martedì 9 giugno 2009

Repressione delle proteste indigene in Perù, almeno 33 morti

da La Jornada

Dopo l'uccisione di 22 indigeni e 11 poliziotti in Perù sono scoppiati scontri, saccheggi e incendio di edifici pubblici a Bagua. La repressione contro gli indigeni lascia almeno 33 morti e 113 feriti. 22 sono nativi e 11 poliziotti, intanto Lima si prepara a dichiarare il coprifuoco.
Contigenti della polizia peruviana hanno sgomberato violentemente gli indigeni che bloccavano un’autostrada nella regione amazzonica, con l’appoggio di elicotteri, il che ha lasciato un saldo di 33 morti e 113 feriti e ha scatenato nella città di Bagua una serie di disordini, incendi di edifici pubblici e saccheggi.Tra le vittime ci sono 22 nativi e 11 poliziotti, per gli scontri avvenuti durante una protesta di etnie di 5 regioni che reclamano la derogazione delle leggi che – secondo le organizzazioni indigene – vulnerano i loro territori e l’ambiente, in relazione allo sfruttamento petrolifero a beneficio delle imprese multinazionali.
In questo contesto e senza escludere una crisi di governo, secondo alcuni analisti, Lima si prepara a decretare il coprifuoco a Bagua ed in altre zone della regione. Il caencelliere Jose garcia Baluande, annunciando la misura di sicurezza, ha detto che l’obiettivo è creare un clima di calma per riprendere il dialogo, che con la violenza e gli attacchi alla proprietà privata non è possibile.«Io faccio responsabile il governo del presidente Alan Garcia di ordinare questo genocidio. Ci stanno sparando come animali» ha detto il leader dei nativi della zona, Alberto Pizango, in una conferenza stampa con i giornali stranieri. Ha aggiunto che, secondo informazione ricevute dalla zona di conflitto, ci sono 22 indigeni morti a causa degli scontri con la polizia che ha sparato da un elicottero.Le autorità locali di Bagua parlano solo di sette civili morti e hanno confermato che anche nove poliziotti sono deceduti.
La ministra degli interni, Mercedes Caballinas, ha detto ai giornalisti che i poliziotti morti sono nove e ha descritto la situazione a Bagua come un caos; hanno bruciato locali pubblici, non ci sono più le autorità del governo regionale, e che raccomanderanno l’applicazione del coprifuoco di fronte alla reazione furiosa degli abitanti dopo lo sgombero violento.Intanto, il presidente Alan Garcia ha giustificato l’azione della polizia come parte delle attribuzioni per vegliare sull’ordine e la sicurezza.Durante un evento pubblico ha affermato che è arrivato il momento di riaprire le strade, i fiumi e di assumere le responsabilità, in rispostaalle proteste di 65 etnie che dal 9 aprile hanno cominciato a mobilitarsi.Ha aggiunto che il suo governo ha avuto molta serenità e freddezza, però quando alcuni bloccano e tagliano i gaseodotti, che lasciarebbero senza luce a tutti i peruviani, che può fare un governo se non agire con energia per ristabilire l’ordine. Ha sostenuto che dietro le proteste ci sono interessi ideologici nazionali ed internazionali dei nemici dello sviluppo.
Migliaia di nativi hanno iniziato le proteste ad aprile per esigere l’eliminazione delle leggi approvate dal governo di Alan Garcia che cercanoottenere un maggior investimento privato nelle zone ricche di risorse naturale, come petrolio e gas. E’ stato uno sciopero concentrato nelleregioni: Amazzonia, Cusco, Loreto, San Martin e Ucayali.Le proteste hanno obbligato a chiudere all’impresa statale Petroperù l’unico oleodotto che trasporta crudo dalla selva nord alla costa delPacifico. Allo stesso modo l’argentina Pluspetrol ha fermato la propria produzione nel nord del paese dovuto alla mancanza di capacità diimmagazzinamento di crudo.
Il presidente Garcia si è detto dispiaciuto per le morti ed ha accusato i dirigenti dei nativi di provocare la polizia al momento di lasciare lestrade bloccate, protesta che secondo il presidente ha l’appoggio dei politici oppositori. Anche il suo cancelliere Garcia Belaunde ha accusato gli indigeni di aver attaccato la polizia con armi da fuoco durante gli scontri.
Però Pizango ed i leader che lo accompagnavano in una conferenza stampa a Lima hanno assicurato che i propri compagni non posseggono armi da fuoco e che la protesta è stata sempre pacifica e non escludono l’ipotesi che i poliziotti, sparando contemporaneamente da diversi punti, sono morti per pallottole sparate da loro stessi.Il dirigente indigene ha attribuito il genocidio al presidente Garcia, alla ministra Caballinas e al leader del Parlamento, javier Velasqyez Quesquen, quest’ultimo per non aver permesso il dibattito legislativo dei decreti di cui i nativi esigono la deroga, motivo per cui gli intenti di dialogo non sono seguiti e prevale la situazione d’impasse.Il parlamento, di maggioranza officialista, ha sospeso ieri la discussione per la deroga della Legge Forestale Fauna Silvestre, che secondo il governo regola l’investimento privato nel settore. Decreti firmati dal governo tra il 2007 e il 2008, che inoltre allentano i controlli sullo sfruttamento minerario, della legna, agricolo e sullo sfruttamento petrolifero, che include la consenga di lotti alle multinazionali.Pizango ha denunciato che «la mattanza di oggi per mano del governo forma parte di un piano di consegna delle risorse naturali alle imprese straniere, che include privatizzare le nostre terre».Analisti affermano che il conflitto potrebbe provocare la rinuncia del primo ministro Yehude Simon, il che genererebbe una crisi nel gabitto diGarcia. Probabilmente tutto questo porterà Simon a rinunciare perché la sua politica di dialogo ha indubbiamente fallito, ha detto il sociologo Sinesio Lopez, dell’università Cattolica.
Il direttore della polizia naziona, Joe Sanchez Farfan, ha informato che 639 poliziotti si sono scontrati con le etnie nella zona Curva del Diavolo mentre cercavano di sbloccare una strada a Bagua Grande, nella regione amazzonica. Ha detto che nella zona protestavano duemila indigeni e che le forze di polizia sono state attaccate con armi da fuoco.Il leader dell’opposizione nazionalista, Ollanta Humala, ha respisto le azioni del governo nella località di Bagua. «Il governo ha deciso dirisolvere il problema sociale, economico e politico non nel parlamente ma sul campo di battaglia», ha detto in conferenza stampa.
La Difesa del Popolo, la Chiesa Cattolica e organizzazioni dei diritti umani hanno esigito al governo fermare gli scontro a Bagua, dove secondo la polizia sono continuati gli scontri questa notte, il che ha imposto la chiusura di tutti i negozi della zona.Infine, un gruppo di 38 poliziotti e’ stato sequestrato da alcune migliaia di indigeni nella selva nord del Peru’ ed ora minacciano di ammazzarli, ha detto Yehude Simon.

Tradotto da Nodo Solidale

Io non ti voglio incontrare - Tante donne dicono No al leader libico Gheddafi (ed ai suoi alleati europei)

Al Leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista
(Per conoscenza, alle e ai rappresentati del governo italiano e dell’Unione europea)

Gentile Muammar Gheddafi,
noi non facciamo né vogliamo far parte delle 700 donne che lei ha chiesto di incontrare il 12 giugno durante la sua visita in Italia. Siamo, infatti, donne italiane, di vari paesi europei e africani estremamente preoccupate e scandalizzate per le politiche che il suo Paese, con la complicità dell’Italia e dell’Unione europea, sta attuando nei confronti delle donne e degli uomini di origine africana e non, attualmente presenti in Libia, con l’intenzione di rimanervi per un lavoro o semplicemente di transitarvi per raggiungere l’Europa. Siamo a conoscenza dei continui rastrellamenti, delle deportazioni delle e dei migranti attraverso container blindati verso le frontiere Sud del suo paese, delle violenze, della “vendita” di uomini e donne ai trafficanti, della complicità della sua polizia nel permettere o nell’impedire il transito delle e dei migranti. Ma soprattutto siamo a conoscenza degli innumerevoli campi di concentramento, a volte di lavoro forzato, alcuni finanziati dall’Italia, in cui donne e uomini subiscono violenze di ogni tipo, per mesi, a volte addirittura per anni, prima di subire la deportazione o di essere rilasciati/e. Alcune di noi quei campi li hanno conosciuti e, giunte in Italia, li hanno testimoniati. Tra tutte le parole e i racconti che abbiamo fatto in varie occasioni, istituzionali e non, o tra tutte le parole e i racconti che abbiamo ascoltato, scegliamo quelli che anche Lei, insieme alle 700 donne che incontrerà, potrà leggere o ascoltare.
Fatawhit, Eritrea : “Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure (…) Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. (…) L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”
Saberen, Eritrea: “Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari.”
Tifirke, Etiopia: “Siamo state picchiate e abusate, è così per tutte le donne”. (Dal film “Come un uomo sulla terra”).

Siamo consapevoli, anche, che Lei e il suo Paese non siete gli unici responsabili di tali politiche, dal momento che gli accordi da Lei sottoscritti con il governo italiano prevedono ingenti finanziamenti da parte dell’Italia affinché esse continuino ad attuarsi e si inaspriscano nei prossimi mesi e anni in modo da bloccare gli arrivi dei migranti sulle coste italiane; dal momento, inoltre, che l’Unione europea, attraverso le sue massime cariche, si è espressa in diverse occasioni a favore di una maggiore collaborazione con il suo Paese per fermare le migrazioni verso l’Europa. Facciamo presente innanzitutto a Lei, però, e per conoscenza alle e ai rappresentati del governo italiano, alle ministre e alle altre rappresentanti del popolo italiano che Lei incontrerà in questa occasione, così come alle e ai rappresentanti dell’Unione europea, una nostra ulteriore consapevolezza: quella per cui fare parte della comunità umana, composta da donne e uomini di diverse parti del mondo, significa condividere le condizioni di possibilità della sua esistenza. Tra queste, la prima e fondamentale, è che ogni donna, ogni uomo, ogni bambino, venga considerato un essere umano e rispettato/a in quanto tale. Finché tale condizione non verrà considerata da Lei né dalle autorità italiane ed europee noi continueremo a contestare e a combattere le politiche dell’Italia, della Libia e dell’Unione europea che violano costantemente i principi che stanno alla base della sua esistenza e fino a quel momento, quindi, non avremo alcuna voglia di incontrarla ritenendo Lei uno dei principali e diretti responsabili delle pratiche disumane nei confronti di una parte dell’umanità.

