze sociali e sanitarie.

I segreti di un'azienda, il suo potere politico e scientifico. La gionalista francese Marie-Monique Robin, affronta tutti i punti chiave per spiegare la monocultura di soia transgenica e gli agrotossici sintetici a livello mondiale.

Come definirebbe la Monsanto?
Monsanto è un impresa criminale. Lo dico perchè ci sono prove concrete di ciò. Venne condannata varie volte per la sua attività industriale, si veda l'uso del composto chimico PCB, miscela chimica ora proibita ma che continua a contaminare il pianeta. Per 50 anni il PCB fu impiegato come liquido refrigerente dei trasformatori. Monsanto, che fu condannata per questo, sapeva che era un prodotto altamente tossico, però nascose le informazioni e fece come se niente fosse. La stessa storia si è ripetuta con due erbicidi prodotti da Monsanto, che formarono il cocktail chiamato "agente orange" (agente arancio) utilizzato nella guerra del Vietnam. Sapevano della sua tossicità ma lo usarono ugualmente. Non solo, alterarono gli studi fatti per nascondere la relazione tra diossina e cancro. È il modus operandi ricorrente della Monsanto. Alcuni dicono che questo avveniva nel passato, però non è così, è un modo di ottenere profitti che ancora viene usato. L'azienda non accettò mai il suo passato e le sue responsabilità. Negò sempre tutto. Questa è la sua linea di condotta. Oggi la stessa cosa accade con i cibi transgenici e ilRoundup.

Qual'è il modo di "agire" della Monsanto in ambito internazionale?
Monsanto ha lo stesso modo di agire in tutti i paesi. Nasconde i dati a riguardo dei suoi prodotti, mente e falsifica i resoconti, ma non solo questo. Ogni volta che scienziati indipendenti tentano di fare il loro lavoro di ricerca sui transgenici, ricevono pressioni o perdono il posto di lavoro. Questo succede anche negli organismi governativi americani come la FDA (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali) o l'EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale). Monsanto è sinonimo di corruzione. Due sono gli esempi chiari e provati di tentativo di corruzione in Canada da parte della Monsanto, che hanno portato ad una seduta speciale del Senato canadese. Si trattava di legittimare l'uso dell'ormone geneticamente modicaficato sugli animali per aumentare la produzione di latte. Un'altro caso è avvenuto inIndonesia, dove Monsanto fu condannata per aver corrotto un centinaio di alti funzionari per immettere sul mercato locale il suo cotone transgenico. Non abbiamo dubbi che ci siano più casi di corruzione.

Lei afferma che il sistema delle "porte girevoli" è un modo di agire della Monsanto?
Senza dubbi. Nella storia di Monsanto sempre è presente quello che negli Stati Uniti chiamano "porte girevoli". Un chiaro esempio: il testo che regolamenta i transgenici negli Stati Uniti fu pubblicato nel 1992 dalla FDA, l'agenzia governativa americana incaricata per la sicurezza degli alimenti e dei medicinali. Questo dovrebbe supporre la sua serietà, questo almeno io pensavo prima di questa investigazione. Quando dicevano che un prodotto era stato approvato dalla FDA, credevo fosse sicuro. Ora so che non è così. Nel '92 il testo pubblicato dalla FDA sui transgenici fu stilato da Michael Taylor, avvocato della Monsanto, che venne assunto dalla FDA proprio per redigere il testo in questione e poi divenne vice-presidente della Monsanto. Questo un esempio molto chiaro di "porte girevoli". E ce ne sono molti altri.

Monsanto ha prodotto l'agente orange, il PCB e il glifosato. È stata condannata per pubblicitá ingannevole: perché ha i mezzi di comunicazione dalla sua parte?
Per mancanza di un serio e approfondito lavoro dei giornalisti e per la complicità dei politici. In tutto il mondo è uguale.

