mercoledì 15 luglio 2009

Israele intensifica le azioni razziste nella Palestina occupata.

Riceviamo dal Palestinian Return Center e pubblichiamo.



Comunicato Stampa

Il Palestinian Return Center ha espresso profonda preoccupazione per le pratiche israeliane nei Territori Palestinesi occupati. Le leggi internazionali, le risoluzioni ONU, la Corte internazionale di giustizia, la Quarta convenzione di Ginevra e molte altre carte vengono ripetutamente e palesemente violate da Israele, cosa che viene accolta con un riprovevole silenzio sia dalla comunità internazionale che dal mondo arabo e musulmano.
Con l’arrivo del neo-eletto governo israeliano, un numero ancora maggiore di pratiche razziste viene portato avanti ai danni dei palestinesi. Giudaizzare Gerusalemme tramite la pulizia etnica e l’espulsione forzata di cittadini di etnia araba è d’abitudine. Inoltre, in uno sforzo fatto per negare la cultura e la storia dei palestinesi, è stata varata ieri dal governo israeliano la vergognosa legge che porterà all'ebraicizzazione dei nomi delle città arabe.
Dal momento in cui il governo di Netanyahu è salito in carica, a Gerusalemme sono stati emanati più di 1600 ordini di demolizione. Centinaia di questi sono stati attuati, risultando nello sfratto di migliaia di palestinesi. Dettaglio disgustoso: alcuni imprenditori israeliani offrono servizi di alloggio nei terreni delle case demolite, con prezzi ridotti per i soli ebrei.
Fonti palestinesi a Gerusalemme riferiscono che più di 80 case hanno ricevuto avvisi di demolizione nel quartiere di al-Bustan, un’area che si progetta di trasformare interamente in giardini per gli israeliani.
La delibera emanata ieri dal ministro israeliano dei Trasporti Yisrael Katz è la dimostrazione chiara dell’impegno israeliano nei confronti dello “stato ebraico”. La decisione punta a convertire in ebraico i nomi delle città arabe, noti come tali da migliaia di anni. Il Cpr la considera una mossa in direzione dello sradicamento dell’identità palestinese.
In Cisgiordania, la costruzione d’insediamenti illegali, la confisca delle terre e la costruzione del Muro dell’Apartheid non hanno fine.
Il Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati, B’Tselem, riporta che il numero di coloni in Cisgiordania è cresciuto a 289.600 nonostante Israele abbia accettato il piano di pace della Road Map, che chiede il congelamento di qualsiasi forma di colonizzazione. Nei prossimi sei anni è previsto un aumento del 37% del numero di coloni insediati nella regione.
Secondo la legge internazionale, quegli insediamenti sono illegali, poiché si sono stabiliti sui territori occupati nel 1967. In contrasto con le posizioni ufficiali americane ed europee, il governo israeliano non ha chiarito le proprie, e ha tuttavia proseguito l’espansione delle colonie con il pretesto di dover seguire la crescita naturale della loro popolazione.
Oltre a ciò, il Muro dell’Apartheid non smette d’invadere e sottrarre sempre più terreni di proprietà palestinese in Cisgiordania, nonostante anch’esso sia illegale, secondo la Corte internazionale di giustizia. Il fatto che i governi israeliani successivi abbiano proseguito nella sua costruzione sfidando l’opinione pubblica mondiale evidenzia che non si tratta di una questione di politica interna tra estremisti e moderati, bensì di una politica di base che dimostra il fanatismo della Knesset.
Date le oppressioni e le sofferenze abitualmente inflitte ai palestinesi sotto occupazione, è evidente che esista una politica dell’apartheid praticata da Israele. Il Prc chiede che si eserciti una pressione reale a livello internazionale per porre fine alle pratiche quotidiane di violenza e intimidazione e costringere Israele a trasformarsi da stato-furfante a stato che rispetta le basilari leggi internazionali.

Razzismo e politica in Australia



di Piergiorgio Moro

Quest'autunno il tema del razzismo è ritornato nuovamente al centro della politica australiana scuotendo la tranquillità degli ultimi tempi.
Negli ultimi due anni, specialmente nella città meridionale di Melbourne, sono stati registrati numerosi casi di aggressione contro studenti indiani. Avendo constatato che la polizia non era molto interessata ad investigare questi crimini, le organizzazioni studentesche indiane hanno dato vita ad una serie di azioni che hanno portato il problema in prima pagina.
In risposta, innumerevoli ‘esperti’ si sono fatti vivi nello spiegare che questi incidenti erano solo casi sfortunati di vita metropolitana, e gli studenti Indiani erano stati attaccati non per ragioni di razzismo ma perchè visti come vittime facili. Per i politici era essenziale minimizzare la possibilità che il razzismo fosse visto come una delle ragioni di questi attacchi.
L’importanza di questo dibattito non era solo di come venisse vista l’Australia all’estero, ma di fare in modo che queste aggressioni non diventassero un problema anche economico . La verità è che gli studenti Indiani che studiano nelle Università Australiane sono oramai diventati una fonte enorme di reddito per l’economia Australiana, dato che pagano migliaia di dollari per corso per studiare alle varie università.
Non sorprende che numerose delegazioni di politici e imprenditori sono partiti per l’India per rassicurare le famiglie Indiane che l’Australia è un paese sicuro, non razzista, e possono continuare a mandare i loro figli a studiare tranquillamente. Al momento essendo aumentata la consapevolezza ma anche l'auto-organizzazione degli studenti stessi, le aggressioni contro gli indiani sono diminuite.
La questione però, non èrisolta, come si è visto la domenica 12 di luglio a Melbourne, dove il governo statale aveva sponsorizzato una ‘camminata’ per promovuore la tolleranza e per far vedere quanto era serio nel combattere ogni forma di razzismo. Qualche migliaio di persone hanno partecipato a questo evento, incluso tante comunità estere che hanno dato colore con la loro musica e costumi tradizionali.
Assenti però erano tutte le organizzazioni studentesche indiane. Il loro boicottaggio era dovuto al fatto che il governo non gli aveva concesso il diritto di parlare dal palco e concederli la possibilità di esporre la loro situazione. Il governo era cosi spaventato dalla possibilità di politicizzare la situazione che sul palco c’erano solamente musicisti e nessun discorso....
Un recente aumento nel numero di imbarcazioni contenenti persone in cerca di asilo politico nelle acque australiane, ha riacceso il dibattito su come accogliere queste persone. Questo tema era stato usato, ed abusato, dal governo precedente per trasformare l’Australia in uno dei paesi del mondo con leggi tra le più severe nei confronti dei rifugiati che tentavano di approdare via mare.
Il nuovo governo laburista ha rilassato parzialmente queste leggi e migliorato alcuni dei diritti per queste persone. I cambiamenti includono l’abolizione del debito che i rifugiati dovevano pagare per il loro periodo di incarcerazione, più diritti nel ricevere assistenza sociale, più opportunità di lavorare legalmente, e agevolazione nelle pratiche per richiedere asilo politico.
Allo stesso tempo però, hanno continuato a giocare la carta della xenofobia continuando a demonizzare i rifugiati, rassicurando la popolazione australiana che con i laburisti le frontiere sono più sicure. Cosi, i laburisti hanno ampliato il centro di detenzione sull’isola di Christmas (nel mezzo dell’oceano Indiano), hanno aumentato il budget per la marina militare per pattugliare il mare al nord dell’Australia, ed intensificato gli accordi con i governi Indonesiano e Malese per far in modo che blocchino i rifugiati in quei paesi.
Nonostante questi avvenimenti, un tema costante della situazione sociale australiana è la situazione disastrosa in cui si ritrovano gli Aborigeni. Le statistiche sono molto chiare. Gli Aborigeni soffrono di malattie da Terzo Mondo, hanno un tasso di povertà molto più elevato di qualsiasi altro gruppo, e hanno un’aspettativa media di vita molto al di sotto del resto degli Australiani.
Sia il governo laburista che l’opposizione liberale si pronunciano continuamente scandalizzati da questa situazione e regolarmente annunciano nuove iniziative. Attualmente, da due anni, le comunità Aborigene nello stato del Northern Australia sono sotto controllo di leggi d’emergenza dove il governo federale ha preso il controllo dei loro affari politici, sociali ed economici, mentre la polizia e i militari hanno mano libera per ‘proteggere’ le comunità.
Si parla molto di questa iniziativa, o ‘intervention’ in Inglese, ma le voci delle numerose comunità che sono opposte a questa ‘intervention’ stentano a farsi sentire al di sopra delle proclamazioni dei politici di aver finalmente intrapreso la strada giusta per risolvere il ‘problema’ Aborigeno.
La verità è che le soluzioni ci sarebbero. Tante commissioni d’inchiesta nel passato hanno già espresso l’opinione che il primo passo per migliorare le condizioni di vita degli Aborigeni è di dare più controllo alle stesse comunità /organizzazioni Aborigene. Questo gli darebbe la possibilità di decidere se stessi su come organizzarsi e risolvere questi problemi.
Ma questo significherebbe dare più potere agli Aborigeni - e questo è tabù per le classi politiche Australiane. Lo era 200 anni fà, e lo è ancora.....
Le comunitàAborigene però non hanno rinunciato alla loro cultura, alla loro terra, ai loro diritti, e la lotta continua.
Melbourne - Luglio 2009

venerdì 10 luglio 2009

No G8! Contri i respingimenti, un giorno senza frontiere!



10 / 7 / 2009 In 200 occupano una nave della Minoan
Porto di Venezia - Bloccata la nave dei rimpatri verso la Grecia

Questa mattina più di un centinaio di attivisti dopo aver superato il blocco della Finanza è entrato nel porto di Venezia ed è salito su una delle navi della Minoan lines dirette verso la Grecia.
"Siamo tutti clandestini" è lo slogan che gridavno i manifestanti dal pontile della nave. Sugli striscioni le scritte "Diritto di asilo. Stop respingimenti" e "Boikot deportation Minoan lines! No G8".