Firmatarie: Federica Sossi, Alessandra Sciurba, Isabelle Saint-Saens, Glenda Garelli, Anna Simone, Floriana Lipparini, Cristina Papa, Enrica Rigo, Maria Vittoria Tessitore, Barbara Bee, Maddalena Bonelli, Chiara Gattullo, Elisa Coco, Gabriella Ghermandi, Elisabetta Lepore, Barbara D’Ippolito, Paola Meneganti, Anna Maria Rivera, Judith Revel, Vanessa Giannotti, Enza Panebianco, Angela Pallone, Di Lauro Gabriella, Sara Prestianni, Valentina Maddalena, Maria Iorio, Annalisa Caffa, M.Cristina Di Canio, Barbara Romagnoli, Alessia Montuori, Pia Covre, Letizia Del Bubba, Cristina Romieri, Maria Antonietta Ponchia, Valentina Mora, Gabriella Orlando, Cristina Sebastiani, Dorinda Moreno, Alessandra Ballerini, Ilaria Scovazzi, Liliana Ellena, Vincenza Perilli, Lucia Conte, Gloria Battistin, Silvia Silvestri, Teresa Modafferi, Sara Voltolina, Patrizia Grazioli, Aurora D’Agostino, Beatrice Barzaghi, Anna Milani, Elide Insacco, Sara Chiodaroli, Ester Incerti, Anita Pirovano, Maria Rosaria Baldin, Agela Azzaro, Igiaba Scego, Margherita Hack, Irene Delfino, Cinzia Filoni, Nausicaa Guerini, Laura Fiorillo, Maria La Salandra, Elisabetta Degli Esposti Merli, Cinzia Pian, Cecilia Bartoli, Agnese Pignataro, Vilma Mazza, Isabella Bortoletto, donneinmovimento, Cristina Ali Farah, Roberta Sangiorgi, Chiara Sartori, Lea Melandri, Valentina Paganesi, Deborah Voltolina, Simona Scozzari, Valentina Antoniol, Gaia Alberti, Milena Zappon, Erika Russo, Miriam Ferrari, Tiziana Bartolotta, Sofia Gonoury, Cristina Sansa, Cristina Lombardi-Diop, Rosi Castellese, Elena Gimelli, Marcela Quilici, Rosa Mordenti, Gabriella Carlino, Elisa Cappello, Laura Liberto, Steny Giliberto, Daniela Stanco, Emanuela Ambrosino, Raffaella Vidale,

( per adesioni individuali semir@libero.it )

lunedì 8 giugno 2009

DOCUMENTATO PER LA PRIMA VOLTA L’UTILIZZO DI MICRO TUBI DI CARBONIO PER COSTRUIRE ARMI NON CONVENZIONALI UTILIZZATE A GAZA.

ARMI MISTERIOSE A GAZA MICROTECNOLOGIE PER AMPUTAZIONI

INCHIESTA a cura di Maurizio Torrealta
Ecco il link della puntata di rai news 24 sulle armi usate a gaza:


Nel frattempo i 17 membri della commissione d’inchiesta dell’ONU, inviata per indagare sulla recente guerra israeliana contro Gaza, hanno lasciato venerdì la regione dopo aver investigato sui devastanti effetti dell'operazione "Piombo Fuso".
Il capo della commissione, Richard Goldstone, ha definito “deludente” la mancanza di cooperazione da parte d’Israele, negando però che un tale atteggiamento possa sminuire l’importanza dell’indagine.

Manifesto per il controvertice sull economia del G8 di Lecce 12-13 giugno 2009

Nel 2001 il G8 si riunì a Genova. Furono giorni di violenta sospensione dei diritti civili che ancora pesano nella coscienza collettiva, insieme al ricordo e al dolore per la morte di Carlo Giuliani. Furono anche giorni in cui i “grandi della terra” snocciolarono il nuovo credo della globalizzazione liberista come fosse una nuova religione universale. A detta loro, il mondo sembrava avviato verso una marcia trionfale economica e politica: il nuovo capitalismo transnazionale avrebbe garantito profitti a tutti coloro che avessero voluto arricchirsi, grazie alle opportunità della mondializzazione. Le ricette che venivano proposte accoglievano l'invito a delocalizzare le produzioni là dove i lavoratori venivano pagati con salari da fame, menomando i diritti maturati in Occidente attraverso una politica di precarizzazione selvaggia del lavoro (loro la chiamavano “flessibilità”). Una nuova corsa al profitto veniva proposta ai possessori di capitali, sventrando Welfare e diritti maturati in anni di lotte e mobilitazioni di popolo. Una nuova panacea sembrava a disposizione del capitale globale: investire i surplus nella finanza, realizzando denaro dal denaro, dando vita ad una “architettura finanziaria globale” che avrebbe consentito di armonizzare ogni situazione di difficoltà da parte di governi consapevolmente complici dell'inasprirsi delle disuguaglianze sociali. Oggi, mentre i potenti della terra (...)
(...) si apprestano a riunirsi a Lecce per un vertice mondiale sull'economia, è tempo di bilanci. Rispetto alle promesse del G8 di Genova, siamo di fronte ad uno scenario capovolto. Il bilancio è impietoso e la parola che risuona in tutte le zone del pianeta è una soltanto: crisi. Non una crisi di passaggio: tutti gli addetti ai lavori concordano, si tratta della crisi più grave degli ultimi 80 anni. La situazione è sotto gli occhi di tutti: milioni di lavoratori disoccupati, aziende sul lastrico o in ristrutturazione selvaggia, crescita esponenziale del debito pubblico e diminuzioni del Pil, classe media impoverita ovunque. Non è un caso che questo processo abbia preso le mosse dalla guerra , considerata dai Paesi guida del G8 la miglior risposta all'attacco terroristico dell'11 settembre 2001. In particolare la feroce guerra in Iraq ha assorbito una impressionante quantità di denaro, il cui finanziamento è stato reso possibile dalla vendita di buoni del tesoro statunitensi sul mercato internazionale contando su una forte diminuzione dei tassi d'interesse, collegando a questa politica il via libera a prodotti finanziari sofisticati che impegnavano il consumatore a spendere un denaro inesistente, con margini di rischio nascosti da analisi di rating manipolate. I profitti della globalizzazione hanno incrementato il divario tra Nord e Sud del pianeta, consentito speculazioni formidabili sull'ambiente e sui beni primari (a cominciare dall'acqua), imposto politiche di privatizzazione generalizzata. I profitti della globalizzazione non hanno placato la fame e la sete nel mondo. Al contrario: ogni giorno la tragedia della sopravvivenza conquista nuovo spazio nel pianeta. La sperequazione colpisce l'organizzazione sociale: aumenta ovunque la disuguaglianza, la ricchezza è concentrata nelle mani di un pugno di uomini, mentre milioni e milioni si chiedono se domani potranno contare su un salario. La globalizzazione neo-liberista è fallita.E' bastato un decennio per passare dall'entusiasmo ideologico al disastro economico-finanziario, dal trionfo del capitalismo post-guerra fredda alla recessione.Che cosa possono dire al mondo di nuovo e importante un nugolo di ministri economici e di banchieri che, in non pochi casi, hanno avuto un ruolo di primaria importanza per sospingere la situazione fine alla sua attuale condizione di crisi globale? Non è un G8 già svuotato, e neppure un G20, che possono arrogarsi il ruolo del governo mondiale dell’economia.Noi, ricordando le tante dichiarazioni, gli appelli, i manifesti prodotti dal movimento da Seattle ad oggi, ribadiamo che la rotta dell'economia mondiale va cambiata. Le nostre preoccupazioni e le nostre dure critiche alla retorica e alla pratica della globalizzazione si sono dimostrate del tutto giustificate e fondate. Assistiamo al dibattersi dei governi in una spirale di provvedimenti di emergenza che rivelano liquidità inimmaginabili, laddove per un decennio si era detto che non esistevano materialmente le risorse per intervenire sui tanti fronti delle tragedie umanitarie e per sanare con la dovuta forza il degrado dell'ambiente, violentato da decenni di produzioni di massa avvelenate. Liquidità utilizzata per salvataggi governativi che vengono operati verso le grandi banche, le stesse che hanno inventato una miriade di prodotti finanziari derivati a danno dei consumatori. Niente sembra indicare un ridimensionamento delle industrie delle armi, voragini di denaro che alimentano insanabili divisioni tra i popoli del pianeta . Nessun piano significativo, al passo con la gravità della situazione, sembra venire dai grandi vertici mondiali. Il G20 di Londra non a caso è stato deludente e non ha portato a nessuna conclusione degna di nota. Il vertice politico-economico del G8 si terrà in Italia, dove il Mezzogiorno si impoverisce, mentre il governo inventa diversivi mediatici per coprire l'assenza di programma economico, mentre si tagliano indispensabili risorse in tutti i settori strategici del Welfare, abbassando la qualità della vita e pregiudicando il futuro delle giovani generazioni. Questa sostanziale incapacità di governare la crisi è peraltro accompagnata dalla promessa di opere faraoniche di dubbia utilità collettiva e di certa distruttività ambientale, indici di un titanismo di cartapesta che sembra mal comprendere la gravità e la profondità della crisi. Noi, ricordando che a Genova avevamo affermato che un altro mondo è possibile, troviamo improprio che le grandi potenze economiche della terra discutano tra di loro a porte chiuse, arroccate in una arrogante posizione di isolamento proprio mentre tutte le scommesse da esse giocate sulla pelle dei più deboli sono state perse. Nei giorni del vertice di Lecce noi saremo nelle piazze e nelle strade per discutere della crisi globale, per dare la voce a esperienze di riflessione critica e a quelle realtà che, con progetti innovativi, stanno sperimentando modelli economici e sociali diversi e alternativi a quelli, disastrosi, delle politiche economiche delle grandi potenze. Saremo a Lecce per riflettere e contestare, convinti che la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche sia un diritto fondamentale che va esercitato sempre. Tanto più oggi, dentro una crisi che morde la vita di ognuno e che colpisce maggiormente le fasce più deboli. Oggi un altro mondo non solo è possibile, ma è necessario. Oggi vanno ascoltate le ragioni di quanti, puntando sulla creazione ed estensione di reti di comunicazione partecipate, chiedono un mutamento radicale delle politiche economiche mondiali. Facciamo appello alla società civile, ai movimenti, alle associazioni, ai sindacati e a quanti concordino con questo manifesto per dare vita a un percorso di iniziative che culmini il 12 giugno in un convegno sulla crisi globale e le alternative economiche e il 13 giugno in una manifestazione nazionale a Lecce.
Coordinamento NoG8Lecce

