mercoledì 13 maggio 2009

Premiando le trasnazionali dell’epidemia

Nonostante la manipolazione dell’informazione da parte di autorità e industria, non si può nascondere che l’attuale virus dell’influenza porcina (adesso genericamente chiamato dell’influenza A/H1N1) ha la sua origine nella produzione industriale degli animali.
Di seguito l'articolo di Silvia Ribeiro uscito su La Jornada


Las autoridades conocían la amenaza de pandemia, pero no dieron importancia a los avisos de instituciones científicas y organizaciones sociales para no interferir con los intereses económicos de la gran industria alimentaria agrícola y pecuaria y de las trasnacionales farmacéuticas y de biotecnología que lucran con las enfermedades. Para ello son útiles los enfoques fragmentarios que no cuestionan las causas del problema: medidas de emergencia cuando los muertos y enfermos no se pueden obviar, mientras se afirma que la crisis se resuelve con más tecnología controlada por las multinacionales. Si hay nuevos virus, se encontrarán nuevas vacunas -patentadas y vendidas por las empresas. Aún si se encontrara una vacuna contra el virus más reciente, la cría industrial de animales sigue siendo una bomba de tiempo para la creación de otros nuevos virus.
El precursor más cercano del virus de influenza porcina que ahora se expande por el mundo se detectó en las granjas porcícolas de Estados Unidos desde 1998. Provenía de la familia de virus H1N1, causante de la gripe de 1918. En 1998 recombinó con segmentos de virus de gripe aviar y humana, además de otras cepas de gripe porcina, una recombinación triple de la que no había registros anteriores. Esto alarmó a los investigadores por el potencial de seguir mutando y convertirse en gripe humana y/o mucho más patógena.
En 1999 ese virus ya estaba presente en 20.5 por ciento de los cerdos industriales de 23 estados de Estados Unidos, según reportó ese año la publicación Journal of Virology. Varios autores y publicaciones científicas advirtieron en los años siguientes que estos virus seguían recombinándose en los establecimientos industriales de cría de porcinos, donde circulan muchas cepas diferentes, que luego se diseminan a través de largos transportes nacionales e internacionales de animales y personas en contacto con ellos. Tanto humanos como animales pueden ser portadores de los virus aunque no manifiesten la enfermedad. Paralelamente, las cepas de gripe humana también recombinaron, al igual que las de gripe aviar -produciendo por ejemplo, la "famosa" gripe aviar H5N1, causada igualmente por condiciones industriales de cría.
Por todo esto, científicos advirtieron que la amenaza de crear una cepa de virus que afectara y se trasmitiera entre seres humanos era inminente. Se confirmó con la actual epidemia y puede suceder nuevamente: las causas siguen intactas.
Los virus de la gripe fácilmente recombinan, pero ciertas condiciones hacen que el proceso se acelere: la creación de resistencia dentro del organismo infectado, o que dos o más cepas diferentes infecten un organismo al mismo tiempo.
Ambas condiciones son cotidianas en las granjas industriales. Por la cantidad y hacinamiento de animales, la atmósfera infecta y calurosa, siempre hay distintas cepas que circulan y pueden infectar a un animal simultáneamente. Por eso les dan vacunas masivamente, que crean resistencias y como respuesta, los virus cambian. El contacto entre cerdos, aves de criadero y silvestres, insectos, microbios y humanos es permanente e inevitable dentro y a partir de los establecimientos, promoviendo la recombinación de cepas de diferentes especies. Los estresados animales reciben además hormonas, antibióticos y son rociados regularmente con insecticidas, lo que debilita su sistema inmunológico y provoca el aumento de medicamentos. Todo esto, junto a miles de toneladas de estiércol, va a los estanques de oxidación de las granjas, contaminado aguas y aire. De modo semejante ocurre en Granjas Carroll (denunciada como uno de los focos de origen de la epidemia en México) y en otras instalaciones de la misma Smithfield, Tyson, Cargill y otros grandes criadores.
La Organización Mundial de la Salud conoce bien este panorama, por lo que es una vergüenza que haya cambiado el nombre de gripe porcina (que también asuela a humanos) al neutral "influenza A/H1N1", para desvincular a las empresas de cría industrial de cerdos de lo que realmente son: causantes de la epidemia.
Igualmente absurdo es que el gobierno de México subsidie a los criadores industriales de cerdo asignando mil millones de pesos para que la industria se pueda resarcir de las pérdidas económicas por la epidemia que ellos provocaron. Siete empresas porcícolas trasnacionales -o asociadas a grandes criadores mexicanos-, entre las que se encuentra Granjas Carroll, tienen 35 por ciento de la producción porcina en México.
Además de crear catástrofes de salud y ambiente, estos oligopolios y sus granjas masivas han perjudicado seriamente a los criadores campesinos y de pequeña escala de cerdos y pollos. Allí también puede haber virus, pero es difícil que se encuentren varias cepas al mismo tiempo, y aún si así fuera, nunca crearán una epidemia porque son pocos animales en un espacio separado de otros.
En lugar de atacar las causas de la epidemia, se premia a los que la producen.

martedì 12 maggio 2009

A Sud di Lampedusa

Intervista a Stefano Liberti*

Barconi di disperati che fuggono da guerre e carestie ma vengono rispedite indietro dalla Guardia Costiera italiana, su deciso incipit del governo. E’ la prima volta che non si rispetta il principio di non respingimento. Un fatto grave che mette non solo in discussione i principi della Convenzione di Ginevra, ma va a ledere la dignità di tutte le parti coinvolte. Una operazione che oltre a tutto non riduce né elimina il problema degli arrivi nel nostro Paese, perché, e questo è un dato indiscutibile, la maggiore parte di coloro che entrano nel nostro Paese lo fanno per altre vie, e coloro che arrivano via mare sono una minoranza. Insomma, questo crudele procedimento appare più un atto propagandistico che altro. In queste settimane Stefano Liberti, giornalista de "Il Manifesto", ha avuto modo di vedere da vicino quanto accade sulle coste di Libia, Sicilia e Malta. A margine di questa intervista, siamo tornati, con il nostro ospite, a occuparci della pirateria nei mari di fronte alla Somalia. Un fenomeno molto più complesso di quanto ci venga descritto, e che spesso è l’unico argine allo scarico di rifiuti tossici in quelle acque o alla pesca di frodo, che per anni ha imperversato. Non c’è solo una verità, dietro a questi attacchi, ma una realtà difficile da codificare ma che ci fa intendere che questa sia una vertenza assolutamente aperta.
Ascolta l'intervista Stefano Liberti fatta da Ivan Grozny

* giornalista e scrittore. Nell’aprile 2008 ha pubblicato il libro "A sud di Lampedusa. Cinque anni di viaggi sulle rotte dei migranti" da cui è stato tratto anche un documentario diretto da Andrea Segre di cui si possono vedere dei frammenti sul sito FortressEurope.
Foto di Mashid Mohadjerin

Gerusalemme - Prima tappa del viaggio di Benedetto XVI

"E’ arrivata l’ora che papi e presidenti, ambasciatori e dignitari assortiti smettano di parlare inutilmente e dicano se sono realmente disposti a fare qualcosa di serio in favore della pace. La retorica vuota non può nascondere che l’occupazione continua con tutta la sua forza". Scrive Zvi Schuldiner sulle pagine del Manifesto. Non è difficile chiedersi assieme a lui che cosa vedrà il Papa in Terrasanta. Riflettori puntati su questo viaggio che farà tappa nei territori occupati solo mercoledì 13 maggio. E che non raggiungerà mai la Sriscia di Gaza. Per questioni di sicurezza, sottolineano da Israele. Quella stessa sicurezza eretta a giustificazione per la costruzione del muro dell’apartheid. Emblema quotidiano della oppressione esercitata dal govreno israeliano sulla popolazione palestinese. Che divide, villaggio dopo villaggio i palestinesi dalle loro terre, dalle loro famiglie, dalle loro scuole e dagli ospedali. Ogni venerdì nel villagio di Ni’lin gli abitanti supportati dagli attivisti internazionali manifestano contro quello che è stato definito "il muro dell’apartheid". Il primo maggio scorso un’ora prima della consueta manifestazione l’esercito israeliano è entrato nel villaggio attraverso i campi. I soldati hanno tentato di occupare con la forza due abitazioni, per l’utilizzarle come postazione. Durante il loro tentativo, una ragazza di 10 anni è stata ferita da una granata assordante. Altre 22 persone sono rimaste ferite durante la dimostrazione, 4 sono stati colpite da proiettili di acciaio rivestiti di gomma, 4 sono state colpite da gas lacrimogeni e 12 hanno dovuto essere visitate dai medici a causa delle inalazioni di gas lacrimogeni.
Intervista con Michele Giorgio, corrispondente per Il Manifesto, per il Medio Oriente. [ audio ]

Quel che il papa vedrà in Terrasanta


di Zvi Schuldiner
A Amman il papa ha chiesto ai cristiani di restare in Terrasanta. E’ più di un interessante preludio al suo arrivo in Israele, luogo in cui questo richiamo può sollevare innumerevoli riflessioni. E’ un richiamo più che significativo dal momento che poche ore dopo le sue parole in Giordania, arriva in Israele e viene ricevuto da una comitiva in cui spicca il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, uno che vorrebbe vedere Israele libero da tutti i suoi cittadini arabi, siano essi musulmani o cristiani. Un papa controverso, che sembra portare la chiesa verso un passato più che conservatore, che ha fatto tornare nella chiesa Williamson e i suoi simili, inizia il suo viaggio in Israele dallo Yad Vashem. Ma l’importante sarebbe sapere se oltre ai simboli e alle dichiarazioni, questa chiesa sia realmente disposta a trarre lezioni dal passato. Sarebbe importante sapere se il papa stia abbandonando la linea che l’ha portato a far tornare Williamson, da una parte, e alle sue discusse e dannose osservazioni sull’islam dall’altra. Il papa chiama i cristiani a restare nel paese. Arriverà a Betlemme in elicottero e non avrà quindi il piacere di un incontro diretto con il muro dell’odio, che rende un vero inferno la vita dei palestinesi. Chiede la pace in giorni in cui il governo di Benjamin Netanyahu raddoppia gli sforzi per costruire colonie nei territori occupati. Il presidente Peres che lo riceve con magniloquenti frasi in latino è ormai solo un agente della propaganda del governo – come lo era ai tempi di Sharon – e ciò non può nascondere l’essenza della questione. E’ arrivata l’ora che papi e presidenti, ambasciatori e dignitari assortiti smettano di parlare inutilmente e dicano se sono realmente disposti a fare qualcosa di serio in favore della pace. La retorica vuota non può nascondere che l’occupazione continua con tutta la sua forza. I cristiani che secondo il richiamo del papa dovrebbero restare in Terrasanta sono soggetti, come il resto dei loro connazionali palestinesi, ai rigori e all’oppressione dell’occupazione israeliana. Il muro che il papa potrebbe non arrivare a vedere li separa dalle loro terre, dalle loro famiglie, dalle loro scuole e ospedali. Il papa ascolterà così tanti cori e discorsi e orchestre che non riuscirà a sentire i bulldozer che distruggono le case dei palestinesi nella non molto santa Gerusalemme. Dovrebbe sapere, il papa – e sarebbe utile sentirglielo dire – che l’occupazione non discrimina: rende infernale la vita di tutti i palestinesi, senza distinzione religiosa. Certo sarebbe straordinario arrivare alla pace, ma nel frattempo per loro è urgente una revisione della politica israeliana, è urgente un forte cambiamento dell’arena internazionale che fomenta la presente situazione e le permette di perpetuarsi. Sì, la televisione, la stampa, i tromboni e tutti i rumori naturali delle grandi feste: sembrerebbe che siamo un’altra volta davanti a una svolta, a grandi frasi, grande retorica. E la pace è ogni volta più lontana, manca qualsiasi contenuto reale. C’è da sperare che la visita del papa non diventi un altro contributo al teatro delle grandi parole dietro le quali si nasconde il nulla, dietro le quali continua un conflitto sanguinoso che reclamerà altre vite nella prossima esplosione di violenza.
Fonte: Il Manifesto

