mercoledì 2 marzo 2011

Odissey Dawn

Odissey Dawndi Augusto Illuminati

21 / 3 / 2011
Il piccolo Satana Gheddafi, falliti incoraggiamenti e aiuti a Ben Ali e alla sua sciampista, si è dedicato con zelo feroce a soffocare la propria rivolta interna. La coalizione occidentale-saudita (Lega Araba ma non Unione Africana), il grande Satana, cerca ora di schiacciare o deformare l’intero e inarrestabile movimento che percorre tutto il Medio Oriente e il Nord Africa e lo fa proprio nel momento in cui la catastrofe giapponese segna i limiti del nucleare e rende preziose le risorse di gas e petrolio. Una nuova guerra coloniale (francese e inglesi, insieme ai sauditi, in primo piano, americani più defilati) è perfetta per cercare di riguadagnare il controllo, calmierare il gas russo, tener lontani dall’Africa i cinesi, svalorizzare energie alternative e biogas. Con il che abbiamo anche spiegato le riserve sull’intervento di Russia, Cina, Germania e Brasile. E l’Italia? Cornuta e mazziata, compromessa prima con Gheddafi e troppo tardi con i ribelli cirenaici, rischia di perdere tutti i vantaggi del passato collaborazionismo e di subire in prima linea l’impatto dei migranti, per esorcizzare il quale si era addivenuti ai più vergognosi accordi con il raìs di Tripoli. Non basteranno 8 miseri Tornado per risalire la china. Che poi il keynesismo militare (cioè la distruzione bellica in funzione anticiclica) sia uno strumento tradizionale per dilazionare la crisi economica è un vecchio espediente. Andiamo con ordine e ignorando i finti dilemmi in cui si macera la sinistra, al riparo della risoluzione 1973 Onu e di Napolitano, che sta surrogando un governo lacerato e ansimante. Ancor più trascurando i (n)eurodeliri di Repubblica che sogna una rivincita della Ue sul bushismo.
Non per teorizzare corsi e ricorsi storici, ma anche il primo cinquantenario dell’Unità d’Italia, marzo 1911, saldò la sua retorica celebrativa al fervore patriottico che accompagnò l’impresa libica dell’ottobre 1911. Lo sventolìo tricolore bi-partisan del 17 marzo sta sfociando in analoghe tentazioni, con il controcanto rissoso e provinciale di una Lega timorosa soltanto del prevedibile afflusso di nuovi disperati e asilanti sulle nostre coste. La Russa e Casini sembrano, in questo inopportuno centenario coloniale, la parodia dei concordanti impulsi nazionalisti e cattolici degli inizi Novecento, mentre purtroppo alla logica di conquista della Banca di Roma corrisponde oggi a rovescio il rischio di estromissione dal gioco di Unicredit, Finmeccanica ed Eni, compromessi con Gheddafi e scalzati dal vivace interventismo anglo-francese (ovvero di altri poli finanziari, della Total e di BP).
Anche lo scenario più ravvicinato suggerisce evidenti analogie. Il meccanismo è sempre quello: un tiranno (dalle origini rivoluzionarie) che controlla un’area strategica rilevante e risulta un ostacolo alle pretese economiche e geopolitiche occidentali e del blocco più conservatore dei paesi arabi (a guida saudita). Ieri Saddam, oggi Gheddafi. Per certi versi funzionò così per l’ex-comunista poi nazionalista serbo assatanato Milosevic in Jugoslavia. Si trae partito da odiose pratiche oppressive (i Kurdi, la Cirenaica, il Kosovo) e si esporta la democrazia bombardando e frammentando il paese. In tutti questi casi l’opposizione all’intervento egemonico “umanitario” ha dovuto prescindere da qualsiasi simpatia per una vittima politica, indifendibile –contro Gheddafi, anzi, i movimenti si erano scagliati quando era ben in auge alla corte di Berlusconi (o Berlusconi alla sua). Aggiungiamo qui che, se nella vicenda italiana il servilismo del Papi nazionale era particolarmente osceno (essendo il raìs libico il suggeritore del copione bunga bunga), non dimentichiamo che i “nobili” Blair e Sarkozy erano altrettanto ammanigliati e il secondo pare avesse pure ricevuto sostanziosi contributi elettorali. Che poi l’invio dei Mirages serva a rilanciare la campagna elettorale francese per il 2012 è di tutta evidenza, complementare alla sostituzione della filo-benalista Alliot-Marie con il rodato e bellicista Juppé e al recupero degli “umanitari” Kouchner e Bernard Henry-Lévy.
