martedì 29 dicembre 2009

Note da Il Cairo



28 dicembre 2009

La Freedom March è nata da una proposta di attivisti americani, che per la ricorrenza del primo anniversario dell'Operazione Piombo Fuso, hanno lanciato l'idea di entare a Gaza attraverso il valico egiziano di Rafah per portare solidarietà alla popolazione civile della striscia e chiedere la fine dell'assedio.

A questa convocazione hanno aderito gruppi organizzati, comitati e coordinamenti di tutto il mondo, fino a superare i 1300 partecipanti.

Convinti di arrivare al Il Cairo e da qui muoversi immediatamente per Gaza, ogni gruppo ha organizzato la propria logistica in maniera autonoma. Erano previste partenze il 27 dicembre in giornata, la notte, la mattina del 28 per passare tutti per El Arish e arrivare al valico.

Già il 20 dicembre le autorità egiziane avevano iniziato a comunicare ai vari organizzatori l'impossibilità di passare per Rafah. Una decisione confermata anche in alcune dichiarazioni pubbliche delle autorità egiziane.

A questo punto man mano che i vari gruppi arrivavano nella capitale egiziana si è resa palese la volontà da parte del Governo non solo di impedire l'ingresso a Gaza ma anche qualsiasi attività di denuncia di tale situazione. Un'assemblea che era stata programmata per tutti i partecipanti in un centro dei gesuiti veniva annullata d'autorità, nessuna sala pubblica e privata veniva concessa per svolgere iniziative di incontro di tutte le delegazioni. Insomma le autorità egiziane dimostravano nei fatti la loro capacità di controllo pressoche totale. Per quanto riguarda la possibilità di muoversi con i trasporti collettivi poichè “per motivi di sicurezza” ogni comitiva organizzata, che si sposta fuori dal Il Cairo deve essere scortata dalla Polizia, le autorità, non avendo dato l'autorizzazione a muoversi verso Rafah, di fatto hanno bloccato ogni corriera che era stata noleggiata dai vari gruppi.

Si è creata così una situazione paradossale: le varie delegazioni non hanno avuto un posto in cui incontrarsi tutti, ogni attività collettiva è resa difficile dalla frammentazione delle varie delegazioni.

Il tutto in una città di 23 milioni di abitanti, dove si sente molto bene quanto il controllo capillare sia presente e dove qualsiasi forma di opposizione è assolutamente invisibile.

Una città dove il traffico infernale regna sovrano, dove tutto è “decadente” e la presenza di macerie è “...perchè nel 1992 c'è stato il terremoto”, dove l'estrema riccheza di alcuni quartieri confina con l'estrema povertà della maggioranza degli abitanti. Dove si racconta che migliaia di persone vivono nei cimiteri non avendo altro posto dove stare mentre i cartelloni pubblicitari sono uguali a quelli di qualsiasi città europea o del mondo, gli stessi nomi, le stesse corporation, gli stessi prodotti salvo la scritta in arabo.

I contatti tra le varie delegazioni vengono mantenute da alcuni coordinatori ma la frammentazione che le autorità egiziane impongono non aiuta certo a costruire iniziative e discussioni comuni.

Il 27 si riesce a fare due iniziative: una al mattino sul Ponte 6 ottobre e l'altra la sera all'imbarcadero delle feluche.

La sera una parte della delegazione francese aspetta invano le corriere davanti all'Ambasciata.

Il 28 mattina una parte della delegazione italiana coordinata dal Forum Palestina non solo non vedrà arrivare nessuna corriera ma addirittura la polizia cercherà di impedire l'uscita dall'albergo per raggiungere l'ambasciata italiana ..

Mentre scriviamo anche la delegazione americana, insieme ad altre, ha inutilmente aspettato le “sue” corriere e un altra parte degli attivisti sta svolgendo una Conferenza Stampa davanti alla sede dell'Onu.

Probabilmente nessuna delle varie delegazioni si aspettava una chiusura così netta delle Autorità egiziane. Si pensava che in qualche modo si sarebbe potuto lasciare Il Cairo verso Rafah .. per il momento non è così e nulla lascia presagire un cambio di posizione da parte del governo.

Intanto da quello che si capisce dai giornali locali il Governo egiziano nel ribadire il “suo appoggio illimitato ai palestinesi, nel condannare (!!!) l'assedio alla striscia” conferma l'ampiamente del controllo delle sue frontiere (Rafah compresa) come necessità di sicurezza nazionale.

Formalmente infatti Rafah è un valico solo per i palestinesi (che comunque viene aperto o chiuso in maniera assolutamente discrezionale ..) e ogni altro transito internazionale vi deve passare con l'autorizzazione israeliana oppure transitare dal valico israeliano di Eretz.

Intorno a Rafah l'Egitto sta costruendo un nuovo muro, che dovrebbe svilupparsi anche in profondità che contribuirà all'isolamento ancora più totale della Striscia.

Sempre dai giornali egiziani scopriamo che domani è in arrivo al Il Cairo Netanyahu, il Primo Ministro Israeliano, per riattivare il processo di pace e per discutere la questione dello scambio di prigionieri.

Ancora leggiamo a quattro colonne che oggi Muobarak ha ricevuto con grandi onori il Ministro degli Esteri brasiliano, per la terza volta in quest'anno, per approfondire le relazioni bilaterali, per accrescere gli scambi commerciali tra i due paesi e per discutere di importanti questioni sulla scena regionale ed internazionale d'interesse comune.

Nel contesto globale degli attori continentali ci si incontra e si muovono le proprie pedine mentre la più grande prigione a cielo aperto del mondo, la Striscia di Gaza, continua ad essere chiusa.

A cura di Associazione Ya Basta