PRESIDIO ANTIRAZZISTA


Mercoledì 13 Maggio alle ore 17, in via Toledo (altezza Ponte di Tappia - Largo della Feltrinelli) presidio antirazzista contro l'approvazione del DDL "sicurezza" e le deportazioni di profughi operate dal governo Berlusconi. Per Nabruka Mimuni morta nel CIE di Ponte Galeria e per ricordare il pogrom dei campi rom di Ponticelli esattamente un anno fa.
In queste settimane abbiamo avuto una traccia feroce del paese in cui si sta trasformando l'Italia: mentre continua incessante la campagna mediatica di stampo razzista, il governo approva con la fiducia un disegno di legge che inasprisce le norme per gli immigrati con dispositivi di autentica apartheid e centinaia di naufraghi vengono riportati in Libia in sfregio alle norme di diritto internazionale. Negli stessi giorni Nabruka Mimuni, una donna che era in attesa di essere espulsa, si è tolta la vita nel CIE di Ponte Galeria (Roma) temendo per il destino che la attendeva!

Proprio un anno fa, il 13 maggio del 2008, la città di Napoli è stata teatro di un orribile "pogrom", a colpi di spranghe di ferro e bottiglie molotov, contro le misere baracche di una comunità rom che da alcuni anni si era insediata nei pressi di via Argine a Ponticelli. Un episodio infame le cui immagini hanno fatto il giro del mondo e che bruciano ancora nella nostra memoria e coscienza civile, come le fiamme che hanno distrutto quelle abitazioni.Un dramma che non è rimasto un evento isolato ma ha significato l’inizio di una serie di avvenimenti contro gli immigrati, a Napoli e nell’hinterland napoletano: dall’incendio doloso ed il successivo sgombero dell’edificio occupato dagli immigrati e rifugiati africani di via Trencia a Pianura, vicenda che portò gli immigrati ad occupare il Duomo per costringere il Comune di Napoli ad una soluzione abitativa oggi ancora transitoria, alle aggressioni a sfondo razzista nei confronti della comunità di immigrati di via dell’Avvenire a Pianura, pilotate da personaggi della destra napoletana; infine il massacro dei sei lavoratori immigrati a Castelvolturno per la strategia stragista di una parte del clan dei casalesi.Tutti questi episodi sono apparsi, ed appaiono tuttora, avere come filo conduttore interessi trasversali, immobiliari e speculativi, che affondano le radici nel malaffare e nella collusione camorristica, da parte di chi ha usato il paravento del razzismo per nascondere la verità agli occhi di una opinione pubblica accecata dalle campagne mediatiche che sempre più insistentemente agitano il fantasma della xenofobia e dell’intolleranza razziale. Ma lo sfruttamento e la discriminazione trovano sempre più una giustificazione e una copertura istituzionale nel nostro paese! Gli immigrati diventano così i capri espiatori della crisi, dell'insicurezza economica e sociale, mentre c'è chi fa enormi profitti grazie proprio alla ricattabilità dei migranti. Non basta più denunciare l'apartheid o la demagogia nascosta dietro i provvedimenti di espulsione di migranti , occorre invece sollevare con forza la questione del riconoscimento dei diritti di cittadinanza per i cittadini immigrati e il rispetto di tutti i trattati internazionali che vincolano rigidamente al rispetto dei Diritti Civili e politici ovunque essi siano minacciati ed in ogni posto possano essere difesi, dovendo essi valere universalmente.

PER FERMARE LO SCEMPIO UMANITARIO DEI RIMPATRI DI MASSA, PER CONDANNARE ANCORA UNA VOLTA IL RAZZISMO DEL “PACCHETTO SICUREZZA” PERCHE' LA CITTA' DI NAPOLI NON DIMENTICHI MAI PIU' IL POGROM DI PONTICELLILE ASSOCIAZIONI ED I CITTADINI ANTIRAZZISTI SARANNO PRESENTI MERCOLEDI’ 13 MAGGIO A VIA TOLEDO ALLE 17, ALL'ALTEZZA DI VIA PONTE DI TAPPIA, PER DENUNCIARE LE POLITICHE DISCRIMINATORIE E XENOFOBE DEL GOVERNO BERLUSCONI

Turchia, condannato il sindaco di Sur per “propaganda terroristica”

Abdullah Demirbas, sindaco del distretto di Sur (Diyarbakir), è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione per essersi riferito ad Abdullah Ocalan - leader in carcere del Partito dei lavoratori del Kurdistan - con l’appellativo di “signore”. Secondo l’agenzia Dicle News (Diha), nel corso di un’intervista alla emittente kurda in Danimarca Roj Tv Demirbas denunciò "gli attacchi alla lingua, alla identità e alla cultura kurda” , sottolineando “l’importanza per i kurdi delle idee del signor Ocalan”. A detta della magistratura turca, le dichiarazioni incriminate configurano il reato di “propaganda a favore di un’organizzazione terroristica”. In precedenza, e su decisione del ministero dell’Interno di Ankara, Demirbas era stato rimosso dalla carica di sindaco, in quanto la sua municipalità aveva fornito dei servizi pubblici in più lingue in modo da andare incontro alle esigenze della popolazione di Diyarbakir, in maggioranza kurda. Dopo il provvedimento del governo centrale, Demirbas si era ricandidato alla poltrona di sindaco ed era stato nuovamente eletto nelle consultazioni dello scorso 29 marzo. L’ultima condanna decisa dalla magistratura turca ha suscitato le proteste di diverse organizzazioni umanitarie. L’Associazione per la solidarietà con gli oppressi e per i diritti umani (Mazlumder) ha protestato contro la sentenza e contro alcuni recenti pronunciamenti che hanno colpito altri sindaci legati al filo-kurdo Partito della società democratica (Dtp). In tutti e tre i casi – afferma Mazlumder – i soggetti sono stati puniti per l’espressione pacifica delle poche idee, determinando così una violazione della libertà di espressione.