9 / 7 / 2009 Ancona: Bloccata la Nave dei Rimpatri, il corteo di 2.000 manifestanti entra nella zona rossa del porto
Poco prima del corteo, i movimenti bloccano le operazioni di una delle navi dirette a Patrasso

Aggiornamento ore 21:00 - Il corteo dopo aver occupato la zona rossa del porto ed aver simbolicamente rilasciato in mare dei fiori di loto, torna in piazza dopo aver trasformato in realta' ad Ancona una giornata senza frontiere e senza zone rosse.
Aggiornamento ore 20:30 - Il corteo di 2.000 persone entra nel porto, al di là nella zona rossa. Oggi ad Ancona abbiamo abbattuto tutte le frontiere.
Aggiornamento ore 20:10 - 2000 persone in attesa di entrare dentro il porto. Determinati ribadiscono che non c'è zona rossa e nessuna frontiera oggiad Ancona.
Aggiornamento ore 20:05 - Il Corteo è in attesa di entrare dentro il porto. In contemporanea alla manifestazione di Ancona, a Patrasso i movimenti ricordano l'orrore del campo lager e delle misteriose scomparse di tantissimi migranti.
Aggiornamento ore 20:00 - Il Corteo diventa sempre piu' grande mentre si avvicina al Porto.
Aggiornamento ore 19:50 - Il corso principale di Ancona e' occupato da oltre 1000 persone insieme per riaffermare che oggi è la giornata senza zone rosse e senza frontiere.
Aggiornamento ore 19:00 - Il Corteo comincia a muoversi per il corso principale di Ancona dopo che all'interno del porto il blocco degli attivisti è durato oltre un'ora. Il corteo vuole entrare dentro il porto ed oltre le reti per ribadire che oggi è la Giornata Senza Frontiere.
Aggiornamento ore 18:40 - Nel porto di Ancona è in corso la conferenza stampa di fronte alla nave bloccata dagli attivisti delle Comunità Resistenti delle Marche, Ya Basta Marche e Ambasciata dei Diritti.
E' stato ricordato Amir, il ragazzo morto proprio in questo porto nel tentativo di sfuggire ai controlli di quello che è ormai uno dei bastioni della Fortezza Europa.
I movimenti ribadiscono l'apertura del territorio, che è ospitale e solidale con i migranti e con chi fugge da situazioni terribili come i conflitti che la guerra globale permanente scatena in tutto il mondo.
Ore 18:00 - In questo momento decine di attivisti stanno bloccando le operazioni di una delle navi della linea Superfast nel porto di Ancona, nell'ambito della giornata "Senza Frontiere" promossa dai movimenti marchigiani. Il porto è circondato dalla polizia sin da stamattina, ma nonostante questa blindatura l'azione di blocco è pienamente riuscita.
La nave è una di quelle utilizzate dai migranti provenienti da Patrasso, in cui è presente un campo che accoglie migliaia di profughi in fuga dai teatri di guerra mediorientali e asiatici, che spesso trovano la morte cercando di sfuggire ai controlli e alla militarizzazione dei porti.Chi viene scoperto infatti viene rimbarcato e rispedito indietro, senza alcuna procedura di verifica sul diritto d'asilo.
Tra pochissimo, alle ore 19 partirà la manifestazione in partenza da Piazza Roma sui diritti di cittadinanza per i migranti, la parola d'ordine con cui hanno scelto di attraversare il g8 dislocato, da Vicenza al No G8 romano. Finirà di fronte alla sede della Polizia di frontiera, sempre nel porto della città di Ancona.
Partecipano le reti dell'Emilia Romagna, dell'Umbria, e gli studenti marchigiani dell'Onda, che chiedono anche la libertà dei 21 arrestati lunedì nell'ambito del'operazione Rewind.

Honduras - Afferrati al potere spurio

Movimenti popolari continuano la protesta

Senza risultati concreti la prima ronda del processo di mediazione.

Come era prevedibile, la prima seduta del processo di mediazione tra il presidente democraticamente eletto dell’Honduras, Manuel Zelaya Rosales, e Roberto Micheletti, si è conclusa senza nessun risultato concreto.
Intorno alla residenza del presidente del Costa Rica, Oscar Arias, i movimenti sociali e popolari costaricani hanno protestato contro il colpo di stato e contro la presenza di Micheletti. Nel frattempo, in Honduras continua l'instancabile mobilitazione dei settori sociali che chiedono il ritorno all'ordine democratico e quello del presidente Zelaya.
Come aveva annunciato nei giorni scorsi, Manuel Zelaya Rosales si è rifiutato di sedersi allo stesso tavolo con il presidente “de facto”, Roberto Micheletti. Entrambi si sono riuniti separatamente con il mediatore, nonché presidente del Costa Rica, Oscar Arias, il quale ha poi comunicato durante una conferenza stampa che il processo di mediazione potrebbe avere bisogno di più tempo rispetto a quanto previsto in un primo momento.
Il punto focale del processo continua ad essere la restituzione della carica presidenziale a Zelaya, proprio come esigono la comunità internazionale e il Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato, che ieri ha inviato una delegazione in Costa Rica con l’obiettivo di riunirsi con il presidente Zelaya ed esporgli i punti che i movimenti popolari considerano irrinunciabili.
Con un atteggiamento che sembra non volere prendere in considerazione il totale isolamento in cui si trova l’Honduras, Roberto Micheletti ha ripreso l’aereo messo a disposizione da uno dei magnati honduregni e se ne è tornato a casa, lasciando in Costa Rica una commissione negoziatrice che in questo momento sta dialogando con quella di Zelaya. Nessuna dichiarazione circa un suo futuro coinvolgimento nel processo di mediazione.
In mezzo all'incertezza ed all’attesa della riunione, i movimenti popolari honduregni hanno nuovamente manifestato per le strade di Tegucigalpa, questa volta occupando per varie ore un’importante via di comunicazione dalla quale passa tutto il commercio con i paesi del sud della regione centroamericana.
Mentre migliaia di persone continuavano a manifestare contro il colpo di stato, alcuni dirigenti del Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato hanno letto il comunicato emesso ieri da questa istanza di coordinazione dei movimienti ed organizzazioni sociali e sindacali. Hanno inoltre informato che la delegazione si era già riunita con il presidente Zelaya e che avrebbe partecipato alla riunione con il mediatore Oscar Arias.
"Abbiamo inviato una lettera molto dettagliata al presidente Zelaya, nella quale abbiamo indicato quelli che secondo noi dovrebbero essere i contenuti del processo di mediazione – ha detto il membro della Commissione esecutiva del consiglio civico delle organizzazioni popolari ed indigene dell’Honduras, Copinh, BerthaCáceres -.
Abbiamo rinnovato la nostra disposizione a lottare per il suo ritorno e la restituzione della sua carica presidenziale, e per una nuova istituzionalità di fronte all’illegalità di questo governo de facto e al colpo di stato. Abbiamo inoltre segnalato che questo colpo di stato non è un elemento isolato, ma ubbidisce a piani di annessione, colonialismo e di aggressione contro i processi emancipativi e libertari del continente.
La notra lotta – ha continuato Cáceres - è sorretta dallo sforzo delle diverse espressioni della nostra società ed abbiamo segnalato al presidente Zelaya che ormai questa situazione trascende le frontiere nazionali".
La lettera, discussa ampiamente con Zelaya, segnala anche il rifiuto nei confronti di qualsiasi tipo di concessione ai golpisti che cerchi di legalizzare ciò che è illegale, all’interno di un eventale scenario di impunità.
"Chiediamo sanzioni per le istituzioni che hanno ordito il colpo di stato, includendo l'esercito repressore, aprendo in questo modo la strada ad un processo che ricostruisca il nostro paese, in quanto unica alternativa possibile", ha segnalato il membro del Copinh.
Secondo Cáceres, il presidente Zelaya ha condiviso totalmente il progetto del Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato ed ha incorporato nell’agenda da presentare ad Oscar Arias l’esigenza di portare i golpisti davanti ai tribunali internazionali, assicurando allo stesso tempo che non permetterà l’impunità.
Ha anche chiesto alla delegazione di accompagnarlo nella riunione con il mediatore e ha lanciato un appello al popolo honduregno affinché continui a mobilitarsi ed a resistere.
È stata infine fatta una profonda analisi sugli attori nascosti che hanno facilitato il colpo di stato, segnalando in questo senso i potenti gruppi economici statunitensi che operano parallelamente ed in contrasto con le disposizioni dell'attuale governo nordamericano", ha spiegato Bertha Cáceres.
Secondo quanto segnalato da Carlos H. Reyes, segretario generale dello STIBYS e membro del Consiglio Mondiale dela 'UITA, "Il signor Micheletti è arrivato oggi in Costa Rica ed abbiamo ricevuto la garanzia da parte del presidente Zelaya che non si siederà a discutere con questa persona.
La richiesta è molto chiara e questo processo di mediazione serve per ricostruire l’istituzionalità nel paese, cosicché se il processo fallisce è solo ed unicamente colpa dei golpisti", ha affermato Reyes.


Continua la repressione
Afferrato al potere, il regime de facto continua la sua azione repressiva.
Durante la giornata di ieri, 9 luglio, il ministero dell’Istruzione ha deciso di sospendere la collaborazione con 180 professori cubani che stavano collaborando col processo di alfabetizzazione, applicando il famoso metodo "Yo, sì puedo".
I professori saranno inoltre rimpatriati nei prossimi giorni e si teme che venga adottata la stessa assurda misura nei confronti dei medici cubani che stanno lavorando nelle zone più impervie ed isolate del paese.
Inoltre, il Comitato dei famigliari delle persone scomparse dell’Honduras, Cofadeh, ha denunciato la cattura di José David Murillo Sánchez, padre del giovane Isis Obed Murillo che ha perso la vita domenica scorsa durante la mobilitazione per il ritorno del presidente Zelaya.
Dopo l'assassinio, José David Murillo è apparso su vari organi d’informazione denunciando la responsabilità dell'esercito. Nel pomeriggio di ieri, 9 luglio, è stato catturato dalla polizia per una denuncia presentata contro di lui nel 2007.
Secondo le varie organizzazioni risulta quanto mai sospettoso il fatto che proprio ora i giudici decidano di spiccare un mandato d’arresto.
Le organizzazioni popolari si stanno mobilitando per ottenere la sua liberazione attraverso una campagna internazionale di pressione.

giovedì 9 luglio 2009

Gaza - Rimpatriati tutti gli attivisti bloccati dagli isrealiani sulla nave del Free Gaza Movement

Il silenzio assordante su Gaza e sulla situazione dei palestinesi



Giovedì 30 luglio, la Marina Israeliana ha abbordato forzatamente la barca, SPIRIT OF HUMANITY, confiscandola e sequestrando 21 attivisti per i diritti umani e giornalisti, tra cui il Premio Nobel per la Pace Mairead Maguire e l'ex membro del Congresso USA Cynthia McKinney.
Gli attivisti sono stati portati nelle carceri isrealiane e all'inizio di questa settimana deportati nei paesi d'origine.
Gaza è ancora inaccessibile.
Un blocco che non parte solo da Israele ma che avviene anche con la totale complicità dell'Egitto.
Una situazione accompagnata dal mantenimento dell'occupazione nel resto dei territori.
Un assedio che dovrebbe far vergognare come racconta il pacifista Gideon Levy in un articolo.

