martedì 12 maggio 2009

Quel che il papa vedrà in Terrasanta


di Zvi Schuldiner
A Amman il papa ha chiesto ai cristiani di restare in Terrasanta. E’ più di un interessante preludio al suo arrivo in Israele, luogo in cui questo richiamo può sollevare innumerevoli riflessioni. E’ un richiamo più che significativo dal momento che poche ore dopo le sue parole in Giordania, arriva in Israele e viene ricevuto da una comitiva in cui spicca il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, uno che vorrebbe vedere Israele libero da tutti i suoi cittadini arabi, siano essi musulmani o cristiani. Un papa controverso, che sembra portare la chiesa verso un passato più che conservatore, che ha fatto tornare nella chiesa Williamson e i suoi simili, inizia il suo viaggio in Israele dallo Yad Vashem. Ma l’importante sarebbe sapere se oltre ai simboli e alle dichiarazioni, questa chiesa sia realmente disposta a trarre lezioni dal passato. Sarebbe importante sapere se il papa stia abbandonando la linea che l’ha portato a far tornare Williamson, da una parte, e alle sue discusse e dannose osservazioni sull’islam dall’altra. Il papa chiama i cristiani a restare nel paese. Arriverà a Betlemme in elicottero e non avrà quindi il piacere di un incontro diretto con il muro dell’odio, che rende un vero inferno la vita dei palestinesi. Chiede la pace in giorni in cui il governo di Benjamin Netanyahu raddoppia gli sforzi per costruire colonie nei territori occupati. Il presidente Peres che lo riceve con magniloquenti frasi in latino è ormai solo un agente della propaganda del governo – come lo era ai tempi di Sharon – e ciò non può nascondere l’essenza della questione. E’ arrivata l’ora che papi e presidenti, ambasciatori e dignitari assortiti smettano di parlare inutilmente e dicano se sono realmente disposti a fare qualcosa di serio in favore della pace. La retorica vuota non può nascondere che l’occupazione continua con tutta la sua forza. I cristiani che secondo il richiamo del papa dovrebbero restare in Terrasanta sono soggetti, come il resto dei loro connazionali palestinesi, ai rigori e all’oppressione dell’occupazione israeliana. Il muro che il papa potrebbe non arrivare a vedere li separa dalle loro terre, dalle loro famiglie, dalle loro scuole e ospedali. Il papa ascolterà così tanti cori e discorsi e orchestre che non riuscirà a sentire i bulldozer che distruggono le case dei palestinesi nella non molto santa Gerusalemme. Dovrebbe sapere, il papa – e sarebbe utile sentirglielo dire – che l’occupazione non discrimina: rende infernale la vita di tutti i palestinesi, senza distinzione religiosa. Certo sarebbe straordinario arrivare alla pace, ma nel frattempo per loro è urgente una revisione della politica israeliana, è urgente un forte cambiamento dell’arena internazionale che fomenta la presente situazione e le permette di perpetuarsi. Sì, la televisione, la stampa, i tromboni e tutti i rumori naturali delle grandi feste: sembrerebbe che siamo un’altra volta davanti a una svolta, a grandi frasi, grande retorica. E la pace è ogni volta più lontana, manca qualsiasi contenuto reale. C’è da sperare che la visita del papa non diventi un altro contributo al teatro delle grandi parole dietro le quali si nasconde il nulla, dietro le quali continua un conflitto sanguinoso che reclamerà altre vite nella prossima esplosione di violenza.
Fonte: Il Manifesto