lunedì 11 maggio 2009

Respingimenti in Libia - Oltre 500 e tutti illegali

A cura dell’ Avv. Alessandra Ballerini

In questi giorni diverse imbarcazioni cariche di migranti sono state "soccorse" dalle motovedette della guardia costiera italiana nelle acque del canale di Sicilia. Il ministro Maroni, con la benedizione del premier, dice di voler ricondurre direttamente in Libia tutti i migranti che stanno tentando di arrivare e che arriveranno a largo delle "nostre" coste. E questo nonostante il ministro non possa ignorare che tra i naufraghi vi sono molti richiedenti asilo, ma nessun cittadino libico. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati nel comunicato del 8/5/2009 "ritiene probabile che tra le persone respinte ci siano individui bisognosi di protezione internazionale; nel 2008 il 75% di coloro che sono giunti in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo".Questa indiscriminata deportazione di massa (mentre scrivo il Tg dichiara che sarebbero 500 i profughi coattivamente riportati in Libia negli ultimi 4 giorni) viola la nostra costituzione (il perfetto art. 10), il diritto internazionale (convenzione di Ginevra e Convenzione Europea per i diritti dell’Uomo) ma persino gli stessi accordi tra Italia e Libia che non risulta prevedano la “riammissione” in Libia di immigrati fermati da mezzi italiani nelle acque internazionali, ma solo il “pattugliamento congiunto”.
Questa illegale e sciagurata tecnica di deportazione di massa di migranti era già stata tentata dal Governo italiano nel 2005. L’Italia in quella occasione era stata condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo proprio perché aveva effettuato dei respingimenti collettivi dei migranti sbarcati a Lampedusa verso la Libia.Un precedente che il Ministro Maroni sembra ignorare. Come sembra ignorare che la Libia non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951 e dunque l’improbabile presenza di un centro per rifugiati (che il ministro asserisce essere stato costruito ultimamente a Tripoli ma di cui non vi traccia nelle cartine ) non rassicura minimamente circa le sorti dei profughi deportati a forza in un Paese che non riconosce il diritto di asilo e che è noto per le violazioni del diritto umani che si commettono quotidianamente ai danni dei migranti, come documentato tra l’altro dai report raccolti su Fortress Europe
Il 10 maggio di quattro anni fa la Terza Sezione della Corte Europea per i diritti dell’uomo, con un provvedimento d’urgenza, sospendeva l’espulsione di 11 immigrati che avevano avuto la fortuna di giungere vivi nel precedente mese di marzo a Lampedusa. La Corte aveva ordinato all’Italia di fornire spiegazioni sulle procedure di identificazione ed espulsione adottate, sulla presentazione eventuale di richieste d’asilo da parte degli immigrati respinti e sullo status delle loro domande. Numerosi parlamentari dell’opposizione e associazioni come il Cir e Amnesty International avevano censurato tali respingimenti, parlando di espulsioni collettive, vietate dal diritto internazionale.Particolari critiche aveva suscitato la politica italiana di collaborazione con la Libia “E’ la prima volta – commentavano le onorevoli Tana de Zulueta e Chiara Acciarini - che uno stato europeo viene sanzionato per espulsioni verso un terzo paese, qual è la Libia, che non sia quello di origine degli immigrati. La Corte con le sue decisioni, vincolanti per l’Italia, ha di fatto bocciato l’accordo tra Italia e Libia... La decisione della Corte dimostra come le espulsioni sommarie attuate più volte avvengano al di fuori della legalità e delle norme internazionali del diritto d’asilo..".
La Corte europea dei diritti dell’uomo il 10.5.2005 adottava un provvedimento d’urgenza sulla base dell’articolo 39 del suo regolamento, indicando al governo italiano che, "nell’interesse delle parti", "non deve espellere" undici ricorrenti tra i migranti giunti a Lampedusa e trattenuti nel Cpt di Crotone. La decisione della Corte accoglieva la richiesta contenuta nel ricorso che avevamo presentato il 1° aprile del 2005 a nome di 79 migranti incontrati nei Cpt di Lampedusa e Crotone. In particolare nel ricorso presentato alla Corte ricordavamo che, come noto, la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati e, pur avendo ratificato la Convenzione contro la tortura e gli altri trattamenti o pene crudeli, inumane e degradanti il 16 maggio 1989, non ha riconosciuto la competenza del Comitato da essa istituito a ricevere ed esaminare ricorsi individuali ai sensi dell’art. 22 della Convenzione e che "negli ultimi tempi, anche per effetto del riavvicinamento politico-diplomatico con l’Europa, la Libia ha avviato una strategia di contenimento dei flussi di profughi estremamente rigorosa che viene attuata nel più completo dispregio di ogni elementare garanzia dei diritti fondamentali della persona e soprattutto che non tiene conto minimamente dei pericoli cui i singoli profughi possono essere esposti nei Paesi dove vengono rinviati". Queste considerazioni valgono oggi come ieri.
Ed ancora si evidenziava alla Corte come, contrariamente alle rassicurazioni fornite dal Governo italiano, la maggior parte dei profughi rimpatriati in Libia, venivano trattenuti dalle autorità di quel Paese nel campo di detenzione di Al Gatrun, situato in pieno deserto, e poi rispedite nei relativi Paesi di origine non già in aereo ma con mezzi di fortuna che attraversano il deserto libico fino al confine nigeriano. A questo proposito, ricordavamo l’accurato reportage di Fabrizio Gatti pubblicato su L’Espresso del 24 marzo 2005, nonché il servizio trasmesso nel corso del programma televisivo Ballarò (RAI 3) del 21 dicembre 2004.
Sempre nel 2005 in sede comunitaria vi era stata una vera rivolta da parte delle organizzazioni non governative e da alcuni eurodeputati per fermare le espulsioni collettive verso la Libia.Un primo appello-denuncia, sottoscritto da dieci ONG, era stato trasmesso alla Commissione Europea dopo i rimpatri di massa di ottobre, con la richiesta di adottare delle sanzioni nei confronti dell’Italia.
Il 21 marzo 2005, Amnesty International si rivolgeva al Commissario Frattini, sottolineando i rischi cui erano sottoposte le persone forzatamente rimpatriate in Libia.
Nel ricorso presentato alla Corte Europea nell’interesse di quei 79 migranti (fortunati, rispetto ai 500 profughi respinti in questi giorni in Libia, perchè sono almeno riusciti a toccare il suolo italico e parlare con parlamentari e avvocati ed esercitare, seppure in maniera assolutamente fortuita e parziale, i loro diritti), lamentavamo in particolare la violazione degli artt. 2 e 3 della Convenzione in ragione del rischio che i ricorrenti, se rimpatriati in Libia, muoiano o vengano sottoposti a torture o ad altri trattamenti inumani o degradanti in Libia o a causa anche delle modalità del loro trasferimento verso il confine nigeriano in vista del successivo rinvio nei rispettivi Paesi di origine (ove pure potrebbero configurarsi, a seconda dei casi, rischi per la loro incolumità fisica). Di conseguenza, il loro eventuale respingimento in Libia si poneva (allora come oggi) in contrasto anche con gli obblighi in materia di rispetto della vita umana derivanti dall’art. 2 della Convenzione.
Veniva altresì rappresentata alla Corte Europea la violazione dell’art. 4 del Protocollo n. 4 che sancisce in termini assoluti il divieto di espulsione collettiva degli stranieri. Secondo la giurisprudenza della Corte, per espulsione collettiva si deve intendere “toute mesure contraignant des étrangers, en tant que groupe, à quitter un pays, sauf dans les cas où une telle mesure est prise à l’issue et sur la base d’un exame raisonnable et objectif de la situation particulière de chacun des étrangers qui forment le groupe”. Cela ne signifie pas pour autant que là où cette dernière condition est remplie, les circonstances entourant la mise en œuvre de décisions d’expulsion ne jouent plus aucun rôle dans l’appréciation du respect de l’article 4 du Protocole n° 4» (cfr. sentenza 5 febbraio 2002, Conka e altri c. Belgio, § 50).
Ebbene, la modalità con cui le autorità italiane stanno procedendo (oggi in maniera ancora più evidente di quanto avveniva nel 2005) alla deportazione di massa di centinaia di persone neppure mai sbarcate in Italia e quindi non identificate, costituisce indubbiamente un’espulsione "collettiva”, contraria al divieto imposto dall’art. 4 del Protocollo n. 4. In particolare, è evidente che le autorità italiane non hanno effettuato (nè in questi giorni nè nel 2005) una specifica valutazione delle posizioni soggettive ed una distinta procedura di identificazione delle singole persone interessate.
Nel 2005 eccepivano altresì davanti la Corte Europea la violazione dell’art. 13 della Convenzione perché ai ricorrenti era negata la possibilità di entrare in contatto con un avvocato di fiducia e di avvalersi efficacemente delle procedure previste dal diritto interno per contestare la legittimità del loro rimpatrio. Il diritto tutelato dall’art. 13 della Convenzione infatti ha come contenuto imprescindibile il diritto a non vedere pregiudicata irreversibilmente la propria condizione prima che l’autorità giudiziaria abbia potuto decidere sulla sussistenza delle violazioni denunciate. A questo proposito, la costante giurisprudenza della Corte ha ritenuto che l’assenza di effetto sospensivo dei ricorsi interni esperibili avverso provvedimenti di espulsione o di estradizioni costituisca una violazione dell’art. 13 della Convenzione (cfr. sentenza 5 febbraio 2002, Çonka c. Belgio, § 79, sentenza 11 luglio 2000, Jabari c. Turchia, § 50, e sentenza 15 novembre 1996, Chahal c. Regno Unito, § 145, dove si afferma che “the notion of an effective remedy under Article 13 requires independent and rigorous scrutiny of a claim that there exist substantial grounds for fearing a real risk of treatment contrary to Article 3 and the possibility of suspending the implementation of the measure impugned”). Nel caso delle odierne deportazioni in Libia, i profughi non sono stati evidentemente messi in grado di esperire alcun rimedio giurisdizionale avverso il loro respingimento in Libia, respingimento che non sappiamo neppure se si accompagna alla notifica di un provvedimento formale.
Ai profughi è altresì negata la possibilità di entrare in contatto con un avvocato al fine di esercitare il loro diritto di ricorso individuale dinanzi alla Corte e ciò in violazione dell’art. 34 della Convenzione che prevede l’obbligo di non ostacolare “in alcun modo” l’esercizio di tale diritto prescritto dall’art. 34 in fine della Convenzione. Come ha ribadito la Corte, «l’engagement de ne pas entraver l’exercice efficace du droit de recours interdit les ingérences dans l’exercice du droit pour l’individu de porter et défendre effectivement sa cause devant la Cour. Celle-ci rappelle qu’elle s’est déjà penchée sur cette question dans des arrêts précédents. Pour que le mécanisme de recours individuel instauré à l’article 34 soit efficace, il est de la plus haute importance que les requérants, déclarés ou potentiels, soient libres de communiquer avec la Cour, sans que les autorités ne les pressent en aucune manière de retirer ou modifier leurs griefs. Par le mot « presse[r] », il faut entendre non seulement la coercition directe et les actes flagrants d’intimidation des requérants déclarés ou potentiels, de leur famille ou de leur représentant en justice, mais aussi les actes ou contacts indirects et de mauvais aloi tendant à dissuader ceux-ci ou à les décourager de se prévaloir du recours qu’offre la Convention» (cfr. sentenza 6 febbraio 2003, Mamtkulov e Abdurasulovic c. Turchia, § 95, con ivi ulteriori richiami giurisprudenziali).
Oggi il ministro Maroni si vanta della sua politica di respingimento di massa in Libia di qualunque migrante (non importa se minorenni, donne incinte o richiedenti asilo) sia rintracciato nelle acque internazionali, senza fare esperienza degli errori del passato. Errori che sono costati al Governo Italiano aspre condanne da parte di Corti, parlamenti e organizzazioni internazionali, ma soprattutto errori che costano centinaia di vite umane.

Pirati, Somalia, Noi



Mohamed Abshir Waldo è un analista somalo che lavora in Kenia. E’ autore di una pubblicazione dal titolo “Le due piraterie in Somalia: Perché il mondo ignora l’altra?”. Ecco la sua testimonianza:

“Ci sono due piraterie in Somalia. Una è quella che sta all’origine del problema di oggi, e che è la pesca illegale da parte di imbarcazioni straniere, che oltre tutto mentre pescano assolvono a un altro compito illegale, cioè la discarica di scorie tossiche industriali e persino nucleari nelle nostre acque, tutte provenienti dal mondo ricco. L’altra pirateria è quella che vi raccontano i vostri media. Ma essa si è scatenata in reazione a quei crimini, quando le nostre acque furono avvelenate, quando fu saccheggiato i nostro pesce, e in un Paese poverissimo i pescatori capirono che non avevano altra possibilità se non quella di reagire con la violenza contro le navi e le proprietà dei Paesi potenti che sponsorizzano la vostra pirateria e la discarica tossica qui.

Le nazioni maggiormente coinvolte in questa prima pirateria sono la Francia, la Norvegia, la Spagna, l’Italia, la Grecia, le Gran Bretagna, ma anche la Russia e i Paesi asiatici come la Korea, Taiwan, le Filippine, la Cina. Tutto è cominciato, per quanto riguarda la pesca illegale, nel 1991. Le comunità dei pescatori somali ha per anni protestato presso l’ONU e la UE, ma sono stati del tutto ignorati. I pescherecci occidentali arrivano qui e pescano senza licenza, addirittura reagiscono con la forza quando le nostre barche li contrastano, ci tirano addosso acqua bollente, ci sparano, ci mirano contro con i vascelli. Queste cose sono accadute per anni, finché i pescatori somali si sono organizzati in un corpo di Guarda Costiera di Volontari Nazionali, che voi ora chiamate ‘i pirati’.

Oggi le marine militari di questi Paesi pirateschi sono qui a proteggerli. I nostri pescatori hanno paura ad uscire in mare perché spesso vengono fermati dagli incrociatori occidentali e arrestati solo perché sospettati di essere ’pirati’. Si tratta di una terribile ingiustizia, con la comunità internazionale che fa solo i propri interessi e ci ignora. I nostri ’pirati’ di oggi sono ex lavoratori alla disperazione, null’ altro.

E poi c’è nel sottofondo il problema della discarica di sostanze industriali tossiche dai Paesi ricchi nelle nostre acque, che è iniziato negli anni ’70 ed è continuato sempre, in risposta soprattutto alla nascita in Occidente di leggi ambientali molto più severe di prima. E così i vostri governi hanno pensato di scaricarle in nazioni povere o in guerra, che non potevano reagire, o i cui governi potevano essere corrotti. Al Jazeera lo ha documentato, ma anche la CNN credo. E’ stato detto e più volte scritto che la Mafia italiana è pesantemente coinvolta qui in Somalia nella discarica di sostanze proibite (Ilaria Alpi, ricordiamoci, P.B.).