Links Utili:
Free Gaza Movement
Palestine Monitor

XINJIANG - Manifestazione di donne per la liberazione degli arrestati


Gli han a caccia di uiguri nelle strade di Urumqi
di Angela Pascucci

Non si placa la tensione a Urumqi, la capitale del Xinjiang, dove è stato imposto il coprifuoco dalle 21 alle 8 del mattino. Nonostante il vasto dispiegamento militare cinese la città ha assistito ieri a una nuova esplosione di odio etnico. Gruppi di cinesi han armati di bastoni, machete, sbarre di ferro, armi fatte in casa, hanno percorso i quartieri della città in una rabbiosa caccia all'uiguro. La polizia è intervenuta lanciando lacrimogeni per fermare una battaglia fra gruppi rivali o per disperdere la folla che cercava di entrare nell'area uigura dei bazar. Ma talvolta, come riporta l'agenzia Reuters, le truppe anti sommossa cinesi sono rimaste a guardare mentre la folla sfogava la rabbia lanciando sassi contro una moschea o spaccava le vetrine di negozi e ristoranti uiguri. L'agenzia Afp ha raccolto l'urlo di un uomo che, impugnando una sbarra di ferro, urlava «Loro ci hanno attaccati, ora tocca a noi picchiarli!».Il risultato di questa nuova ondata di violenza è che la maggior parte della popolazione uigura è sparita dalle strade di Urumqi (dove il 70% della popolazione è oggi han). Chiuse anche le scuole. A segnalare la preoccupazione della autorità per un incendio che non si spegne, lo stesso capo del Partito comunista della capitale, Li Zhi, è sceso nelle strade a bordo di un auto della polizia per lanciare da un altoparlante inviti a calmare gli animi e tornarsene tutti a casa. Ma, come riporta il New York Times, il suo discorso ha rischiato di infiammare ulteriormente gli animi uiguri, soprattutto quando gridava «Abbattete Rebiya», con riferimento a Rebiya Kadeer, la donna d'affari uigura residente negli Stati uniti, presidente del Congresso mondiale uiguro, accusata da Pechino di essere la mente della rivolta. Poche ore prima che la spedizione punitiva degli han cinesi si manifestasse, un centinaio di donne uigure erano scese anch'esse nelle strade, per intercettare una «visita guidata» concessa dalla autorità ad alcuni giornalisti di media internazionali e cinesi. Sventolando carte di identità di mariti e congiunti, talune piangendo, ne chiedevano la liberazione, affermando che erano stati arrestati senza ragione, gente comune vittima di retate indiscriminate.Le violenze etniche più gravi che si ricordino dall'inizio della Repubblica popolare cinese (di cui ricorre proprio quest'anno il 60esimo anniversario) presentano in effetti già ora, senza che si conoscano ancora gli effetti della nuova ondata di violenza avvenuta ieri, un bilancio impressionante, a cominciare dal numero enorme dei morti, 156, e quello dei feriti, oltre mille, dei quali ancora non si conosce neppure l'appartenenza etnica, elemento che forse getterebbe una qualche luce sull'avvio e lo svolgimento della dinamica di scontro, ancora oscura. Gli arresti, secondo quanto riportato dall'agenzia ufficiale Xinhua, sarebbero 1.453, ma anche questa cifra si riferisce a lunedì scorso.Una gravissima denuncia viene dal segretario generale del Congresso mondiale degli uiguri, Dolkun Isa, che in un'intervista a Radio3 Mondo, in onda oggi alle 11,15, ha dichiarato che ieri mattina i militari cinesi avrebbero compiuto un massacro uccidendo 150 operai della fabbrica di trattori Shin Jung, a Urumqi, e che il bilancio della repressione contro gli uiguri è molto più pesante di quanto emerso dalla stampa internazionale. Secondo le fonti uigure le morti sarebbero oltre 800. Ma una verifica indipendente resta impossibile. E forse, come già avvenuto per la rivolta tibetana dell'aprile 2008, un vero bilancio delle vittime di questi giorni di sangue nel Xinjiang non si saprà mai. Ma quel che accade nella Regione autonoma dell'occidente cinese rivela uno scenario di tensioni che è ben lontano dalla visione «armoniosa» della società a cui la leadership cinese dichiara di aspirare, e che la repressione sempre più dura renderà ancora più lontana. Anche nel Xinjiang, come in Tibet, sono stati profusi ingenti investimenti: negli ultimi sei anni, la regione è cresciuta ad uno strepitoso tasso dell'11% per l'anno, persino superiore alla media nazionale. Ma anche qui, come in Tibet, la ricchezza prodotta si concentra solo in poche tasche, preferibilmente han, e la questione economica esaspera la spoliazione e il degrado culturale, chiudendo ciascuno nella propria etnia.Una situazione che ha un corrispettivo emblematico nel luogo da dove è partita la prima scintilla, la fabbrica di giocattoli del Guangdong dove il concentrarsi di operai uiguri ha esasperato gli animi di operai han, evidentemente già aizzati dalla crisi che sta mordendo la fabbrica del mondo. La denuncia di stupro di due donne han lanciata contro gli uiguri, che ha provocato i primi gravi scontri il 26 giugno, si sta già rivelando priva di fondamento; 15 persone, all'origine dell'episodio, sono state arrestate..

tratto da "Il Manifesto"

Guerra contro Gaza: uccisi 164 studenti e 12 insegnanti palestinesi.



Un reportage sui diritti umani, elaborato dal Centro statistiche di Ramallah, ha accusato le autorità di occupazione israeliane di aver violato la libertà accademica e il diritto all’istruzione nei territori palestinesi. Il report, che copre i primi sei mesi del 2009, dichiara testualmente: “Le forze di occupazione israeliane, durante l’ultima guerra contro la Striscia di Gaza, hanno ucciso 164 studenti palestinesi e ferito altri 454, e hanno inoltre ucciso 12 insegnanti e ferito altri 5”.
La relazione ha anche stimato i danni materiali causati sia alle scuole pubbliche, per un ammontare di circa 12 milioni di dollari, che alle private, circa 2,5 milioni, mentre per le università e i college universitari vengono calcolati ben 23 milioni di perdite. A questo va poi aggiunto l’impatto negativo che ha sul corretto funzionamento dell’istruzione l’“assedio alla Striscia di Gaza, oltre alla politica di punizione collettiva e alle barriere in Cisgiordania”. Nel report si raccomanda quindi la collaborazione con le organizzazioni internazionali, i sindacati degli insegnanti e degli accademici e i comitati di solidarietà internazionale “per esercitare pressioni su Israele e costringerla a rispettare i diritti all’istruzione e alla libertà accademica nei Territori Palestinesi occupati, escludendo le università palestinesi da qualsiasi divergenza politica o questione interna, (…) rispettando l'inviolabilità delle proprietà delle università, delle istituzioni educative e di tutti i membri della comunità accademica, abbandonando l’usanza della detenzione politica e delle minacce contro gli studenti e i lavoratori degli atenei (…) e liberando immediatamente tutti i prigionieri dell’ambiente accademico, arrestati a causa della loro appartenenza politica”.