Perchè Monsanto non dà risposte? Ha provato a chiamarli?
Si, solo che non accettano gli si faccia domande. È così che si comportano. Davanti a qualsiasi domanda di un giornalista critico, Monsanto usa una sola politica: "no comment".

Che importanza ha Monsanto nel mercato mondiale degli alimenti?
L'obiettivo di Monsanto è controllare la catena alimentare. I cibi trasngenici sono il mezzo per raggiungere questo obiettivo. I brevetti la via per ottenerlo. La prima tappa della "rivoluzione verde" già si è conclusa, fu quella delle piante ad alto rendimento con l'utilizzo di pesticidi e relativo inquinamento ambientale. Ora siamo nella seconda fase di questa "rivoluzione" dove la chiave sta nel far valere i brevetti sugli alimenti. Questo non ha niente a che vedere con l'idea di alimentareil mondo. L'unico fine è aumentare gli introiti delle grandi coorporation. Monsanto guadagna in tutto. Ti vende il pacchetto tecnologico completo, i semi brevettati e l'erbicida obbligatorio per quel seme. Monsanto ti fa firmare un contratto nel quale ti proibisce di conservare i semi e ti obbliga a comprare il loro prodotto Roundup, non si possono usare glifosati generici. In questo processo Monsanto guadagna su tutto, e non ha niente a che vedere con la sicurezza alimentare. Voglio ricordare, che la soia transgenica che si coltiva in Argentina, non serve per alimentare la popolazione, ma per nutrire i maiali europei. E cosa succederà all'Argentina, quando in Europa si dovrà etichettare che gli animali vengono alimentati con soia transgenica? Cadranno i consumi della carne e anche l'Argentina avrà problemi, in quanto diminuirà il consumo di soia.

È stata in Argentina, Brasile e in Paraguay. Che particolarità ha incontrato in quelle regioni?
Va ricordato che la Monsanto entrò in Argentina grazie al governo di Carlos Menem, che permise l'entrata della soia trasgenica senza alcun tipo di precauzione. L'Argentina fu il primo paese dell'America Latina. Poi dall'Argentina, i grandi produttori organizzarono il contrabbando dei semi transgenici verso Paraguay e Brasile, che si videro obbligati a legalizzarli in quanto erano coltivazioni dedite all'esportazione. E poi arrivò Monsanto a reclamare i suoi privilegi. Fu incredibile come si espanse la soia transgenica nella regione e in così pochi anni. È un caso unico nel mondo.

Negli anni '90 l'Argentina veniva indicata come alunna modello del FMI. Oggi con 17 milioni di ettari coltivati a soia transgenica e l'utilizzo di 168 milioni di litri di glifosato, si può dire che l'Argentina sia un modello da seguire nell'agroindustria?
Si! Chiaro. L'Argentina adottò il "modello Monsanto" a tempo di record, è un caso esemplare. Però ci furono anche problemi. Dato che i semi transgenici sono brevettati, Monsanto ha il diritto di proprietà intellettuale. Questo significa che i produttori all'atto dell'acquisto dei semi firmano un contratto con il quale si impegnano a non conservare parte del raccolto per la risemina, quello che normalmente fanno gli agricoltori di tutto il mondo. Monsanto considera quest'atto una violazione del suo brevetto. Allora Monsanto invia la "polizia dei geni", che è qualcosa di incredibile, detective privati che entrano nei campi, prendono campioni, verificano se è transgenico e se l'agricoltore ha comprato i semi. Se non sono stati comprati, si va a giudizio e Monsanto vince. È una strategia globale: Monsanto controlla la maggior parte delle imprese produttrici di semi e brevetta i semi, esigendo che ogni contadino compri i suoi semi. Quello che successe è che la legge argentina non proibisce di conservare i semi di un raccolto per riutilizzarli. In un primo momento Monsanto disse che non avrebbe chiesto privilegi e così fornirono semi e Roundup di scarsa qualità. Dal 2005 Monsanto cominciò a richiedere privilegi, ruppe gli accordi iniziali con Argentina e ora si stanno scontrando in giudizio. Il Roundup svolge un ruolo da protagonista. Molte comunità agricole ed indigene denunciano i suoi effetti, ma ci sono ancora pochi divieti. È un aspetto incredibilmente messo a tacere. Nessuno può negare gli effetti che provocano le fumigazioni con questo erbicida, completamente nocivo. Sono convinta che verrà proibito in un futuro, come fu per il PCB, arriverà quel momento. Infatti in Danimarca già lo hanno proibito per la sua alta tossicità. È urgente analizzare il pericolo degli agrochimici e degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati). Tuttavia, le grandi imprese del settore promettono da decadi che con i transgenici e gli agrotossici si riuscirà ad aumentare la produzione, e così si porrà fine alla fame nel mondo. L'Argentina è il miglior esempio di questa menzogna. Che vantaggi hanno ottenuto dall'espandersi delle coltivazioni di soia? Si è persa la produzione di altri alimenti basilari e c'è ancora fame. Questo modello è un modello di monocoltura che distrugge le altre coltivazioni vitali. È una trasformazione molto profonda dell'agricoltura, che porta alla perdita della sovranità alimentare, che già non dipende dal governo per poter essere cambiata.

