mercoledì 22 luglio 2009

Honduras: giovedì sciopero generale

Attivisti del movimento sociale perseguitati
Stati Uniti ed Unione Europea congelano i fondi destinati al paese

I direttivi ampliati delle organizzazioni operaie più importanti in Honduras, hanno deciso all'unanimità la realizzazione di uno sciopero generale dei lavoratori per questo giovedì 23 e venerdì 24.
La notizia è stata diffusa da Juan Barahona, dirigente del 'Frente Nacional de Resistencia contra el Golpe de Estado' aggiungendo che la Central General de Trabajadores (CGT), la Confederación de Trabajadores de Honduras (CTH) e la Confederación Unitaria de Trabajadores de Honduras (CUTH), avrebbero deciso inoltre di intensificare in questi giorni il blocco delle strade e la chiusura di tutte le istituzioni pubbliche del Paese.

Stati Uniti ed Europa congelano i fondi
Come reazione alla persistente e fino ad ora irrisolta crisi politica in Honduras, la Commissione Europea ha annunciato oggi che congelerà 65,5 milioni di euro di aiuti stanziati per questo paese.
Un comunicato divulgato lunedì riferisce che date le circostanze e l'impossibilità di trovare un'uscita, la CE sospende tutti gli aiuti in bilancio destinati al governo illegale di Tegucigalpa.
Gli Stati Uniti hanno sospeso programmi di aiuti militari per 16,5 milioni di dollari e minacciano di cancellare altri 180 milioni. Nei primi giorni dopo il golpe, la Banca Mondiale e la Banca Interamericana di Sviluppo hanno trattenuto crediti per una cifra stimata in 200 milioni di dollari per quest'anno.
“La mia posizione è categorica”, ha detto Micheletti in una riunione pubblica. “Vogliamo dimostrare al mondo intero che anche se all'improvviso non abbiamo denaro, non abbiamo petrolio, non abbiamo dollari, manteniamo un'enorme volontà per poter sostenere questa situazione”.
“Abbiamo delle potenzialità da sfruttare se le negoziazioni falliranno”, ha detto Philip Crowley, portavoce del dipartimento di Stato.

Il Battaglione 3-16 controlla gli attivisti del movimento sociale
L'ex capitano di polizia Billy Joya Amendola, sinistro personaggio membro del Battaglione 3-16 che ha perseguitato, torturato e fatto sparire centinaia di compatrioti negli anni ottanta, torna alla ribalta per perseguire dirigenti del movimento sociale. La denuncia del presidente del Colegio de Profesores de Educación Media de Honduras (Copemh), Eulogio Chávez oggetto di pedinamenti da parte di paramilitari diretti dall'ex capitano di polizia, che conferma la grave situazione che vivono attivisti e attiviste del movimento sociale honduregno che si sono espressi contro il colpo di stato in Honduras.

Il Battaglione 3-16 ha circondato la comunità di Guadalupe Caney
Il XV battaglione e la Polizia che avevano circondato la comunità di Guadalupe Caney, da sabato hanno cominciato a stringere il cerchio, mentre sorvolava un elicottero della Polizia. Un portavoce della comunità ha detto che hanno già provato ad assaltare la comunità, ma i militari sono stati respinti dalle migliaia di famiglie che abitano Guadalupe Carney. Questa è una comunità contadina che dall'anno 2000 vive un processo di riforma agraria, sempre ostacolata da parte dei militari. Giovedì il periodico golpista “Heraldo” ha pubblicato un articolo secondo il quale in questa comunità esiste una cellula guerrigliera, “senz'altro un un modo per creare le condizioni per giustificare un massacro”, ha affermato il Frente de la Resistencia.“Conosciamo bene il discorso dei golpisti, cominciando dal Cardinale Andrés Rodríguez Maradiaga (arcivescovo di Tegucigalpa), che suggerisce che il Presidente Costituzionale Manuel Zelaya non debba ritornare in Paese per evitare un bagno di sangue”. Tutto questo è indicatore che stanno preparando un attacco di massa e sanguinoso.

martedì 21 luglio 2009

Che ce ne frega della Colombia?

di Dario Ghilarducci

Mentre il governo italiano viene ripetutamente ripreso dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea per le sue violazioni dei diritti umani in merito alle politiche contro i migranti e la maggior parte del popolo si domanda che cosa siano i diritti umani in una “democrazia avanzata” come la nostra e rimane instupidito ad osservare il carosello dei festini del premier e le processioni delle ronde, dall’altra parte dell’Atlantico in Colombia, una “democrazia sui generis”, i difensori dei diritti umani, quelli veri, sono ancora una volta al centro del mirino.

Ma dov’è la Colombia? Non è il paese di Pablo Escobar? Non è quel posto dove c’è un sacco di violenza e si sparano da decenni? Non sono tutti narcotrafficanti da quelle parti? Dopo tutto che cosa ce ne dovrebbe interessare? La Colombia è così lontana e poi è sempre la solita storia, violenza, narcotraffico e dopo tutto è una repubblica delle banane, dopo tutto sono dei barbari senza speranza e poi da quelle parti i corrotti, i criminali al potere e le dittature sono normali...

Certo però Escobar qua da noi riscuote ancora successo se non più di pochi anni fa un sacco di gente esibiva orgogliosa magliette che lo indicavano come il loro pusher personale e poi lo sapete come si chiamava la “hacienda” (il podere, si fa per dire...) di Pablo? Non ci crederete ma si chiamava Napoles, si vede che per lui non era Gomorra, ma la terra promessa. Poi, diciamoci la verità, la cocaina ci piace un sacco e ormai ci rende tutti un po’ più simili, da Lapo Elkan agli operai dei cantieri, una nuova livella sociale insomma, tutti democraticamente avanzati e...intossicati.

Che vuoi che sia poi se la cocaina incrementa i proventi delle organizzazioni criminali come la mafia, la camorra e la ’ndrangheta, d’altra parte non ci si può mica sempre preoccupare di tutto e poi se uno sta a vedere ’ste cose, non bisognerebbe neppure bere la Coca-Cola, consumare prodotti Nestlé o le banane Chiquita, dato che tutti questi signori da quelle parti hanno fatto un sacco di brutte cose.

Dopo tutto poi noi italiani dovremmo essere grati ai narcotrafficanti, perché come dice il responsabile, nostro compatriota, dell’Ufficio delle Nazioni Unite contra la Droga e il Crimine, Antonio Maria Costa, un sacco di banche sono state salvate dalla crisi proprio dai proventi illegali derivanti dal traffico di droga, che gode di ingenti somme di contanti da reinvestire e ripulire.
Ovviamente il nostro si guarda bene dal dire che le banche italiane abbiano tratto beneficio da questi fondi, ma guarda caso tanto le nostre banche, quanto quelle colombiane, godono quasi tutte di buona salute, nonostante una crisi globale che scuote il capitalismo alle sue fondamenta, ma da noi si sa, non hanno comprato “titoli tossici”...

E allora perché no? Non avrà ragione il presidente Berlusconi, che di mafiosi e narcotrafficanti se ne intende, tanto che uno lo ha tenuto per anni come stalliere e lo ha definito pure “eroe”, quando ci dice di non pensare alla crisi, che è tutta una questione psicologica e che presto si risolverà tutto? Ma si, un paio di righe e via, tiriamoci su e tutti a produrre, o meglio ancora a consumare, che altrimenti si inceppa il sistema.

Sapete che vi dico, non siamo poi troppo diversi da questi colombiani, magari siamo meno eclatanti, un po’ meno rumorosi e il sangue forse ci dà un po’ più fastidio che a loro, ma a pensarci bene alla fin fine abbiamo un sacco di cose in comune. La criminalità che detta legge, infiltra e contamina tutti i livelli del potere sia locale che nazionale non è certo un’esclusiva sudamericana. Quanto poi a corruzione e corrotti non siamo secondi a nessuno, per non parlare poi di dittature e non solo perché il fascismo lo abbiamo inventato noi, ma perché come sempre siamo all’avanguardia e ci stiamo cimentando proprio adesso nella strutturazione di nuove architetture istituzionali al passo con i tempi, che nell’era di internet, della comunicazione e dei mass media possano dare nuova linfa vitale e una forma di esercizio del potere che dall’antica Grecia in avanti, aveva proprio bisogno di qualche ritocco, né più né meno che la faccia del nostro premier prima di presentarsi alla stampa.

