mercoledì 2 dicembre 2009

La resistenza prevede che si aggraverà la crisi

Sui risultati elettorali

Porfirio Lobo dice che questo giovedì strapperà la discussione per un gran accordo nazionale Continua l'incoerenza nell'indice di astensionismo in Honduras; va da 37 al 65%. Ex candidato: ai golpisti non interessa l'elezione; volevano solo una cifra da esibire al mondo.

Benché il presidente virtuale eletto del Honduras, Porfirio Pepe Lobo, dica che Manuel Zelaya è già storia, non lo sono i suoi rumorosi seguaci. Bandita la sua presenza per le strade la domenica (quelli che hanno osato uscire sono stati minacciati o direttamente bastonati), gli zelayisti escono a mostrare il dito, in una carovana veicolare enorme, che per varie ore ha girato per le strade della capitale . Non siamo golpisti, neanche terroristi!, gridano, mentre mostrano il dito medio, libero dell'inchiostro usato per segnare gli elettori.

Non votiamo, non votiamo!, gridano dalla carovana, strettamente controllati dalla polizia e l'esercito, molto vicini al hotel dove Pepe Lobo si riunisce per molto tempo con un paio di centinaia di giornalisti nazionali e stranieri per fare quello che meglio sa: ribattere a domande senza perdere il suo sorriso Colgate.

La crisi politica del paese è tema del passato, o meglio, un tema di Roberto Micheletti, Manuel Zelaya ed il Congresso. Non è problema del presidente che prenderà la carica tra 58 giorni. Così più o meno continua Lobo a tessere le sue risposte, benché non respinga nessuna domanda e perfino scherzi con i giornalisti, sia che gli facciano domande dure, sia che gli servano da tappeto, come la maggioranza dei colleghi honduregni.

Il riconoscimento si determinerà a poco a poco

Il riconoscimento della comunità internazionale? A poco a poco l'andiamo risolvendo. La restituzione del presidente Zelaya? "È un tema che i due, Micheletti e Zelaya, hanno accettato, firmato, che lo decida il Congresso ... Per me è un caso risolto. Non ho niente a che vedere.”

Un collega brasiliano chiede risposta ad una domanda semplice:

-E' stato un colpo di stato, si o no?

-Preferisco non dirlo. Non farò niente che divida ancora di più l'Honduras.

Ore prima, Manuel Zelaya si riferisce a lui, senza nominarlo, sulla risposta negata nel definire se, per lui, quello successo il 28 di giugno è stato un colpo di Stato: Non risponde perché ha paura dei militari, gli manca il coraggio per esprimersi.

Benché risponda misuratamente alle domande di spagnoli, brasiliani, cileni e dominicani sulle relazioni con i loro rispettivi paesi, fra le righe Lobo esprime qual'è l'unico riconoscimento che gli importa. Ci sono negli Stati Uniti un milione di honduregni i cui invii di denaro sono la principale entrata nazionale, senza contare che 40% delle esportazioni honduregne è al paese del nord, (l'alleanza militare, l'altra parte della relazione più importante del Honduras, non è menzionata dal vincitore delle elezioni).

Per questo motivo è strano che risponda con le stesse superficialità, e gettando la pallina ai liberali, quando La Jornada gli ricorda che questa mattina il sottosegretario del Dipartimento di Stato, Arturo Valenzuela, ha detto che i seggi sono stati solo un passo avanti, ma non sufficiente nella soluzione del conflitto honduregno.

Una Assemblea Nazionale Costituente? Non è prioritaria ed inoltre è stata posta solo per rispondere all'aspirazione personale di una rielezione. Il virtuale presidente eletto evita di dire che lui stesso ha presentato una proposta di Assemblea Costituente quando Zelaya promuoveva la sua.

Benché dica di avere parlato con molti presidenti che gli hanno promesso riconoscimento, si rifiuta di dire chi sono.

In linea con lo sport nazionale di convocare dialoghi che non conducono a nessun parte, come ha fatto Micheletti durante cinque mesi, Lobo annuncia che questo giovedì spingerà la discussione di un grande accordo, un documento che sarà il piano della nazione. Il punto di partenza, afferma, saranno documenti elaborati in anni passati dalla Conferenza Episcopale, la Confraternita Evangelica ed altro fatti durante la conduzione di Victor Meza, ministro del Governo di Zelaya.

Un altro collega spagnolo gli chiede di definire l'umanesimo cristiano che proclama: rispetto alla persona umana, solidarietà, sussidiarietà e bene comune, appunta, accompagnati da libero mercato con responsabilità sociale, non quello che predica il neoliberalismo.

Lobo si congeda, che dopo la notte del suo trionfo ha avuto, come prima attività mattiniera, una riunione con il comando unito delle forze armate, guidato dal generale Romeo Vásquez, esecutore del colpo di Stato.

Il mistero della partecipazione

Assemblea mattiniera del Fronte di Resistenza. Facciamo un appello ai governi e movimenti sociali democratici ed onesti del mondo a respingere i risultati della farsa elettorale ed ad ignorare il preteso governo che si stabilirà a partire dal 27 di gennaio del 2010.

La presenza è maggiore che nelle ultime settimane, e l'ambiente, di festa.

