martedì 1 marzo 2011

Libia - L 'angoscia di Bengasi

Bengasi
Le esplosioni cominciano alle prime luci dell'alba. Botti in lontananza, dalla parte ovest della città. Continui, martellanti. Fumo nero che si alza. E poi i colpi, secchi, della contraerea. Bengasi si sveglia sotto assedio. Le truppe di Gheddafi sono subito fuori città. Nonostante il cessate-il-fuoco dichiarato urbi et orbi dal ministro degli esteri Moussa Koussa, i soldati lealisti sono avanzati e hanno cominciato a colpire con i razzi dalla parte sud-ovest. Sono arrivati da Ajdabiya, avanzando velocemente sulla strada della costa. «Non abbiamo intenzione di entrare a Bengasi», avevano affermato vari alti papaveri del regime solo l'altroieri.
Eccoli invece in città. Si avvicinano. L'esercito dei rivoluzionari del 17 febbraio alza le barricate. Risponde al fuoco. Fischiano razzi e contraerea. Andiamo a vedere. Facciamo un paio di chilometri. Vicino al fronte un miliziano ci fa segno di no. L'autista fa marcia indietro. Subito dopo si sente un colpo secco di razzo, vicinissimo. Scatta la contraerea. Fuggiamo sgommando a tutta velocità.
Nel cielo volteggia un aereo. Vola dalla stessa parte del mare. Le mitragliatrici entrano in azione. Lo colpiscono. Il velivolo va a fuoco e precipita. Il pilota si lancia con il paracadute. Dalla strada si levano grida di giubilo: "Allah Akbar", Dio è grande. Più tardi si scoprirà che era un mezzo dei ribelli di ritorno da una ricognizione. Secondo fonti del Consiglio nazionale transitorio (Cnt), il governo messo in piedi a Bengasi dopo la rivolta del 17 febbraio, nel corso della giornata due aerei dei "giovani rivoluzionari" sono precipitati: uno è quello che abbiamo visto, colpito da fuoco amico, un altro sarebbe invece caduto per un problema al motore.
Le strade si riempiono di gente che fugge a est, verso la frontiera egiziana. Scappano come possono. In macchina, con i bagagli accatastati sul tetto. In furgoncino. In taxi. Vanno a casa di amici o di familiari. Alcuni dicono che vanno in Egitto. Il prezzo di un taxi collettivo per Tobruk, l'ultima città prima della frontiera egiziana, è schizzato da 70 a 250 dinari (da 35 a 125 euro). La città si svuota: i negozi chiudono. E' difficile anche trovare da mangiare.
Gli insorti si preparano alla battaglia finale: si schierano dietro trincee improvvisate. Preparano bottiglie molotov. Si fanno forza a vicenda. Ma il morale è basso. Solo verso mezzogiorno, c'è una fiammata di entusiasmo. I combattenti cominciano a girare per le strade strombazzando. "Li abbiamo respinti. Sono andati via". "Si sono ritirati a trenta chilometri dalla città". "No, a cinquanta". "Cosa dici? Si sono stabilizzati a dodici chilometri". Le notizie e le smentite si rincorrono. Non si capisce più nulla. I giovani rivoluzionari festeggiano inseguendo le voci di una vittoria che nessuno in realtà è in grado di confermare. Sparano in aria con il kalashnikov. Dicono di aver catturato due carri armati dell'esercito lealista e di averne bruciati altri tre. Ma l'impressione è esattamente opposta: il regime sta tornando. Gheddafi lo aveva detto: "Saremo spietati". "Vi troveremo". "Zenga, zenga, dar, dar", "Strada per strada, casa per casa". I rivoluzionari dicono che stanno vincendo. Ma gli abitanti di Bengasi se ne vanno, temendo la repressione del colonnello.
All'ospedale Jala, vicino al centro, ci sono decine di morti stesi per terra. "Sono ventisei", dice un infermiere. "E centinaia di feriti". Nella battaglia di Bengasi, nei tre ospedali della città sono arrivati settanta morti. Tre cadaveri carbonizzati giacciono sul suolo. Un uomo ha il dito alzato, l'espressione sospesa, quasi fosse stato investito improvvisamente da una grande fiammata. Un altro è un ammasso di carne e interiora, non ha più fattezze umane. E' chiuso in un sacco. In una stanza accanto, i cadaveri in condizioni migliori vengono lavati e messi in un lenzuolo, come prevede il rito musulmano. Un ragazzo ha un enorme buco dove prima c'era l'occhio sinistro. Un altro ha una ferita sul petto, con schizzi di sangue dappertutto che un ragazzo pulisce con una precisione certosina. C'è una confusione incredibile. "Ma che fanno gli occidentali. Quando arrivano?", grida un uomo sulla quarantina, appena entrato all'ospedale.