Dai però bisogna dire le cose come stanno, da noi non ammazzano la gente come in Colombia, non facciamo mica sparire la gente nelle fosse comuni dopo averla fatta a pezzi con la motosega, anche in questo siamo più puliti, vuoi mettere sciogliere i bambini nell’acido? Il problema è risolto alla radice e non restano neppure le tracce.

Ci sarà anche l’esercito che pattuglia le nostre città, però almeno da noi non si aggirano squadroni della morte paramilitari dando la caccia ai disperati che vivono in strada, noi che siamo persone civili organizziamo ronde di distinti cittadini che si offrono volontari per dare una mano a polizia e carabinieri e per il momento pensate un po’, quei poverini sono addirittura disarmati...

Una cosa è certa siamo più belli dei colombiani. Questo sì non ce lo può togliere nessuno, loro sono bruttini, in particolare gli uomini, le donne invece gran belle figliole e poi calde, accoglienti, anche già da giovanissime. Deve essere proprio il nostro fascino “latino” (e loro che sono?!?) che fa cascare tra le braccia di turisti italiani così tante minorenni a Cartagena che la nostra ambasciata per la vergogna ha finanziato pure un progetto contro la prostituzione minorile.

Comunque se è vero che la maggior parte degli italiani che visitano la Colombia non sono proprio stinchi di santo, anche certi colombiani che vengono dalle nostre parti non sono proprio personcine per bene. Non riesco a togliermi dalla testa, che durante il passato governo Berlusconi, proprio quando l’integerrimo Gianfranco Fini, convinto proibizionista e nemico di tutte le droghe, in particolare quelle leggere (vedi la legge Fini...) era Ministro degli esteri, l’ambasciatore colombiano a Roma – Luis Camilo Osorio – e il console generale a Milano – Jorgue Noguera Cotes – erano allora tra i personaggi più discussi ed oggi inquisiti entrambi ed in carcere (il secondo) per nessi con i paramilitari e narcotrafficanti...

Insomma se di barbarie vogliamo parlare, anche in questo caso non siamo secondi a nessuno al punto che ci si stupisce quando di fronte alle devastazioni di un terremoto annunciato come quello abruzzese, gli italiani si riscoprono solidali e “brava gente”. Il minimo direi, oppure siamo davvero migliori dei colombiani?
Comunque su di un punto sono proprio più bravi di noi, per quante lezioni possiamo prendere, per quanto ci possiamo sforzare, per quanta “bamba” possiamo consumare – e siamo già tra i primi al mondo – non riusciremo mai a ballare bene come loro. Eh si, questo lo sanno fare proprio bene, pare che ce l’abbiano nel sangue e c’è dell’altro. Molto di più.

C’è un senso profondo di dignità e perché no di ribellione contro l’ingiustizia che da quelle parti non si è mai spento e che da noi stenta ogni giorno di più a riaffiorare. C’è uno sforzo permanente per costruire quella democrazia che da noi credevano di aver raggiunto e che si sta sgretolando ogni giorno di più. C’è la lotta civile e instancabile di chi rischia tutto, la vita sua e dei suoi cari per uno stato di diritto, per una pace giusta, per un futuro degno per tutti.

Ci sono i difensori dei diritti umani, cosa da noi sconosciuta, perché abbiamo dato ormai per acquisiti tutta una serie di cose, che non ci rendiamo neanche più conto quando ce le sottraggono lentamente, in maniera sottile però costante, troppo persi ad assomigliare al palestrato o alla velina di turno, perché alla fine siamo ancora i più belli e l’importante è sorridere e far finta di nulla come ci insegnano i nostri vertici di governo. E da noi neppure ti ammazzano se reclami diritti, o per lo meno succede ancora di rado...

Ma che fanno ’sti benedetti difensori dei diritti umani e soprattutto a che servono? Riassumerei il loro lavoro con una frase: cercano di costruire una democrazia su basi di dignità a giustizia sociale. Si perché in Colombia, come dicevano prima la democrazia non è avanzata come la nostra dove addirittura si fanno proposte di legge per imporre l’oblio di stato su internet sulle vicende legali dei potenti, ma pensate un po’, da quelle parti e in quelle democrazie sui generis, si lavora ancora per la memoria, la dignità e la giustizia sociale.

Che schifo vero? Che te ne fai della memoria se ti puoi fare un paio di pezzi il sabato sera e magari ogni tanto ce la fai pure a mettere il culo su di un tavolo riservato in una discoteca “in” proprio come fanno i VIP dell’Isola o del Grande Fratello. E la giustizia sociale? Ma che roba è? Silvio ce lo ha dimostrato, se uno lavora sodo e si impegna ce la può fare da solo e magari sfonda in TV, oppure una botta di culo e vinci il superenalotto, il gratta e vinci o un paio di tornei di Texas Hold ’Em. La dignità? L’importante è l’orgoglio! Siamo italiani, viviamo nel “bel paese” e che vuoi che siano un po’ di monnezza, 4 lager per migranti e qualche altra piccola magagna?

Da noi evidentemente non c’è molto da costruire, al contrario in Colombia sì e c’è pure chi cerca di farlo, ma la cosa non è tanto semplice e chi ci prova è sottoposto costantemente a minacce, aggressioni alla propria persona, ai propri cari, alla propria privacy. Si perché da noi l’unica privacy che conta è quella dei potenti, dal premier in giù passando per tutte le icone della TV attraverso il grande carrozzone della politica istituzionale nel suo complesso e allora diventa una questione di stato e un complotto della sinistra che controlla i media nazionali ed esteri.

Invece nelle repubbliche delle banane come la Colombia, i complotti si fanno ancora contro la sinistra, quella vera che da quelle parti ancora esiste ed è sinonimo di democrazia, partecipazione, diritti, giustizia sociale. Mentre da noi si perde tempo a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle amichette del “papi” e sui “pompini” telefonici delle ministre/veline, in Colombia i servizi segreti attaccano le più rappresentative organizzazioni che difendono i diritti umani, oltre a giornalisti e oppositori in genere.

Cerchiamo di capirci, NON STIAMO PARLANDO DI GUERRIGLIERI, quelli direbbe qualcuno, sono stati più furbi e si sono organizzati per tempo per pararsi il culo, ma di civili, di organizzazioni legali, democratiche e internazionalmente riconosciute come il Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo con sede a Bogotá. I suoi membri (e non solo loro) sono stati oggetto di una massiccia operazione di spionaggio offensivo e strategico da parte del DAS (i servizi colombiani), che non si è limitato a forme totali di controllo sui soggetti interessati, ma si è spinto ben oltre con azioni di boicottaggio diretto e minacce sia contro gli avvocati che contro i loro familiari, inclusi i figli minorenni.

Ma ancora una volta, a noi italiani che ce ne frega? Dopo tutto le violazioni in Colombia sono anche il prezzo da pagare per continuare ad avere fiumi di cocaina a prezzi sempre più bassi che inondano i nostri mercati e non è certo colpa di tutto il paese se uno dei massimi leader paramilitari era un italiano, Salvatore Mancuso adesso in carcere negli Stati Uniti. E alla fin fine meglio loro che noi, o mi sbaglio?

Ma siamo proprio sicuri che non stiamo già pagando il prezzo della scelta di non vedere, di girarsi altrove, di non preoccuparci troppo, semplicemente di rincoglionire così come ci viene chiesto dall’alto senza porre troppi problemi. Per quanto ancora potrà reggersi un paese come il nostro, che ogni giorno di più si fonda sulla demenza collettiva, sulle mafie che se ne alimentano e sul narcotraffico che qua come in Colombia fa da carburante? Se in Italia adesso pare non esserci molto da costruire, questa non potrà che essere una condizione passeggera, perché quando l’invasione barbarica sarà terminata, ci sarà parecchio da lavorare.