Proprio ieri (13/04) una nave è stata catturata nel golfo di Aden dai pescatori, non dai ‘pirati’, ma dai pescatori, che sospettavano che stesse per scaricare sostanze tossiche. La nave ha immediatamente gettato a mare due enormi container quando hanno visto i pescatori, ma per fortuna essi non sono affondati e sono stati trascinati a riva. La comunità locale ha invitato i vostri governi a venire a ispezionare quei container, ma per ora non c’è stata risposta.

La Banca Mondiale alcuni anni fa fece trapelare un memorandum confidenziale dove Larry Summers, che allora era il suo capo economista (oggi consiliere economico di Obama, P.B.), diceva “Penso che la logica economica dietro alla discarica di sostanze tossiche nelle nazioni più povere sia impeccabile e dovremmo affrontare questo fatto. Ho sempre pensato che i Paesi sotto-popolati in Africa siano molto sotto inquinati”. Poi ritrattò e disse che era sarcasmo.”

Paolo Barnard

USE YOUR FREEDOM TO FREE PALESTINE


Giovedì 14 maggio 2009 - Aula Magna Sociologia - Via San Biagio dei Librai

Immagini e testimonianze della carovana "Sport sotto l'assedio" in Palestina

domenica 10 maggio 2009

Intervista a Vittorio Arrigoni, 'Restiamo umani'.

Vittorio Arrigoni, volontario dell'Ism - International solidarity movement, vive a Gaza da circa un anno, ed è stato testimone diretto e unica voce giornalistica italiana (e non solo) del genocidio perpetrato da Israele nei ventidue giorni (27 dicembre - 18 gennaio) di "Piombo Fuso". Vittorio ha pubblicato per il Manifestolibri, "Gaza, restiamo umani", il diario delle settimane di bombardamenti contro la Striscia. Infopal ha rivolto alcune domande di seguito riportate.

L'esercito israeliano si è auto-assolto (L'esercito israeliano si auto-assolve. La condanna delle organizzazioni umanitarie.), dopo aver portato a termine cinque "indagini". Queste sono le sue conclusioni: “Durante i combattimenti di Gaza, le forze di difesa israeliane hanno operato in accordo con le leggi internazionali”. Le uccisioni di civili inermi sono state definite “incidenti operativi”. Come commenta questi fatti?
Li commento come ha recentemente fatto Amnesty International, stroncando queste conclusioni per mancanza di credibilità. Secondo Amnesty “è responsabilità di coloro che hanno effettuato bombardamenti, attacchi di artiglieria e di altro tipo, provare che queste aggressioni erano veramente rivolte a obiettivi militari legittimi; non è compito delle vittime provare che non erano coinvolte in attività di combattimento. Ad oggi le informazioni fornite dall’esercito non hanno dimostrato niente. L’indagine dell’esercito israeliano non sostituisce l’inchiesta completa, indipendente e imparziale di cui c’è bisogno”. Prima di Amnesty International, era stato un rapporto pubblicato dall’ong Human Right Watch (Hrw) a porre l’accento sui crimini di guerra israeliani, per le armi usate e per la condotta adottata dal suo esercito nel corso dell’offensiva di gennaio a Gaza, in particolare sull’uso di ordigni al fosforo bianco. Se non bastasse, durante il massacro ricordo fu la Croce Rossa Internazionale a levare la sua voce per denunciare la violazione dei diritti umani di feriti e paremedici palestinesi. Alla fine li hanno ascoltati anche all'interno d'Israele: l'organizzazione umanitaria israeliana "Dottori per i diritti umani" (Phr) ha denunciato che nell'operazione Piombo fuso l'esercito israeliano "ha violato i codici etici...per aver attaccato personale medico; aver danneggiato strutture sanitarie e aver colpito indiscriminatamente civili non coinvolti nelle operazioni". Tsahal (l'esercito israeliano), prosegue Phr, "non solo non ha consentito l'evacuazione delle famiglie palestinesi assediate e ferite, ma ha anche impedito alle squadre palestinesi di soccorso di raggiungere i feriti". In particolare 16 membri del personale medico palestinese sono rimasti uccisi durante i combattimenti e altri 25 sono rimasti feriti mentre prestavano i soccorsi alla popolazione. Nonostante il ministro della Difesa Ehud Barak continui a definire l'esercito israeliano come "il più morale del mondo", Israele ha rifiutato di cooperare con la missione di accertamento dei fatti disposta dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, guidata dal giudice Richard Goldstone, il quale ha chiaramente espresso l’intenzione di indagare sulle violazioni al diritto internazionale commesse da tutte le parti in causa nel conflitto che ha avuto luogo a Gaza e nel sud di Israele. Non mi sorprendo. Una vera democrazia è in grado di processare il suo esercito per crimini di guerra. Israele chiaramente non è una democrazia compiuta.

L'Europa si è già dimenticata del genocidio nella Striscia di Gaza, lo hanno dimostrato le defezioni alla Conferenza contro il Razzismo, a Durban. Che opinione si è fatto di questi avvenimenti e del clamore suscitato?
Per via che la bozza del testo finale della conferenza Onu sul razzismo, tenutasi poi a Ginevra, conteneva accuse durissime contro Israele, la conferenza è stata boicottata da Stati Uniti, Canada, Italia, Olanda, Polonia, e ultima ad annunciare la defezione, anche la Germania. A quanto pare c'è una parte di Occidente che ritiene giusto continuare a far pagare l'irrisarcibile prezzo dell'Olocausto ai non colpevoli palestinesi. Cosa conteneva di così scandaloso quella bozza? Accusava Israele “per la sua violazione dei diritti umani internazionali, i crimini contro l’umanita’ e una forma contemporanea di apartheid”. Esattamente ciò che ripetono da anni inascoltati i premi Nobel Nelson Mandela, Desmond Tutu, Jimmy Carter, Wole Soyinka e José Saramago. Mica dei Frattini qualsiasi... Poco importa, una conferenza più partecipata e una più forte presa di posizione contro Israele di quella finale poi edulcorata dalla Nazioni Unite, non avrebbe cambiato di una virgola la situazione. Dal 1948 sino oggi, Israele ha sempre ignorato radicalmente il diritto internazionale e ha esercitato la sua sovranità in modo assolutamente arbitrario, sostenuta dagli Stati Uniti, che in sede di Consiglio di Sicurezza, hanno sempre coperto i crimini israeliani con il loro diritto di veto. Contando anche su un'ampia complicità di di stati europei, Israele può tranquillamente ignorare il diritto internazionale perché è come gli Stati Uniti, legibus soluta, al di sopra della legge. Per cui un massacro di civili come quello subito a Gaza è puro esercizio della sua routine criminale.

Il suo libro è una testimonianza forte, un'istantanea dei 22 giorni di massacri israeliani contro la Striscia. Come vive ora? Cosa prova e come sta la gente di Gaza?
Il piombo non è più fuso ma continua ancora a piombarci addosso a intervalli regolari. L'altro giorno, due minatori palestinesi uccisi dai bombaramenti israeliani su Rafah, e i contadini sono quotidianamente presi di mira dai cecchini mentre lavorano al confine (vedi video). Ogni mattina presto mi svegliano, qui davanti al porto, i colpi di mitragliatrice della marina israeliana che impedisce ai pescherecci palestinesi di andare poche miglie oltre la loro costa. Qui a Gaza è morta la speranza, sembra di vivere nell'intervallo fra una tragedia e l'altra, non si sono ancora dissipati i fantasmi, i traumi dell'ultimo massacro, che nuovi lutti (oltre la sofferenza dell'assedio) si annunciano a breve. A quanto pare l'esercito israeliano si sta esercitando per una nuova carneficina, data per imminente.
Qual è la sua impressione dei recenti dialoghi interpalestinesi al Cairo? Inoltre, come viene considerata attualmente Hamas tra la popolazione locale?
I continui rimandi a un accordo fra le varie fazione certo non fanno bene al morale di una popolazione che vorrebbe unità nazionale, innanzitutto. Ma la domanda sorge spontanea, Israele è chiaro che continuerà a non riconoscere un governo palestinese presieduto anche solo in coalizione da Hamas, quale sarà allora la risposta della comunità internazionale? Mi auguro non si continui a boicottare il partito islamico, che ricordo è uscito vincitore da elezioni libere e democratiche. Per quanto riguarda la popolarità dell'attuale governo, la settimana scorsa Hamas ha perso le elezioni svoltesi all'interno dell'unione dei lavoratori dell'Unrwa (diecimila dipendenti), dopo molti anni in cui usciva vincente. Ciò lascia intravedere un calo dei consensi nella popolazione di Gaza, a mio avviso fisiologico come per qualsiasi altro governo in carica.
Quando ritornerà in Italia?
Il mese prossimo proveranno ad attraccare al porto qui di fronte a dove vivo 8 imbarcazioni del Free Gaza Movement, cariche di aiuti umanitari, attivisti e premi Nobel per la pace. Se la marina israeliana non si macchierà di pirateria come sua abitudine, potrebbero essere per me la possibilità di fuoriuscire da questa immensa prigione a cielo aperto. Certo non mi è facile lasciare Gaza e i suoi civili in una situazione peggiore di come l'ho incontrata, specie alla vigilia di un possibile nuovo attacco israeliano, possibilmente questa volta senza scomodi testimoni internazionali.
(Foto Infopal in homepage: Vittorio Arrigoni di fronte all'ospedale al-Quds bombardato)

Chiapas - La Giunta del Buongoverno di Morelia denuncia l’arbitrarietà degli 8 arresti

La JBG di Morelia esige l'immediata liberazione del compagno Miguel Vásquez e denuncia la campagna di controinsurgencia nella zona Zot’z Choj

Denuncia di terrorismo di stato nella provincia del Chubut - (Puelmapu-Argentina)

Violenza, repressione, torture, sparizioni, atti crudeli e inumani, sono alcune delle denunce delle organizzazioni della provincia del Chubut che chiedono l’immediata carcerazione dei torturatori e assassini vestiti con uniformi della polizia, l’espulsione degli ufficiali responsabili che hanno dato gli ordini e le dimissioni del capo della polizia del Chubut e del governo, come pure che il governatore si assuma la responsabilità che gli spetta per queste terribili circostanze.