Perchè lei definisce "la dittatura della soia" il processo agrario attuale?
È una dittatura nel senso di un potere totalitario che abbraccia tutto. Bisogna avere chiaro che chi controlla i semi, controlla il cibo e controlla la vita. In quel senso, Monsanto ha un potere totalitario. È così palese, che perfino Syngenta, grande impresa del settore agro-industriale e competitrice di Monsanto, rinominò Brasile, Paraguay ed Argentina "le repubbliche unite della soia". Siamo davanti ad un programma politico con fini molto chiari. Una semplice domanda lo dimostra: chi è che decide cosa si coltiva in Argentina? Non lo decide né il governo, né i produttori, lo decide Monsanto. La multinazionale decide cosa si seminerà, lo decide un'impresa senza tenere conto dei governi. E quel che è peggio, è che la seconda ondata di transgenici sarà più intensa, con un progetto di agrocombustibile che comporterà più monocoltura. Per dove siamo arrivati, già ci è chiaro che la monocoltura è perdita di biodiversità ed è tutto il contrario della sicurezza alimentare. Non ci sono oramai dubbi che la monocoltura, sia di soia o per la produzione di biodiesel, è la strada verso la fame.

Qual'e il ruolo giocato dalla scienza nel modello dell'agroindustria, dove Monsantoè solo la faccia più conosciuta?
Prima pensavo che quando uno studio veniva pubblicato da una prestigiosa rivista scientifica, si trattasse di un lavoro serio. Invece no. Imprese come Monsanto fanno pressione sui direttori delle riviste. Nel campo dei transgenici è quasi impossibile realizzare studi accurati sul tema. In molte parti del mondo, Stati Uniti o Argentina, i laboratori di ricerca sono pagati dalle grandi imprese. Quando il tema riguarda i semi transgenici o gli agrochimici, Monsanto è sempre presente e condiziona le ricerche.

Gli scienziati hanno paura o sono complici?
Tutte e due le cose. La paura e la complicità sono presenti nei laboratori del mondo. Nel mio libro dico chiaramente che in tutti i paesi del mondo ci sono scienziati la cui unica funzione è legittimare il lavoro dell'impresa.

Che ruolo svolgono i governi nel far crescere imprese come la Monsanto?
I governi sono i migliori promotori degli OGM. Realizzano un incredibile lavoro di lobby. Per esempio Monsanto fa avere ai governi i suoi studi, i suoi report, le sue riviste e le foto. Dicono ai politici che non ci sarà inquinamento e che salveranno il mondo, così i politici fanno il loro lavoro. Ci sono anche casi di tentata corruzione. Deputati francesi hanno denunciato pubblicamente le pressioni ricevute da Monsanto, fino a riconoscere che la compagnia contattò ognuno dei 500 deputati affinché legiferassero secondo gli interessi dell'impresa.