Una volta un grande avvocato cileno, uno dei primi difensori dei diritti umani della storia mi disse che lui era un esperto di diritto amministrativo e che fu il colpo di stato di Pinochet ad obbligarlo ad inventarsi difensore dei diritti umani e che tutto ciò aveva segnato e completamente cambiato la sua vita irrimediabilmente. Non so perché, ma questa affermazione tanto scontata allora mi colpì profondamente ed il significato riesco a comprenderlo solo oggi. L’importanza di creare un precedente, di costruire memoria viva e di gettare le basi di qualcosa che verrà raccolto solo in futuro.

Il lavoro di Roberto Garreton (questo il nome dell’avvocato) in Cile durante la dittatura di Pinochet ha inciso solo marginalmente sulla barbarie della dittatura, ma è servito a mantener viva la democrazia come resistenza civile alla violenza imposta del potere, è servito a costruire memoria, a creare un precedente e persino quella che in gergo tecnico si definisce “dottrina” nel campo del diritto internazionale dei diritti umani.

Oggi nell’epoca della globalizzazione, dove non esistono (o quasi) confini alla comunicazione, siamo chiamati a sentire come nostro ogni sforzo realmente democratico e ogni resistenza alla barbarie, ma soprattutto siamo chiamati ad apprendere fin da subito quegli strumenti che da qui a breve saranno necessari anche a noi, per imparare se non altro a comunicare con altri linguaggi che per pigrizia, leggerezza o cecità non abbiamo saputo approfondire.

I difensori dei diritti umani in Colombia sono patrimonio collettivo dell’umanità e lo sono in particolare degli italiani che se non sono riusciti a comprendere dalla loro resistenza che la democrazia è un processo in costruzione e non un dato acquisito, saranno costretti in futuro ad andare ad imparare che cosa significa difendere i diritti umani.

L'oriente come il Far West: Far East

Segnaliamo questo eccezionale documento, mandato in onda su Rai 3 pochi giorni fa, per approfondire quello che sta succedendo nel Far (W)East russo dello sceriffo Putin (pupillo del nostro papi Berlusconi) e dei suoi scagnozzi armati polizia e neonazisti. Una realtà dove repressione si traduce molto spesso in assassinio, a danno di compagne e compagni che con molto coraggio si battono per verità, giustizia e libertà in un paese che ha fatto del potere corrotto, dell’intolleranza e del razzismo le proprie bandiere, spacciandosi per paese democratico, riconosciuto e sostenuto dalle istanze internazionali in primis dal nostro governo. … guardatelo!...


Far East di Paolo Serbandini e Giovanna Massimetti.

Gli autori di "211: Anna", il documentario della precedente serie su Anna Politkoskaya, tornano nell'impero di Putin per raccontare la realtà del Caucaso sconosciuto, teatro di violenze e violazioni dei diritti umani. Attraverso la storia dell'avvocato Marcelov, impegnato a denunciare la nascente onda xenofoba e razzista, ci immergiamo nell'incubo di cupe cerimonie in cui vengono impiccati gli immigrati e organizzati veri e propri progrom. L'avvocato Marcelov sarà assassinato insieme alla sua fidanzata, Tania.

Documento di eccezionale crudezza che ci svela una realtà praticamente sconosciuta in Italia.

Far East : Prima parte
Far East : Seconda parte
Far East : Terza parte
Far East : Quarta parte
Far East : Quinta parte

Cosa è successo in Amazzonia

Intervista a Francisco Soberòn, direttore dell’Asociación Pro Derechos Humanos (APRODEH) su quanto avvenuto recentemente in Amazzonia



di Annalisa Melandri

E’ trascorso ormai più di un mese dalla violenta repressione nell’Amazzonia peruviana con la quale il governo di Alan García ha posto fine alla protesta organizzata del movimento indigeno e di ampi settori della società che chiedevano la revoca di alcuni decreti legislativi che minavano profondamente la sovranità indigena su quel territorio ma soprattutto la protezione di uno degli ecosistemi più importanti del pianeta. Al termine di una settimana di scontri violenti che hanno lasciato un saldo di circa 50 morti tra civili e membri di polizia, un numero considerevole di feriti e alcuni casi di persone scomparse, il Congresso ha ritirato due dei decreti legislativi oggetto di contestazione. Si è parlato di vittoria del movimento indigeno, tuttavia resta da far chiarezza sulla sospensione dello stato di diritto che si è verificata in quei giorni e che ha portato a gravi violazioni dei diritti umani da parte del Goveno. Solo da questo si può partire per un dialogo costruttivo tra le parti che al momento è sospeso.

Come ci racconta Francisco Soberòn, direttore dell’Asociación Pro Derechos Humanos (APRODEH) del Perú, nominato insieme ad altri 50 difensori dei Diritti Umani “che stanno cambiando il mondo” da Terry Kennedy Cuomo nel suo libro dal titolo “Dire la verità al potere” edito da Random House nel 2000.

Annalisa Melandri - Durante le giornate della dura repressione a Bagua, in Amazzonia, ci sono state testimonianze di indigeni gettati dagli elicotteri nei fiumi Marañon e Utcubamba. Avete potuto verificare queste notizie?
Francisco Soberón
- Sì. Persone che si trovavano in quella zona nel giorno in cui sono avvenuti i fatti hanno testimoniato di aver visto come i cadaveri venivano caricati sugli elicotteri e gettati nei fiumi. Altre persone hanno riferito che alcuni indigeni sono stati uccisi sulle sponde del fiume e poi gettati in acqua.

A.M. - Ci sono casi di persone scomparse a Bagua? Quante denunce avete ricevuto?
F.S.
– Si sono verificate molte situazioni irregolari, per esempio rispetto al fatto che nella zona della “Curva del Diablo” è stato impedito per 5 giorni l’accesso a persone, giornalisti, familiari, organizzazioni di difesa dei diritti umani. Questo stato di cose ha creato nella popolazione il sospetto che ci possano essere stati casi di sparizioni di persone. Quando la prima volta ci siamo potuti avvicinare come organismo di difesa dei diritti umani, il 6 giugno, abbiamo ricevuto numerose denunce di casi di persone delle quali non si conosceva la loro ubicazione. Abbiamo quindi redatto una lista di 68 persone scomparse. Durante la missione della Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH), è stata segnalata la necessità di continuare le ricerche e della lista sono rimaste 11 persone da rintracciare. Ad oggi, sono 9 le persone delle quali stiamo cercando di avere notizie. Durante la visita della FIDH nella comunità Wawas, i dirigenti delle comunità indigene hanno riferito che c’erano casi di persone scomparse nella zona dei fiumi Santiago e Cenepa. Tuttavia non ci sono ad oggi casi di denunce specifiche con nomi e cognomi.

A.M. – Quante persone sono state arrestate e quali sono le loro condizioni di detenzione?
F.S.
- Attualmente ci sono 18 persone in carcere. Si trovano nel carcere di Chachapoyas, un penale per detenuti gia’ processati e con condanne definitive, nonostante non sia ancora questa la loro condizione.

A.M. - Qual’e’ la situazione legale del leader indigeno Alberto Pizango?
F.S.
- Ha un processo in corso e sono stati emessi mandati di cattura da differenti giudici sia di Utcubamba a Bagua Grande sia di Lima.

A.M. - Sappiamo che la Polizia Nazionale sta conducendo le indagini per la morte di alcuni civili. Come è possibile, se proprio membri della Polizia sono accusati di aver ucciso dei civili a Bagua?
F.S. - Giustamente questo è il problema principale riscontrato nell’ indagine preliminare che abbiamo riproposto rispetto alla denuncia di 7 persone con le accuse di omicidio e lesioni gravi. Abbiamo inoltre comunicato al Pubblico Ministero su queste irregolarità nelle indagini sulla morte e lesioni dei civili e abbiamo chiesto che le indagini siano realizzate da un ufficio giudiziario.