tratto da Infopal

L'odio etnico esplode nel Xinjiang


di Angela Pascucci

Non si placa la tensione a Urumqi, la capitale del Xinjiang, dove è stato imposto il coprifuoco dalle 21 alle 8 del mattino. Nonostante l’enorme dispiegamento militare cinese la città ha assistito ieri a una nuova esplosione di odio etnico. Gruppi di cinesi han armati di bastoni, machete, sbarre di ferro, armi fatte in casa, hanno percorso i quartieri della città in una rabbiosa caccia all’uiguro. La polizia è intervenuta lanciando lacrimogeni per fermare una battaglia fra gruppi rivali o per disperdere la folla che devastava l’area uigura dove si concentrano i bazar. Ma talvolta, come riporta l’agenzia Reuters, le truppe anti sommossa cinesi sono rimaste a guardare mentre la folla sfogava la rabbia lanciando sassi contro una moschea o spaccava le vetrine di negozi e ristoranti uiguri. L’agenzia Afp ha raccolto l’urlo di un uomo che, impugnando una sbarra di ferro, urlava «gli uiguri sono venuti nel nostro quartiere a spaccare le nostre cose, ora andiamo noi da loro a picchiarli!».Il risultato di questa nuova ondata di violenza è che la maggior parte della popolazione uigura è sparita dalle strade di Urumqi. Chiuse anche le scuole. A segnalare la preoccupazione della autorità per un incendio che non si spegne, lo stesso capo del Partito comunista della capitale, Li Zhi, è sceso nelle strade a bordo di un auto della polizia per lanciare da un altoparlante inviti a calmare gli animi e tornarsene tutti a casa. Ma, come riporta il New York Times, il suo discorso ha rischiato di infiammare ulteriormente gli animi uiguri, soprattutto quando gridava «Abbattete Rebiya», con riferimento a Rebiya Kadeer, la donna d’affari uigura residente negli Stati uniti presidente del Congresso mondiale uiguro, accusata da Pechino di essere la mente della rivolta. Poche ore prima che la spedizione punitiva degli han cinesi si manifestasse, un centinaio di donne uigure erano scese anch’esse nelle strade, in coincidenza con una «visita guidata» concessa dalla utorità ad alcuni giornalisti di media internazionali e cinesi. Sventolando le carte di identità di mariti e congiunti ne chiedevano la liberazione, affermando che erano stati arrestati senza ragione, gente comune rimasta vittima di retate indiscriminate.Le violenze etniche più gravi che si ricordino dall’inizio della Repubblica popolare cinese (di cui ricorre proprio quest’anno il 60esimo anniversario) presentano in effetti già ora, senza che si conoscano ancora gli effetti della nuova ondata di violenza avvenuta ieri, un bilancio impressionante, a cominciare dal numero enorme dei morti, 156, e quello dei feriti, oltre mille, dei quali ancora non si conosce neppure l’appartenenza etnica, elemento che forse getterebbe una qualche luce sull’avvio della dinamica di scontro, rimasta oscura . Gli arresti, secondo quanto riportato dall’agenzia ufficiale cinese Xinhua, sarebbero 1453, ma anche questa cifra si riferisce a lunedì scorso. Una gravissima denuncia viene dal segretario generale del Congresso mondiale degli uiguri, Dolkun Isa, che in un’intervista a Radio3 Mondo, in onda oggi alle 11,15, ha dichiarato che ieri mattina i militari cinesi avrebbero compiuto un massacro uccidendo 150 operai della fabbrica di trattori Shin Jung, a Urumqi, e che il bilancio della repressione contro gli uiguri è molto più pesante di quanto emerso dalla stampa internazionale. Secondo le fonti uigure le morti sarebbero oltre 800. Ma una verifica indipendente resta impossibile. E forse, come già avvenuto per la rivolta tibetana dell’aprile 2008, un vero bilancio delle vittime di questi giorni di sangue nel Xinjiang non si saprà mai. Ma quel che accade nella Regione autonoma dell’occidente cinese rivela uno scenario di tensioni che è ben lontano dalla visione «armoniosa» della società a cui la leadership cinese dichiara di aspirare, e che la repressione sempre più dura renderà ancora più lontana. Anche nel Xinjiang, come in Tibet, sono stati profusi ingenti investimenti: negli ultimi sei anni, la regione è cresciuta ad uno strepitoso tasso dell’11% per l’anno, persino superiore alla media nazionale. Ma anche qui, come in Tibet, la ricchezza prodotta si concentra solo in poche tasche, preferibilmente han, e la questione economica esaspera la spoliazione e il degrado culturale, chiudendo ciascuno nella propria etnia.Una situazione che ha un corrispettivo emblematico nel luogo da dove è partita la prima scintilla, la fabbrica di giocattoli del Guangdong dove una concentrazione di operai uiguri ha esasperato gli animi di operai han, evidentemente già aizzati dalla crisi che sta mordendo la fabbrica del mondo. La denuncia di stupro di due donne han lanciata contro gli uiguri, che ha provocato i primi gravi scontri il 26 giugno, si rivelerà probabilmente priva di fondamento; 15 persone, all’origine di quell’episodio, sono state arrestate ieri.

Tratto da:
Il Manifesto

Cina: vecchi rancori tra etnie sfociano in violenza


La notte del 26 giugno a Shaoguan nella regione del Guangdong due operai Han hanno ucciso due colleghi Uiguri nei loro dormitori spinti da voci (successivamente smentite) che sostenevano due atti i violenza sessuale nei confronti di due ragazze Han.
L'episodio ha scatenato proteste in tutta la regione dello Xinjiang duramente represse dalla polizia, rendendola così protagonista di scontri violenti che hanno portato alla morte 156 persone e circa un migliaio di feriti e un numero indefinito di scomparsi.
Come sempre in questi casi è difficile ottenere informazioni dirette e certe a causa della militarizzazione totale e dei complessi rapporti sociali ed economici che regolano gli affari interni del Paese.
Articoli correlati:
Federico Rampini per Repubblica
Approfondimenti:
Cosa c'è dietro la fuga di Hu Jintao? di F.Rampini

mercoledì 8 luglio 2009

Verso la Giornata Senza Frontiere


Ancona - Giovedì 9 luglio

La mobilitazione diffusa NoG8 contro i respingimenti e i pacchetti sicurezza.
Per l'immediata liberazione dei 21 attivisti arrestati.

Domani, giovedì 9 luglio, il percorso di contestazione diffusa al vertice del G8 passerà per le Marche, passerà dal Porto di Ancona. Una giornata di mobilitazione lanciata dai movimenti sociali marchigiani dopo essere stati al fianco delle comunità vicentine e abruzzesi, nel segno del protagonismo dell'autonomia e dell'indipendenza affermate dalle comunità "che vogliono rovesciare la crisi in opportunità di decisione comune sulla trasformazione del presente.”Le Comunità Resistenti, l'Ambasciata dei Diritti e YaBasta! Marche hanno fatto appello a costruire una Giornata Senza Frontiere, contro i respingimenti e le violazioni quotidiane del diritto di asilo nel porto di Ancona. Porto crocevia delle rotte della speranza di quei rifugiati che, fuggendo dalla fame e dalla guerra, si imbarcano lasciando il campo profughi di Patrasso, tentando di evitare i controlli di sicurezza e tentando di sopravvivere a condizioni estreme di un viaggio che per Zaher, per Amir e per tanti altri è finito tragicamente. "Una Giornata Senza Frontiere per liberare il porto di Ancona dalle barriere e dalle gabbie dove si infrangono quei desideri di libertà e dignità che vengono dal mare."
L'appello è stato raccolto dalle realtà sociali perugine che porteranno "la voce di una città già fieramente interculturale, che non vuole essere governata dalla paura e dalle paranoie securitarie" e dalle reti di movimento emiliane "per reagire ai regimi di regolamentazione della mobilità delle persone teorizzati e praticati dai G8 e dai loro eserciti. Contro le morti per frontiera, la proliferazione delle forme di controllo, la militarizzazione dei mari e delle città".
Saranno presenti anche gli studenti marchigiani dell'Onda, "contro gli arresti preventivi che vanno a criminalizzare un intero movimento che collettivamente a Torino ha deciso di contestare un G8 illegittimo violando la zona rossa". Quella di giovedì 9 luglio sarà una giornata che risponderà collettivamente all'operazione di polizia e magistratura che vede colpiti, tra i 21 arrestati, anche Marco e Anton, attivisti del Csa Oltrefrontiera di Pesaro, realtà storica delle reti di movimento nelle Marche.Un'operazione che segna la misura del "restringimento dell'agibilità sociale delle garanzie democratiche in questo paese. Un teorema insostenibile e un inconsistente impianto accusatorio, dai quali risulta evidente come la composizione dei soggetti individuati come responsabili ricalchi la mappa delle realtà sociali e studentesche protagoniste dei percorsi di mobilitazione. Chi crede che provocazioni e intimidazioni possano fermare tutto questo commette un grossolano errore di valutazione."Il corteo partirà da Piazza Roma alle ore 19.00 per dirigersi verso il porto e concludere il suo itinerario di fronte alla sede dell'Autorità Portuale e agli uffici della Polizia di Frontiera. Migranti, studenti e precari, realtà dell'associazionismo per i diritti di cittadinanza, la solidarietà e la cooperazione, insieme in una manifestazione che vuole farsi spazio pubblico, e vuole praticare un obiettivo concreto: “aprire alla cittadinanza senza confini lo spazio negato del porto, perché ritorni ad essere un bene comune di tutta la città. Dire basta alla vergogna dei respingimenti, per abbattere l'infrastruttura securitaria del nuovo razzismo aprendo le porte d'oriente alla libertà e ai diritti."