Qual'è il ruolo giocato dai mezzi di comunicazione?
Mi dispiace dirlo in quanto sono giornalista. Credo in quello che faccio e credo che sia una professione che comporta un dovere molto importante nella democrazia, però molti media vengono manipolati. L'informazione che ci viene data a riguardo dei transgenici non è corretta. I mezzi di comunicazione pubblicano la propaganda di Monsanto e la pubblicano senza discutere, come se fossero degli impiegati dell'impresa. Monsanto invita a pranzo i giornalisti, fa loro regali, paga loro ilviaggio fino a Saint Louis (sede centrale). I giornalisti passeggiano per i laboratori, non fanno domande e tutto finisce lì. Questo è il modo di agire diMonsanto con i mezzi di comunicazione. Non solo, Monsanto cerca di trovare anche dei sostenitori, stabilisce contatti con loro e ottiene opinioni favorevoli. Non so se si arrivi alla corruzione, però Monsanto raggiunge i suoi obiettivi. In Argentina è chiaro come agisce, leggendo alcuni articoli di supplementi rurali si vede che invece di articoli giornalistici sono pubblicità di Monsanto. Non sembrano scritti da un giornalista, sembrano comunicati della compagnia.

E il ruolo del governo?
Le ritenute potrebbero essere un freno all'espansione della soia, però non sono la soluzione davanti ad un fenomeno tanto aggressivo. La soluzione deve essere radicale e a lunga scadenza. Chiaro che la tentazione del governo è grande, la soia dà buoni profitti. Non ci sono soluzioni semplici e a breve termine per un modello che butta fuori i contadini delle sue terre e, che per mezzo dei diserbanti, inquina l'acqua,la terra e la gente.


Titolo originale: "Quien controla las semillas, controla la comida y la vida"

venerdì 29 maggio 2009

San papier santo subito! - Blitz della Rete No G8

Contro il G8 su immigrazione e sicurezza - 30 maggio manifestazione a Roma

Blitz e azioni dislocate nella città ospitante il G8 sull’immigrazione. Questa mattina blitz alla sede dell’anagrafe, poi azione alla Marina Militare, infine apparizione di San Papier a Santa Maria Maggiore. Fermati e denunciati per manifestazione non autorizzata cinque attivisti, un italiano e quattro migranti.
Oggi apre i lavori il G8 dei ministri degli interni e della giustizia che si occuperà di immigrazione e sicurezza. Gli 8 “grandi” si apprestano a varare misure liberticide e razziste, per scaricare il costo della crisi economica sulla pelle dei e delle migranti e di tutti noi. In particolare, in Italia, l’imminente approvazione del “pacchetto scurezza” con l’introduzione del reato di clandestinità consegnerà ancora di più al ricatto e allo sfruttamento fette consistenti della popolazione delle nostre città.
L’intenzione del governo italiano, in linea con il resto dei paesi del G8, è quello di mettere fuori legge la libertà di movimento. L’approvazione del “pacchetto sicurezza” renderà l’intero territorio nazionale una “zona rossa” per i migranti e non solo. Per questo oggi noi, migranti e italiani, abbiamo occupato la Chiesa di Santa Maria Maggiore.
Se passeranno questi provvedimenti razzisti, migliaia di persone che già vivono e lavorano sul territorio italiano saranno costretti a occupare chiese in tutta Italia, per vedere riconosciuta l’inalienabilità del diritto di esistere liberamente, oltre ogni frontiera.
Oggi nella basilica di Santa Maria Maggiore, collocata all’Esquilino, il quartiere multietnico di Roma, abbiamo portato l’immagine di San Papier, il santo dei profughi, dei richiedenti asilo, dei migranti che attraversano ogni giorno le frontiere in cerca di un futuro migliore, molto spesso a costo della vita.
No G8 - Stop pacchetto sicurezza Siamo tutti clandestini