A.M. - Qual’è stato l’atteggiamento del governo rispetto alle indagini delle missioni internazionali delle associazioni di difesa dei diritti umani a Bagua?
F.S. - Non possiamo dire che il governo abbia posto ostacoli direttamente al lavoro delle missioni internazionali. Come APRODEH abbiamo promosso la visita di una missione della Federazione Internazionale dei Diritti Umani, che si è realizzata dal 16 al 19 giugno con l’obiettivo di indagare sui fatti avvenuti tra il 5 e il 6 di giugno nell’ambito della protesta in Amazzonia e di identificare le violazioni dei diritti umani che ci sono state e le responsabilità delle persone coinvolte. La missione FIDH, integrata dal messicano Rodolfo Stavenhaguen, ex relatore delle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni e la religiosa ecuadoriana Elsie Monge, direttrice esecutiva della Commissione Ecumenica dei Diritti Umani (CEDHU) è arrivata la mattina del mercoledì 17 giugno a Bagua per riunirsi con i dirigenti indigeni, con i membri del Consiglio Comunale di Bagua e con i rappresentanti della Chiesa. Durante la sua permanenza a Lima, la Missione ha effettuato numerose riunioni con diverse autorità, tra le quali il Presidente del Consiglio dei Ministri, Yehude Simon, i ministri di Giustizia, Rosario Fernández, il ministro della Difesa, Antero Flores Aráoz, i rappresentanti del Ministero dell’Ambiente, della Corte Suprema, della Defensoría del Pueblo e del Congresso della Repubblica. Ciò nonostante, si sono verificati episodi gravi, come il trasferimento irregolare dei 18 detenuti dal carcere di Bagua Grande a quello di Bagua Chico un giorno prima dell’arrivo della missione della FIDH. E’ un fatto che richiama l’attenzione perchè, nello stesso momento esisteva il coprifuoco dalle 9 di sera alle 6 di mattina e inoltre in quei giorni la strada verso Chachapoyas era chiusa per lavori dalle 6 di mattina alle 6 del pomeriggio. Questo ha fatto sì che i membri della commisiione non abbiano potuto incontrare i detenuti per verificare che fossero stati rispettati i loro diritti o che non fossero stati torturati. Si sarebbe scoperto che 4 persone che sono state trasferite dal Commissariato di Bagua Chicha al carcere di Bagua Grande erano state picchiate da membri della Polizia.

A.M. – Qual’è attualmente la situazione in Amazzonia? E’ stato revocato lo stato di emergenza?
F.S. - E’ stato revocato il coprifuoco ma non lo stato d’emergenza.

A.M. - Come prosegue il dialogo tra i rappresentanti delle comunità indigene e il Governo?
F.S. - Due dei decreti impugnati sono stati revocati dal Congresso della Repubblica il 19 giugno. Tuttavia, nonostante il fatto che questa decisione abbia ridimensionato la tensione tra le parti, il dialogo è interrotto perchè un numero considerevole di dirigenti indigeni regionali e di Lima sono indagati e su altrettanti pendono mandati di cattura. Le organizzazioni indigene avevano richiesto tra le altre cose la fine della persecuzione giudiziaria dei suoi dirigenti ma questi continuano asd essere denunciati, processati e con mandati di cattura sul loro capo. Crediamo che le possibilità per un dialogo nazionale rispetto al grande tema dello sviluppo dell’Amazzonia peruviana soltanto si possono raggiungere facendo chierezza su quanto è accaduto tra il 5 e il 6 giugno e con la piena partecipazione dei popoli indigeni.

A.M. - Per finire, può descriverci brevemente qual’è la situazione del rispetto dei diritti umani attualmente in Perú?
F.S. – Dopo quanto accaduto a Bagua e fatti legati ai processi per atti di corruzione di personaggi legati al partito di governo, possiamo segnalare che il rispetto della vita umana e dei diritti dei detenuti, così come le garanzie di un giusto processo, hanno perso importanza o sono venuti meno. Non esiste la reale intenzione del governo di indagare sui casi di violazioni dei diritti umani, tranne per il processo mediatico a Fujimori, ma casi nei quali sono coinvolte persone vicine al regime attuale, come quello di El Frontòn o Rodrigo Franco continuano lentamente a rischio di impunità, con risoluzioni di prescrizione come nel caso di El Frontòn o allungando i tempi per avere scarcerazioni per eccesso di detenzione preventiva. Oggi inoltre, ci sono violazioni dei diritti della libertà d’espressione, riunione, associazione e violazioni del dovuto processo di molti cittadini che fanno parte di organizzazioni, la maggior parte dirigenti, nell’esercizio del loro diritto della protesta sociale. Si verificano inoltre situazioni di impunità rispetto a casi di persone decedute nel corso delle proteste sociali, uccise per mano di membri della Polizia Nazionale. Il numero di queste vittime è aumentato considerevolmente nel corso dell’attuale governo così come il numero dei conflitti sociali.

In fase di redazione di questa intervista Francisco Soberón ci avvisa di aver ricevuto la denuncia da parte di un giovane nativo di 17 anni che sta cercando suo padre, fu fotografato dal quotidiano locale “Ahora” mentre la Polizia lo faceva scendere da un furgoncino per portarlo al commissariato di Bagua Grande. Il suo nome tuttavia non risulta fra le persone arrestate né sotto processo e non ha ancora fatto ritorno alla sua comunità. Il giovane ha denunciato che altri membri della comunità non sono ancora rientrati nelle loro case.

Apo Ocalan prepara la pace

Eppur si muove. Nonostante il governo turco faccia di tutto per dare del paese un’immagine di stabilità, il paese di Ataturk è in fermento. Migliaia di persone scendono in piazza quasi quotidianamente per chiedere al governo di accettare la proposta di pace del Pkk. La società civile si ribella contro l’ingerenza dell’esercito negli affari politici del paese. I sindacati rivendicano il loro ruolo sfidando una legislazione che li penalizza escludendoli da molti luoghi di lavoro. Le donne prendono la parola per dire basta a una violenza domestica e più in generale di genere sempre più pesante. Gli omosessuali occupano le strade per chiedere rispetto.

Ieri si è aperto il secondo processo Ergenekon.
La Gladio turca è alla sbarra e il pm chiede l’ergastolo per i generali Sener Euygur e Hursit Tolon, accusati di essere ai vertici dell’organizzazione che negli anni ha ordinato omicidi, pianificato golpe e fatto «sparire» centinaia di attivisti politici e sindacali. Insieme ai generali altre 54 persone sono imputate. Tra loro giornalisti, il presidente della camera di commercio, la moglie di un giudice della corte costituzionale. Altri 86 imputati sono sotto processo dallo scorso ottobre. L’udienza di ieri è stata aggiornata al 6 agosto. Ergenekon è venuta alla luce dopo la scoperta di 27 bombe a mano, il 12 giugno 2007, in una casa di Umraniye, a Istanbul. La casa era di proprietà di un generale dell’esercito in pensione. L’analisi delle bombe ha confermato che erano le stesse utilizzate in un attentato contro la redazione del quotidiano Cumhuriyet, nel 2006.

Ma gli occhi dei commentatori turchi sono da qualche giorno puntati su Imrali, l’isola-carcere in cui da dieci anni è detenuto Abdullah Ocalan. Il leader del Pkk ha fatto sapere tramite i suoi avvocati che tra metà agosto e il 1 settembre renderà pubblica la sua road map. Una proposta di pace che starà al governo turco decidere se cogliere o meno. Il Pkk dal canto suo ha prolungato il suo cessate il fuoco unilaterale fino al primo settembre proprio per consentire al presidente Ocalan di terminare la stesura della «yol haritasi», la road map appunto.

Un documento che conterrà le proposte e le considerazioni che in questi mesi sono state discusse e approvate in Kurdistan, Turchia e Europa. Dagli intellettuali alle organizzazioni kurde della società civile, dai rappresentanti politici kurdi ai guerriglieri, tutti hanno avuto occasione di dire la loro sulla formulazione di una proposta per una soluzione negoziata del conflitto kurdo-turco.

Nelle settimane scorse Murat Karayilan, membro del comitato centrale del Pkk, ha rilasciato un’intervista al giornalista di Milliyet Hasan Cemal. «Nessuno - dice Karayilan - può sconfiggere il Pkk militarmente e questo è ampiamente dimostrato dal conflitto in atto ormai da 25 anni». «Quando entrambe le parti coinvolte nel conflitto avranno cessato le azioni militari - prosegue -, il passo successivo è negoziare con Abdullah Ocalan. Se la Turchia non vorrà negoziare con Ocalan, l’alternativa è negoziare con la leadership del Pkk. Se anche questo non sarà accettato, l’alternativa è negoziare attraverso il Dtp o un "comitato di saggi", composto da persone rispettate, che potrà avviare un dialogo con lo stato».