Perù - Foto e video del massacro ordinato da presidente Garcia contro gli indios

Video:
http://www.deredactie.be/permalink/1.541690








El Salvador - Storico: Mauricio Funes assume la presidenza

Primo importante discorso del nuovo Presidente. Assenti Chávez e Morales per motivi di sicurezza

Davanti a decine di migliaia di salvadoregni riuniti nello stadio Cuscatlán, il nuovo presidente del Salvador, il giornalista Mauricio Funes, candidato di una coalizione capeggiata dal Frente Farabundo Martí para la liberación nacional, Fmln, ha indossato la banda "azul y blanco" ed ha inaugurato quello che la maggior parte del popolo salvadoregno spera possa essere l’inizio di una nuova storica stagione per il piccolo paese centroamericano.
Dopo 12 anni di una lunga e sanguinosa guerra civile, gli accordi di pace del 1992 e 17 anni di governi neoliberisti che hanno portato il paese allo sfascio, il Salvador affronta l’inizio di questa nuova tappa della sua storia con molta speranza, pur riconoscendo che per il nuovo presidente e il Fmln l’impresa non sarà per nulla facile.
A Funes toccherà iniziare un percorso che affronti le principali problematiche del paese prendendo in seria considerazione le enormi disuguaglianze sociali esistenti, in mezzo ad una forte crisi economica, con un occhio ai governi progressisti dell’America latina, a quelli più spiccatamente avviati verso il cosiddetto "socialismo del XXI secolo", ma non potendo trascurare le relazioni con gli Stati Uniti, luogo di residenza di milioni di salvadoregni -molto spesso illegali- e principale partner economico del Salvador. La presenza di Hillary Clinton alla cerimonia ne è stato un chiaro esempio.

(Tutto il discorso di Mauricio Funes e video su http://www.simpatizantesfmln.org/funespresidentehistorico.htm )

Durante il suo primo discorso da Presidente della Repubblica, Funes ha chiamato il paese all’unione, illustrando una serie di misure per affrontare da subito la crisi economica che ha investito il mondo intero.
Ha ammesso però che riceverà un paese immerso in una profonda crisi economica, a causa dell’incapacità dei governi che lo hanno preceduto. "Dobbiamo dire le cose come stanno e senza tanti giri di parole: ricevo un paese profondamente deteriorato nelle sue finanze pubbliche, all’interno di un’economia dollarizzata (da un po’ di anni in Salvador la moneta ufficiale è il dollaro nordamericano). La crisi ci sta colpendo perché il governo precedente non ha sviluppato una strategia chiara per affrontarne gli effetti", ha detto Funes.
"Sbagliare è umano, ma evitare l’errore è un attributo di tutti gli uomini e le donne - ha detto il nuovo Presidente. Ed evitare l’errore comincia con non fare ciò che hanno fatto alcune persone in questo paese e cioè governare per pochi, essere compiacenti con la corruzione, temere ed essere complici del crimine organizzato, stringere un patto con tutte le forme possibili di arretratezza.
Vogliamo la ricostruzione sociale, economica e istituzionale e questo significa che non possiamo solo ricostruire il nostro paese, ma che dobbiamo inventarlo di nuovo, migliorando ciò che ha di buono e facendo ciò che non è mai stato fatto", ha aggiunto.
Funes ha anche annunciato il lancio di un Piano globale anti crisi, con una serie di misure per garantire la stabilità dell’economia e cominciare a ridurre i problemi sociali. Quattro saranno i principali obiettivi del Piano: difendere i posti di lavoro esistenti e crearne 100 mila nuovi durante i prossimi 18 mesi, per un costo di 474 milioni di dollari; proteggere i settori più vulnerabili dagli effetti della crisi; approfittare della crisi per promuovere politiche di Stato in materia sociale ed economica ed iniziare la costruzione di un sistema di protezione universale per tutti i salvadoregni, con il quale "si creerà un programma di comunità urbane solidali il cui obiettivo è quello di migliorare la vita nei quartieri più popolari, con interventi sulle infrastrutture e servizi pubblici basilari, la costruzione di 11 mila case, la consegna di un Buono per l’istruzione di bambini e giovani dai 6 ai 18 anni ed azioni per migliorare la sicurezza", ha chiarito il neoeletto Presidente del Salvador.
Ha anche informato che verrà ampliato il programma già esistente di Red Solidaria, che da ora si chiamerà Comunidades Solidarias Rurales, per aumentare la copertura dei servizi basilari come acqua potabile e fognature, luce, sanità ed istruzione in 32 municipi estremamente poveri. Altri 100 municipi verranno beneficiati con interventi immediati per garantire salute e nutrimento a favore di 85 mila bambini e bambine tra gli 0 e i 3 anni, mentre il programma di alimentazione scolastica beneficerà 500 mila bambini e bambine in età scolastica.
Sempre in tema sociale, Funes ha fatto sapere che estenderà la copertura della Previdenza Sociale a tutte quelle persone che hanno perso il lavoro e che eliminerà il pagamento dei servizi sanitari pubblici e che doterà di medicine essenziali tutti i dispensari pubblici del paese.
Per quanto riguarda la manovra creditizia, Funes ha annunciato la nascita di una banca statale per stimolare la produzione soprattutto della micro, piccola e media impresa. Parallelamente, il governo inizierà un programma di lotta all’evasione fiscale, al contrabbando ed alla corruzione, "perché abbiamo anche bisogno di una ricostruzione morale e di valori, una rivoluzione etica dove il bene pubblico non può essere confuso con il bene personale. Trasparenza, lotta alla corruzione ed a tutte le forme di spreco saranno sacre per il nostro governo", ha aggiunto davanti a migliaia di salvadoregni attenti alle parole del Presidente.
Il nuovo Presidente del Salvador ha anche ricordato i mioni di salvadoregni che sono emigrati all’estero in cerca di fortuna ed ha detto che sarà compito del suo governo far in modo che la gente non se ne vada più, "offrendo miglior istruzione ed ampliando le opportunità nel paese. Un governo della meritocrazia e non dei privilegi per le grandi famiglie, del clientelismo e dei vizi del nepotismo".
Per quanto riguarda la sicurezza, Funes ha promesso di affrontare tutte le forme di delitto e soprattutto il crimine organizzato ed il narcotraffico, articolando questo sforzo con gli altri paesi della regione.

Politica estera
La politica estera è forse stato il tema che maggiormente ha fatto parlare i mezzi d’informazione durante i mesi che sono trascorsi dalla vittoria elettorale di marzo ad oggi. Durante il suo discorso, Funes ha nuovamente spiegato che la politica del suo governo cercherà di mantenere un difficile equilibrio tra Stati Uniti, governi progressisti e quelli che promuovono il cosiddetto socialismo del XXI secolo dell’America Latina. Un segnale di ciò è stata la nomina di Hugo Martínez, storico dirigente del Fmln, come ministro degli Esteri.
Ha lodato pubblicamente Barack Obama, Hillary Clinton -"questa donna che onora l’America ed irradia la brillantezza del genere femminile per il mondo"- ed il presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, "un mio amico personale". Varie indiscrezioni si sono fatte largo tra i presenti per l’assenza dei presidenti di Bolivia e Venezuela, immediatamente respinte dal presidente nicaraguense Daniel Ortega, il quale ha dichiarato che si è trattato di "severe misure di protezione". "Il mio governo manterrà relazioni diplomatiche, commerciali e culturali con tutti i paesi dell’America Latina e questo significa che ristabiliremo immediatamente tali relazioni con Cuba. Faremo tutti gli sforzi possibili -ha continuato- per ampliare, rafforzare e rinnovare le nostre relazioni con gli Stati Uniti", ha concluso.
di Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más"

Vicenza - I No dal Molin entrano nell’aeroporto e issano la loro bandiera

E due: i NoDalMolin tornano dentro l’area dell’aeroporto vicentino, là dove gli statunitensi vorrebbero realizzare la loro nuova base di guerra; un blitz per lanciare, con lo stile creativo ma determinato che caratterizza i vicentini, la grande manifestazione del prossimo 4 luglio. La bandiera di quanti difendono la terra sventola nell’area che gli statunitensi vorrebbero militarizzata e inaccessibile ai vicentini. Sono bastati pochi minuti per raggiungere le recinzioni lungo l’argine, tagliare la rete, scalare uno dei cumuli di terreno e detriti posti a nord dell’aeroporto e piantare il pennone alto otto metri, simbolo della dignità e dell’indipendenza dei cittadini dalle imposizioni e dalle servitù militari. Sulla sua cima è issata una grande bandiera del No Dal Molin.In tutto, un centinaio di persone. Come sempre donne e uomini, giovani e meno giovani: perché la forza di questo movimento sta nella sua trasversalità, nel suo mettere insieme, in qualunque iniziativa, generazioni e persone diverse; ed è quel che avverrà anche il 4 luglio, quando il Presidio Permanente invita tutte/i a Vicenza per piantare migliaia di bandiere "NoDalMolin" nell’area in cui i militari statunitensi vorrebbero realizzare un nuovo avamposto di guerra. Una data, il 4 luglio, che non è scelta a caso; non solo, infatti, gli statunitensi festeggeranno la loro indipendenza, ma pochi giorni dopo si aprirà il G8 all’Aquila e giungerà per la prima volta in Italia il presidente statunitense. Quella di Vicenza, dunque, sarà la prima manifestazione su Obama dal suo insediamento alla Casa Bianca: mentre il presidente nordamericano parla di pace, democrazia e tutela dell’ambiente, infatti, il suo esercito vuole imporre a Vicenza una nuova e devastante base di guerra. Alla vigilia del summit che pretende di decidere a tavolino le sorti del mondo, noi vogliamo difendere il nostro diritto a determinare il domani della nostra città; indipendenti dalle servitù militari e dal loro portato di guerra, liberi di valorizzare i beni comuni e le risorse del territorio, disobbedienti alle imposizioni che ci vorrebbero spettatori della nostra quotidianità. Il 4 luglio ci ritroviamo a Vicenza in Via M.T di Calcutta alle 15.30; insieme, libereremo il Dal Molin dalla base di guerra. Ci hanno tolto il diritto di esprimerci e di far valere la nostra volontà; ci hanno impedito di conoscere e approfondire i progetti e le conseguenze ambientali, urbanistiche e sociali dell’opera; ci vorrebbero silenziosi e arrendevoli di fronte a un’imposizione che ha ricevuto tutti i timbri governativi, ma che non per questo è più legittima di prima; ci vedranno sorridenti e determinati: il 4 luglio liberiamo il Dal Molin, il 4 luglio mettiamo in piazza la nostra dignità.