Vai al sito de Observatorio Latinoamericano de Conflictos Ambientales
http://www.olca.cl/oca/index.htm

Il comunicato stampa del Frente de Lucha Mapuche y Campesino

“Solicitamos una entrevista urgente con el Secretario de Derechos Humanos de la Nación , Dr. Eduardo Luis Duhalde, y con la Presidenta de la Nación , Sra. Cristina Fernández de Kirchner. Así como también con el Ministro del Interior, Aníbal Florencio Randazzo, y el Ministro de Justicia, Aníbal Fernández.
Los abajo firmantes esperamos llegar a la Ciudad de Buenos Aires el 10 de mayo del corriente año para obtener una respuesta de nuestros representantes ante los hechos ocurridos. Así como también dar a conocer a todas las argentinas y todos los argentinos, en conferencia de prensa, los mecanismos de Terrorismo de Estado aplicados en la provincia de Chubut.
Exigimos una investigación exhaustiva de los hechos acontecidos en la localidad de Corcovado y que sean debidamente castigados los culpables del avasallamiento de los Derechos Humanos de los habitantes de esta región.
La presente denuncia está avalada por las Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora.
Esta denuncia parte desde el más profundo dolor e indignación de nuestra hermana mapuche Marta Belén Pinchulef y su compañero, padre de sus diez hijos, Omar Bustos. Ellos con gran esfuerzo desde su humilde condición de trabajadores criaron con amor y esmero a sus diez hijos en un pueblito muy pequeño llamado Corcovado, ubicado a 100 Km de distancia de Esquel en el noroeste de la provincia de Chubut.
El mayor de sus hijos fue acusado y procesado por homicidio en circunstancias confusas, en julio del 2006. Desde hacía más de un año se mantenía prófugo de la justicia. El día 8 de marzo de este año decide entregarse, acudiendo para ello a la casa de sus padres desde dónde pretendía esperar al abogado defensor. Allí se encontraban además de sus padres dos hermanos menores. Mientras aguardaban la llegada del abogado arriban al lugar mas de 30 efectivos policiales fuertemente armados, que solicitan se entregue el fugitivo. Mientras su padre dialogaba con dichos efectivos para garantizar la integridad física de su hijo, otros miembros de la policía empezaron abrir los postigos de las ventanas de atrás a fin de tomar por sorpresa al joven fugitivo.
Esto generó una situación que derivó en la huida de dicho joven y ante una cuadro confuso cargado de violencia, comienzan los disparos. Huyeron por temor, Cristian Omar Bustos - el joven buscado – y sus hermanos, que hasta ese momento desconocían que Cristian se encontraba armado. En el medio de la balacera, resultan muertos un policía de la provincia y uno de sus hermanos, Wilson Ruperto de solo 19 años, que se encontraba desarmado y asustado. Otro policía cae herido, con heridas leves mientras que otro de sus hermanitos de solo 16 años de nombre Marcos Abrahán Bustos es herido por la policía quedando cuadripléjico, ya que fue baleado por la policía afectándole la médula.
Finalmente, el otro hermano de Cristian de nombre Daniel Ernesto de 22 años, que se encontraba desarmado, se entrega y luego de su detención la policía lo hiere de un disparo en la pierna. Hoy se encuentra detenido en la comisaría de Gualjaina sin pruebas que lo incriminen en ningún delito solo por el mero hecho de haber tenido la desgracia de estar presente aquel día fatal. Daniel denuncia que fue torturado durante su detención y en el traslado, desde aquel momento y hasta la fecha distintos miembros de la familia han sido amenazados por efectivos policiales, incluso Marcos convaleciente en el hospital fue torturado por la policía apuntándole con un revólver en la cabeza durante el post operatorio. Fue quemado en el cuerpo, con sopa hirviendo.
Toda la familia se siente amenazada en su integridad física, y jurídica. Así mismo el pueblo de Corcovado, sufrió la represión más brutal de la que se tenga memoria en la provincia en lo que va de la llamada democracia. Al día siguiente de este episodio alrededor de más de un centenar de policías del grupo de choque GEOPS invaden el pueblo, allanando mas de veinte viviendas, golpeando, torturando y provocando hurtos y destrozos, y generando un estado de sitio ya que la gente del pueblo no podía transitar por las calles pasadas las 22hs. Durante la noche provocaban terror disparando sus armas en las calles, sus rostros encapuchados fuertemente armados impedían que los vecinos se quejaran, tomaron la radio local la FM del pueblo, durante dos días tuvieron el control de la misma. Actualmente hay 11 denuncias en fiscalía contra la GEOPS.
Los niños víctimas de los allanamientos violentos y de torturas psicológicas han sufrido y padecen aun los traumas de aquellos días. También hasta el día de hoy hay un poblador de la comunidad mapuche de Cerro Centinela desaparecido. Se trata de Luciano González de 42 años, quien fue detenido por la policía y hasta el día de hoy no se tienen noticias.
Desde el Frente de Lucha Mapuche y Campesino apoyamos la demanda por Justicia de nuestra lamnguen Marta Belén Pinchulef y Omar Bustos, y exigimos la inmediata detención de los torturadores y asesinos embestidos de uniforme policial, el despido de los oficiales responsables que dieron las órdenes y la renuncia de el jefe de la policía de Chubut y el ministro de Gobierno como así también que el gobernador asuma la responsabilidad que le cabe por estos terribles acontecimientos.
Llamamos al país a solidarizarse mediante la difusión de este comunicado ya que los principales medios locales se subordinan al silencio impuesto, callan y tapan, para que crezca la impunidad.
La vida de Marta y Omar nunca más volverá a ser igual, ni la de Marcos en una silla de ruedas, ni la de Daniel injustamente apresado, y ya no volveremos a ver la sonrisa simpática de Wilson entre nosotros porque unos asesinos uniformados decidieron que la vida de la gente humilde no tiene valor. Por favor no nos dejen solos.
Desde la Cordillera Sur por Justicia Territorio y Libertad.
¡¡¡Marici Weu!!!

Marta Belén Pinchulef DNI 14.199.325
Omar Bustos DNI 11.637.545
Moira Millán DNI21.572.4

Contactos: pillanmahuiza@yahoo.com.ar
Moira Millán: 02945 – 15-554983

Il vero virus messicano : il governo

Nil’in - L’ora del thè in Palestina*

E’ un venerdì come tutti gli altri a Nil’in, è un venerdì in cui la normalità coincide con la lotta. Quotidiana lotta per la sopravvivenza, che non è solo continuare a respirare. Che non è solo poter camminare sulle proprie gambe, ma è poterlo fare con la dignità e i diritti di ogni essere umano. A Nil’in, come nel resto della Palestina, la terra sembra non rientrare nella categoria dei diritti inalienabili.La terra, come la vita. Ieri è stato un ordinario venerdì di resistenza a Nil’in, che nel corso degli ultimi anni ha visto le vittime aumentare e la terra diminuire. Questo villaggio poco lontano dalla più conosciuta Bil’in subisce gli stessi problemi e gli stessi sopprusi di questo fazzoletto di terra a nord di Ramallah. E uguali sono le modalità di resistenza dei palestinesi, spesso affiancati da attivisti internazionali e dagli stessi israeliani che non hanno ceduto al ricatto sionista. Ieri tutto nella norma quindi, tutto come sempre sotto il sole di una Palestina in fiamme da decenni. Sono arrivata a Nil’in verso mezzogiorno, poco prima della fine della preghiera, ma della preghiera all’esercito israeliano importa sempre poco, l’odore acre dei lacrimogeni riempiva la strada che costeggia i campi già dopo una decina di minuti. Mentre la moschea regalava gli ultimi canti, un gruppo di attivisti si è avvicinato a quegli stessi campi per andare a perlustrare delle case oramai abbandonate, i cui tetti vengono usati dall’esercito durante le manifestazioni. E’ pratica comune tra i giovani componenti dell’IDF di esercitarsi al tiro al bersaglio, che dall’alto riesce sicuramente meglio. Questa volta però gli attivisti sono stati più veloci e da quegli stessi tetti è partito un picchetto durato un’altra ora, durante il quale ragazzi e ragazze sono rimasti in allerta, sotto il suono costante di spari, bombe sonore e lacrimogeni. Finita la preghiera gli abitanti di Nil’in sono partiti quasi subito alla volta dei campi, spingendosi fin dove il filo spinato disseminato dall’esercito ha permesso. Schivando proiettili e gas lacrimogeni, gli stessi che hanno ucciso Bassem tre settimane fa e mandato in coma Tristan, attivista per i diritti umani, più di un mese fa. I partecipanti alla manifestazione sono arrivati fino al confine imposto, un confine che non è una linea, un confine che non è possibile attraversare con un passo. Un muro di filo spinato, che tutti insieme si è tentato di abbattare, sotto la minaccia costante di armi a cui ora mai anche i bambini hanno avuto il tempo di abituarsi. La situazione è rimasta così per circa un paio d’ore, fino al momento in cui si è deciso di tornare in strada. Pensare che sia un luogo sicuro la strada è invece una cosa a cui l’innocenza dei bimbi è avezza. Un’innocenza che anche ieri ha dovuto conoscere il suo nemico, quando l’esercito ha iniziato a sparare le sue variegate armi in direzione della strada, trafficata come sempre.
Non ci è dato sapere se il giovane soldato di turno avesse una pessima mira, o al contrario un’ottima conoscenza del suo lavoro, al punto da riuscire a lanciare un lacrimogeno che ha sfondato la finestra di una casa dall’altro lato della strada, rischiando di soffocare l’anziana donna che si trovava all’interno del suo salone a bere thè. Nel caos generale fortunatamente un gruppo di persone si è accorto dell’accaduto e una volta sfondata la porta ha soccorso la donna, che è stata immediatamente portata sul tetto. L’attacco da parte dell’esercito non si è fermato, come l’assedio che si è fatto più forte quando i cecchini sono riusciti ad occupare altri edifici poco lontano, costringendo chi era in casa a non uscire per almeno mezz’ora, come topi in gabbia. Quando la situazione si è calmata una normalità apparente è tornata a regnare nel piccolo paese, una normalità accompagnata dai bozzoli e dai residui delle armi che ogni venerdì Israele regala ai diversi villaggi che osano manifestare il loro dissenso. Questo venerdì nessuna eccezione da dover raccontare, solo il sapore diverso di un thè in Palestina in un normale giorno di resistenza, contro una democrazia incompiuta come Israele.
*Scritto per GlobalProject da Yara Nardi, attualmente nei territori occupati

sabato 9 maggio 2009

Cina. Fuoco sullo Hunan

Scoppia una rivolta di contadini nella città di Liling, nel sud della Cina, per espropri di terreni e la costruzione di uno stadio