Disastri neocoloniali - Il volto della guerra tra Islamabad e l’Afghanistan



di Augusto Illuminati
Un po’ di cinismo non fa mai male. E allora diciamolo: una guerra coloniale è una cosa infame, ma una guerra coloniale perdente è ancora peggio. Forse soltanto ora l’opinione pubblica italiana comincia a realizzare che il nostro impegno militare in Afghanistan è una guerra vera, non quanto ipocritamente si chiamava peacekeeping, costruzione di scuole e strade, distribuzione di caramelle e matite ai bambini, ecc. Il “buonismo” è finito sia in materia di immigrazione che di gestione militare.
Il rapporto di serietà fra le due pratiche è illustrato nel confronto fra la faccia soddisfatta di Maroni (soddisfatto non di aver bloccato la clandestinità, che sono tutte chiacchiere, ma per il fatto che adesso tiene per le palle Berlusconi) e il ghigno di La Russa in veste di miles gloriosus –il poveretto, con i pochi soldi che ha per gli armamenti, può soltanto gonfiare i muscoli e soffiare. Pochi soldi –ma sempre troppi e che potrebbero soddisfare altre esigenze primarie. Facite ‘a faccia feroce –d’accordo, ma intanto un po’ di talebani e molti più donne e bambini li massacriamo.
Le idee dei talebani non ci piacciono, ma loro sono a casa propria. E il controllo dell’Afghanistan non serve certo a liberare le donne dal burqa (che mi pare continua a dominare nelle immagini girate nelle zone governate dall’onesto Karzai), piuttosto a garantire la presenza degli Usa ai confini di Russia, Cina e subcontinente indiano e a proteggere le vie del petrolio e dell’oppio. Una grande gioco affascinante (ce l’ha già raccontato Kipling) e un classico del colonialismo. Vogliamo provare a sintetizzarlo, senza per carità risalire alle spedizioni indiane di Alessandro Magno (che almeno lasciò in eredità la scultura gandhara)? Nell’Ottocento l’Afghanistan, chiave terrestre per il Raj indiano, è contesto fra russi e inglesi, che non arrivano mai a controllarlo.
Dopo la sanguinosa indipendenza indo-pakistana del 1947 gli Usa subentrano all’Inghilterra, l’Urss protegge l’India mentre gli americani, con la ruota di scorta inglese, si fanno carico del Pakistan e dell’Iran (rovesciamento di Mossadeq nel 1953 e appoggio alla Scià). L’Afghanistan sta in mezzo fra Iran e Pakistan. È il suo destino geopolitico, come il petrolio è quello dell’area iranica e mesopotamica. Ovviamente l’Urss, espulsa dall’Iran, esercita una crescente influenza sull’Afghanistan mentre i cinesi flirtano con il Pakistan in funzione anti-indiana.
A partire dagli anni ’60, tramontato a Suez 1956 il colonialismo anglo-francese, gli Usa sono la potenza egemonica, che però combatte con una mano legata dietro la schiena a causa dei suoi impopolari (in ambito arabo) legami con un Israele sempre più incontrollabile. Da ciò derivano, alla fine del XX secolo, una serie di contraddizioni e passi falsi. L’appoggio allo Scià viene pagato a caro prezzo con il successo della rivoluzione khomeinista (1979), allora gli Usa scatenano l’Iraq contro l’Iran (1980-1988), con il bel risultato di consolidare il potere di Saddam Hussein senza riuscire ad abbattere quello degli ayatollah. Ciò li costringerà alla prima spedizione di Bush padre (1990) e alla seconda guerra del Golfo di Bush figlio, che è roba di ieri. Risultato della distruzione della tirannia laica baathista (a base sunnita) sarà il trionfo dell’integralismo sciita, alleato degli iraniani. Un vero successo!
Nello stesso decennio 1979-1989 –quando si dice il caso!– l’Urss tentò incautamente di passare dal controllo indiretto, tramite governi amici, a quello diretto, installando un quisling sovietico a Kabul supportato dall’(ex)Armata Rossa. La resistenza nazionalistica, ben presto egemonizzata dai talebani, non soltanto portò alla sconfitta e al ritiro delle truppe d’occupazione, ma accelerò la disintegrazione dell’Urss e la diffusione del fondamentalismo nelle repubbliche asiatiche sovietiche. Gli Usa appoggiarono efficacemente i talebani, rifornendoli di consiglieri sauditi e di armi, soprattutto utilizzando come supporto i servizi segreti pakistani (Isi) e i pashtun delle zone tribali di confine, semi-indipendenti da Islamabad.
Il risultato fu l’avvento al potere dei talebani, la diffusione del fondamentalismo nel Pakistan e nella sua struttura portante militare, la formazione di un’élite combattente internazionale che diverrà negli anni successivi la spina dorsale del terrorismo asiatico e africano, la costruzione come leader di un certo Bin Laden. All’inizio del 2001 l’unico alleato americano in Afghanistan, Massud, e le Twin Towers videro i fuochi d’artificio. Il problema, anche in questo caso, non è il montuoso e semi-desertico Afghanistan, ma il popoloso Pakistan, dotato di armi atomiche, non il mullah Omar ma l’Isi e i generali di Islamabad. All’inizio del terzo millennio il capolavoro americano fu di avere installato gli sciiti filo-iraniani al potere in Iraq e i sunniti integralisti, pappa e ciccia con al-Qaeda, in Afghanistan e in Pakistan.
L’attuale guerra è il tentativo quasi disperato di Obama di tirarsi fuori dal problema, chiudendo gli occhi su Iraq e Iran e concentrandosi sulla salvezza indiretta del Pakistan. Sempre tenendo conto del fatto che Cina e India possono accedere al petrolio del Caucaso e dell’Iraq-Iran solo con oleodotti che passino da quelle parti.
Ancora un po’ di cinismo. La geopolitica non si fa con i buoni sentimenti e la lotta di classe neppure. Il ceto dirigente italiano ha fatto in politica internazionale poche cose egregie, per esempio la politica di Enrico Mattei a favore di Mossadeq e del Fln algerino, per acquisire petrolio a buon mercato. In quel caso siamo intervenuti controcorrente, favorendo indirettamente rivoluzionari algerini e palestinesi, più direttamente sinistra democristiana e Pci. Perfino Scaroni, attuale presidente dell’Eni, ha convinto Berlusconi a stringere rapporti privilegiati con i fornitori di gas metano, Putin e Gheddafi. Anzi, l’invio di nuove forze armate italiane in Afghanistan e il loro passaggio in prima linea è il prezzo che Obama ha imposto a Berlusconi per i suoi giri di walzer. Ma appunto, Obama ha qualcosa da guadagnare se regge a Kabul, noi assolutamente niente. Come niente otteniamo da un aggravamento della questione iraniana, uno dei nostri principali partner commerciali. Il pre-G8 di Trieste è stato da questo punto di vista un fallimento completo, gestito in modo maldestro dal ministro-quaquaraquà Frattini.
Su tutta la questione la sinistra italiana, reticente già all’epoca di Bush, lo è tanto più adesso quando alla testa dell’impresa ci sta Obama. Quanto è comodo sparare a zero sul papi erotomane e sui leghisti razzisti, strizzare l’occhio a Gianni Letta e al Presidente Fini, impostare grandi manovre con il Vaticano e l’Udc. Sull’Afghanistan silenzio. Salvo a subire il patriottismo funerario all’arrivo delle prime bare. Ce la ricordiamo Nasiriya? Vogliamo ricominciare con i tricolori alluttati e gli schiamazzi da corteo: 10-100-1000 ecc.? Mica muoiono soltanto i “cattivi”, come i serbi sotto le bombe di D’Alema e Diliberto nel 1999.
Il combattimento sul territorio costa prezzi maggiori. Non sarebbe il caso di mettere più energicamente a tema nell’area antagonista il ritiro italiano dalla campagna afghana? Evitando di lasciare l’argomento alla denuncia vecchio stile di un anti-imperialismo sovranista, da Parigi a Perugia diciamo? Il raddoppio del Dal Molin vicentino, oltre tutto, è finalizzato proprio a quel vecchio e nuovo focolaio di crisi.
Chiaro che d’ora in poi la gestione simbolico-emergenziale della crisi, negata sotto l’aspetto economico e spostata tutta sul piano dell’ordine pubblico e del consenso coatto, verrà affidata sempre più a servizi “neutrali” da stato d’eccezione: protezione civile ed esercito.
Ci siamo assuefatti a Bertolaso con la tuta da Superman, ci abitueremo a ‘Gnaziu in mimetica? Apriamo un fronte serio di lotta contro la trasformazione della crisi in autoritarismo tecnocratico.

Continuano le mobilitazioni contro il G8 e per la liberazione degli arrestati nell'inchiesta Rewind


A L'Aquila iniziativa nella zona del G8



Dopo la straordinaria giornata di mobilitazione di ieri, con nuove occupazioni dei Rettorati in solidarietà con gli arrestati dell'Onda, l'occupazione della sede Rai di Torino e le azioni nella città di Roma con cariche, fermi e arresti, quella di oggi sarà una nuova giornata di mobilitazioni.
In tutta Italia sono previste azioni decentrate contro l'inaugurazione del vertice del G8 della crisi.
L'Aquila
In mattinata un centinaio di attivisti dei comitati territoriali insieme alle delegazioni degli attivisti di movimento, a Colle Roio davanti alla caserma Coppito, dove si svolge il vertice del G8, ha composto una gigantesca scritta: "Yes we camp".
Nel pomeriggio con gli striscioni Yes we camp gli aquilani hanno contestato la delegazione di Obama in arrivo.
Roma
Nel pomeriggio occupato uno studentato autogestito: nasce Point Break.
Un centinaio di attivisti dei Blocchi Precari Metropolitani hanno manifestato in via XX Settembre davanti al Ministero dell'economia. Con due grandi striscioni su cui era scritto "Il G8 è un terremoto, siamo tutti aquilani" e "G8, banca mondiale, fondo monetario internazionale chi devasta e saccheggia siete voi" sono riusciti a bloccare l'accesso a due banche, per evidenziare la responsabilità degli istituti di credito nella crisi economica. I manifestanti hanno poi violato il protocollo voluto da Alemanno per regolamentare le manifestazioni e in corteo hanno raggiunto Piazza Fiume bloccando il traffico.
Padova
Questa mattina durante il presidio di solidarietà a Max e Benji, arrestati lunedì scorso all'interno dell'operazione Rewind, la polizia ha alzato i manganelli sui manifestanti.
A Marghera, Vado Ligure, Brindisi e Porto Tolle, gli attivisti di Greenpeace hanno scalato le ciminiere e bloccato i nastri trasportatori.
A Milano manifestazione questo pomeriggio alle ore 18.00 da L.go Carrobbio mentre a Genova alle ore 16.00 appuntamento in piazza Deferrari.

L'Aquila - Yes we camp!


Iniziativa nella zona del G8


Ore 8:30: cinque attivisti dei comitati aquilani hanno raggiunto il centro commerciale Aquilone da dove i giornalisti nazionali e stranieri prendono le navette per raggiungere il summit. Hanno installato lo striscione “YES WE CAMP but we don’t go away” presso la rotonda divenuta check point e distribuito ai giornalisti volantini con la piattaforma esplicativa Yes We camp riportata anche in questo sito.
Solo qualche problema iniziale con la polizia. In questo momento gli/le attivisti/e si trovano all’interno del centro commerciale a volantinare.
Ore 9:30: attivisti dei comitati iniziano a partire dal 3e32 direzione Roio. Con loro una tromba che emette note incoraggianti.
Ore 9:40: Una ventina di attivisti/e sono già arrivati nel campo presso la collina di Roio visibile dalla Caserma della guardia di Finanza, dall’autostrada e dal centro commerciale per dove passano tutti i giornalisti
ore 10:15: Sulla collina di Roio è stata completata la parola “Yes”. Gli/le attivist* sono una cinquantina. Ci sono anche molti giornalisti.