Guarda la galleria fotografica

Perù - Ampia manifestazione a Lima dopo la repressione del Governo

Sono numerose le condanne alla pesante repressione degli indigeni nella Zona
Amazzonica

I manifestanti si sono concentrati alle cinque del pomeriggio in Plaza Francia nel centro della città, per arrivare fino alla sede della América Televisión. A due isolati dall’arrivo la polizia ha attaccato con gas lacrimogeni in maniera irresponsabile. Lo slogan più gridato è stato “Alan genocida”, contro il massacro di ieri nella provincia di Bagua, in Amazzonia. Il massacro ha visto una vasta condanna nazionale e internazionale. La “Defensoría del pueblo”, importanti settori della Chiesta e altre istituzioni peruviane hanno preso posizione mentre da tutto il mondo sono arrivati messaggi di solidarietà ai popoli indigeni.

Coordinación General CAOI sito
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Video e foto

Aggiornamenti:
Asociacion Interetnica de desarollo de la Selva Peruana
Servicio en comunicacion Intercultural Servindi
Alerta Peru Sezione In Difesa dell’Amazzonia

Articolo di Yvon Le Bot e Jean-Patrick Razon da La Jornada
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Nil’in - Se la morte non vuole farsi vedere

di Yara Nardi*

Sembra un disco rotto, una canzona sentita a intermittenza di cui completare le parti del testo che che saltano. A bocca stretta, tra le labbra, e fuori dai denti. Il solito venerdì mattina di lotta contro il muro, si conclude con la caccia grossa, con preda la morente, con il sangue che traccia la scia di soccorsi su cui si è sparato ancora.è una storia questa come tante altre, raccontata tra le strade di una Palestina sempre più piccola, che fatica a raggiungere le assolate spiagge occidentali. Questa mattina a Nil’n abbiamo messo sotto terra 36 anni. Splendidi e appassionati 36 anni, di cui gli ultimi due passati a lottare in nome di ciò che calchiamo ogni giorno, in nome del sinonimo della vita: la terra. E' stato un proiettile in pieno petto a colpire Yousef Sadiq Srour, a farlo morire in nome della Grande Israele, mentre lo stesso prestava soccorso ad un altro ragazzo ferito.
Nil’in dista solamente una trentina di km da Ramallah, ma mai come questa mattina è stato difficile e per qualche attimo forse impossibile, raggiungere questo paesino palestinese simbolo di lotta e resistenza, per assistere ai funerali di Yousef Sadiq Srour. Passando attraverso Bil’in, già tristemente noto per analoghi motivi, ci siamo resi conto di non conoscere a fondo la strada che porta al paese successivo. A darci le giuste indicazioni è stato un ragazzo sul ciglio della strada. Iyad, anche lui in marcia verso Nil’in, ci ha accolti con un sorriso e prima di finire i convenevoli era già seduto sul sedile posteriore. La corsa è ripresa tra le chiacchiere. Poche, essenziali, ma importanti. "Vuoi che parli inglese o ebraico?" mi ha chiesto continuando a sorridere, dopo qualche secondo di silenzio gli ho espresso la mia preferenza per la lingua anglosassone. La sua è una domanda semplice, indicatore della presenza di non pochi attivisti israeliani, che affiancano le lotte dei loro vicini assediati.Vengo così a sapere che Iyad è uno dei coordinatori del Friends of Freedom anf Justice and Popular Committee in Bil’in, anche lui avvezzo alla resistenza, e troppo spesso alla morte. La corsa continua fino alla strada che porta all’imbocco di Nil’in. Ci accorgiamo fin da subito della massiccia presenza dei soldati israeliani, camionette ovunque, che non appena avvistano la nostra macchina ci sbarrano la strada. I giovani soldati si sono fiondati giù con i loro fucili intimandoci di fermarci e tornare indietro. Dopo aver risposto alla domanda di uno di loro sulla nostra provenienza, un altro ragazzo evidentemente nervosetto mi ha biascicato in un pessimo arabo "Italiani andate via". Probabilmente il soldato sa pronunciare solamente quella frase in arabo, ennesimo indicatore linguistico in meno di mezz’ora mi viene da pensare. Non insistiamo, da quella parte non si passa, mentre facciamo un’inversione azzardata ci accorgiamo degli innumerevoli cecchini appostati sopra le nostre teste. Iyad ci dice che probabilmente i soldati non vogliono che gli internazionali vedano cosa accade oggi all’interno del paese.Una buona tesi penso, a cui aggiungere che probabilmente l’esercito non vuole che nessuno passi a commemorare l’ultimo martire, visto che viene malamente cacciato anche un gruppo di ragazzi palestinesi arrivati a piedi. Torniamo verso Bil’in, chiedendoci in nome di cosa non si può presenziare ad un funerale. Dopo pochi minuti ci fermiamo nuovamente, Iyad chiede indicazioni, di tutta risposta ci ritroviamo in macchina un altro compagno palestinese che dice di avere una via alternativa. Il tragitto riprende, con il cuore in gola stavolta. L’esercito è ovunque, ma per fortuna la nostra macchina sembra scivolare via sotto poca attenzione. Dopo un’altra mezz’ora, prima di intravedere la piazza centrale di Nil’in, è un canto che ci raggiunge, siamo arrivati. Le bandiere verdi di Hamas sventolano numerose, giovani, vecchi e bambini sono sparsi in quella che non è altro che una piccola prigione che nessuno di loro vuole spingere verso la normalizzazione che tanto piace alla politica internazionale. Piccoli gruppi silenziosi sotto un sole cocente. Occhi lucidi, come la pelle che suda. La salma di Yousef è uscita dalla moschea dopo pochi minuti, il volto visibilissimo, come il resto del corpo era avvolto nella stessa bandiera verde del "Movimento di Resistenza Islamico". Amici e compagni hanno trasportato il corpo fino al cimitero, dove le loro stesse mani impastandosi con terra, acqua e lacrime, hanno fatto la tomba per un amico, un fratello, un figlio. Quei 35 anni lasciano una moglie e tre bambini, che non possiamo altro che augurarci non seguano il filone di odio dei loro aguzzini.

* attualmente nei territori occupati

Perù: scontri tra indios e polizia, oltre 30 morti

Rivolta in Amazzonia delle popolazioni indigene contro il TLC e le multinazionali petrolifere
Dopo l’assassinio di decine persone gli indigeni hanno preso in ostaggio un gruppo di 38 poliziotti.
Gli indigeni: «E’ un genocidio». In 5 mila occupano una strada per protestare contro lo sfruttamento delle risorse naturali. Dichiarato il coprifuoco
Protestano contro lo sfruttamento delle risorse naturali delle loro terre. [ guarda video ] Da dieci giorni, 5 mila indigeni occupano una strada dell’Amazzonia, a 900 chilometri a nord est di Lima. [ guarda video ] Oggi la polizia è intervenuta, anche con gli elicotteri lanciando lacrimogeni. Il bilancio, di una situazione tutta in divenire, è di oltre 30 morti e 50 feriti. Tra le vittime ci sono gli agenti. Negli incidenti sono morti anche un docente e uno studente universitario. Al momento 38 poliziotti dei reparti speciali sono stati presi in ostaggio dagli indigeni all’interno di una stazione di produzione petrolifera. Il ministro della giustizia peruviano ha appena emesso un mandato di cattura per il presidente dell’organizzazione indigena AIDESEP, Alberto Pizango. [ vedi conferenza stampa ]
Gli indigeni: è genocidio. Alberto Pizango, il massimo dirigente della comunità indigena locale di almeno diecimila membri (AIDESEP), ha accusato il governo del presidente Alan Garcia di aver perpetrato «un genocidio». Quattro delle vittime sono indigeni dell’etnia Aajun. Gli indigeni hanno occupato una zona chiamata "curva del diavolo". Protestano in particolare contro i decreti presidenziali che consentono lo sfruttamento di parte delle risorse amazzoniche.
La polizia ha lanciato lacrimogeni. A terra i dimostranti si sono difesi dagli agenti con sassi e bastoni. Poi gli spari. Secondo la polizia sono stati i dimostrati a sparare per primi contro un elicottero. «Sono stati loro ad attaccarci con armi da fuoco come se fossimo animali o delinquenti», ha invece assicurato Pizango. Che ha anche reso noto che è stato spiccato un mandato di cattura sia per lui che per altri dirigenti e chiesto «un’indagine internazionale» su quanto è accaduto.
Il governo dichiara il coprifuoco. Il ministro degli esteri ha anticipato che il governo si appresta a dichiarare il coprifuoco in diverse località della zona, poiché i manifestanti «sono ricorsi alle armi da fuoco per attaccare la polizia e hanno saccheggiato molti negozi». Fonti della tv di Lima hanno precisato che gli indigeni sono «inferociti» per gli scontri e che hanno incendiato la sede delle autorità locali.
La rottura delle trattative. Due mesi fa la comunità indigena della provincia di Utcubamba, almeno diecimila persone, ha cominciato a protestare chiedendo al governo di derogare un pacchetto di decreti che consentono le ricerche di petrolio e di gas nello loro terre ancestrali, adducendo che vulnerano i loro diritti e contaminano l’ambiente. Protesta che hanno approfondito dieci giorni fa, occupando oleodotti e bloccando in migliaia la "Curva del diavolo".
A Lima la vertenza è diventata il centro di un contenzioso politico, ed oggi, legislatori filogovernativi e dell’opposizione, avrebbero dovuto affrontarlo in Parlamento. Legislatori dell’opposizione hanno chiesto l’intervento della Croce Rossa «per evitare situazioni peggiori». Alan Garcia ha assicurato che dietro le proteste «vi sono interessi internazionali per impedire lo sviluppo del Perù». I dimostranti bloccano ancora strade della zona e alcuni punti degli oleodotti. Pizango ha assicurato: «Se la polizia ci attacca di nuovo, forse gli indigeni non torneranno ad occuparli».
[ galleria fotografica ] da AmazonWatch.org
[ galleria fotografica del genocidio ]
video-rassegna stampa:
[ video 1 ] fonte: repubblica.it
[ video 2 ] fonte: BBCnews
[ video 3 ] fonte: selvas
[ video 3 ] fonte: CNN en español
[ video 4 ] immagini degli scontri a Bagua
Approfondimenti: Coordinamento Andino delle Comunità Indigene (CAOI)

