venerdì 4 marzo 2011

Messico - A dieci anni dalla Marcia del colore della Terra

L’immagine delle migliaia di basi d’appoggio lungo la strada di San Cristóbal de Las Casas nella nebbia dell’alba che salutano la corriera con i comandanti in partenza per la capitale insieme a tutti noi “internazionali”, penso sia qualcosa che non dimenticherò facilmente. Un saluto dietro cui c’era una scommessa collettiva: il mettersi in gioco per parlare a molti, per partire dalle proprie comunità, dal proprio vissuto per affrontare altri mondi ed altre realtà. Per mettere a disposizione la propria resistenza perché intorno ed oltre ad essa si possa costruire qualcosa di più grande, qualcosa comune.

La marcia del colore della terra per tutti noi nel 2001 era profondamente connessa con la strada del movimento “no global” e quello che di lì a pochi mesi sarebbe stato l’appuntamento delle giornate di Genova.
Avevamo scelto di essere in tanti in Messico con le nostre tutte bianche per dare corpo ad un percorso che ci avrebbe portato nelle giornate genovesi a costruire un cammino comune per disobbedire ad un ordine globale rappresentato dai grandi della terra e dei loro vertici blindati e per affrontare la violenza che ha ucciso il nostro compagno Carlo Giuliani.
Da allora ad oggi sono passati 10 anni di grandi cambiamenti. Viviamo nel tempo della crisi globale, una crisi che è al tempo stesso economica, ambientale, sociale, una crisi senza sviluppo. Viviamo il tempo della violenza di un sistema che tenta di utilizzare la crisi per riprodurre un sistema che garantisca sempre più a chi ha già e sempre più precarietà per tutti.
Se devo riflettere su quello che la marcia del colore della terra ci ha lasciato utile per oggi penso si debba partire da quello che di profondo la marcia è stata: la scelta di mettersi in gioco a partire dalla propria specificità e di porsi il problema della necessità di affrontare una idea generale della società. La consapevolezza che non può esserci nessuna dimensione specifica o soluzione specifica che non costruisce un comune nuovo per tutti.
Dal Chiapas ogni tappa della marcia è stata il modo per incontrarsi e riflettersi e riflettere con altri, altri per colore, per collocazione, per storia di sfruttamento ma anche di ribellione. Tappa dopo tappa conoscevamo una storia del Messico dal basso che nessun libro di storia racconta.
Ed è quello che oggi ancora continuiamo a fare ed a ricercare nella convinzione che nessuno di noi è autosufficiente, che nessuna delle nostre storie da sola costruisce il grimaldello del cambiamento ma solo la forza della ricerca di un comune nuovo che sia resistenza e opposizione e contemporaneamente costruzione di alternativa, può dar vita al mondo diverso che dobbiamo costruire.
La marcia ci parlava e ci parla della necessità di affrontare le sfide, di abbandonare le nostre roccaforti e sicurezze per stringere nuove mani con l’aspirazione di costruire con migliaia di uomini e donne, un futuro diverso nell’ Europa che guarda al Mar Mediterraneo. Allora in quella mattina di nebbia alla partenza da San Cristóbal nessuno sapeva cosa sarebbe successo ma siamo partiti e questo si tratta di fare continuamente: non avere paura di mettersi in cammino perché il cammino si fa camminando.