di Francesco Sisci
Pechino - È nel cuore della Cina rivoluzionaria, nell’angolo sud ovest della provincia meridionale dello Hunan, patria di Mao Zedong, al confine con il Jiangxi, dove sorsero e si asserragliarono le prime basi comuniste del Paese, dove il peperoncino è piccantissimo ma meno del carattere degli abitanti.
Qui, nella città di Liling, due giorni fa migliaia di dimostranti si sono scontrati violentemente con la polizia nella piazza davanti al Palazzo del governo locale, secondo quanto riferiscono associazioni per la difesa dei diritti umani. Stando alle informazioni raccolte, almeno 20 persone sono rimaste ferite.
La protesta si è accesa dopo un altro episodio di violenza da contorni non chiarissimi. Nei giorni precedenti un contadino sarebbe stato picchiato a morte da alcune guardie di sicurezza intorno a un cantiere in costruzione. Il cantiere era stato aperto per erigere uno stadio e a tale scopo erano stati confiscati alcuni terreni agricoli.
Al di là dei dettagli, che potranno emergere meglio nei prossimi giorni, si tratta dell’ennesima protesta per gli espropri, in cui i contadini si lamentano perché hanno ricevuto troppo poco dall’amministrazione locale.
Le campagne che si ribellano, i contadini che si battono contro le forze dell’ordine, la polizia che impone il pugno di ferro sulla piazza ferita ma indomita. Sono tutte icone della Cina rivoluzionaria, quella che Mao celebrava con il suo mito della rivoluzione continua, delle sue indomite, giovani, ingenue guardie rosse, quelle che hanno colorato decenni di immaginazione occidentale e oggi appaiono segni veri della grave instabilità del Paese in preda a sommosse sociali.
Sembra quasi che la rivoluzione debba tornare in Cina.
Il problema è in effetti grave e reale. Il processo di urbanizzazione che procede a ritmi galoppanti allarga i centri abitati e trasforma terreni prima agricoli in suoli edificatori. Il fenomeno è la culla storica delle speculazioni edilizie e industriali, delle “mani sulle città” di tutti i processi di sviluppo veloce.
Solo che questi episodi importanti ovunque in Cina hanno dimensioni e velocità cinesi, appunto: tantissima urbanizzazione in pochissimo tempo. Inoltre, hanno caratteristiche particolari rispetto a quelle di altri Paesi. I terreni espropriati sono in “concessione” ai contadini, la “proprietà” è dei villaggi che vengono inglobati nelle città.
I compensi, dell’industria, dell’immobiliarista, quindi per principio devono essere divisi tra villaggio e contadini. Se però il villaggio, e la sua burocrazia, non è pagato abbastanza, si oppone dal principio al costruttore; se il contadino riceve una fetta troppo piccola poi si sente truffato.
Il processo non è trasparente, lascia margini a mazzette per il capo villaggio, o a ricatti da parte di qualche contadino che gioca al rialzo, come se la vendita del terreno fosse una partita a poker, o a sotterfugi da parte dell’immobiliarista.
In ogni caso si sommano e si moltiplicano sospetti, dubbi, invidie, timori da parte dei più deboli, gente che si vede letteralmente togliere la terra sotto i piedi, che vede sparire un modo di vita durato per secoli, e si affaccia un mondo moderno totalmente nuovo e incomprensibile.
Nei prossimi 20 anni oltre 300 milioni di cinesi in più vivranno in città, altrettanti ne sono arrivati nei 20 anni passati. Mai nella storia c’è stato un processo di urbanizzazione così grande e così veloce.
Con la maggiore diffusione dei mezzi di comunicazione, delle informazioni trasmesse dal governo centrale, è inevitabile che il ritmo e la violenza delle proteste sia destinato a crescere.
I contadini brandiscono come martelli contro i funzionari locali gli articoli della stampa nazionale che chiedono maggiore rispetto delle regole negli espropri, e tutto questo poi può diventare fuoco e fiamme nell’antica patria della rivoluzione, lo Hunan di Mao.
In realtà queste dimostrazioni contadine forse sono più una fine che un inizio. Sono la fine di un tempo in cui la rivoluzione partiva dalle campagne, è la fine proprio delle campagne trasformate in città o lasciate con sempre meno gente, sempre meno importanti per la nuova centralità della vita politica cinese che forse ha cominciato a viaggiare su altri binari.
Fonte: La Stampa 08.05.09

venerdì 8 maggio 2009

Pkk: “Non vogliamo uno Stato indipendente, ma uguali diritti per il popolo kurdo”

di Hasan Cemal Milliyet
Il Partito [fuorilegge] dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) non è più alla ricerca di uno Stato indipendente, ma vuole uguali diritti per i kurdi all’interno di una Turchia unita. Lo ha dichiarato il suo leader in carica. "Adesso il Pkk è in una posizione migliore. In passato, voleva uno Stato kurdo indipendente, ma non è più questo il caso", ha dichiarato il leader in carica del Pkk Murat Karayilan dalla base dell’organizzazione nella catena di montagne Qandil, nel nord dell’Iraq. "Vogliamo vivere all’interno della Repubblica di Turchia come cittadini uguali e liberi"."Adesso parliamo di ‘Kurdistan autonomo e democratico’ – ha aggiunto Karaylan – Per autonomo, non intendiamo una federazione. Ciò non comporta alcuna necessità di ridisegnare i confini e preserva la natura unitaria dello Stato. Il diritto amministrativo locale dovrebbe essere cambiato e le amministrazioni locali rafforzate". Karayilan ha affermato che sono state commesse circa 17mila esecuzioni sommarie contro i kurdi e che al momento vige una politica negazionista. Il Pkk – ha detto - ha compiuto anche qualche atto sbagliato ed è questa la ragione per cui è necessario un progetto condiviso dalla comunità, nel quale entrambe le parti devono perdonare l’altra. Karayilan ha chiesto anche una nuova Costituzione. "La nostra aspirazione è che i kurdi possano vivere la propria cultura liberamente", ha dichiarato Karayilan, che ha aggiunto che una conferenza kurda come quella tenuta di recente nel nord dell’Iraq potrebbe servire a preparare il terreno per una futura soluzione. La mancanza di volontà politica ha lasciato poche similitudini tra il primo ministro Recep Tayyip Erdogan di oggi e l’Erdogan del 2005, ha detto Karayilan, riferendosi alle dichiarazioni che fece il primo ministro durante un discorso di quell’anno nella città di Diyarbakir, nel sudest. "Il problema kurdo è anche il nostro problema – disse Erdogan – Anche lo Stato ha commesso degli errori su questo punto e saranno corretti". Karayilan ha detto che oggi non è rimasta nessuna traccia di quello spirito. "Non posso essere ottimista – ha dichiarato Karayilan – Non c’è alcuna volontà politica di riguardo al problema kurdo. Questo è un problema serio. Oggi anche i generali parlano in maniera differente, ma esiste la volontà politica? Dov’è il primo ministro che disse quelle parole nel 2005? Dov’è l’Erdogan che, quando era sindaco di Istanbul nel 1994, preparò un report kurdo e lo presento al leader del suo partito?" Secondo Karayilan, il Pkk è cambiato e oggi utilizza il conflitto armato solo per legittimi scopi difensivi. "Non siamo il Pkk di dieci anni fa – ha detto – Non conduciamo il conflitto armato usando i metodi classici. Usiamo il conflitto armato nell’ambito dei limiti della legittima difesa. Negli ultimi quattro anni abbiamo condotto una guerra limitata". Il Pkk ha preso le armi nel 1984 in un conflitto che ha causato migliaia di vittime. La Turchia, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno incluso il Pkk nella lista delle organizzazioni terroristiche.
(Traduzione di Carlo M. Miele per Osservatorio Iraq)

Comunità confinante al progetto Pascua-Lama chiede l’espulsione della Barrick e il risarcimento dei danni.

In una manifestazione piena di colori, contro i cambiamenti socio ambientali che sta realizzando la transnazionale canadese Barrick Gold, la comunità ha chiesto l’espulsione dal proprio territorio della compagnia e il risarcimento dei danni che hanno finora fatto impunemente. Questo mentre si attua una strategia di lobby e pressione ai governi di Chile e Argentina per svincolare il gigantesco progetto aurifero di Pascua-Lama.
Tutte le informazioni sul sito

giovedì 7 maggio 2009

AZIONE URGENTE PER LIBERAZIONE 8 INDIGENI ARRESTATI

Relativamente alla situazione degli 8 indigeni arrestati dell’ejido San Sebastian Bachajón, Municipio di Chilón, Chiapas, il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas sollecita azione urgente di solidarietà.

Vi chiediamo di inviare entro venerdì 8 maggio prossimo comunicazioni agli indirizzi che indichiamo, a causa della situazione di emergenza imposta dalle procedure legali.
Per facilitarvi trasmettiamo un modello di lettera in spagnolo che potrete usare, se lo credete opportuno. Dovete solo aggiungere l’indirizzo di destinazione, la data, il luogo ed il nome vostro e della vostra organizzazione.
Vi chiediamo di scrivere anche alle rappresentanza diplomatiche del vostro paese in Messico.

Cordiali saluti. Bárbara Dolman y Rosy Rodríguez
Área de Sistematización e Incidencia
Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas
bricos@frayba.org.mx, bdolman@frayba.org.mx

Qui di seguito la lettera già completa con gli indirizzi email ai quali inviarla.
Le adesioni si ricevono all’indirizzo maribel_1994@yahoo.it entro giovedì 7 maggio, ma ognuno può inviare autonomamente la lettera agli indirizzi indicati.
Saluti.

Lic. Carlos Alberto Bello Avendaño
Juez Segundo de Penal del Distrito Judicial de Tuxtla Gutiérrez
cbelloa@poderjudicialchiapas.gob.mx

Lic. Juan Gabriel Coutiño Gómez
Tribunal Superior de Justicia
Magistrado Presidente Juan Gabriel Coutiño Gómez
administrator@mail.scjn.gob.mx

Lic. Juan José Sabines Guerrero
Gobernador Constitucional del Estado de Chiapas
Gobernatura del Estado de Chiapas
secparticular@chiapas.gob.mx

Rpte. De la Oficina del Alto Comisionado Para Los Derechos Humanos en Mexico
oacnudh@ohchr.org

Embajador de Italia en México: Señor Felice Scauso
segreteria.messico@esteri.it

copia:
Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, A.C.
accionurgente@frayba.org.mx

città… , Italia, 7 de Mayo de 2009

Manifiestamos preocupación sobre los acontecimientos de la detención arbitraria y actos de Tortura, tratos o penas crueles, inhumanos y degradantes; y violaciones a las garantías judiciales contra Jerónimo Gómez Saragos, Antonio Gómez Saragos, Miguel Demeza Jiménez, Sebastián Demeza Deara, Pedro Demeza Deara y Jerónimo Moreno Deara, indígenas tseltales, habitantes del Ejido San Sebastián Bachajón, municipio de Chilón, Adherentes a La Otra Campaña , el lunes 13 de abril del 2009, así como al señor Alfredo Gómez Moreno, vecino del zona de Agua Azul detenido el 17 de abril; y del señor Miguel Vázquez Moreno Base de Apoyo del Ejército Zapatista de Liberación Nacional detenido el 18 de abril.