Comunicato della Coordinadora Andina de Organizaciones IndigenasRepresión sangrienta en la Amazonía Peruana

Entre diez a veinte muertos. Urgente: plantones ante las embajadas peruanas en todos los países y Juicio Internacional a Alan García Pérez y su gobierno, en cumplimiento del acuerdo de la IV Cumbre Continental de Pueblos y Nacionalidades Indígenas del Abya Yala.
El gobierno aprista de Alan García Pérez ha desatado una represión sangrienta en la Amazonía Peruana la madrugada de hoy. Las informaciones son confusas, no hay cifras oficiales, pero varían entre diez a veinte muertos en Bagua, zona de Corral Quemado y Curva del Diablo. Nuevamente se pretende imponer la muerte sobre la vida, la masacre sobre el diálogo. Es la respuesta dictatorial luego de 56 días de lucha pacífica indígena y de supuestos diálogos y negociaciones, que terminan en las balas de siempre, las mismas de más de 500 años de opresión.
Hoy más que nunca es urgente cumplir el acuerdo de la IV Cumbre Continental de los Pueblos y Nacionalidades Indígenas del Abya Yala (Puno, Perú, 27 al 31 de mayo) y hacer efectiva nuestra solidaridad con los pueblos amazónicos peruanos, realizando plantones ante las embajadas del Perú en todos los países, todos los días, hasta que se detenga el baño de sangre y se deroguen los decretos legislativos del TLC con Estados Unidos. E impulsar el juicio internacional a Alan García Pérez y su gobierno, por su entreguismo y la represión: tiene una deuda de por lo menos diez muertos.
Esto ocurre horas después de que el Congreso de la República, en un abierto acto de provocación, decidiera postergar nuevamente el debate de la derogatoria de los decretos legislativos pro TLC que facilitan la invasión de territorios indígenas, mientras el Poder Ejecutivo enviaba nuevos numerosos contingentes policiales a la amazonía.
Llamamos a las organizaciones indígenas, movimientos sociales y organizaciones de derechos humanos de todo el mundo, a tomar acciones concretas: cartas al gobierno peruano, al Relator Especial de las Naciones Unidas para Pueblos Indígenas, a Amnistía Internacional, Survival International, a los Premios Nóbel de la Paz, Comisión Interamericana de Derechos Humanos, Organización Internacional del Trabajo (Convenio 169), para que envíen de inmediato misiones al Perú, para detener esta violencia y se respeten los derechos indígenas.
Los organismos de la ONU deben pronunciarse con firmeza, sumándose a la demanda planteada por la presidenta del Foro Permanente para Cuestiones Indígenas, Victoria Tauli, de levantar el estado de emergencia, no usar la represión y cumplir con las normas internacionales que garantizan el ejercicio de los derechos indígenas.
Hoy en Lima, todas las organizaciones del movimiento social peruano, articuladas en el Frente Comunitario por la Vida y la Soberanía, se movilizarán a las 5 de la tarde desde la Plaza Francia, exigiendo poner alto a la represión y derogar los decretos legislativos que afectan los derechos territoriales de los pueblos indígenas andinos y amazónicos y la soberanía nacional.
¡Basta de represión!¡Derogatoria inmediata de los decretos legislativos anti-indígenas del TLC!
Lima, 05 de junio de 2009
Coordinación General CAOI

In piena crisi economica mondiale Pascua Lama ci consuma. Cosa e quanto consuma la miniera

Tutto quello che divorerà. Quadro dei consumi del progetto della Barrick Gold durante i ventun anni di sfruttamento previsti. Consumi come acqua, elettricità, conbustibili e lubrificanti, cianuro, esplosivi e tipi di rifiuti, rapportati all’equivalente del consumo della vita quotidiana.

Dati elaborati da ’Asamblea Popular por el Agua Contra el Saqueo y la Contaminación’ e dalla redazione di Noalamina.org

Di cosa parliamo quanto diciamo: "Consumo delle mega-miniere?" L’impresa Barrick Gold descrive ufficialmente le dimensioni dei consumi del progetto minerario "Pascua Lama" nella sua relazione alle autorità di San Juan (1).

Vediamo di che quantità stiamo parlando considereando i 21 anni di sfruttamento previsti:

Consumo di ACQUA: 170.000 milioni di litri.
• Equivalente al consumo di 170.000 familie al giorno.
• Per ogni kg di ORO si consumano 380 mila litri di acqua pura.

Consumo di ELETTRICITA’: Potenza 110 Mega Wats (fattore utilizazione 0,8).
• Equivalente al consumo di 137.000 famiglie.
• Per ogni kg di ORO si consumano 36 mila kW/h.

Consumo di BENZINA: 943 milioni di litri.
• Equivalente al consumo di 6 milloni di automobili per mese.
• Per ogni kg di ORO si consumano 2 mila litri di benzina.

Consumo di GASOLIO: 19 milIoni di litri.
• Equivalente al consumo di 60 mila trattori al mes.
• Per ogni kg di ORO si consumano 42 litri di gasolio.

Consumo di LUBRIFICANTI: 57 milioni di litri.
• Equivalente al consumo di 23 milioni di automobili al mese.
• Per ogni kg di ORO si consumano 128 litri di lubricanti.

Roccia rimossa: 1.806 milioni di tonnellate.
• Equivalente a 4 tonellate di roccia ogni 1 grammo di oro

Consumo di CIANURO DI SODIO: 379.428 tonellate.
• Equivalente a 20 volte quello stimato per il progetto fallito di Esquel (17.520 tonnellate in 8 anni)
• Per ogni kg di ORO si consumano 849 kg di cianuro di sodio.

Consumo di ESPLOSIVO: 493.500 tonellate.
• Equivalente al 41% di bombe e esplosivi lanciate nella II Guerra Mondiale (1,2 milioni di tonnellate) o 448% di quelle lanciate nella guerra in Irak en 1991 (110.000 tonnellate)
• Per ogni kg di ORO si consumano 1.104 kg di esplosivi.

(1) Fuente: Datos para el yacimiento Pascua Lama (Argentina-Chile), extracción estimada 447 toneladas de Oro,3 años de construcción y 21 de explotación, en http://www.mineria.sanjuan.gov.ar/pascua-lama/CD1/Seccion%203.0%20-%20DESCRIPCIONES%20DEL%20PROYECTO%20(59%20KB).zip

A fronte di un capitale investito di US$ 3.000 milioni di un incasso di US$ 26.790 milioni

sabato 6 giugno 2009

Perù - La sangre llegó al río -

di Cecilia Remón

Policía dispara contra indígenas levantados en demanda de sus derechos.

“¡Han matado a mi hermano, han matado a mi hermano!”, gritó la dirigente indígena huambisa Nélida Calvo Nantip, en plena conferencia de prensa con la Asociación de la Prensa Extranjera en el Perú el 5 de junio, tras recibir una llamada telefónica.Calvo Nantip, junto con los líderes nativos Alberto Pizango, Servando Puerta, Marcial Mudarra y Rubén Binari, habían denunciado ante los corresponsales extranjeros que esa madrugada habían fallecido 25 indígenas a manos de la Policía en el norteño departamento de Amazonas.El gobierno, por su parte, afirmó que siete policías habían muerto en enfrentamientos con los nativos cuando intentaban desalojarlos de la carretera Fernando Belaúnde Terry.El presidente Alan García responsabilizó de los hechos a Pizango, quien insistió que es el gobierno el que debe responder por la muerte de sus hermanos indígenas.Puerta, presidente de la Organización Regional de los Pueblos Indígenas de la Amazonía Norte del Perú (Orpian), precisó que es imposible que los indígenas hubieran disparado contra los agentes porque no tienen armas de guerra, sino sólo lanzas y flechas.“Tres helicópteros de las Fuerzas Armadas están volando, lanzando bombas lacrimógenas y balas directamente en ráfagas (contra los indígenas), como si fuéramos delincuentes, como si no hubieran mujeres y niños protestando”, dijo.Pizango, presidente de la Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana (AIDESEP), manifestó que uno de los fallecidos es Santiago Manuin, presidente del comité de lucha de Bagua Chica.Los indígenas iniciaron su levantamiento el 9 de abril demandando la derogatoria de siete decretos legislativos —que forman parte de un paquete de normas exigidas para la entrada en vigencia del tratado de libre comercio con EEUU— y que consideran vulneran sus derechos.“Yo quiero responsabilizar al gobierno de (el presidente) Alan García Pérez de ordenar el genocidio”, dijo Pizango. “Nos están matando por defender la vida, la soberanía, la dignidad humana, el pulmón del mundo. Miles de años hemos manejado (los bosques amazónicos), no hemos depredado”.El dirigente awajun Marcial Mudarra, señaló, por su parte, que “esta es una provocación del gobierno de turno. El pueblo indígena es pacifico, nunca ha provocado. Ha reclamado sus justos derechos. A pesar de que estamos haciendo protestas pacíficas, el gobierno, por sus intereses, ha empezado a criminalizar. Nos sentimos heridos, atropellados, amenazados”.Pizango y otros cinco dirigentes indígenas han sido denunciados penalmente por el gobierno por atentar contra la tranquilidad pública y atacar medios de transporte, comunicación y otros servicios públicos.Los intentos de diálogo han fracasado, mientras el Congreso carece de voluntad política para derogar los decretos considerados inconstitucionales y lesivos a los derechos de los indígenas por la Defensoría del Pueblo.