Yes, We Camp! è il grido di denuncia della gestione scellerata dell’emergenza post-sisma.
Per la prima volta nella storia recente dei terremoti dopo tre mesi la popolazione è ancora sotto le tende e ci dovrà stare, secondo i piani del Governo, ancora per molto.
Yes, We Camp! per smascherare le mancate promesse del presidente del consiglio. Dopo tante parole nessun fatto. I provvedimenti sono del tutto insufficienti, i soldi stanziati troppo pochi.
Yes, We Camp! per urlare tutti fuori dalle tende, ora! Si requisiscano le case sfitte o invendute, si installino container, roulotte, casette di legno.
Yes, We Camp! per affermare che tutti gli aquilani debbono tornare all’Aquila. Non si pensi a settembre di sistemare un solo abitante fuori dal proprio comune, in alberghi della regione. Ci opporremo a questa deportazione con ogni mezzo necessario.
Yes, We Camp! per constatare che si sono persi inutilmente tre mesi: nessuna opera di ricostruzione, solo lavori per il G8.
Yes, We Camp! per denunciare il processo di devastazione ambientale e sociale del nostro territorio perpetrato mediante la localizzazione del piano C.A.S.E. Non vogliamo una grande new town diffusa!
Yes, We Camp! per informare tutto il mondo del processo di militarizzazione e confisca degli elementari diritti costituzionali nei campi: di informazione, di riunione, di espressione.
Yes, We Camp! vuol dire 100% ricostruzione, trasparenza, partecipazione. Non accettiamo decisioni prese dall’alto che non hanno a cuore al bene del territorio ma vanno a beneficio delle solite clientele e speculazioni.
Yes, We Camp! è la nostra ironia per dire a tutti che siamo vivi e determinati a difendere e far rinascere la nostra Terra.
La targa all’ingresso del Castello dell’Aquila è ancora intatta.
La apposero i dominatori spagnoli nel cinquecento e recita:
“ad reprimendam audaciam aquilanorum"

Yes, we camp! It’s the cry to denounce the crazy conduct of the after earthquake emergency.
For the first time in the recent history of earthquakes, after three months, people are still living under tents and they will have to stay there for a long time, according to the Government’s plans.
Yes, we camp! To denounce the empty promise of the Prime Minister. After so many words, no facts. The measures are completely unsatisfactory, the money is very little.
Yes, we camp! To cry: everyone out of the tents, now! Vacant or unsold houses must be requisitioned. Containers, roulettes, wooden houses must be installed
Yes, we camp! To state that all the citizens must come back to L’Aquila. Don’t think to house just one inhabitant out of the municipal district in September! We’ll oppose this deportation with all our strength.
Yes, we camp! To observe that three months have been wasted: no reconstruction, only works for the G8.
Yes, we camp! To denounce the process of environmental and social devastation of our territory by the location of the C.A.S.E. plan. We don’t want a big, wide new town.
Yes, we camp! To inform all the world of the process of militarization, of the denial of the basic constitutional rights in the camps: information, assembly, speaking.
Yes, we camp! It means 100% reconstruction, transparency, participation. We don’t accept decisions from the top that don’t consider the good of the territory, but favour opportunism and
the usual hangers-on.
Yes we camp! It’s our ironic way to tell everybody that we are alive and determined to defend and help our territory to return to life.
The plate at the entrance of the fortress of L’Aquila is still intact, in the 16th century the Spanish rulers put it there. It says:“ to repress the boldness of the inhabitants of Aquila”.


Tratto da:
Coordinamento 3 e 32

lunedì 6 luglio 2009

Honduras - colpo di stato: 8° giorno...testimonianza e video


2 manifestanti uccisi, forse quattro

Salve, oggi Tegucigalpa ha assistito a qualcosa di storico, triste, frustrante e ingiusto. Un corteo mai visto in città, si parla di circa 400.000 persone, anziani, bambini, giovani che stanno lottando insieme per la democrazia, che, pur non avendo accesso alle informazioni, si sono organizzati dal basso per far valere i propri diritti. Coprifuochi senza garanzie costituzionali, la città militarizzata, i bambini reclutati quasi a forza dall'esercito, i lavoratori e le lavoratrici dipendenti delle fabbriche e di imprese private costretti a concentrarsi sulle piazze per sostenere il governo golpista, la repressione militare, questi alcuni dei mille motivi che hanno costretto migliaia di Honduregni e honduregne oggi a scendere in piazza ad aspettare il legittimo presidente del paese Mel Zelaya. La manifestazione più pacifica che ho vissuto, il cui scopo era quello di ribadire la necessità di democrazia, di diritti umani, si è conclusa nelle scene del video che si può vedere dal link qui sotto, uccidendo due persone, forse quattro, con gli spari dei soldati su persone inermi che esercitano un loro diritto. L'aeroporto, completamente militarizzata, ha impedito l’arrivo dell'aereo del legittimo presidente del paese Mel Zelaya con il presidente dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite D'Escoto, il presidente del Nicaragua Daniel Ortega, tra l’altro riempiendo la pista di atterraggio di camion militari. La dimostrazione si è conclusa intorno alle 5,30 ora che le autorità hanno informato i media che il coprifuoco è stato anticipato a 6,30, ben sapendo che molte persone non avrebbero potuto sapere e che non avrebbero in alcun modo potuto essere a casa sua per tempo, il che significa che centinaia di persone sono stati arrestate senza motivo. Il secondo tentativo diplomatico di risolvere le cose nel paese è fallito, quante persone innocenti devono morire prima che la comunità internazionale ottenga risultati? questo è un governo golpista, tipico dell'era del fascismo, che ogni giorno agisce con completa irrazionalità e follia. http://www.facebook.com/ext/share.php?sid=126050071054&h=Pq7I9&u=8pun7&ref=nf

E la lotta continua domani, si prepara uno sciopero generale.
Vi racconterò ...
Francesca

giovedì 2 luglio 2009

Migliaia di bandiere al Dal Molin: yes, we can!



Evitiamo i giri di parole e le metafore che nascondono il significato vero delle frasi dietro alla loro interpretazione: sabato pomeriggio, con la manifestazione dell’indipendenza vicentina, vogliamo entrare al Dal Molin.
Sia chiaro: non perché ci piaccia l’idea di superare cancelli e recinzioni: avremmo preferito festeggiare la democrazia in piazza, con la musica e i balli, le nostre bandiere al vento e tante grasse risate. Ma, finora, democrazia non c’è stata e noi dobbiamo rinviare la festa che – ne può star certo il commissario Costa che avrebbe voluto vedere sradicato alla radice il dissenso locale - prima o poi organizzeremo.
Entrare al Dal Molin significa restituire la dignità calpestata alla città del Palladio; ma, anche, ristabilire con determinazione la differenza tra la condizione di cittadini – quali noi vogliamo essere – e sudditi del governo di turno. Perché quel che è in gioco a Vicenza, ancor prima della falda acquifera e del territorio, è la possibilità reale di noi donne e uomini di poter incidere sul futuro dei nostri borghi, dei nostri quartieri, delle nostre città.
É sufficiente dare uno sguardo ai 36 mesi di mobilitazione trascorsi per rendersene conto; una città che ha espresso la contrarietà con mille forme e tanti colori è stata svilita, calpestata, umiliata. Inascoltata quando è scesa in piazza; insultata quando ha chiesto di potersi esprimere, attraverso una consultazione popolare, ed è stata posta di fronte a un divieto; sbeffeggiata quando ha rivendicato il diritto di conoscere e le è stata negata anche la Valutazione d’Impatto Ambientale.
Petizioni, manifestazioni che hanno visto la partecipazione di una moltitudine di donne e uomini, studi, azioni simboliche, ricorsi giudiziari: tutto ciò è stato ignorato, ostacolato, criminalizzato da chi ha deciso a tavolino che a Vicenza si deve fare una nuova base militare. La democrazia è stata trasformata da pratica partecipativa ad atto burocratico, dove basta il timbro di un governo compiacente per rendere lecita la costruzione di una base di guerra in un territorio fragile e dall’equilibrio delicato.
Dunque, voler entrare al Dal Molin vuol dire alzare la testa; significa affermare che una pratica di governo che si fonda sull’imposizione e sull’esclusione non ha cittadinanza nella nostra comunità e ristabilire un diritto che, per tornare indietro di alcuni secoli, riconosceva già Spinoza laddove scriveva che, di fronte a una legge ingiusta, è legittimo che il popolo si ribelli al sovrano.
Sabato proveremo a entrare all’interno dell’area che gli statunitensi vorrebbero trasformare in base di guerra per piantare migliaia di bandiere NoDalMolin; lo faremo, come sempre, con le pratiche e le forme che hanno caratterizzato la mobilitazione vicentina: trasversalità, pluralità, creatività. Ma, anche, con tanta determinazione, consapevoli che praticare quest’obiettivo rappresenta la volontà di ristabilire democrazia laddove c’è soltanto imposizione.
Quel che è certo è che nel lungo corteo che si snoderà da via M.T. Di Calcutta ci sarà spazio per tutte e tutti: perché quel che più conta, al di là delle pratiche di ognuno, è condividere un percorso che fonda la nostra indipendenza dalle servitù militari. È il coraggio di esserci ancora una volta, anche se loro ci vorrebbero chiusi nelle nostre case, impassibili e passivi a quanto accade sotto le nostre finestre.
Siamo tanti piccoli sognatori e sabato torniamo in strada: indipendenza, dignità partecipazione. La terra si ribella alle basi di guerra.

Honduras - Estamos en la calles


L'approvazione delle misure restrittive non ferma la protesta


Mentre Roberto Micheletti, presidente del "gobierno de facto", continua a sostenere che " non c'é stato un golpe", il Congresso ha approvato un decreto che restringe le garanzie istituzionali come il diritto a manifestare.
Intanto l'Organizzazione degli Stati Americani ha dato 72 ore di tempo per ridare la carica a Zelaya. L'ultimatum scade sabato.
La strategia nel paese è quella di creare una "paura collettiva" per frenare la protesta accompagnata, come denunciano le organizzazioni dei diritti umani dall'arruolamento forzato di giovani delle campagne nell'esercito.
Dal sito del C.I.G.A vi proponiamo un' intervista a Berta Caceres del COPINIH realizzata nella mattinata di giovedi 2 luglio.