Ninguno de los ocho detenidos contaron durante su declaración ministerial no fueron asistidos por interpretes y defensores que tuvieran conocimiento de su lengua y cultura, que en este caso es el tseltal de Bachajón, por lo cual no tuvieron conocimiento de lo que sucedió en dicha diligencia y por lo tanto firmaron una declaración cuyo contenido desconocen. Con lo que el ministerio publico que tomó dicha declaración ministerial vulneró lo previsto en los artículos 2º y 20 de la Constitución Federal en su perjuicio.
También fueron violados en perjuicio de los ocho detenidos arbitrariamente las siguientes garantías judiciales:

A los detenidos se les incomunicó vulnerando de esta manera el derecho a un debido proceso por un juez o tribunal competente, independiente e imparcial, además de ser sometidos a actos de tortura y otros tratos o penas crueles inhumanos o degradantes, ocurridos durante su aprehensión, su traslado, arraigo y declaración ministerial y posteriormente arraigados,
se vulnero el Derecho a la defensa adecuada, obstruyendo las autoridades ministeriales a los abogados para asumir la defensa de los detenidos

Ante la gravedad de los hechos y actos arbitrarios y violatorios a los derechos humanos solicito:

1.- Cesar las acciones de represión cometidas en contra de los ocho integrantes de La Otra Campaña del ejido San Sebastián Bachajón y se les otorgue su se otorgue la libertad inmediata.

2.- Que exija a las autoridades responsables de la Procuración y Administración de Justicia se investigue de manera imparcial, las violaciones a los derecho humanos cometidos por la Tortura , Tratos o penas crueles inhumanos o degradantes, por la detención arbitraria y demás violaciones que fueron objeto los ocho tsetales de la Región de Agua Azul.

Atentamente,
mettere vostro nome e/o nome dell’organizzazione

Sulla vicenda si veda anche

Atenco - Los de abajo: a tre anni dalla repressione

Articolo di Gloria Munoz Ramirez

Questa settimana si compiono tre anni dalla repressione della polizia contro il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (FPDT) di San Salvador Atenco, i fiorai di Texcoco e gli uomini e le donne solidali dell’Otra campana. L’anniversario rafforza la lotta per la liberazione dei 12 prigionieri politici e per la richiesta che vengano puniti i responsabili dell’operazione brutale, con la quale si violarono i diritti umani dei 207 iniziali arrestati, che furono colpiti, torturati e abusati sessualmente, in un operativo al quale parteciparono i tre livelli del governo e che lasciò un bilancio di due giovani assassinati.
Nel mezzo dell’attuale contingenza epidemiologica e del bombardamento propagandistico dell’Instituto Federal Electoral, attivisti e organizzazioni del Messico e di altri paesi hanno organizzato delle giornate di lotta per la libertà di Ignacio del Valle, Felipe Álvarez y Héctor Galindo, prigionieri in condizioni deprecabili nel carcere di massima sicurezza di El Altiplano, e Juan Carlos Estrada, Román Ordóñez, Jorge Ordóñez, Alejandro Pilón, Narciso Rellano, Inés Rodolfo Cuéllar, Édgar Eduardo Morales, Julio César Espinosa, Pedro Reyes e Óscar Hernández, de Tacotalpa, reclusi a Molino de las Flores, Texcoco.
La storia non iniziò nel maggio 2006, ma bensì il 23 ottobre 2001 quando il governo federale annunciò l’espropriazione di 5 mila ettari per la costruzione dell’aereoporto a Texcoco. I contadini che non accettarono la decisione iniziarono a mobilitarsi e non cessarono la lotta giuridica e la mobilitazione fino al 6 agosto 2002, quando conquistarono la cancellazione delle espropriazioni e si aggiudicarono un trionfo tra i più importanti nella storia recente in difesa della terra.
Dopo il trionfo del FPDT i contadini mantennero alleanza ed impegno alla solidarietà con gli altri movimenti.Nell’aprile 2006 ricevettero l’Otra Campana, con la presenza del subcomandante Marcos, mentre appoggiavano i fioristi di Texcoco, ai quali si voleva impedire di vendere i loro fiori al mercato.
Ed è allora che l’operativo di polizia comportò vessazioni, torture, perquisizioni, violazioni ed abusi contro circa 50 donne.
Il 3 e 4 maggio 2006 arrivò la vendetta dello Stato.Una repressione "esemplare" contro il movimento dei fioristi, dei contadini del FPDT, i membri dell’Otra Campana che raggiunsero Atenco come gesto di solidarietà
Oggi quelli che ordinarono le violazioni sono in libertà. In carcere restano 12 persone che non sono colpevoli
La loro libertà è quella di tutti.
Per approfondimenti

Lettera aperta a Roberto Saviano di Alessandra Valle

Riceviamo e pubblichiamo.

Nella speranza di pubblicazione senza indirizzo mail. Grazie. Alessandra Valle
Gentile Roberto, mi è capitato di leggere su Repubblica che Lei immagina di trasferirsi a vivere in Israele, precisamente a Gerusalemme. Ho avuto, mi creda, una perdita di senso! Ma come, Lei che ha denunciato la militarizzazione del territorio da parte del potere criminale della camorra, decide di trasferirsi nello Stato più militarizzato del mondo? Certo, mi rendo conto che la ricerca di normalità in una condizione così esposta come la Sua, possa sembrarLe più facilmente garantita in un territorio dove ogni vita è controllata fin dentro l’anima, ma dov’è finito l’afflato etico che l’ha spinta a denunciare con tanta veemenza l’arroganza del potere (camorristico) che decide della vita degli inermi narcotizzando ogni possibile tentativo di riscatto? Non pensa che questo processo si inneschi in qualunque contesto si realizzi l’organizzazione della vita di una collettività intorno ad un’identità assoluta come testimonia l’origine e lo sviluppo dello Stato di Israele che il governo attuale vuole definire (non a caso!) Stato ebraico? Ed i palestinesi che prima c’erano ed ancora oggi vivono in quel territorio dovranno subire l’ennesimo furto, “anche” di identità?
Quando il suo “caso” è diventato pubblico, ho firmato tutte le petizioni possibili in Suo favore, nella profonda convinzione che nessuna persona o popolo debba subire restrizioni alla propria libertà di denuncia. Da allora Lei è diventato, suo malgrado, un opinion leader ascoltato e rispettato e questa condizione non Le consente disattenzioni o imprecisioni nelle dichiarazioni pubbliche. Non posso credere che Lei non sappia che Gerusalemme è (nella sua parte orientale) territorio occupato dallo Stato di Israele dal 1967 nonostante lo stesso lo rivendichi come propria capitale (così come l’Olp nel 1988). A nulla sono valse le infinite risoluzioni Onu (242,194 ed altre) se non ad impedire che ciò fosse ratificato dal diritto internazionale tant’è che oggi, capitale dello Stato di Israele risulta essere Tel Aviv. Al momento, questa è l’unica impunità che non è stata concessa ai governi israeliani che si sono succeduti nel tempo. Mi piacerebbe allora che “utilizzasse” questo privilegio per dare voce e diritti alle donne e agli uomini palestinesi che sono ,ormai da 60 anni, espropriati dei diritti più elementari dai governi di quello Stato che Lei tanto ammira. La compassione e la protezione internazionale di cui Lei ha goduto, mi piacerebbe che la restituisse: ai 1310 morti di Gaza ( di cui 420 bambini, 112 donne,120 anziani e 15 tra medici e soccorritori) e 5500 feriti dell’ultimo attacco israeliano non a caso chiamato Piombo fuso. E a quelli che moriranno per l’effetto delle armi non convenzionali usate. Alle 117 prigioniere palestinesi nelle carceri israeliane che non hanno neanche il diritto di visita dei familiari perché non vengono loro rilasciati i permessi per attraversare i 543 check points fissi e 600 volanti che attraversano il territorio palestinese. Agli oltre 3000 bambini palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane. Un ordinanza militare israeliana stabilisce che un bambino palestinese diventa adulto a 16 anni, mentre quello israeliano a 18 (!). Siccome però l’età viene attribuita al momento della sentenza, l’esercito israeliano può arrestare bambini dai 12 anni in su. Ai resistenti nonviolenti di Bil’in e Nih’lin che da 4 anni, ogni venerdì si recano in corteo davanti alla sezione del Muro (lungo complessivamente 850 mt e alto 8/9 mt) che gli israeliani (illegalmente! !!!) vogliono costruire nei loro villaggi. Una moltitudine composta da tutte le fasce d’età e di sesso, completamente disarmata che rivendica, attraverso slogan, l’integrità del proprio territorio. Per tutta risposta ricevono dai militari protetti da carrarmati e filo spinato, bombe lacrimogene e bombe sonore che avvelenano ed assordano, quando non ammazzano come è accaduto all’ ultimo caduto, un ragazzo di 29 anni, la settimana scorsa. Ai pacifisti israeliani ( l’unica parte sana di quella società) che rischiano costantemente il carcere e la vita per sostenere i diritti dei palestinesi e dissentire dalla retorica militarista dei loro governi.Mi fermo qui… ma la lista delle impunità potrebbe proseguire a lungo. Mi creda, Roberto, questa volta penso che non abbia riflettuto a sufficienza nel dichiarare ammirazione per quel triste paese. Se queste mie poche righe non saranno state sufficienti a farLe cambiare idea, mi permetto di suggerirLe un viaggio in Palestina dove troverà riscontro ( e molto di più) di quanto ho appena accennato. Se lo farà, lo leggerò sui media perché non potrà più fare a meno di denunciare pubblicamente. Esattamente come sto facendo io adesso.
Distinti saluti.
Alessandra Valle
Ps: le cifre citate sono tratte da rapporti di organizzazioni israeliane (!) per i diritti umani: Betselem, Phisicians for Human Rights, WOFPP

Afghanistan - Raid Usa fa strage di civili nella provincia di Farah

Intervista a Emanuele Giordana*
Sotto le macerie del paese colpito ieri nei raid aerei statunitensi nell’ovest dell’Afghanistan, nella provincia di Farah, non si riescono a contare le vittime.Un’intervista a Emauele Giordana direttore di Lettera 22 appena rientrato da Kabul.

Cosa c’è dietro questa “forzatura militare”, che sono le cosiddette operazioni anti-talebani e che portano ad un bilancio così alto di morti civili?
Questa purtroppo è una vecchia storia che pensavamo sarebbe stata sepolta dalla nuova strategia del Presidente Obama che, pur avendo accettato di mandare circa 20.000 soldati, aveva però ridotto il numero che era stato richiesto dai suoi generali e di questi 4.000 dovrebbero essere personale non combattente per la formazione dei soldati afgani. Sembrava dunque che si fosse cominciato a pensare che la sola opzione militare non basta a finire la guerra ma che bisognasse iniziare a pensare ad una opzione più politica. Questo sia con un’attività di formazione dell’esercito nazionale afgano sia con l’invio di una serie di cooperanti nel settore civile (anche di questo Obama ne aveva parlato), che avrebbero dovuto aiutare la ricostruzione. Una ricostruzione finora andata avanti a macchia di leopardo e, come emerge dai dati recenti, con un ritorno nei paesi di origine, che hanno fatto cooperazione in Afghanistan, del 40%, con appalti alle ditte straniere, in buona parte americane ma non solo visto che questo dato vale in parte anche per noi italiani. Una sorte di solidarietà molto pelosa che alla fine faceva tornare i quattrini alla fonte. Però la vicenda dei bombardamenti di questi giorni con un numero di morti ancora non accertato, sicuramente sopra le 100 vittime civili, significa in realtà che c‘è una sorte di macchina della guerra che ormai va avanti da sola e che addirittura compie questo raid pazzesco, distruggendo completamente un paese al punto che non si riescono a contare le vittime sotto le macerie, proprio nel momento in cui Obama incontra a Washington il Presidente Karzai dell’Afghanistan e il Presidente Zardari del Pakistan, cercando di trovare una strategia comune per uscire dal pantano di questa guerra. Quindi è anche un atto di idiozia politica, oltre che gravissimo dal punto di vista delle ferite che vengono continuamente inferte ai civili. Civili uccisi per oltre la metà dagli attacchi suicidi dei talebani, che non guardano in faccia a nessuno perché, anche se scelgono obiettivi militari, ci vanno di mezzo i civili, ma che poi per il 40% sono uccisi in azioni da imputare sia dell’esercito afgano che all’esercito delle forze occidentali. In particolare i raid aerei sterminano senza fare troppe distinzioni, anche se c’è ancora qualcuno che si ostina a chiamarli “intelligenti”.