Perù, 38 poliziotti in ostaggio indigeni dopo scontri Amazzonia

Centinaia di manifestanti indigeni tengono in ostaggio 38 poliziotti dalle prime ore di oggi nella giungla amazzonica peruviana dopo che negli scontri fra indigeni e polizia sono morte 33 persone.
I dimostranti minacciano inoltre di dare alle fiamme un pozzo petrolifero della società di stato Petroperù se il governo non fermerà le operazioni per porre termine alle proteste con i blocchi di strade e fiumi, che hanno provocato interruzioni alle forniture di cibo e carburante.
Le tribù indigene, temendo di perdere il controllo delle risorse naturali, protestano da aprile per obbligare il Parlamento ad abrogare le nuove leggi che incoraggiano le società energetiche e minerarie straniere a investire miliardi di dollari in operazioni industriali nella foresta vergine.
La violenza è esplosa ieri quando la polizia ha cercato di forzare un blocco stradale in un punto dell'autostrada chiamato la "Curva del Diavolo" nella regione di Bagua nella provincia amazzonica, a circa 1.400 chilometri a nord di Lima.
I leader indigeni dicono che sono stati uccisi almeno 22 manifestanti. Il governo ha comunicato la morte di tre manifestanti e di 11 agenti di polizia, alcuni con ferite provocate da lance. Sono state ferite almeno 100 persone e paiono possibili nuovi scontri.

La mobilitazione degli indigeni (circa 5.000 di 60 diverse tribù), riunite nella Associazione Interetnica di Sviluppo della Selva Peruviana, è cominiciata lo scorso 9 aprile: gli indigeni protestano contro una decina di decreti legislativi che considerano un attentato al loro diritto di essere consultati su terre che occupano da tempi ancestrali. Le comunità dell'Amazzonia peruviana, che vivono in zone molto remote, hanno denunciato in diverse occasioni le conseguenze della deforestazione e dello sfruttamento delle risorse naturali delle loro terre: povertà e abbandono, contaminazione delle acque, conseguenze sulla salute. Il governo del presidente Alan Garcia, che ha approvato i decreti per mettersi in linea con il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, ha violato -secondo gli indigeni- trattati internazionali che hanno rango costituzionale (la Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro sui popoli Indigeni e Tribali, così come la dichiarazione dell'Onu sui popoli indigeni, entrambi sottoscritti dal Peru'). Le proteste degli indigeni si scontrano con l'interesse del governo di incrementare le riserve di gas e petrolio, presenti in grandi quantità nella selva, per far fronte a un'eventuale crisi energetica e trasformarsi in un Paese produttore. Il governo accusa gli indigeni di voler mettere "il Peru' in ginocchio e bloccare il suo cammino verso lo sviluppo". Ma gli indigeni temono che i decreti aprano le porte allo sfruttamento senza controllo da parte dei privati; e da quasi due mesi hanno bloccato strade, vie fluviali e ostacolato le operazioni di trasporto di gas e petrolio, una situazione che ha messo a secco varie città. Le proteste hanno indotto il Congresso e rivedere il contenuto dei decreti legislativi, ma giovedì il Parlamento ha deciso di rinviare il dibattito sulla legge forestale, che i nativi considerano incostituzionale.

Nil’in - Di muro si muore

L’esercito israeliano uccide un giovane palestinese
Yousef Akel Sadiq Srour, 36 anni. Nil’in, uno dei villaggi tagliati a metà dal muro. Una manifestazione anche oggi, come ogni venerdì. L’esercito israeliano spara e colpisce al petto Yousef, uccidendolo. Spara e ferisce gravemente un ragazzo di quindici anni. Spara anche contro una delle ambulanze arrivate al villaggio e ferisce un medico.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa israeliana Ynet, le forze di sicurezza israeliane avrebbero incominciato a sparare intorno a mezzogiorno, prima dell’inizio della manifestazione. Mentre altre cinque persone sono state ferite nel vicino villaggio di Bil’in, dove lo scorso 17 aprile è stato ucciso un altro giovane palestinese. Gli abitanti di questi villaggi, poco distanti da Ramallah, ogni venerdì protestano contro il Muro dell’Apartheid.

venerdì 5 giugno 2009

Messico - 13 Pueblos in difesa di terra, aria ed acqua

Gli indigeni Nahuatl del Morelos messicano in difesa delle risorse naturali
Giovedì 4 giugno si è tenuto a Trento un incontro dal titolo "Pueblos: Gli indigeni Nahuatl del Morelos messicano in difesa delle risorse naturali", promosso dall’Associazione Yaku e supportato dall’Associazione Ya Basta, durante il quale sono intervenuti Saul Roque, capo Spirituale Nauhati di Xoxocotla, paese natale di Zapata, Fernanda Robinson, fotografa brasiliana, studiosa di culture indigene mesoamericane, produttrice esecutiva del film, Francesco Taboada Tabone, regista messicano del film documentario "13 puebos en defensa del agua, el aire y la tierra", che è stato proiettato al termine della serata.
Gli ospiti internazionali hanno raccontato le lotte dei popoli che vivono nello stato del Morelos, in Messico, in difesa delle risorse naturali, di cui sono custodi gli indigeni e i popoli originari che da 9 mila anni vivono in quelle terre, mentre il governo e le multinazionali vogliono accaparrarsi le terre e i corsi d’acqua distruggendo il territorio.
Don Saul Roque spiega che è fondamentale non solo difendere le risorse naturali che ancestralmente appartengono agli indigeni che le difendono e ne hanno cura, ma anche impedire che vengano privatizzate.Inizialmente "13 pueblos" hanno cominciato a lottare, adesso sono 64 e nonostante la repressione continuano a resistere.
[ audio ]

Fernanda Robinson nel suo intervento racconta che l’obiettivo del video-documentario è stato quello di creare uno strumento per aprire le porte al mondo a questa lotta, che in Messico viene censurata, ma che nonostante questo raggiunge sempre più persone interessate a conoscere la loro realtà e a vedere il video. Continua poi spiegando come è stata modificata la legge sugli ejidos, le terre che inizialmente erano comunitarie, ma con alcuni cambi alla costituzione sono diventate private ed è stato possibile venderle, e questo ha danneggiato fortemente gli indigeni che vivevano e coltivavano quelle terre. Cita anche il levantamiento zapatista del 1994 e conclude dicendo che, come si può vedere nel documentario, per le lotte e le resistenze il Messico è sul punto di esplodere.
[ audio ]

Francisco Taboada Tabone interviene ricordando che quando lo stato reprime violentemente la società civile, tutti abbiamo la responsabilità di difendere la popolazione e disconoscere lo stato.Termina spiegando che è necessario fare qualcosa per rompere la crtina imposta dall’informazione pilotata per informare realmente su quanto accade.
[ audio ]

Gheddafi: al dittatore una laurea honoris causa in diritto

L’Università di Sassari conferirà la laurea honoris causa in diritto al Colonnello Gheddafi. Uno che meriterebbe anni di carcere per le centinaia di omicidi politici di cui si è macchiato il regime in Libia. A dirlo sono i rapporti sulla Libia firmati Amnesty International e Human Rights Watch, che parlano di prigionieri politici, di reati di opinione, di torture e di una diffusa impunità. La notizia ha fatto talmente scandalo che sta girando un appello tra i docenti contro la decisione dell'ateneo di Sassari. Per aderire all'iniziativa, promossa dai Radicali, che sulla questione hanno anche presentato una interrogazione parlamentare, basta scrivere a info@radicali.it. Questa scheda fa parte del kit informativo per la campagna "IO NON RESPINGO": la potete scaricare online, stampare e distribuire durante le vostre iniziativeGheddafi è al potere dal 1969, dopo un colpo di stato, anche se dal 1979 non riveste alcuna carica ufficiale. Dal febbraio 2009 è anche presidente dell’Unione africana. I suoi 40 anni di regime sono macchiati di sangue e gravi restrizioni delle libertà dei 6,3 milioni di cittadini libici. La situazione è in miglioramento, grazie alla spinta riformatrice del figlio primogenito di Gheddafi, Sayf el Islam, che ha fatto rilasciare centinaia di prigionieri politici. Tuttavia la situazione è ancora critica.

PRIGIONIERI POLITICI
Fathi el-Jahmi, attivista politico, arrestato nel 2004 per aver chiesto riforme democratiche e criticato Gheddafi durante alcune interviste televisive. Nel 2005 venne condannato per “tentativo di rovesciare il governo, insulti al colonnello Gheddafi e contatti con le autorità estere”. E nel 2006 venne giudicato mentalmente inabile e trasferito in un manicomio. È morto il 21 maggio 2009, dopo essere caduto in coma.Idriss Boufayed e altri 11 attivisti sono stati condannati a pene dai 6 ai 25 anni di carcere per “tentativo di rovesciare il sistema politico”, “diffusione di false notizie sul regime libico” e “comunicazione con le potenze nemiche”. Erano stati arrestati nel febbraio 2007 per aver organizzato la commemorazione dell’uccisione di 12 persone a Benghazi, durante una manifestazione nel febbraio 2006. La sentenza è stata emanata dalla Corte di Stato della Sicurezza, istituita nel 2007 per casi di attività politiche non autorizzate. Tra ottobre e novembre 2008, nove degli 11 prigionieri sono stati rimessi in libertà.Mohammed Adel Abu Ali, aveva chiesto asilo politico in Svezia nel 2003. Rimpatriato in Libia il 6 maggio 2008, è morto sotto la custodia della polizia. Human Rights Watch sostiene che a ucciderlo sarebbero state le torture a cui venne sottoposto

TORTURA
La tortura è proibita dalla legge in Libia, tuttavia è praticata. Di 32 detenuti libici intervistati da Human Rights Watch nel 2005, 15 erano stati torturati per estorcere confessioni poi utilizzate nei processi. Sarebbe pratica comune incatenare i detenuti per ore al muro, picchiarli con bastonate sulla pianta del piede, e sottoporli a scariche elettriche. Altre sevizie sarebbero le ferite inferte con i cavatappi sulla schiena, la rottura delle articolazioni delle dita, il versamento di succo di limone sulle ferite aperte, il tentato soffocamento con sacchetti di plastica, la privazione del sonno e del cibo, lo spegnimento di sigarette sulla pelle e la minaccia ravvicinata di cani ringhiosi.

IMPUNITÀ
Nel 1996 centinaia di detenuti vennero uccisi dalla polizia durante una rivolta nel carcere di Abu Salim, a Tripoli. A 13 anni di distanza non è mai stata fatta chiarezza sulla vicenda. Né alcuno dei responsabili è stato individuato. E nessuna chiarezza è stata fatta sulle centinaia di oppositori e critici del regime, arrestati e scomparsi negli anni Settanta, Ottanta e Novanta.