Chiapas - Per la libertà dei prigionieri di San Sebastian Bachajon

Continuano le mobilitazioni per chiedere la liberazione dei 7 indigeni arrestati in Chiapas

La RED CONTRA LA REPRESION Y POR LA SOLIDARIEDAD invita tutti a mobilitarsi a livello nazionale e internazionale nella giornata del 30 maggio.Vai alle mobilitazioni
La mobilitazione si allarga a livello internazionale come racconta Hermann Bellinghausen in un suo articolo nella Jornada.
Anche in Europa le reti, i guppi i comitati fanno propria la mobilitazione
Vai a Europa Zapatista
Dal sito Enlace Zapatista giungono altre denunce della situazione di costante provocazione in Chiapas:
Vai alla denuncia della Giunta di Oventic
Mentre i sette detenuti di San Sebastian Bachajon continuano a denunciare la montatura che sta dietro ai loro arresti. uno di loro dal Carcere di El Amate racconta la sua situazione:
Vai all’audio
Gli arresti sono stati fatti nello scorso aprile con l’accusa falsa di delinquenza organizata
L’ASSOCIAZIONE YA BASTA PARTECIPA ALLE MOBILITAZIONI
Comunicato
Ai prigionieri del carcere El Amate e a tutt@ i prigionieri
Alle Giunta del Buon Governo
Alla Commissione Sesta dell’EZLN
Ai Collettivi ed individui dell’Altra Campagna
Agli aderenti alla Sesta Internazionale
Apprendiamo ancora una volta con tristezza e con rabbia, che la strategia dei tre livelli di mal governo, del PAN, del PRI e del PRD, continua nella sua opera di repressione nei confronti dei compagni zapatisti e della Otra campagna in Chiapas, ma non solo. E’ una strategia volta a normalizzare e far tacere chi si oppone agli interessi economici e di sfruttamento del territorio. E’ una strategia che vuole criminalizzare chi lotta per la costruzione di nuove relazioni sociali basate sul rispetto reciproco e della terra, chi reclama il diritto di decidere della propria vita e lotta per i propri diritti.
Per questo come Associazione Ya Basta! Italia denunciamo con forza la detenzione dei sette compagni dell’Otra campana di San Sebastian Bachajon così come la detenzione di tutti i prigionieri politici.
Aderiamo alla mobilitazion internazionale e ci impegnano a far conoscere in Italia quello che sta succedendo in Messico e Chiapas.
Aderiamo alla giornata di mobilitazione del 30 maggio 2009.
In quella giornata come Associazione Ya Basta! saremo in piazza e nelle strade di Roma a contestare le politiche dei potenti della terra che svolgeranno una riunione preparatoria del G8 sui temi della sicurezza e immigrazione. Nella manifestazione del 30 maggio a Roma porteremo tutto il nostro dissenso verso tutte le politiche di controllo sulla vita delle persone e denunceremo quello che sta succedendo ai detenuti politici in Chiapas e in Messico.
Che giunga forte l’abbraccio da parte delle compagne e dei compagn@ di Ya Basta!
LIBERTAD A LOS COMPANEROS DETENIDOS DE SAN SEBASTIAN BACHAJON
LIBERTAD PARA TOD@S L@S PRES@S POLITICOS
ALTO AL HOSTIGAMIENTO A LOS PUEBLOS ZAPATISTAS DE CHIAPAS
ASSOCIAZIONE YA BASTA! ITALIA

giovedì 28 maggio 2009

Roma - Occupata la sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni

Verso la Manifestazione globale contro il G8 immigrazione.