Un infermiere apre una cella frigorifera. Un lezzo nauseante si sparge per la stanza. L'odore acre della morte vecchia di almeno tre giorni. Dentro, ci sono quattro uomini. "Sono i miliziani di Gheddafi. Sono africani". Hanno effettivamente la pelle nera e i tratti dei sub-sahariani, anche se è difficile stabilire con certezza che non siano libici del sud. Li tengono lì per mostrarli ai pochissimi giornalisti rimasti in città. Per dimostrare che Gheddafi è isolato e che per sparare sul suo popolo può solo usare mercenari.
I cadaveri nel lenzuolo vengono portati fuori. Sono messi in bare di legno e portati via su diversi pick up. Vengono sparati colpi di kalashnikov in onore di ogni shahid, ogni martire della battaglia di Bengasi. All'interno dell'ospedale, ci sono decine di uomini armati. Arrivano ambulanze e feriti in macchina.
Un medico egiziano che è stato nei quartieri bombardati descrive scene raccapriccianti. I morti sono per lo più civili colpiti nelle loro case. In piccole bare, giacciono due bambini di circa dieci anni. Un uomo con il mitra piange in un angolo. "E' il padre?". Non risponde e va via. "Se entrano qui, faranno come ad Ajdabiya", dice sempre il medico egiziano. "Hanno sparato ovunque, senza pietà. Cecchini e soldati. Sono andati strada per strada, casa per casa. Zenga zenga, dar dar". Il bilancio del macello di Ajdabiya, secondo il dottore, sarebbe di 800 morti.
Alla piazza del Tribunale il morale è in caduta libera. Pochissime persone. Solo gli irriducibili. L'atmosfera festosa che c'era 24 ore prima si è trasformata in puro terrore. Dentro il palazzo non c'è anima viva. I membri del consiglio nazionale transitorio non ci sono. Sono tutti in località protette. Dalla facciata dell'edificio è scomparsa l'enorme bandiera della Francia che campeggiava fino a l'altroieri. "Che fine ha fatto?". "Fra un po' la rimettiamo", dicono alcuni signori. "La Francia è nostra amica". Ma intanto l'hanno levata. Aspettano i bombardamenti. Se non dovessero arrivare, gli amati francesi - e la comunità internazionale tutta - saranno i principali traditori del popolo libico, quelli che hanno abbandonato Bengasi al suo destino e alla vendetta spietata promessa dal colonnello Gheddafi.
Ashor Zgogo, uno studente di ingegneria che nei giorni scorsi passava le sue giornate al tribunale, è solo di fronte al Palazzo. Ha lo sguardo spento. "Tutto andrà per il meglio", dice con voce afona, gli occhi pietrificati. "La situazione sul terreno è a nostro vantaggio. Li abbiamo scacciati", ripete in modo meccanico, visibilmente sotto shock per quello che è successo nella mattina e per quello che potrebbe succedere nelle prossime ore. "Ci vediamo domani, ma stai attento", dice con un guizzo di vitalità, prima di ripiombare nel suo stato catatonico.
La televisione di stato libica annuncia che l'ex ministro degli interni di Tripoli, Abdelfattah Younis, passato con i ribelli dopo il 17 febbraio, è tornato all'ovile e ha ripreso le sue funzioni. Al Arabiya e Al Jazeera mandano in onda un'intervista telefonica in cui l'interessato smentisce. Accanto alla guerra sul terreno, sempre più vicina e sempre più pesante, continua a combattersi la guerra dell'informazione. Secondo notizie non confermate, un giornalista della tv irachena Al Hurriya sarebbe stato ucciso da un cecchino. "Era un libico. Lo hanno colpito apposta perché diffondeva la verità", dicono in piazza. Nulla si può verificare. I telefoni sono spenti completamente ormai da due giorni.
Nel pomeriggio la città è vuota. Le truppe di Gheddafi hanno interrotto l'attacco. Forse si sono ritirati, come sostengono gli insorti. Forse hanno ripiegato per colpire di nuovo più tardi, magari nel corso della notte. Ci sono barricate ovunque. Ognuno sembra rispondere per sé. Alcuni miliziani sono amichevoli. Altri un po' più aggressivi. Si sentono ogni tanto spari di kalashnikov, da tutte le parti. Si sparge la voce che uomini di Gheddafi in città, quelli della "Lijan Thauria", i cosiddetti "comitati della rivoluzione" creati dal colonnello in tutta la Libia, siano in strada e sparino all'impazzata sui passanti. Si diffonde il panico. Chi è rimasto, guarda la tv e ascolta la radio. Molti chiedono: "Che ora è a Parigi?". "Quando arrivano?". Il tramonto cala su una Bengasi deserta e spettrale, che aspetta una sola cosa: i bombardamenti degli occidentali. "Se non vengono, siamo finiti", dice un signore sulla cinquantina, l'aria visibilmente preoccupata. Un altro lo guarda negli occhi e gli punta il dito sul petto. "Non c'è nulla da temere. Fra poco arrivano, insh'allah".