Il sito http://www.stopqaddafi.org/ fa addirittura una lista di 343 civili uccisi dai servizi segreti libici dal 1969 al 1994

notizia da http://fortresseurope.blogspot.com

Per maggiori informazioni scaricate il rapporto di Human Rights Watch

giovedì 4 giugno 2009

Ambiente vs. lavoro. Il caso Baikal

La fabbrica di cellulosa di Baikalsk

Il terremoto socio-politico messo in moto in Russia dalla crisi globale sta producendo ripercussioni di ogni genere. Non bastava il “caso” di Pikalyovo, ora - e forse non per caso con un protagonista comune - si sta aprendo il “caso” Baikal. Baikal, il celebre lago della Siberia orientale considerato una delle meraviglie naturali del pianeta; e Baikalsk tselluloznij i bumashnij kombinat (BTsBK), la fabbrica di carta e cellulosa che sulle rive dello stesso lago da decenni costituisce un insulto e una gravissima minaccia all’ambiente. Da un paio di giorni 43 operai della fabbrica hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la chiusura della fabbrica - e contro il fatto che la stessa non ha pagato gli stipendi.
E’ una storia emblematica e drammatica. La BTsBK, aperta nel 1966 - nonostante le proteste che già allora furono clamorose, e videro tra i protagonisti lo scrittore Valentin Rasputin, dava lavoro a duemila persone nella cittadina di Baikalsk, che conta quindicimila abitanti e che quindi dipendeva in larga misura dalla fabbrica per la sua sopravvivenza. In compenso, scaricava nelle acque del lago, considerate tra le più pure del mondo (è perfettamente potabile) una gran quantità di cloro usato per sbiancare la carta. Per quarant’anni la produzione (200.000 tonnellate annue di cellulosa) è andata avanti inquinando il lago, che non è morto solo per le sue straordinarie dimensioni che hanno consentito di “assorbire” in parte il carico di veleni; ma alla fine le proteste generali hanno avuto il sopravvento e l’anno scorso il governo federale, tramite l’agenzia per la tutela dell’ambiente, ha ordinato all’azienda che possiede gli impianti - guardacaso: la stessa BasEl, facente capo al super-oligarca Oleg Deripaska, che ha chiuso il suo cementificio a Pikalyovo - di introdurre il ciclo chiuso dell’acqua per la lavorazione (cioè di non scaricare più nel lago). Dato che con il ciclo chiuso, e con la crisi generale, i margini di profitto si sarebbero ridotti troppo, BasEl ha deciso in settembre di chiudere baracca, annunciando qualche giorno fa che la chiusura era definitiva. Senza pagare gli stipendi arretrati e lasciando la città di Baikalsk a terra. Va notato che la BTsBK è per il 51% di BasEl ma per il 49% appartiene allo Stato: il quale, per ora, non ha mosso un dito per salvare la situazione.
Di qui la disperazione e il furore degli operai della fabbrica nonché di tutti gli abitanti di Baikalsk. Allo sciopero della fame, che vede impegnata per ora solo una piccola parte dei lavoratori, si aggiungerà presto l’assedio del municipio locale e soprattutto - seguendo l’esempio tracciato da Pikalyovo - il blocco delle due arterie vitali per l’intera Siberia orientale: l’autostrada M53 e la ferrovia Transiberiana. E adesso la palla passa nuovamente a Mosca: per tener fede all’impegno ambientalista preso l’anno scorso, il governo federale dovrà trovare il modo di far sopravvivere la città di Baikalsk e dar lavoro a duemila persone (senza contare il vasto indotto che la fabbrica produceva) in una regione dove le possibilità sono davvero pochissime; oppure seguire la strada, che già molti suggeriscono, di nazionalizzare l’azienda e rimetterla in funzione, mandando al diavolo l’ambiente.
di Astrit Dakli

Quando la lotta paga. Il caso Pikalyovo

Il blocco stradale di ieri a Pikalyovo
La lotta aperta condotta dai ventunmila abitanti di Pikalyovo, la cittadina del settentrione russo di cui abbiamo parlato il 20 maggio scorso in questa rubrica, sta incominciando a pagare: sul “caso Pikalyovo” si stanno muovendo il governo regionale, il parlamento federale e lo stesso premier Vladimir Putin. Ricordiamo che la città ha visto chiudere negli ultimi mesi tutte e tre le grosse aziende che vi avevano sede, il che ha provocato non solo la perdita di lavoro e salari per oltre metà degli abitanti, ma anche il taglio delle forniture di gas, acqua calda e riscaldamento, che erano “coperte” da una delle tre aziende. Esasperati per la situazione, gli abitanti il 20 maggio hanno occupato per qualche ora il municipio, poi hanno scritto una lettera al presidente Medvedev e infine ieri, mentre era in corso il forum dell’economia a San Pietroburgo (capoluogo della regione di Pikalyovo) hanno bloccato per tutto il giorno l’autostrada A114, provocando una coda di auto e camion lunga oltre 400 chilometri.Per togliere il blocco, mantenuto con estrema durezza e determinazione nonostante i tentativi fatti da vari rappresentanti delle autorità per convincerli, gli abitanti hanno chiesto che il premier Putin in persona, durante la sua permanenza a San Pietroburgo, venga a trovarli per rendersi conto della situazione. E Putin - dicono fonti vicine al governo - avrebbe accettato di andare a Pikalyovo stasera o domani.
Ma se la visita di Putin ha un valore politico, certamente grandissimo, altre cose più concrete bollono comunque in pentola, a significare che la vicenda di Pikalyovo è vista con estremo allarme nelle alte sfere moscovite. Le autorità regionali di San Pietroburgo hanno comunque incominciato a stanziare una piccola somma - circa 250.000 dollari - per aiutare le famiglie disoccupate; altri soldi potrebbero venire dal governo federale, e intanto un gruppo di deputati alla Duma per Russia Unita (il partito del potere) sta elaborando un progetto per nazionalizzare almeno una - la più grossa - delle tre aziende che avevano uno stabilimento a Pikalyovo, la BasElZement, o addirittura tutte e tre. Se si procedesse su questa strada, sarebbe una fortissima indicazione di nuovo percorso per l’intera economia russa, visto che in tutto il paese le aziende che per via della crisi stanno chiudendo i loro stabilimenti periferici (e non solo quelli) sono tantissime, e di casi come quello di Pikalyovo se ne potranno presto contare decine se non centinaia.
di Astrit Dakli

Lanciate le mobilitazioni contro il G8 dell’Aquila

Si è tenuta Lunedì 1 Giugno l’assemblea nazionale dei movimenti presso il capannone della Rete 3e32 all’Aquila. Un’assemblea partecipata da diverse esperienze di lotta provenienti da tutta Italia e naturalmente dalle realta’ di lotta che in questi mesi si stanno mobilitando in abruzzo per una ricostruzione sociale e per rivendicare case e ricostruzione al 100% subito.
La lunga assemblea ha deciso un piano di mobilitazioni diffuse che si terranno dal 2 al 10 Luglio, a cominciare dalle iniziative nel Sulcis in Sardegna, G Sott8, e dalla manifestazione di Vicenza contro il Dal Molin del 4 Luglio. Dall’Aquila viene lanciato un’appello alla mobilitazione diffusa e radicale in quei giorni sui temi della ricostruzione dell’Abruzzo, della militarizzazione e della crisi.
Le reti aquilane si impegnano a costruire una giornata di Forum Nazionale la cui data e le cui modalità verranno decise dalle reti abruzzesi nei prossimi giorni.

Ascolta alcuni interventi:
Francesco Pavin, Presidio permanente No Dal Molin. - [ audio ]
Antonio Musella, Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano.
- [ audio ]
L’appello finale dell’assemblea.
- [ audio ]

Intanto ieri una nuova mobilitazione degli sfollati ha attraversato il centro dell’Aquila aperto da uno striscione della Rete 3e32 con la scritta "Ricostruzione dal basso". Una mobilitazione importante che giugne a pochi giorni dal primo corteo partito da Fontana Luminosa e che ha rotto l’assedio della città nella zona rossa dell’Aquila.

Venezia - Planet Kurdistan

Da giugno a novembre 2009

Ovvero, i kurdi non hanno uno stato e si prendono un pianeta. Anzi, lo creano, mettendoci dentro suggestioni, idee, emozioni. E chiedendo a quanti lo visiteranno di contribuire alla sua definizione
Planet Kurdistan è questo: una sorta di laboratorio permanente che per i cinque mesi della Biennale si modificherà e interagirà con visitatori e cittadini.
Ospitato nella centralissima ex chiesa di San Leonardo, a Cannaregio (a poche centinaia di metri dalla stazione di Venezia), Planet K ha cominciato la sua vita sperimentale già una decina di giorni prima dell’apertura ufficiale della Biennale (della quale è evento collaterale).
Un grande cantiere nel quale sono intervenuti gli archietti del collettivo francese Exyzt, Rebiennale (l’associazione veneziana, nata dagli occupanti di case, che ricicla e restituisce alla città i ’rifiuti’ delle precedenti biennali), artisti kurdi e non solo, giornalisti, architetti, sociologi. Insomma un mondo molto variegato che ha contribuito alla costruzione di questo nuovo pianeta
Un progetto artistico e politico molto ambizioso. Che è partito dalla visita di Leyla Zana, ex parlamentare kurda incarcerata per dieci anni per aver parlato di pace, con il sindaco Massimo Cacciari ma che strada facendo ha affascinato, coinvolgendole, persone come Emiliano Gandolfi, architetto e co-curatore del Padiglione Italia alla scorsa Biennale architettura, il regista kurdo iraniano Bahman Ghobadi, giornalisti e grafici, il collettivo Exyzt (che stava al padiglione francese della scorsa Biennale architettura), gli architetti di Stalker (che lavorano con i rom).
E poi scrittori, irlandesi e baschi oltrechè kurdi, che hanno dato il loro contributo scrivendo i testi di un catalogo che è un libro e un oggetto prezioso di per sè. Scritti inediti, che portano le firme di Gerry Adams (presidente del Sinn Fein) a Joseba Sarrionandia (scrittore basco in clandestinità), da Fito Rodriguez (presidente dell’associazione scrittori baschi) a Danny Morrison (scrittore irlandese che fu portavoce di Bobby Sands nel periodo degli scioperi della fame del 1981).
E poi ancora inediti di Mehmed Uzun (il grande scrittore kurdo scomparso nel 2007), Musa Anter (scrittore kurdo assassinato nel 1992).
Il sindaco Massimo Cacciari nel suo intervento scrive che “ Venezia, oggi, continua a svolgere e a onorare quel ruolo di luogo di incontro e di dialogo tra popoli e culture, ruolo di “città di pace”, che la ha caratterizzata nei secoli, specialmente quale “ponte” tra Oriente e Occidente: nelle manifestazioni della Biennale specialmente alle Esposizioni d’arte e alla Mostra del cinema, questo ruolo ha trovato e continua a trovare e ad accrescere luoghi e momenti di particolare significato e di grande importanza”.
Anche Dario Fo e Franca Rame sottolineano l’importanza di Planet Kurdistan sia nella sua valenza artistica (è la prima volta che artisti delle quattro parti in cui il Kurdistan è diviso possono incontrarsi e scambiarsi opinioni, lavorando insieme a un progetto comune) che nella sua valenza politica.
Gli artisti che espongono, tredici dalle quattro parti del Kurdistan più la diaspora, hanno storie e percorsi molto diversi. Lavorano anche con materiali e intuizioni molto diverse. Ma si sono messi in gioco, presentando non solo la loro opera ma contribuendo alla creazione di nuovi lavori in situ legati ai tre temi che Planet Kurdistan ha deciso di approfondire, identità, confini e lingua.
Che poi sono i temi comuni a tutti i popoli che lottano per l’autodeterminazione, da cui la stretta collaborazione e l’importante partecipazione anche di baschi e irlandesi nella creazione di Planet K. Ilter Rezan, nato a Dersim ma esule in Germania, lavora su foto e immagini che trasforma utilizzando altri materiali. Azad Nanakeli, di Hewler ma fiorentino d’adozione, presenta una video installazione. In questi anni la sua ricerca sperimenta le possibilità del video. E con il video lavora anche il collettivo Berxwedan, giovani film makers e artisti di Diyarbakir e dintorni, che presentano un lavoro sui guerriglieri del Pkk. La pittura rimane lo strumento più usato, soprattutto in Iran.
Dal Kurdistan iraniano arriva una giovane pittrice, Bahar Maleky. I temi dell’esilio, la guerra, ma anche la cultura, lingua, identità negata sono presenti nelle opere di tutti gli artisti.