Quanto alla deposizione delle armi, come precondizione, Karayilan è chiaro. «Deporre le armi è una fase successiva. Prima le armi devono essere mute. Nessuno deve usarle. Nella prima fase le armi saranno mute, quindi comincerà il dialogo». La richiesta del Pkk è di «un Kurdistan democratico e autonomo. Quello che intendiamo per autonomia non significa federazione. Non si tratta di ritracciare confini. Quella che proponiamo è una soluzione che preserva l’unità dello stato».

Orsola Casagrande

lunedì 20 luglio 2009

Occupazione della fabbrica della Ssangyong, Corea del Sud.



La crisi economica ha colpito i lavoratori sud Coreani molto duramente quest’anno con licenziamenti, aumento della flessibilità al lavoro, tagli alle paghe e aumento di contratti a tempo determinato.
Le lotte e scioperi dei lavoratori sono all’ordine del giorno, ma la lotta che si è sviluppata alla fabbrica automobilistica Ssangyong, sta diventando un test per la tutta la classe lavoratrice.
Dal 28 di maggio, circa 1,700 lavoratori, membri del sindacato metalmeccanico, stanno occupando la fabbrica della compagnia automobilistica Ssangyong per salvaguardare i loro posti di lavoro.
I lavoratori sono riusciti a respingere i primi assalti e i tentativi di sgombero della polizia e guardie giurate, ma ora si ritrovano completamente assediati dentro lo stabilimento industriale.
Il governo del Presidente Lee Myung-bak ha gia’ affermato che un’altro assalto della polizia è imminente. Inoltre, la Ssangyong, con l’aiuto di altre compagnie, ha organizzato milizie di destra per attaccare i lavoratori e rompere lo sciopero.

Per vedere immagini/video dello sciopero ed informazioni piu’ aggiornate:
http://video.naver.com/2009071509244786185
http://tvpot.daum.net/clip/ClipView.do?cateid=20&clipid=16860952&type=chal&q=
http://blog.jinbo.net/CINA/?pid=1872
http://wsws.org/articles/2009/jul2009/ocin-j16.shtml
http://www.globalproject.info/it/community/Occupazione-della-fabbrica-della-Ssangyong-Corea-del-Sud/www.aawl.org.au
http://metal.nodong.org/
http://imfmetal.org/index.cfm?n=718&l=2

di Piergiorgio Moro

Koma Civaken Kurdistan: prorogato il cessate il fuoco

La leadership politica kurda del Koma Civaken Kurdistan (KCK) ha annunciato che il cessate il fuoco è stato prorogato per dare la possibilità di risolvere la questione curda in Turchia con mezzi pacifici e politici. Il cessate il fuoco già dichiarato dal 1 giugno 2009 è stato esteso al 1° settembre 2009.

Invasione in Bil'in

La mattina del 19 luglio alle 5,30 jeep dell'esercito israeliano sono penetrate nel villaggio di Bil'in per operare arresti.

Continuano le proteste contro il golpe

Movimenti popolari paralizzano il paese

Enormi manifestazioni in tutto il paese. In Nicaragua bloccano la frontiera con l'Honduras

di Giorgio Trucchi

Per quanto tempo potrà ancora resistere il governo spurio di fronte all'impressionante capacità di mobilitazione dei movimenti popolari e all'isolamento internazionale?
Dopo 19 giorni di resistenza, i figli e le figlie coraggiose dell'Honduras hanno nuovamente dimostrato la loro forza, paralizzando il paese con blocchi delle principali vie di comunicazione in tutto il territorio nazionale.

A poche ore dalla ripresa del processo di negoziazione in Costa Rica, processo già ampiamente criticato dalle organizzazioni popolari che si oppongono al colpo di stato, il presidente Zelaya sembra in procinto di fare ritorno in Honduras per installare una sede alternativa di governo.

"Oggi abbiamo praticamente paralizzato l'Honduras", ha dichiarato alla Lista Informativa "Nicaragua y más" il coordinatore del Bloque Popular, Juan Barahona.
Abbiamo bloccato due delle più importanti vie di comunicazione della capitale: quelle che vanno verso Nord e Sud del paese. Siamo rimasti dalle 9 della mattina fino alle 4 del pomeriggio, paralizzando tutto il traffico commerciale.

A San Pedro Sula la gente ha bloccato la strada che va verso Puerto Cortés, il più grande porto marittimo dell'Honduras ed uno dei più importanti a livello centroamericano. Altre azioni importanti sono state fatte nella zona di Olancho -Est dell'Honduras- ed a Santa Rosa di Copán, dove transita il traffico commerciale che va verso il Guatemala ed il Salvador.

A Tegucigalpa - ha continuato Barahona - la partecipazione è stata immensa. Hanno aderito le tre principali centrali sindacali, i maestri, le donne organizzate, gli studenti di secondaria e quelli universitari che hanno occupato l'Università Autonoma e la Pedagogica. Il personale del settore sanitario hanno dichiarato lo stato di agitazione, ma la cosa più importante è che sta arrivando la gente comune, quella non organizzata, e chiede di unirsi alla lotta contro i golpisti.

Ormai si è trasformata in una lotta della popolazione in generale, con la coordinazione del Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato", ha affermato il dirigente sindacale e coordinatore del Bloque Popular con la voce spezzata dall'emozione.

Da San Pedro Sula, il coordinatore del Bloque Popular di questa zona e dirigente del Sindacato dei Lavoratori dell'Industria delle Bevande e Simili, Stibys, Erasto Reyes, ha comunicato che "più di 8 mila manifestanti contro il colpo di stato hanno occupato la strada che conduce a Puerto Cortés, interrompendo in modo indefinito il transito dei furgoni, camion ed ogni tipo di trasporto.

Dalla zona occidentale la gente si è mobilitata fin dalle prime ore della mattina per partecipare a questa protesta che durerà di 48 ore. Il coprifuoco, nuovamente imposto dai golpisti a partire da ieri 15 luglio, per intimorire la popolazione, non è servito a nulla e la gente ha sfidato questo divieto", ha raccontato Reyes nella sua nota.

Repressione a Olancho

A dispetto della campagna mediatica dei principali mezzi di informazione del paese, secondo i quali le proteste sarebbero state soffocate nel sangue dalle forze di polizia e dell'esercito, l'unico episiodio di violenza si è registrato nel dipartimento di Olancho, dove due persone sono state travolte e gravemente ferite da un convoglio militare. "Ciò che ci preoccupa è la situazione a San Pedro Sula, dove i movimenti popolari hanno deciso di sfidare il coprifuoco, estendendo la protesta per 48 ore - ha detto Juan Barahona-.

Per il dirigente sindacale, la dimostrazione di forza della popolazione per ristabilire l'ordine istituzionale nel paese è diventato l'elemento più importante affinché si mantenga viva la speranza di abbattere il regime golpista.
"La risposta della popolazione è stata impressionante ed i golpisti hanno i giorni contati. Domani (venerdí 17) continueremo con le occupazioni delle principali vie di comunicazione e con la mobilitazione in tutto il paese. Per la prossima settimana le centrali sindacali decreteranno uno sciopero nazionale ad oltranza. Questa è la nostra risposta al processo di mediazione che inizierà domani, sabato 18, in Costa Rica. Un processo che consideriamo uno strumento per consolidare i golpisti al potere e per debilitare la nostra resistenza. Per noi - ha concluso Barahona - è importante il sostegno delle popolazioni e dei governi del mondo, in quanto rafforza il morale del nostro movimento che ormai sta lottando da 19 giorni.