Il fronte ripete che la farsa elettorale montata dall'oligarchia è stata un fallimento totale ed indica l'astensionismo nel 65%.

La domenica, chiusi i tavoli di votazione, e dopo di una lunga attesa derivata da un difetto tecnico, la Corte Suprema Elettorale, TSE, ha terminato dando due cifre sulla partecipazione ai seggi. Una, basata nei suoi dati preliminari, ha fissato l'astensionismo al 37%. Un'altra, del Consorzio Facciamo Democrazia, composto da organismi civili e religiosi, ha dato il 53% all'astensionismo, qualcosa di coerente con la tendenza al ribasso che si registra ogni quattro anni.

Hanno dovuto leggere la lettera perché li hanno finanziati i gringo, ma l'hanno letta con vergogna, dice Carlos H. Re magi, il sindacalista che ha ritirato la sua candidatura indipendente alla presidenza.

Facciamo Democrazia tra i cui membri si trovano organismi cattolici ed evangelici, riceve consulta tecnica dell'Istituto Nazionale Democratico, NDI, ed appoggio finanziario dell'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID).

Queste disparità non impediscono che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti dica che i seggi sono stati negli standard internazionali e si congratuli con il vincitore.

Porfirio Lobo la fa ancora più grande, nonostante che il parere tra i giornalisti stranieri nella sua conferenza sia che la partecipazione sia stata squallida. Lobo dice che ha votato il 72% degli elettori, e inoltre: se si tolgono gli honduregni che vivono negli Stati Uniti che sono nella lista elettorale, la partecipazione supererebbe la barriera dell'80%, il doppio di quattro anni fa, quando egli ha perso nelle urne contro Zelaya.

Non c'è maniera di sapere il dato reale, semplicemente perché nessun organismo internazionale qualificato ha accettato di osservare le elezioni. Pertanto bisogna rimanere col dato di curati e pastori (53% di astensione), o con quello di Pepe Lobo, (28%). Questa disparità (28 -53), deve essere quello che il Dipartimento di Stato considera standard internazionali.

Di questi discorsi ne abbiamo fin sopra i capelli; abbiamo perso cinque mesi senza ottenere assolutamente niente, dice Carlos Humberto Reyes, il candidato presidenziale indipendente che si è ritirato prima delle elezioni, sulla convocazione a tutti gli onduregni del politico nazionalista.

Reyes, la cui fotografia è stata ghigliottinata della scheda elettorale quando ha annunciato il suo ritiro, dice che ai golpisti non importava chi vinceva questa elezione, bensì avere una cifra per esibirla al mondo.

Reyes sa che la comunità internazionale non avrà unanimità rispetto al Honduras. Questo, in ogni caso, non importa ai golpisti. A quella gente l'unica cosa che interessa è il governo degli Stati Uniti, le altre nazioni non li preoccupano molto.

Il leader della resistenza vede avanzare l'aggravamento dalla crisi, perché il governo che seguirà, dice, vuole incrementare le imposte e svalutare la moneta. E lì seguirà la guerra.

La resistenza continua, dicono i suoi leader, ora anche preoccupati di organizzare il loro braccio elettorale, sicuri come sono che quelli che hanno fatto il golpe lo hanno fatto per rimanere al potere.

Durante l'assemblea, il dirigente campesino Rafael Alegría fa un elenco degli abusi della dittatura: interferenze al Canale 36 di Televisione e Radio Globo, presidio militare a Radio Uno e minacci a Radio Progresso. Parla anche di 48 detenuti in San Pedro Sula, quando la polizia ha disperso una marcia la domenica.

Nella stessa linea, Amnesty International, AI, denuncia il caso di Jensys Mario Umanzor Gutiérrez, visto per ultima volta l'alba della domenica a bordo di una pattuglia ed il cui destino si ignora. AI ha accompagnato domenica agli avvocati che hanno tentato di interporre un ricorso di habeas corpus, si sono trovati con tutti gli uffici giudiziali chiusi.

A mezzogiorno di questo lunedì, un'organizzazione locale di diritti umani ha trovato 14 minorenni di età detenuti nel comando metropolitano numero 3, in questa città. I giovani sono stati catturati perché si trovavano a conversare, in gruppi maggiore di quattro, vicino ai centri di votazione della domenica.

Oggi la giustizia è stata assente in Honduras, ha detto a La Jornada, la domenica, Javier Zúñiga, che guidava una delegazione di Amnesty International. Un ingrediente in più dentro gli standard internazionali, è da supporsi.

La carovana continua quando cala la notte. Arrampicata nella parte posteriore di una pick up, viaggia Olga Marina, una signora cinquantenne, robusta, che non si perde una sola attività della resistenza. E non solo perché è zelayista, bensì perché porta sempre con sé la sua scatolina di gomme da masticare e sigarette da vendere. Di quello vive. "Qui stiamo ... con le mani pulite!", grida Olga Marina, e mostra le mani, lasciando vedere anche, nell'avambraccio destro, le cicatrici del giorno di agosto in cui un poliziotto, la lanciò contro un filo spinato. Adesso mi rimarranno per sempre, dice con una risata e si perde verso il centro, al grido di “che ha Mel che la borghesia non può con lui".