In trecento tra attivisti e migranti, in larga parte migranti, hanno occupato intorno alle 14.30 la sede centrale di Roma dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.
Gli uffici di via Nomentana sono stati invasi da un nuvolo di persone, nella prima giornata di azioni contro il vertice dei ministri dell’Interno e della Giustizia dei paesi del G8, che aprirà i battenti con la cerimonia di benvenuto di venerdì 29. All’occupazione degli uffici è seguito il blocco del traffico su via Nomentana da parte degli attivisti che hanno appeso uno striscione raffigurante un lager nazista, prorpio per sottolineare il ruolo di estrema attualità dei dispositivi detentivi nella gestione delle politiche migratorie: dai Cie italiani ai campi ed alle carceri libiche.
E’ la prima di una serie di azioni dislocate che precedono la manifestazione globale di sabato 30 maggio (ore 15.00 Porta Maggiore).
La corrispondenza con Francesco Raparelli di Esc, Rete noG8 - Roma [ audio ]
Proprio l’OIM è coinvolta nei progetti di esternalizzazione dei controlli alla frontiera che vedono l’Europa impegnata nel proiettare i suoi confini all’esterno del suo spazio geografico, prorpio demandando alla Libia il ruolo di "filtro" dell’immigrazione.
L’OIM è uno degli attori delle operazioni di rimpatrio volontario dei migranti catturati dalla polizia libica e gestisce l’organizzazione della formazione ed il rapporto con il libici all’interno dei processi drammatici di esternalizzazione dei confini e della detenzione in corso.E’ bene chiarire che cosa significa il “ritorno volontario” in un paese nel quale i diritti dei migranti irregolari valgono meno di niente, come è confermato da anni dai rapporti di Amnesty International e di Human Rights Watch, oltre che da diverse visite di delegazioni del Parlamento Europeo. Possiamo facilmente immaginare in quali condizioni si formi la volontà dei migranti di abbandonare il proprio progetto migratorio e di fare ritorno verso i paesi di origine, fuggendo da quella Libia che prima è stata un miraggio, paese di emigrazione, ma anche paese di transito verso l’Europa, che poi si è rivelata una trappola, anche mortale, per chi non aveva abbastanza denaro per corrompere, per comprare un passaggio verso la Sicilia. Il “rimpatrio volontario assistito” non è quasi mai una libera scelta dei migranti che si rivolgono spontaneamente agli uffici dell’OIM a Tripoli, ma costituisce una soluzione disperata che si pone a migranti già arrestati dalla polizia libica. Eppure la Libia è considerata un paese nel quale investire ingenti risorse comunitarie al fine di bloccare i movimenti dei migranti irregolari. E da alcune settimane questo stato ha persino ottenuto un seggio temporaneo nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, malgrado siano note a tutti le gravissime violazioni dei diritti umani, perpetrate dal regime di Ghedafi ai danni dei migranti.
Oggi i respingimenti illegittimi verso la Libia delle torture e degli abusi sono pratica ufficiale ed ostentata dal governo italiano.
Vedi anche:

Shurat HaDin (Israel Law Center) organizza e/o promuove turismo militare a cinque stelle in Israele.

Ecco l'offerta per 8 giorni di esperienza dinamica e intensa al costo di US $2,795:

- Reports da ufficiali del Mossad e comandanti dello Shin Bet;
- Tour all'interno dell'unità IDF che organizza le uccisioni mirate;
- Esibizione dal vivo dei raid di penetrazione in territorio arabo;
- Ammissione a una corte dell'IDF che si pronuncia contro membri di Hamas;
- Tour delle posizioni militari al confine con il Libano e dei check-points all'ingresso di Gaza;
- Tour del Muro e di basi di intelligence segrete;
- Incontri con agenti arabi israeliani infiltrati nei gruppi terroristi.

Il prossimo pacchetto è previsto per la settimana dall'8 al 15 giugno 2009.