Movimenti sociali del Nicaragua si uniscono alla lotta

Con un'azione coordinata con i movimenti dell'Honduras, circa 120 persone appartenenti al Movimento Sociale Nicaraguense "Otro Mundo es Posible", capitolo Nicaragua della Alleanza Sociale Continentale, ASC, hanno bloccato per più di quattro ore la frontiera di Las Manos tra il Nicaragua e l'Honduras, in segnale di protesta contro il colpo di stato e in solidarietà con le organizzazioni popolari del vicino paese. Secondo Dolores Jarquín, della ASC, "Abbiamo formato una catena umana ostacolando il transito e molta gente che si trovava lì ha espresso la sua solidarietà con il nostro gesto. Dal lato honduregno della frontiera la polizia ha schierato un forte contingente di guardie armate, ma per fortuna non c'è stato nessun tipo di contatto o scontro. La polizia nicaraguense ha invece dimostrato la sua professionalità, proteggendoci".
Numerosa la presenza dei mezzi d'informazione nazionali ed internazionali Nei prossimi giorni - ha concluso Jarquín - realizzeremo altre manifestazioni di protesta a Managua contro il colpo di stato in Honduras e crediamo che queste azioni siano molto importanti per i movimenti popolari honduregni, che continuano a lottare affinché si ristabilisca l'ordine istituzionale nel loro paese".
L'Allenza Sociale Continentale ha deciso di inviare commissioni di osservazione e solidarietà in territorio honduregno, in modo da creare una presenza costante.

Ritorna Zelaya?

Mentre in Costa Rica il presidente di questo paese, Oscar Arias, che ha assunto il ruolo di mediatore nel processo di mediazione tra il governo costituzionale ed il regime de facto, sembra essere intenzionato, con l'avallo del governo statunitense, a lanciare una proposta di "governo di transizione", la ministra degli Esteri in esilio, Patricia Rodas, ha dichiarato alla stampa che il presidente Manuel Zelaya sarebbe già partito per far rientro nelle prossime ore in Honduras, con l'obiettivo di creare una sede alternativa di governo.

Afghanistan, l'artiglio della pantera

I talebani in fuga dall'offensiva Usa nel sud della provincia di Helmand si sono spostati a Lashkargah e nei distretti più a nord: a farne le spese sono i soldati britannici ma soprattutto i civili afgani

di Enrico Piovesana

Sotto un sole che arroventa l'aria, una colonna militare britannica di 'Mastiff' - i giganteschi blindati 6x6 protetti da grate su tutti i lati - attraversa lentamente il bazar di Lashkargah. Dalle torrette di questi bestioni color sabbia, i soldati di Sua Maestà puntano i mitragliatori su passanti, auto, motorette, trattori e sui carretti trainati dai muli. Tutti si immobilizzano e se possono si fanno da parte, rimanendo più lontani possibile dal convoglio che sfila, nella speranza di mettersi così al riparo da eventuali esplosioni di ordigni telecomandati talebani.

"I talebani in fuga dai marines americani - spiega Nabi, un meccanico - sono arrivati in città, quindi ci si può aspettare di tutto. Nei giorni scorsi hanno sparato razzi dalla periferia verso il centro della città: giovedì mattina contro un comizio elettorale pro-Karzai che era in corso davanti al palazzo del governatore, e venerdì pomeriggio contro il Prt. Li abbiamo sentiti fischiare sopra le nostre teste e poi esplodere. Hanno mancato tutti il bersaglio, cadendo in cortili e aree non abitate, senza provocare vittime. Ma il pericolo è proprio questo: non si sa dove possono cadere. Li chiamano 'razzi ciechi', proprio perché colpiscono a caso. Ma i talebani - continua Nabi - sono penetrati anche dentro la città. Sabato mattina, sarà stata l'una, si sono messi a sparare con i lanciagranate contro una pattuglia di soldati governativi, i quali hanno risposto al fuoco ferendo diverse persone che dormivano all'aperto per il caldo".

L'operazione militare statunitense 'Khanjar' - che in pashto significa 'pugnale', non 'colpo di spada' - ha spinto centinaia di talebani, che prima controllavano i distretti meridionali di Khanishin, Garmsir e Nawa, verso Lashkargah e ancora più a ovest e a nord, a Nadali, Grishk e Sanghin: per la gioia delle truppe britanniche che qui sono impegnate nell'operazione 'Panchai Palang', Artiglio di Pantera, lanciata in contemporanea con l'offensiva Usa a sud. "I talebani cacciati dagli americani sono affluiti tutti in queste zone, già roccaforti talebane, dove operano i britannici - spiega Safatullah, un giornalista locale - che quindi ora si trovano in guai seri, come dimostrano le pesanti perdite che stanno subendo in questi giorni".

A fare le spese di questa situazione però sono soprattutto i civili afgani che abitano nei distretti dove talebani e britannici si danno battaglia. "Stavo lavorando nel campo assieme ad altri contadini - racconta Abdul, steso in un letto dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, con entrambe le gambe ingessate - quando un razzo, o una bomba, non so, è caduta vicino a noi. L'esplosione ha ferito me e due miei amici. Poco prima avevamo visto in lontananza dei blindati britannici, ma non saprei dire chi abbia sparato. Nel mio distretto, Nadali, c'è sempre stata la guerra, ma da una settimana è diventato un inferno: non c'è giorno che non combattano. E non serve a niente: i talebani sono sempre lì".

Erano di Nadali anche Habibullah e Abdullah, entrambi di 12 anni, Ziah, 14 anni, Mohamammad, 25 e Bora, una donna di 55 anni, arrivati morti la settimana scorsa nel centro chirurgico dell'Ong italiana: tutti vittime di bombardamenti aerei. Come almeno altri dieci civili, sempre di Nadali, ricoverati nei giorni con gravi ferite da schegge di bomba.
"Nella notte tra mercoledì e giovedì - racconta Safataullah - settanta persone sono state ferite a Babaji, nel distretto di Nadali, mentre cercavano di scappare dai combattimenti attraversando a piedi il fiume Helmand: i britannici hanno pensato che fossero talebani e li hanno bombardati".

E poi c'è il problema delle mine. Le corsie dell'ospedale di Emergency a Lashkargah si stanno riempiendo di feriti da mina a un ritmo assolutamente straordinario. "Negli ultimi due giorni - spiega un medico - ci sono arrivati una decina di feriti da mina, da Nadali ma anche da Garmsir, dove è in corso l'operazione dei marines. Molti di loro sono bambini, alcuni in condizioni gravissime. Normalmente, dieci ne arrivano in un mese! Pare si tratti di ordigni piazzati dai talebani per colpire i mezzi militari stranieri".

L'operazione militare britannica 'Artiglio di Pantera' sta provocando anche una grave emergenza umanitaria. Negli ultimi giorni almeno 20mila sfollati sono arrivati qui a Lashkargah, in fuga dai distretti dove si combatte: in particolare dalla zona di Babaji, nel distretto di Nadali. I più fortunati vengono ospitati da parenti e amici, ma la maggior parte di loro, circa 15mila finora, finisce nel campo profughi di Mokhtar: una desolata distesa di tende, baracche e casette di argilla alla periferia nord della città dove, dal 2002, vivono già almeno 20mila sfollati in condizioni drammatiche, privi di qualsiasi assistenza da parte del governo afgano. Ora, quindi, il campo ospita almeno 35mila persone. E ne continuano ad arrivare.

Mentre scriviamo, due boati scuotono la terra. Altri due 'razzi ciechi' sono caduti in città, a poche centinaia di metri dall'ospedale di Emergency: uno davanti al nuovo ufficio dell'Ariana Airlines e un altro vicino alla succursale dell'Afghan Bank. Per fortuna, c'è solo un ferito lieve e qualche danno alle aiuole.
Il sole tramonta su Lashkargah, ma il caldo rimane soffocante. Il muezzin intona il richiamo alla preghiera serale, ma il suo canto viene sovrastato dal rumore degli elicotteri Apache che volano lenti nel cielo rosa, sopra decine di piccoli aquiloni manovrati dai bambini che si godono le ultime ore di gioco prima del coprifuoco.