Honduras - Donne contro il "Gobierno de facto"




Il popolo non si ferma e il mondo è al suo fianco

Ancora una giornata di scontri e proteste in Honduras: i manifestanti non si fermano nonostante le decine di arresti e il presidente legittimo Manuel Zelaya dichiara: "Giovedì farò ritorno a Tegucigalpa da presidente quale sono". Nella notte sono state lanciate delle granate contro l'edificio della Corte suprema, che però sono rimaste inesplose fino all'arrivo della polizia che le ha fatte esplodere intenzonalmente lontano dall'edificio.
Ieri a Roma si è tenuta una manifestazione di solidarietà davanti all'ambasciata honduregna, così come in molte altre città del mondo.
Berta Caceres, corrispondente di COPINH : "Nonostante la repressione brutale di ieri, il popolo Honduregno è intenzionato a continuare a lottare, e ne sono la prova le varie azioni e mobilitazioni in tutto il territorio nazionale."


mercoledì 1 luglio 2009

Manuel Zelaya domani fa ritorno in Honduras, da presidente


Non si tratta di una sfida, é scacco matto ai golpisti civili, ai loro gorilla, e alle illusioni ritardatarie delle elites neocoloniali. Il Presidente Zelaya ha annunciato il suo ritorno -accompagnato dal segretario della OEA e da altri presidenti latinoamericani- per "concludere il mio periodo di governo che scade a gennaio del prossimo anno". L'annuncio é stato fatto a Managua, dove erano riuniti i Paesi del Gruppo di Rio, quelli centroamericani del SICA, l'ALBA e i paesi caraibici del Caricom. Oltre alla condanna morale del golpe, é stata sancita l'inammissibilita' di qualsiasi avventura autoritaria e liberticida, percepita come un attentato alla sicurezza e alla democrazia di ogni nazione americana. Il Brasile, Messico, Venezuela, Nicaragua, Ecuador, Cuba e Bolivia avevano richiamato i rispettivi ambasciatori. Il Guatemala, Salvador e Nicaragua interrompono il flusso commerciale con l'Honduras, e il sistema bancario del SICA sospende qualsiasi programma economico e i prestiti. Il Venezuela blocca l'invio delle forniture di petrolio. A questo punto -buoni ultimi- gli Stati Uniti parlano finalmente in modo chiaro e univoco per bocca di H. Clinton: non riconosceranno nessun governo che non sia quello di Zelaya.In mattinata, l'assemblea generale dell'ONU aveva chiuso ogni spiraglio ai golpisti; non c'e' nessun margine di manovra per guadagnare tempo. All'unisono risuona coralmente un solo monito: Zelaya e' il presidente costituzionale, non ci saranno contatti con altre autorita''. La giornata di protesta in tutto il territorio dell'Honduras, con la paralisi delle attivitá' produttive che si estendeva a macchia d'olio, i blocchi dellla rete stradale , l'interruzione dei trasporti e la chiusura degli stessi uffici pubblici, mostrava che il golpe non si consolidava e cominciava a disarticolarsi. Arrivava anche la notizia della sollevazione di un battaglione della regione dell'Atlandida: il golpisti non hanno il controllo su tutta la forza armata. A questo punto, Zelaya e' piu' consapevole che mai che i suoi nemici sono in un vicolo cieco e -forte dell'appoggio non simbolico o di facciata degli organismi continentali e regionali- decide di andare a sfidare apertamente i gorilla sul loro terreno. Muove e da scacco matto. E' una decisione storica che lo catapulta ad un rango molto piú elevato di leader politico popolare ed amato dalla maggioranza. Oggi Zelaya assurge al ruolo di guida carismatica del progetto di rinnovamento a fondo del suo Paese. I suoi nemici, che conoscono solo il linguaggio della forza bruta, sono stati sconfitti dall'intelligenza politica e dalla lungimiranza e dalla sovranita' popolare che hanno sempre calpestato..Ora Zelaya e' parte rilevante dell'ondata di rinnovamento che scuotae la latitudine sociale latinoamericana. Ha la forza per ricondurre nella gabbia i gorilla e per smantellare i privilegi neocoloniali dei loro mandanti.
di Tito Pulsinelli - Selvas

Comunicato di Via Campesina - Honduras

Popolo dell'Honduras e popolazione straniera residente nel nostro paese

Di fronte al colpo di stato perpetrato dai militari e da gruppi di potenti contro tutta la honduregnità, comunichiamo quanto segue:

1.- Che è stato organizzato il Fronte di Resistenza Popolare che in forma civica e pacifica ha intrapreso la lotta per ristabilire l'ordine costituzionale e ottenere il ritorno del Presidente legittimo dell'Honduras
2.- Che esiste piena solidarietà internazionale: Stati Uniti, Europa, AmericaLatina, Asia perché i golpisti restituiscano il governo usurpato
3.- E' menzognera l'informazione dei mezzi di comunicazione al servizio dei golpisti che cerca di occultare la grande manifestazione del popolo di SantaBárbara, Tegucigalpa, La Ceiba, el Progreso e altri luoghi del paese a favore dei diritti popolari.
4.- Che la popolazione deve sapere che hanno chiuso i canali 8 e 36 e hanno bloccato la possibilità di ricevere la CNN in spagnolo e Telesur
5.- Le emittenti nazionali dicono solo quello che vogliono i gruppi di potere e il governo golpista usurpatore.

Tegucigalpa, 29 de junio del año 2009.

Proteste in Honduras

Nonostante la repressione l'opposizione scende in piazza


Honduras - Ampie proteste nella capitale e nel paese



A livello internazionale si richiede la fine del golpe



All'indomani del "golpe militare" la giornata ha visto proteste, manifestazioni e blocchi.
Chi scende in piazza sta affermando chiaramente la volontà di non accettare quello che sta dietro alla scelta dei militari di imporre non solo un Presidente ma un futuro al paese.
Il bilancio delle manifestazioni è di una cinquantina di feriti ed è confermata la morte di Cesar Ham durante la giornata di domenica e si parla anche di un altro morto nelle proteste di lunedì.
Vogliono allontanare Zelaya a qualsiasi costo, ma l'unica cosa che hanno ottenuto è mostrare all'esterno il nostro come un paese selvaggio, in cui non si rispettano le regole democratiche. Non c'è altro paese in cui ad un referendum si risponde con un golpe " afferma Rafael Alegría, dirigente hondureño di la Vía Campesina, mentre si trova a pochi passi dal Palazzo Presidenziale, teatro delle proteste più dure.
Dietro le proteste e la resistenza ci sta la crescita dei movimenti sociali che hanno anche costruito le condizioni per il cambiamento della posizione del Presidente destituito.
Luis Hernandez Navarro nelle pagine de La Jornada ripercorre le tappe del protagonismo dei movimenti sociali e afferma che " il movimento ha cambiato dal basso la correlazione di forze creando una situazione inedita."
Una situazione che si è riverberata anche nelle scelte presidenziali a cui si è contrapposto il "golpe" militare.
Una situazione che non può che essere letta all'interno anche del contesto regionale e continentale.
Per oggi martedì sono attese nuove proteste i manifestanti fanno sapere che risponderanno con azioni ancora più ampie per far risuonare lo slogan "¡Urge Mel! ¡Urge Mel!” dietro a cui c'è molto di più della richiesta del ritorno del Presidente.
Intanto a livello internazionale e soprattutto continentale la critica formale del "golpe" si fa più evidente.


Immagini da TeleSur


Le immagini da La Jornada TV



Links Utili:
CIGA
La Jornada

A pochi giorni dal G8

Dall'Abruzzo - Corrispondenza con Mattia, Coordinamento 3 e 32

Mancano pochi giorni all'inizio del vertice del G8. I territori colpiti dal terremoto sono diventati vetrina mediatica per il vertice mentre i cittadini dei campi vedono limitarsi sempre di più gli spazi di libertà e agibilità quotidiana. Mattia del Comitato 3.32 ci racconta la situazione dell'Aquila Le popolazioni colpite dal terremoto hanno organizzando una serie di iniziative nelle giornate del Vertice.

Le comunità abruzzesi andranno a Vicenza sabato 4 luglio. Mattia ci spiega le motivaizoni di questa relazione tra il Presidio e le comunità colpite dal terremoto... »

lunedì 29 giugno 2009

Honduras - Comunicado n.1 del Frente de Resistencia Popular



Comunicado n.1 del Frente de Resistencia Popular

A la comunidad nacional e internacional comunicamos:

1. Que denunciamos que en la madrugada del 28 de junio del 2009 se ha perpetrado el brutal e inhumano golpe militar contra el gobierno legalmente constituido de Manuel Zelaya Rosales, Presidente de l República de Honduras.

2. Que es falso que el Presidente Manuel Zelaya Rosales y su Gabinete hayan renunciado a sus cargos, argumento utilizado de forma infame por parte del Congreso Nacional para oficializar la destitución del Presidente Zelaya e instalar en su lugar a Roberto Micheletti Baín.

3. Que el pueblo hondureño y la comunidad internacional sólo reconocen a Manuel Zelaya Rosales como actual y único Presidente de la República de Honduras.

4. Que nos hemos organizado en el Frente de Resistencia Popular, con carácter nacional y permanente en coordinación con todos los municipios del país, para crear una resistencia activa y pacífica con el fin de restituir el orden constitucional y el respeto a los derechos humanos.

5. Que los golpistas han creado un clima de inseguridad, amenaza, captura y terror, que pone en precario la vida del pueblo hondureño y de todos los hombres y mujeres que nos hemos manifestado a favor de una democracia participativa.

6. Que demandamos la solidaridad de la comunidad nacional e internacional, para restablecer los derechos constitucionales y la soberanía del pueblo hondureño.