Dentro questa “asimmetria di immagini” tra l’incontro di Obama con i due Presidenti e la strage di civili qualcosa sembra stonare. C’è un problema per l’Amministrazione Obama che è la figura dei suoi alleati, i due Presidenti, per certi versi impresentabili? C’è un problema di questo tipo anche al d là dei generali che sul terreno militare vanno avanti nella guerra?
Questo problema c’è però ci si è anche resi conto che noi non possiamo determinare addirittura come un paese sceglie il suo Presidente.Gli americani hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Rendersi conto che dopo aver, in un certo senso, sfiduciato Karzai alla fine questo è l’unico candidato che in realtà può raccogliere i voti degli afghani che sono quelli che contano. Anche il Presidente Zardari in Pakistan è l’espressione di un voto popolare, che ha premiato il Partito di sua moglie, uccisa in un attentato e che era la donna su cui i pakistani contavano, ma che comunque ha fatto di lui il Presidente della Repubblica. Bisogna anche ammettere che molti dei problemi che si trovano ad affrontare questi Presidenti si devono anche alla nostra miopia, incapacità di una strategia che vada la di là della pura opzione militare. Una opzione che si è capito non funziona in queste guerre asimmetriche, guerre in cui non ci sono due eserciti regolari che si combattono ma delle forze molto eterogenee, perché con il termine talebani si intende di tutto. Tra l’altro nella realtà afgana c’è anche un aumento della criminalità comune, ad esempio a Kabul nell’ultimo mese ci sono stati oltre 15 sequestri di afghani influenti, quindi un fenomeno che non ha niente a che fare con la politica ma invece con il deteriorarsi della situazione. Noi abbiamo creato delle grandi aspettative dopo l’11 settembre con la cacciata dei talebani e poi queste promesse non sono state mantenute.

Quale situazione generale hai trovato in Afghanistan?
Quella di una tragedia infinita.Questo popolo ha ancora gli indicatori più bassi per quanto riguarda la sanità e la qualità della vita. Qualche progresso è stato fatto nel campo dell’educazione, dell’insegnamento, dell’accesso a scuola ma invece è disastrosa la situazione dei servizi primari come avere l’acqua in casa, possibilmente potabile, poter partorire senza rischiare di morire, poter avere dei figli che non muoiono immediatamente dopo che sono nati. In questo siamo molto indietro. Questi sono i servizi di base che andavano garantiti subito. Per capirci basta pensare che nella capitale, ed è la capitale, il servizio di erogazione della corrente elettrica, promesso a più riprese non funziona, funziona a singhiozzo e chi se lo può permettere paga una mazzetta per avere l’erogazione della luce. Ora queste sono le cose che danno il termine del dramma, poi si possono fare i numeri e dire che in Afghanistan muore di parto una donna ogni 27 minuti, il che è spaventoso. Le donne non sono in grado di partorire in condizioni igieniche decenti. Questo dopo sette anni in cui sono stati investiti miliardi. Solo l’Italia, senza contare l’investimento “militare”, che costa all’incirca 360 milioni di euro all’anno, cioè un milione di euro al giorno, ha investito 400 milioni di euro in cooperazione civile, ma i risultati non si vedono. C’è stata una gestione opaca sia dal nostro punto di vista che da parte delle autorità afgane ed è necessario accompagnarle ancora con un processo che è di lunga durata ma che deve vedere una totale inversione di tendenza. Dare un segnale forte, che significa far capire che questo popolo non lo abbiamo abbandonato a se stesso, che le promesse che gli abbiamo fatto devono essere mantenute e che questo significherà un impegno di lunga durata dal punto di vista della cooperazione civile per fare in modo che in qualche maniera si esca da una situazione che è di trent’anni di conflitto e quindi richiede una ricostruzione di larghissimo respiro per permettere alla gente di uscire da un tragico passato che dura anche in queste ore.

Immaginiamo che, se la situazione che hai descritto riguarda Kabul, le cose nel resto del paese non siano meglio?
Ci sono anche delle situazioni in positivo, se vogliamo vedere una zona di luce in questo panorama tenebroso. Per esempio la zona di Herat. Herat è la seconda città dell’Afghanistan, vicina al confine con l’Iran, abbastanza tranquilla dal punti di vista della guerra ed è un posto dove si fanno affari. Molta gente è ritornata dall’Iran e in qualche modo c’è abbastanza lavoro, commercio perché è una città di frontiera. Quindi lì la situazione è migliore. Magari però è più arretrata rispetto ai diritti delle donne. E’ difficilissimo ad Herat vedere donne senza il bourka mentre invece ho visto come, in pochi mesi a Kabul, sia aumentato il numero di donne che porta solo il chador. Poi c’è il resto del paese, in cui le cose funzionano e non funzionano. Nel nord c’è meno conflitto ma non oso immaginare la situazione nel sud del paese, dove peraltro i giornalisti non possono entrare e che sotto il controllo dei talebani, con una totale assenza del governo. Lì di certo non si muove foglia.

Restiamo proprio al sud, la zona confinante con il Pakistan dove peraltro è in corso una generale offensiva contro i talebani …
Lì c’è un fenomeno di trasmigrazione di ideologia, se vogliamo di una imitazione che dall’Afghanistan ha fatto sorgere questo movimento dei neo-talebani o dei talebani pakistani. Questi agiscono con maggiore facilità nel senso che a far loro fronte c’è soltanto l’esercito pakistano, che soprattutto ha anche una storia, per quel che riguarda i servizi segreti, di sostegno a queste forze oscurantiste ed estremiste, servite a più riprese per giochi politici differenti. In più i talebani pakistani stanno mettendo in campo una strategia del consenso molto intelligente. Ad esempio scacciano dalle terre che occupano tutti i proprietari terrieri e dicono ai contadini che possono finire di pagare l’affitto perchè è ingiusto. Mettono in piedi, ad esempio, i Tribunali della Sharia, che ci sono sia in Afghanistan che in Pakistan, che risolvono molto rapidamente i contenziosi sull’acqua, sui confini per coltivare la terra mentre il sistema giudiziario istituzionale in Afghanistan non esiste in Pakistan è particolarmente corrotto. In questo modo riescono anche a guadagnare un certo consenso e questo è il motivo per cui hanno avuto questa rapidissima avanzata in Pakistan. E anche lì, si può ostacolarli con una grossa operazione militare ma poi se non si mette mano ai problemi di fondo, ad un sistema giudiziario giusto, alla proprietà della terra che non sia a livello di contadini come servi della gleba, le cose non riusciranno a migliorare. Da questo punto di vista Obama aveva dato un segnale dicendo non daremo più soltanto soldi per i militari daremo soldi per scuole, per ricostruire le strade, per gli ospedali, speriamo che si faccia veramente per adesso è rimasto solo un segnale nelle parole del Presidente ma i segnali veri sul terreno non si vedono.

Intervista a cura Associazione Ya Basta
* Lettera 22

Afghanistan - Strage di civili confermata dalla Croce Rossa

I raid degli ultimi giorni nella zona di Farah facevano parte dell’attacco ai talebani
I civili della provincia di Farah parlano di almeno 30 vittime, in gran parte donne e bambini
La Croce Rossa Internazionale conferma le accuse dei talebani, secondo cui i raid aerei statunitensi degli ultimi due giorni avrebbero causato decine di vittime civili, in maggioranza donne e bambini.
C’è chi parla di cento morti. La conferma giunge dopo che una squadra della Croce Rossa Internazionale è riuscita a raggiungere la zona di Bala Baluk, nella provincia occidentale di Farah, teatro nei giorni scorsi di combattimenti tra forze afghane e Usa contro gruppi di talebani. Secondo i primi rapporti, il bilancio della battaglia era stato di 25 talebani e tre agenti uccisi. Secondo fonti locali, al termine dell’offensiva una folla di civili del villaggio di Gerani ha raggiunto la capitale provinciale con un convoglio di mezzi, per mostrare alle autorità i corpi delle vittime dei bombardamenti Usa. A quanto pare, gli abitanti del villaggio avevano invitato donne e bambini a rifugiarsi per sicurezza in alcuni edifici, al di fuori della zona coinvolta dalla battaglia, che poco dopo erano stati bombardati. Fonti del consiglio provinciale di Farah riferiscono di avere visto almeno 30 corpi, pesantemente mutilati, tra cui anche quelli di donne e bambini.Altre fonti civili hanno riferito invece che i cadaveri sarebbero tra 70 e 100. Oggi un portavoce della Croce Rossa Internazionale, Jessica Barry, ha dichiarato che il team di osservatori ha documentato la distruzione dei rifugi in questione, e ha potuto vedere "dozzine di cadaveri, tra cui donne e bambini".
Nella zona c’è la base italiana ‘Tobruk’. “Una squadra di investigatori americani e afgani si sta recando a Farah, sul luogo del bombardamento aereo statunitense, per verificare la notizia di decine di vittime civili”, spiega a PeaceReporter da Kabul il capitano Elisabeth Mathias, portavoce delle forze Usa in Afghanistan. “Il fatto che questa denuncia sia stata confermata dalla Croce Rossa Internazionale è rilevante, perché di solito le cifre fornite dalla popolazione locale o dagli stessi talebani non sono attendibili. Nella zona di Bala Buluk, dove è avvenuto il raid aereo, sono attive le forze armate italiane – dice il capitano Mathias – ma non sappiamo se sono state coinvolte in questa operazione. L’unica cosa certa è che le forze di sicurezza afgane che hanno chiesto supporto aereo dopo essere state imboscate dai talebani erano accompagnate da militari della Coalizione”. A Bala Bukuk le truppe italiane hanno inaugurato tre mesi fa un avamposto, la base operativa avanzata ‘Tobruk’ che ospita gli alpini del secondo reggimento genio guastatori di Trento, appartenenti alla Brigata ‘Julia’, e i bersaglieri del Battle Group comandato dal Tenente Colonnello Salvatore Paolo Radezza, che opereranno localmente a supporto delle forze di sicurezza nazionali afgane.
Articolo pubblicato sul sito di PeaceReporter

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!