Tratto da: Peace Reporter

Libertà per Guler Zere

Guler ZERE é in carcere da 14 anni e lotta contro il cancro. Alla fine dell’anno 2008 é stata portata dal carcere di Elbistan, dove si trova ora, all’ospedale dell’Universita’ di Cukurova, ad Adana. La diagnosi é stata di cancro in bocca. All’inizio del 2009, é stata portata al carcere di Karataş, ad Adana. E’ stata curata all’ospedale Balcali, ad Adana. Il suo palato é stato operato e tolto. E poi apparso un altro tumore, vicino al suo orecchio. E stata operata di nuovo. Ora c’é un altro tumore alla gola. Ogni giorno, la sua situazone si aggrava. Per una cura efficiente della sua malatia, Guler ZERE deve essere libera subito.


http://www.youtube.com/watch?v=8iDqU5i6C88&videos=9d1J8SmjG3M

http://www.gulerzere.net/es

venerdì 17 luglio 2009

Il Condor vola sull'Honduras

Strani personaggi avvistati nel Paese



Bertha Oliva, Coordinatrice dei Familiari di detenuti desaparecidos in Honduras (COFADEH) denuncia presenze inquietanti in posizioni di controllo

di Gennaro Carotenuto

Mentre la Resistenza popolare al colpo di Stato in Honduras sta scrivendo la storia del paese e di una regione, il Centroamerica, più indietro rispetto al Sud della Patria Grande, e il presidente legittimo Mel Zelaya, anche per non restare indietro a destra del movimento che sostiene la democrazia chiama all’insurrezione popolare, un’internazionale nera di terroristi, torturatori, assassini, neonazisti, spie, reduci del Plan Condor e della guerra sporca corre in soccorso della dittatura di Roberto Micheletti. Le linee del complotto in appoggio al golpe sono molteplici, politico-diplomatiche, mediatiche, economiche. In questo articolo evidenziamo alcune presenze che fanno capire come fermare il golpe in Honduras è ancora più indispensabile per impedire che l’epoca più nera della storia dell’America latina possa tornare.

Avevamo già denunciato che uno dei più stretti collaboratori del dittatore di Bergamo alta è Billy Joya Améndola, attivo con il nome di dottor Arrazola come sicario, torturatore e sequestratore di desaparecidos in Honduras, ma anche in Argentina, Cile e elemento di raccordo tra repressori honduregni, argentini e statunitensi nella guerra sporca in Centroamerica negli anni ’80. Non solo Joya Améndola non è il solo assassino sul quale si appoggia direttamente il dittatore Micheletti ma negli ultimi giorni Joya Améndola avrebbe ripreso vecchi contatti soprattutto in Cile negli ambienti dei Carabineros che collaborarono alla repressione e dai quali fu addestrato in tecniche di tortura. Sarebbe collegata a tali contatti l’uscita pubblica di Lucia Pinochet, figlia di Augusto, defunto dittatore cileno, incarcerata in patria come tutta la famiglia per innumerevoli furti e malversazioni di fondi pubblici, in aperto appoggio al golpe honduregno.

Bertha Oliva, Coordinatrice dei Familiari di detenuti desaparecidos in Honduras (COFADEH), denuncia alcuni dei più sinistri curriculum intorno a Micheletti: Mario Hung Pacheco, sottosegretario alla sicurezza, Nelson Willy Mejía, direttore dell’ufficio immigrazione e stranieri, lo stesso direttore della polizia e molti uomini che controllano telefonia, radio, televisione, e perfino la Commissione per i diritti umani, sarebbero agenti locali della CIA tutti addestrati nella Scuola delle Americhe negli Stati Uniti negli anni ’70 e ’80. Bertha Oliva conferma anche che sono attive nel paese sia organizzazioni legate ai Carabineros cileni che organizzazioni legate ai repressori argentini.
Inoltre molti osservatori denunciano un ruolo attivo nel golpe sia da parte dell’Ambasciatore statunitense Hugo Llorens, sia del sinistro John Negroponte, che è stato sicuramente a Tegucigalpa varie volte tra fine 2008 e inizio 2009 e secondo l’avvocato statunitense-venezuelano Eva Golinger avrebbe coordinato apertamente riunioni con i golpisti.

Tra i personaggi sinistri avvistati in Honduras vi è anche il neonazista e antisemita venezuelano Alejandro Peña Esclusa, colui che pensa che tutti i partiti di destra latinoamericani siano in realtà marxisti camuffati e che solo delle dittature militari generalizzate possono salvare l’America dal comunismo, attivissimo nelle ultime settimane (è stato anche in Perù nella zona del massacro di Bagua) e vecchia conoscenza italiana. Nel marzo 2007 infatti riuscì ad incontrare, facendosi spacciare da Aldo Forbice a Zapping su Radio1Rai, come “capo dell’opposizione moderata venezuelana”, il Cardinale Renato Raffaele Martino e il segretario dell’UDC Lorenzo Cesa. Con lui in Honduras vi sarebbero l’ex organizzatore di squadroni della morte argentino Jorge Monez Ruiz, e poi carapintada (il tentativo di sedizione militare contro il governo di Raúl Alfonsin) ansioso di riprendere i vecchi panni di torturatore. Con loro a completare la delegazione viaggerebbe Hugo Achá Melgar, sedicente direttore della ONG Human Rights Foundation, in realtà copertura per i gruppi terroristi attivi a Santa Cruz in Bolivia per staccare le regioni più ricche del paese.

Il fatto curioso è che tutti questi personaggi che spesso si fanno scudo di finte organizzazioni in difesa dei diritti umani e fanno largo uso della parola “democrazia”, nel paese della United Fruits, si lamentano di presunte ingerenze straniere da parte del governo bolivariano di Caracas.

Comunicato n° 12 del Fronte Nazionale contro il colpo di stato


Il Fronte Nazionale contro il Colpo di Stato in Honduras, composto da differenti espressioni organizzate nel paese comunica al resto della popolazione:

1. Ringraziamo per l'appoggio e la solidarietà dei paesi del mondo, in particolarmente la l'Alleanza Sociale Continentale (ASC), spazio di incontro dei movimenti sociali americani che sta in Honduras per conoscere e divulgare internazionalmente la situazione provocata dal colpo di Stato.

2. Denunciamo l'uso dei mezzi di comunicazione di massa in mano all'oligarchia che cercano di mostrare un paese in normalità e pace, mentre si assassina e perseguono i leader popolari.

3. Comunichiamo la partecipazione di una delegazione del Fronte Nazionale contro il Colpo di Stato, negli Stati Uniti che informerà i Senatori e le altre autorità del Governo statunitense sulla violazione dei diritti umani e la negazione della democrazia e lo stato di diritto.

4. Denunciamo la via dittatoriale fascista che profila l'attuale regime di facto che si avvale della forza delle armi ed ignora spazi di partecipazione e comunicazione elementari.

5. Esprimiamo il nostro riconoscimento alla popolazione honduregna in resistenza affinché si ristabilisca l'ordine istituzionale, esigendo il ritorno del Presidente eletto José Manuel Zelaya Rosales, e l'avvio di una Assemblea Nazionale Costituente che promuova una società con democrazia partecipativa.

6. Continuiamo facendo una chiamata al resto della popolazione che si unisca alle azioni per riuscire nel rovesciamento degli usurpatori dello Stato.

Tegucigalpa, M.D.C. 15 Luglio di 2009

Spirit of Humanity

da"La stagione delle farse: Libertà & Democrazia a metà 2009", di Noam Chomsky.