Come valutare allora questa guerra e il complesso degli effetti che scatena? E perché, a parte gli scontati temporeggiamenti dell’Onu, si è deciso di scatenarla con tanto ritardo rispetto al momenti in cui è apparso chiaro che la vicenda libica non seguiva lo stesso percorso di Tunisia ed Egitto, ma si invischiava in un conflitto tribale con palesi prospettive di separatismo territoriale (e pur minime tracce di fondamentalismo senussita)? La decisione di intervenire all’ultimo minuto, ammanettando quindi gli insorti sconfitti alla causa occidentale e saudita, è stato probabilmente dettata da due ordini di fattori: la presa d’atto, dopo il collasso delle centrali atomiche giapponesi, delle buie prospettive di una politica energetica nucleare, che ha rivalutato in automatico l’importanza del controllo sulle risorse di gas e petrolio, la paura per il diffondersi dei tumulti in tutto il mondo arabo, in particolare nello Yemen e ai margini dell’Arabia saudita (Bahrein, Oman), tanto più insidioso in quanto spesso sotto il segno di una rivolta sciita sostenuta dall’Iran. I bombardamenti sulla Libia suonano anche da ammonimento a Teheran e sono una boccata d’ossigeno per Israele. Che poi la no-fly zone sarebbe opportuna anche per Gaza e che bisognerebbe arrestare l’invasione saudita in Bahrein o le stragi nello Yemen resta, in termini geopolitici, un mero auspicio, ma pur sempre un’efficace replica al moralismo con cui la stampa italiana condisce la brutalità della guerra.
Il tardivo e ondivago sostegno italiano alla guerra (dall’iniziale «non disturbiamo Gheddafi» del compagno di merende Berlusconi e del suo Leporello Frattini alla successiva offerta delle soli basi agli ardori bombaroli del maestro di sci che ci ritroviamo agli Esteri e di La Russa per l’occasione in sahariana) rientrerebbe nella peggior tradizione nostrana del cambiar casacca, se non rivelasse alcune contraddizioni significative. La più vistosa è quella del rapporto fra Pdl e Lega; quest’ultima si è dissociata con argomentazioni demagogiche e odiose (ci rubano il petrolio –cosa vera– e ci riempiono di immigrati che il resto d’Europa non vuole prendersi), ma si è dissociata. Scegliendo, contro Inghilterra e Francia, una linea “tedesca”. Badate bene, non solo privilegiando un principio di precauzione sull’intervento, ma aderendo alla scelta di fondo della Merkel sulle energie alternative. La retromarcia di Tremonti sul nucleare è nettissima: se puntiamo sul sole e sul vento, è insensato combattere per il controllo del petrolio e ci risparmiamo le spese per lo smantellamento delle centrali atomiche e lo smaltimento delle scorie, correggendo così i confronti internazionali sui deficit e sui Pil. Per un Berlusconi sempre più inviso agli Usa e ormai aggrappato solo al “neutrale” Putin non è un bel segnale, sebbene il chiasso giapponese e libico e il clima emergenziale di guerra possano servire nel breve periodo a distrarre gli italiani dagli scandali di Arcore e dai processi. Sull’interventismo “legale” della sinistra sarebbe carità tacere, se non per rimarcare come il suo tardivo patriottismo “costituzionale” (ma l’art. 11?) torni a gravitare sull’asse anglo-americano più che tedesco –a differenza dalla guerre balcaniche– e non prometta alcuna unità interna del Pd. In realtà chi più si avvantaggia dell’eclettico consenso bi-partisan a doppia colonna sonora (Mameli e Nabucco) è il centro di Fini e Casini. Corsi e ricorsi storici, ancora: la guerra di Libia del 1911-12 fece confluire cattolici e nazionalisti e indusse Giolitti al patto Gentiloni per strappare un parziale consenso agli elettori cattolici...Ironie sempre della signora storia: allora il Banco di Roma, da lunga pezza colluso con il corrotto Giolitti, promosse la conquista della Libia, oggi, confluito in Unicredit, vede una bella presenza di capitale libico (e personale del clan Gheddafi) che orienterà le scelte future del governo...
Che fare? Lasciamo alle anime belle l’illusione che si tratti di un intervento mirato e di breve periodo. Questa è solo l’alba di una lunga Odissea. Occorrerò una mobilitazione antagonista di ampio respiro. Il no alla guerra coloniale e il sostegno agli insorgenti di Benghazi, Sana’a e del Bahrein, ai moti di Algeria e Marocco, agli oppressi in Palestina e alle contraddizioni tuttora aperte in Egitto e Tunisia, devono entrare organicamente nel discorso sullo sciopero generale del 6 maggio e sui referendum di giugno, così come una drastica revisione della politica delle quote e dei permessi di soggiorno, la più solidale accoglienza ai migranti (altro che blocco di Lampedusa, Cie e terrorismo leghista!), la definizione giuridica del diritto d’asilo e il blocco della deportazione degli asilanti nel villaggio di Mineo nonché un’effettiva estensione della cittadinanza secondo il diritto del suolo devono costituire parte integrante di una politica alternativa al governo attuale e a quelli futuri di centro-destra. Questi sono i contenuti del nostro tumulto, della risposta della costa nord a quanto avviene sulla costa sud-est del Mediterraneo. La cooperazione delle lotte contro l’intervento degli aerei e delle cannoniere, un modello moltitudinario contro la velleitaria riproposizione di logiche sovrane e coloniali, una via di uscita dalla crisi che non sia la spesa militare a perdere e il controllo delle fonti di energia.