MASSIMO CACCIARI
sindaco di Venezia
Nel vasto panorama di eventi collaterali che arricchisce il pur già ampio panorama della 53° Esposizione internazionale d’arte della Biennale, spicca “Planet K”, nel duplice aspetto di laboratorio di idee e di programma di eventi, che trova ospitalità in Sala San Leonardo, dedicato all’incontro e al confronto sulla identità culturale kurda.
E’ importante e significativo che a esso partecipino artisti kurdi residenti nei quattro Paesi in cui il loro popolo è diviso, e altri provenienti dalla grande diaspora, diffusa specialmente in Europa, e con essi filosofi, giornalisti, sociologi, scrittori, registi, uniti nell’impegno di costruire un nuovo “pianeta”, in felice sintonia con il titolo della Biennale “Fare Mondi”.

Venezia, oggi, continua a svolgere e a onorare quel ruolo di luogo di incontro e di dialogo tra popoli e culture, ruolo di “città di pace”, che la ha caratterizzata nei secoli, specialmente quale “ponte” tra Oriente e Occidente: nelle manifestazioni della Biennale – grazie al concorso di artisti e di giornalisti d’ogni parte del mondo – specialmente alle Esposizioni d’arte e alla Mostra del cinema, questo ruolo ha trovato e continua a trovare e ad accrescere luoghi e momenti di particolare significato e di grande importanza.

Come evento collaterale, “Planet K” può ritagliarsi uno spazio prezioso in un palcoscenico di prestigio internazionale quale è l’Esposizione d’arte, e così divulgare ampiamente la conoscenza della produzione artistica e intellettuale kurda; nello stesso tempo si propone come spazio aperto a quanti vogliano incontrarsi e dialogare con gli artisti e gli intellettuali kurdi, in un libero scambio di opinioni. Due obiettivi ai quali auguro il migliore successo.

IL NOSTRO KURDISTAN
DARIO FO E FRANCA RAME

Il Kurdistan esiste, ma da 80 anni viene negato, smembrato e colonizzato dagli interessi di potenza europei e planetari: questo hanno documentato e continuano a documentare tanti e per questo sono in carcere con pene anche lunghissime. Il Kurdistan esiste, ha una sua lingua, cultura e storia: questo ha gridato Leyla Zana, quando è stata eletta in parlamento. Per aver pronunciato in kurdo, la lingua vietata, il giuramento e parole di fratellanza tra i popoli kurdo e turco, Leyla Zana è stata condannata a quindici anni di carcere. Ne ha scontati dieci. E oggi ancora rischia di finire in carcere perché continua a parlare di pace. In parlamento oggi ci sono venti deputati kurdi. Ma il loro partito, il Dtp, partito della società democratica, è minacciato di chiusura. I deputati sono costantemente sotto processo (per i parlamentari kurdi non c’è immunità), dirigenti e militanti sono fermati, arrestati, torturati. Il Kurdistan esiste e brucia nella carne di ognuno dei 35 milioni di esseri umani privati della loro identità trasformati in profughi in Turchia, Iraq, Europa.Brucia e vive nei fuochi del Newroz e nelle carceri in cui stanno seppellendo nell’isolamento 12.000 prigioneri politici, nella memoria dei kayiplar (gli scomparsi) e nelle piaghe delle torture. I resti dei desaparecidos kurdi e turchi sono rinvenuti in questi mesi nei cosiddetti pozzi della morte, gettati in fosse comuni, discariche, come rifiuti. Il Kurdistan esiste e brucia e vive nelle montagne della Resistenza, chiamata in occidente terrorismo. Purtroppo il nostro paese fornisce da anni alla Turchia le armi con cui si combatte la guerra in Kurdistan. Noi siamo teatranti. Per il nostro lavoro abbiamo avuto qualche guaio e qualche persecuzione. Ma è ben poca cosa rispetto a ciò che, per fare teatro, musica o cinema in kurdo e sui kurdi, affrontano gli artisti del Centro Culturale della Mesopotamia. Sapere che esistono e resistono ci fa pensare che c’è ancora speranza e senso per il nostro mestiere.
Quest’anno il Kurdistan con tutta la sua ricchezza culturale è alla Biennale di Venezia. Un evento storico. Che cade in un momento altrettanto storico. Per la prima volta con insistenza si parla di dialogo. I kurdi sono pronti e lo ripetono in ogni occasione. La guerra non si può vincere, né dall’una né dall’altra parte. Lo abbiamo già visto in Irlanda del nord. E lì, seppure con estrema fatica, alla fine è prevalso il dialogo. La Biennale per sua natura offre la possibilità di scambi, intrecci, incroci. L’augurio è che Planet Kurdistan possa in qualche modo rappresentare un tassello nel mosaico difficile del dialogo e del confronto aperto e franco.
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LEYLA ZANA
LINGUA IDENTITA’ IMMIGRAZIONE
La lingua, la madre lingua, per un individuo, per un gruppo, per la società, per una nazione è importante quanto per la vita e per la morte. Ogni individuo fin dalla nascita e fino alla morte, vive nella propria madre lingua lutti, gioie, favole, tristezza, felicità. Impara a conoscere la vita nella sua madre lingua. La personalità di un individuo è forgiata dalla madre lingua. Che serve anche a fare entrare in contatto con la società le proprie idee, sentimenti, pensieri. Chi viene allontanato dalla sua madre lingua non riuscirà ad usare bene altre lingue. Non riuscirà ad esprimere al meglio i propri sentimenti e le proprie idee. Privare una persona della propria lingua è un atto di umiliazione, oltre che la violazione di un diritto fondamentale. Non esiste un’altra terra come quella kurda sottomessa all’assimilazione dei turchi, arabi e persiani. I bambini kurdi ogni giorno entrano a scuola negandosi. Inevitabili sorgono le domande sull’identità. Chi sono? cosa sono? di dove sono? Siamo kurdi e siamo in Kurdistan. Noi da migliaia di anni apparteniamo a queste terre, abitiamo in queste terre. Oggi, nel ventunesimo secolo, siamo 40 milioni di persone. Ma nelle nostre terre siamo senza stato e senza costituzione. Nel 1639 la terra dei kurdi, per via dei dissensi tra ottomani e persiani, venne divisa in due con la complicità dei paesi europei. Nel 1923 invece, con il Trattato di Losanna, è stata divisa in quattro parti. I turchi dicevano: "Voi non siete kurdi, siete turchi della montagna", i persiani dicevano: "Noi siamo cugini, il nostro capo Kyros è comunque cugino dei kurdi". Gli arabi hanno detto: "Apparteniamo tutti alla stessa religione, siamo tutti figli di Allah e siamo tutti musulmani. A cosa serve un’altra identità. Non c’è bisogno di lingua, storia, cultura: la religione basta". Ogni popolo viene riconosciuto con la propria lingua, storia, arte, acqua e terra. Tutto, dal dolore, alle proteste, dalle preghiere all’arte, dalle canzoni alle maledizioni, viene imparato nella madre lingua... tutto questo è quello che forgia l’identità di un individuo, di un gruppo, di una nazione. Quando pensiamo all’immigrazione, inconsciamente dentro di noi proviamo tristezza. Difficilmente si lascia il proprio paese volontariamente. Si fa diventare il paesi di altri il proprio paese. Normalmente sono tre i motivi per cui le persone lasciano il proprio paese. Per fame, povertà, disoccupazione, disperazione. Oppure per motivi economici. La terza causa dell’immigrazione dipende dalla repressione, dalle difficoltà che lo stato pone a molte persone. L’immigrazione dei kurdi per la maggior parte non dipende da ragioni economiche o dalla povertà. Le terre del Kurdistan sono fertili e ricche di acqua. Se altri stati non avessero attaccato i kurdi, non avessero cercato il loro annientamento, se non ci fosse stata la guerra, le torture, gli arresti di massa, i kurdi avrebbero continuato a vivere nelle loro terre. Oggi i kurdi chiedono pace. Ai paesi occidentali chiedono di spingere per il dialogo e la soluzione del conflitto. Molti kurdi chiedono di poter tornare nelle loro terre. Come tutti i popoli del mondo anche i kurdi vogliono vivere in pace, potendosi esprimere nella propria lingua, potendo condividere con tutti, con pari dignità, la loro cultura, esperienza, storia.

Per info: Planet Kurdistan

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!