7. Que debemos rechazar con dignidad y valor el cerco de rumores y mentiras con las que los grupos de poder y los golpistas intentan inmovilizar la voluntad popular a favor de la democracia.
8. Que convocamos a toda la población a mantenerse alertas y ocupar pacíficamente todos los espacios públicos a nuestra disposición, incluyendo los alrededores de la Casa Presidencial en Tegucigalpa, símbolo de la democracia legalmente constituida

Tegucigalpa, 28 de junio del 2009
FRENTE de RESITENCIA POPULAR

Colpo di stato in Honduras: Chavez minaccia un intervento militare



Attilio Folliero - lapatriagrande.org


All’alba, un gruppo di militari è entrato con la forza nella residenza del presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya; lo hanno sequestrato, portato all’aereoporto e fatto salire su un aereo, che si è diretto a San Jose di Costa Rica, dove è stato letteralmente scaricato. Manuel Zelaya in persona dichiarando a Telesur, ha spiegato come si sono svolti i fatti; ha negato di aver chiesto asilo politico al Costa Rica, dichiarandosi “ospite momentaneo” ed ha annunciato che sarà presente alla riunione dei paesi dell’ALBA, prevista per domani a Managua in Nicaragua.
Anche la Ministra degli Esteri, la combattiva, Patricia Rodas, è stata sequestrata e portata in una base aerea militare; al momento non si conoscono le sue condizioni. Gli ambasciatori del Venezuela, di Cuba e del Nicaragua, appena al corrente dei fatti erano andati a portare solidarietà e protezione internazionale a Patricia Rodas, ma i militari, in disprezzo di tutte le norme internazionali, disconoscendo la convenzione di Vienna, hanno sequestrato e maltrattato anche i tre; l’ambasciatore del Venezuela è poi stato rilasciato, in una strada nei pressi della base aerea e si è potuto mettere in contatto con le autoriíta del proprio paese.
Il comando militare, responsabile di questo golpe sembra intenzionato a far giurare come presidente della Repubblica, Micheletti, l’attuale presidente del Congresso Nazionale. A giustificazione del giuramente, adducono la rinuncia del Presidente Zelaya, cosa del tutto falsa e negata dallo stesso Zelaya.
Intanto, in tutto l’Honduras manca la elettricità e la Tv di Stato è stata oscurata. Il golpe è stato prontamente condannato da tutti gli organismi internazionali, dalla Comunità Europea, da Insulsa presidente della OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e dalla presidente cilena Bachelet, attuale presidente di UNASUR, l’Unione degli stati sudamericani.
Honduras è uno dei nove paesi membri dell’ALBA, l’Alleanza dei popoli bolivariani, organizzione di paesi Latinoamericani, fondata inizialemente nel 2004, da Chávez e Fidel Castro, cui si sono aggiunti successivamente altri sette stati, tra cui appunto l’Honduras.
Chavez appena avvertito si è prontamente attivato, consultando tutti i membri della organizzazione ed i principali governanti dell’America Latina. Dalla sua residenza ha responsabilizzato di questo colpo di stato, l’alto comando militare ed avvertito che non avrebbe tollerato un Micleletti presidente; per lui il presidente dell’Honduras è e rimane il presidente eletto, ossia Manuela Zelaya. Ha avvertito, in diretta Tv, che l’Alba, di fronte ad un colpo di stato in uno di paesi membri, non può rimanere a guardare, alludendo anche ad un possibile invio di truppe militari della coalizione per ristabilire l’ordine costituzionale.
Ricordiamo che in Honduras era prevista per oggi una consultazione popolare; non un referendum, ma una sorta di inchiesta per chiedere al popolo se nel prossimo referendum di fine anno, era daccordo con l’aggiungere una ulteriore domanda, concernente la possibilità di chiamare ad una successiva consultazione referendaria per chiedere una riforma costituzionale; ossia una domanda del tipo "Sei daccordo che, nel prossimo referendum venga aggiunta una domanda con la quale chiedere al popolo se è daccordo indire un referendum per chiedere una riforma della costituzione?" è bastata a spaventare l’estrema destra honduregna, di cui i militari golpisti sono solo i portavoci.
Mentre in Honduras migliaia di persone stanno protestando davanti il palazzo presidenziale, chiedendo ad alta voce il ritorno del rpesidente eletto, in tutti i paesi dell’Alba i popoli sono mobilitati; in particolare a Caracas si stanno avendo grandi raduni, sia davanti l’Ambasciata dell’Honduras, che davanti il palazzo presidenziale.
Anche gli Stati Uniti si sono pronunciati, dichiarandosi estranei a questo colpo di stato in Honduras e riconoscendo in Manuela Zelaya il presidente dell’Honduras.

sabato 27 giugno 2009

Un altro ragazzo ucciso dai respingimenti: si chiamava Amir e fuggiva dall'Afghanistan


Un desiderio finito sotto le ruote di un tir
un articolo di Basir Ahang, rifugiato politico e giornalista afghano


Amir, ragazzino afghano fuggito nel 2007 da una devastante guerra ormai trentennale, aveva tentato come molti altri suoi coetanei, di lottare per la propria sopravvivenza.
Dopo sei mesi di viaggio era finalmente riuscito ad arrivare in Grecia. La sua famiglia aveva allora pensato che Amir fosse al sicuro. Anche lui forse era contento e serbava nel cuore la speranza di una nuova vita, una vita migliore, diversa, da ricostruire e poter finalmente "vivere".
Come Amir, altri ragazzi, molti dei quali minorenni, si sentono al sicuro una volta giunti in Europa, è stato infatti insegnato loro, che qui i diritti umani esistono davvero e vengono rispettati. Nulla di più sbagliato.Quasi due anni della sua vita, Amir li aveva vissuti sotto la costante violenza della polizia greca, ma la speranza e la forza lui non le aveva perse.Ogni sera si nascondeva sotto un tir, nell’intento di arrivare in Italia, dopo aver capito che in materia di diritti umani, la Grecia non si poteva considerare Europa.Un suo amico, Hashim, racconta che assieme ad Amir un giorno si erano nascosti sotto un tir, all’arrivo di quest’ultimo davanti al check-in del Porto di Patrasso i poliziotti lo avevano trovato e fatto tornare indietro. Amir, invece, era stao più "fortunato", i poliziotti infatti non si erano accorti di lui e il viaggio era proseguito.Hashim continua, dicendo che quando i poliziotti lo avevano scoperto il suo pensiero era andato ad Amir e alla sua fortuna. Credeva che in Italia almeno lui avrebbe potuto trovare ciò per cui tanto aveva lottato.Hashim piange, non credeva che la vita del suo amico potesse fnire in modo tanto orrendo ed ingiusto, ma da una parte lo invidia: lui almeno non dovrà più provare dolore, sottostare ad ingiusitficata violenza, vivere nel ricordo della guerra.Amir finalmente è in pace, il suo viaggio è finito. Tre volte questo ragazzo era stato respinto dall’Italia. Schiacciato alle ore 15:30 del 23 Giugno 2009 sotto un tir di passaggio ad Ancona, morto dopo una lunga agonia alle 18:30, nell’indifferenza di uno Stato complice. Glielo dicano loro ora, alla sua famiglia che loro figlio è morto perchè qui nessun immigrato è ben accetto, glielo dicano loro che la sua morte è dovuta al suo essere "diverso", "immigrato", "clandestino". La vicenda è avvenuta in seguito alla chiusura del campo di Patrasso, decisa dal Ministro dell’Interno greco per far tacere l’opinione pubblica in seguito alla richiesta di spiegazioni sempre più pressante da parte di stampa, avvocati e Associazioni umanitarie. Ora, i ragazzi che prima risiedevano nel campo, di giorno si nascondono sulle montagne della città, mentre la sera tentano la fuga da un altro Paese che si vuole sbarazzare di loro. Ogni giorno dai Porti di Venezia, Ancona e Bari moltissimi giovani (perchè di giovani e bambini si tratta) vengono respinti verso Patrasso, qui vengono arrestati dai poliziotti greci che li segragano per almeno una settimana in container messi lì appositamente per loro.Container nei quali la polizia può sbizzarirsi per ferocia, utilizzando come sempre l’unico linguaggio universale che conoscono: la violenza.Da qui non è finita, perchè molti ragazzi vengono portati a Komotinì, città greca al confine tra Bulgaria e Turchia, altro "Paradiso dei Diritti Umani". In questa città, infatti, vi è un carcere, nel quale i richiedenti asilo vengono stipati fino a raggiungere un numero sufficiente per spedirli in Turchia e di qui alla volta dell’Afghanistan. La settimana scorsa 115 persone sono state respinte, 70 da Patrasso e 45 da Atene.Tre semplici domande: chi paga il biglietto aereo che respinge questi ragazzi dalla Turchia al loro Paese d’origine? L’Italia, la Grecia, la Turchia, o tutti e tre gli Stati da buoni amici si dividono le spese? E l’UNHCR? E le Nazioni Unite in tutto questo dove sono? Ci sentono? Ci vedono? Perchè la cecità potrebbe essere una comoda scusante, come una vacanza in Libia volendo.

Basir Ahang
Rifugiato politico e giornalista afghano

Lula regala l’Amazzonia ai latifondisti


Approvata la Misura Provvisoria (MP), la Legge del grilagem, che regala il 72% dell’Amazzonia ai latifondisti.


Il presidente Lula ha approvato la Misura Provvisoria (MP) 458, rifiutando solo l’articolo sette che riguarda persone che non abitano nella regione e imprese che sfruttano indirettamente l’area.
Anche se i parlamentari, i ministri e lo stesso Lula dicono che questa legge favorisce i piccoli e medi agricoltori della regione , il 72% di tutta l’area regolarizzata dalla legge é composta da latifondisti.
Per il presidente dell’Associazione Brasiliana della Riforma Agrária (ABRA), Plínio de Arruda Sampaio, la MP 458 ha favorito solo l’agronegozio
"Questa legge è stata fatta per legalizzare le terre rubate in Amazzonia. Chi ha falsificato gli atti di proprietà , i grileiros , ora con titoli regolari venderanno queste terre alle grandi imprese nazionali e straniere, che produrranno soia, canna da zucchero, allevamenti di bestiame e sfruttamento di legname . I piccoli proprietari non riusciranno a restare in una regione dominata dall’agronegozio."
67 milioni di ettari di terra in Amazzonia saranno trasferiti dallo Stato a privati.
Le Aree fino a 1,5 mila ettari, occupate entro il 1 Dicembre 2004, non devono pagare o pagheranno un valore simbolico per l’immobile . Questo rappresenta. il 28% dell’area totale e comprende più del 90% degli immobili.
Chi occupa aree più grandi dovrà pagare il valore di mercato allo Stato.


Aline Scarso, Da Brasil de Fato
Traduzione di Antonio Lupo (comitato MST/Italia)

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!