Per tutte le altre notizie

Russia: sindacato mio, non ti conosco

Non è certo una gran novità, ma tuttavia fa una discreta impressione il risultato del sondaggio pan-russo condotto una decina di giorni fa dall’autorevole centro di indagini d’opinione VTsIOM e riportato dal sito regions.ru: il 60 per cento dei russi pensa che i sindacati non abbiano nel paese la benché minima influenza.
Entrando più nel dettaglio del sondaggio - condotto su un campione di circa 1600 persone adulte e in età lavorativa, in 140 città grandi e piccole di 42 diverse regioni russe - si scopre che soltanto il 17 per cento degli intervistati pensa che i sindacati abbiano avuto o abbiano attualmente un ruolo positivo nelle loro vite professionali e lavorative.
E allora, chi è che secondo l’opinione media dei lavoratori russi difende i loro interessi e i loro diritti sul posto di lavoro? La risposta è molto semplice: nessuno. Così pensa il 43 per cento degli intervistati, mentre questo ruolo è attribuito ai sindacati soltanto dall’8 per cento. Un altro 19 per cento pensa che la tutela dei propri diritti e interessi sia rappresentata …dall’azienda in cui lavorano, e il 14 per cento dai propri capi diretti; c’è un 6 per cento che si affida alla tutela del proprio collettivo di lavoro e dei rappresentanti che esso esprime, mentre un altro 6 per cento crede in non meglio precisati ispettori del lavoro, autorità sanitarie e supervisori tecnici statali.
Non stupisce a questo punto che alla domanda sul tipo di relazioni da instaurare fra lavoratori e azienda la maggioranza (39 per cento) risponda preferendo le relazioni definite “paternalistiche”, affidandosi così al puro e semplice buon cuore e senso della giustizia dei propri datori di lavoro, mentre un 26 per cento sceglie le relazioni “liberali”, cioè basate su trattative dirette fra lavoratori e padroni. Solo il 14 per cento indica relazioni “socialiste”, affidate a dei sindacati esterni all’azienda, e il 10 per cento preferisce infine relazioni definite “social-liberali”, con un intervento dello Stato per dare delle tutele di base ai lavoratori e tutto il resto affidato al rapporto fra padrone e collettivo di lavoro.
Questo, sulla carta. E nella realtà concreta della propria vita professionale, come si comportano i russi - quelli intervistati, perlomeno? Il 56 per cento degli interpellati afferma di non aver fatto ricorso ad alcun mezzo per difendere i propri diritti (di essi, un po’ più della metà sostiene di non averne mai avuto bisogno, un quarto pensa che tanto sarebbe tutto inutile, uno su venti teme di veder peggiorare la propria situazione…). Coloro che invece hanno fatto qualcosa per tutelare i propri interessi e i propri diritti, si sono rivolti (il 19 per cento del totale) ai propri superiori o alla direzione aziendale; il 5 per cento si è rivolto ai sindacati, altrettanti si sono rivolti ai tribunali, altri 5 su cento hanno fatto ricorso a “mezzi privati” (presumibilmente conoscenze personali - o minacce fisiche in qualche caso) e infine 6 su cento hanno cambiato lavoro. Solo un modestissimo 1 per cento ha cercato di risolvere i problemi partecipando a scioperi, manifestazioni o altre azioni collettive.
Astrit Dakli

Dario Fo e Franca Rame: Il nostro Kurdistan

Il Kurdistan esiste, ma da 80 anni viene negato, smembrato e colonizzato dagli interessi di potenza europei e planetari: questo hanno documentato e continuano a documentare tanti e per questo sono in carcere con pene anche lunghissime.

India - Intervista a S. Kannaiyan del India’s Tamizhaga Vivasayigal Sangam

L’intervista è stata fatta da Nic Paget-Clarke per In Motion Magazine nell’ottobre 2008 durante la Conferenza Internazionale di Via Campesina in Mozambico. Nell’intervista Kannaiyan racconta la nascita della sua organizzazione, le lotte contadine in India e commenta il divario sociale che si è creato nel paese con lo sviluppo industriale. Kannaiyan è stato ospite del Festival Questa terra è la nostra terra che si è svolto a Montebelluna Treviso contro il vertice del G8 agricoltura.
Vai all’intervista integrale

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!