Ancora una volta Israele, contando sull'impunità di cui gode come cliente USA, ha concluso il mese di giugno 2009 rinforzando l'assedio con uno sfrontato atto di dirottamento. IL 30 giugno, la marina Israeliana ha dirottato la barca del Free Gaza Movement "Spirit of Humanity" - in acque internazionali, a detta delle persone a bordo - conducendoli forzatamente al porto Israeliano di Ashdod. La barca era partita da Cipro, dove il cargo era stato ispezionato: consisteva in medicine, materiale da ricostruzione e giocattoli. Tra gli attivisti per i diritti umani a bordo, c'erano il Premio Nobel per la Pace Mairead Maguire e l'ex membro del Congresso Cynthia McKinney, spedita nella prigione di Ramleh, in Israele - apparentemente senza una parola da parte dell'amministrazione Obama. Il crimine ha a malapena sortito uno sbadiglio - con un certo tipo di giustizia, uno avrebbe da ridire, dal momento che Israle ha dirottato barche in viaggio tra Cipro e il Libano per decadi, sequestrando e a volte uccidendo i passeggeri o spedendoli nelle prigioni Israeliane senza accuse, a far numero con migliaia di altri, in alcuni casi trattenuti come ostaggi per anni. Quindi, perchè persino preoccuparsi di riportare questo ultimo oltraggio da parte di uno stato farabutto e del suo benefattore, per il quale la legge è solo un tema per discorsi da 4 luglio e un'arma contro i nemici?Il dirottamento di Israele è un crimine molto più grave di quello perpetrato dai Somali costretti ad atti di pirateria dalla povertà e disperazione, e dalla distruzione delle proprie zone di pesca da furti e scarichi di residui tossici - per non parlare della distruzione della loro economia da parte delle operazioni anti-terrore di Bush, riconosciute come fraudolente, e un'invasione da parte dell'Etiopia spalleggiata dagli USA. Il dirottamento di Israele viola anche le Convenzioni Internazionali del marzo 1988 sulla sicurezza della navigazione marittima, di cui gli USA fanno parte, e come tale dovrebbero quindi garantirne il rispetto, come richiede la Convenzione stessa. Comunque, Israele non ne fa parte - ma questo naturalmente non mitiga il crimine o l'obbligo di far rispettare la Convenzione contro chi la viola. La mancata adesione da parte di Israele è particolarmente interessante, dal momento che la convenzione fu ispirata in parte dal dirottamento dell' Achille Lauro nel 1985. Quel crimine è considerato da Israele e dall'Ovest, come una delle più grandi atrocità fatte dai terroristi - a differenza del bombardamento della Tunisia, da parte di Israele, appoggiato dagli USA, di una settimana prima, che ha ucciso 75 persone, come al solito senza un pretesto credibile, ma tollerato sempre grazie alla garanzia di impunità per gli USA e i suoi clienti. Forse Israele scelse di non far parte della Convenzione data la sua regolare pratica di allora, di dirottamento di barche in acque internazionali. Sarebbe il caso di investigare, in relazione al dirottamento di giugno 2009, anche perchè dal 2000, dopo la scoperta, da parte di British Gas, di apparenti riserve considerevoli di gas naturale nelle acque territoriali di Gaza, Israele ha continuamente forzato i pescherecci di Gaza verso riva, spesso violentemente, distruggendo un'industria vitale per la sopravvivenza di Gaza. Nello stesso tempo, Israle ha iniziato le negoziazioni con BG per ottenere gas da quelle fonti, rubare in questo modo le scarse risorse di una popolazione, equivale a schiacciarla senza pietà.

La carovana Lifeline 2 entra a Gaza, ma senza aiuti umanitari.



Circa 200 sostenitori del convoglio “Lifeline 2”, guidato dall’ex deputato britannico George Galloway, hanno raggiunto la Striscia di Gaza ieri sera, senza i camion di aiuti che avevano portato dagli Stati Uniti.
Ad accoglierli c’erano il presidente dell’autorità dei passaggi nel governo di Gaza, Ghazi Hamad, e il presidente della Commissione governativa di accoglienza delle delegazioni, Hamdi Shaath, oltre a una folla di cittadini e giornalisti.
La carovana è arrivata con due giorni di ritardo, perché trattenuta al valico di Rafah dagli egiziani.
Fonti palestinesi hanno riferito che Galloway e gli oltre 200 membri del convoglio, hanno attraversato il valico di frontiera, ieri notte, diretti verso la Striscia di Gaza, in base a un accordo tra gli organizzatori del convoglio e le autorità egiziane. Le fonti presso il valico prevedono l'ingresso dei camion nelle prossime ore.
Durante una conferenza stampa tenutasi subito dopo aver attraversato il valico palestinese, il parlamentare britannico ha dichiarato: "Siamo qui per esprimere solidarietà al popolo palestinese. Noi continueremo ad organizzare e inviare le delegazioni di solidarietà dalla Cina, dagli Stati Uniti e dalla Francia per rompere l'ingiusto embargo".
Egli ha confermato di lavorare per far entrare gli aiuti dal lato egiziano di Rafah nei prossimi giorni e non attraverso il passaggio israeliano di Karm Abu Salem, in Israele, sottolineando che gli aiuti comprendono farmaci e attrezzature sanitarie per gli ospedali, materiali per scuole e per asili nella Striscia di Gaza.
Galloway ha confermato che il presidente venezuelano Hugo Chavez guiderà il convoglio "Lifeline 3" per rompere l'assedio di Gaza. Ha poi accusato i paesi arabi di partecipare all'embargo, e ha invitato il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, "a porre freno al suo appoggio verso lo stato di occupazione israeliano e a guardare la sofferenza della popolazione di Gaza assediata da tre anni, punita per la sua scelta democratica".
Della carovana fa parte anche una nutrita delegazione del movimento Neturei Karta, gli ebrei ortodossi anti-sionisti.

Lo Stato colombiano utilizza l’agenzia di intelligence contro le organizzazioni dei diritti umani

Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo CAJAR, Organizzazione non governativa di difesa dei diritti umani, presenta alla comunità internazionale le ultime scoperte in relazione alle attività illegali di intelligence sviluppate dal DAS, l'organismo di sicurezza e di intelligence più importante dello Stato colombiano, contro le organizzazioni dei diritti umani.
Riconosciamo che tutti gli Stati hanno bisogno di un sistema di intelligence efficace per garantire l’esercizio della sovranità, l’autodeterminazione e la sicurezza della società e dello Stato. Però, tale servizio di intelligence deve essere fondato nel rispetto assoluto dei diritti umani e sui principi che supportano uno Stato democratico e sociale di diritto. In altre parole, le agenzie di intelligence devono sottomettersi alla legge ed alla Costituzione Politica prima che essere strumenti di un governo o di entità alleate o al servizio delle organizzazioni criminali organizzate come i gruppi paramilitari.
Nonostante questo in Colombia la storia ci ha dimostrato che gli organismi di sicurezza dello Stato hanno conferito trattamento da nemici a coloro che dalla società si impegnano per la difesa e la promozione dei diritti umani. Così a partire dal febbraio 2004, si è incrementata sostanzialmente la persecuzione contro le organizzazioni dei diritti umani da parte del DAS. Questa entità ha creato gruppi speciali di intelligence strategica con lo scopo di perseguitare in maniera strutturale le organizzazioni di diritti umani considerandoli “una minaccia o rischio per la sicurezza nazionale”.
In questo contesto, il DAS ha deciso di realizzare attività di intelligence contro il CAJAR attraverso una molto onerosa, prolungata e sofisticata operazione chiamata “OPERAZIONE TRASMILENIO” finanziata sotto la voce SPESE RISERVATE. La menzionata OPERAZIONE TRASMILENIO consiste nella raccolta di informazioni su questa ONG di diritti umani e dei suoi componenti. Nello sviluppo della stessa si sono ricavate informazioni relative alla difesa dei diritti umani, sulla cooperazione internazionale e sulle condizioni finanziarie del CAJAR.
Tra le attività di intelligence realizzate dal DAS contro i membri del CCAJAR, si evidenziano: l’identificazione del loro nucleo familiare, informazioni biografiche, lavorative, economiche e finanziarie; elaborazione di profili politici e psicologici; recupero di impronte digitali, individuazione delle routine e spostamenti, realizzazione di pedinamenti in tutto il paese, così come la vigilanza permanente da punti fissi di osservazione (affittando abitazioni); registrazioni fotografiche e video degli avvocati e delle loro famiglie, così come dei loro posti di residenza e lavoro, intercettazione su grande scala di linee telefoniche, posta elettronica, verifica dei loro movimenti migratori ed elenco dei loro contatti nazionali e internazionali, ecc. Per ottenere queste informazioni hanno cercato i dati nel data base del Programma Ufficiale di Protezione e Difesa, enti pubblici e privati e altri che loro denominano “fonti umani e tecniche” e inclusa il controllo della spazzatura dei luoghi di residenza e degli uffici di lavoro degli avvocati. Vale la pena far presente, che i lavori di intelligence hanno incluso temerarie e infondate accuse contro i membri del CCAJAR, le quali non sono state provate nonostante vari anni di permanente ed esaustiva attività di intelligence illegale e clandestina.
Ci colpisce particolarmente che la tenace persecuzione contra il CAJAR da parte del DAS, concorda sia con le segnalazioni realizzate dal presidente della Repubblica e da alcuni dei suoi più alti funzionari contra questa ONG, sia con le sistematiche minacce e attacchi contro i suoi membri. Per esempio, il pacco ricevuto per posta nel maggio del 2005 alla sua residenza dall’allora presidente del CCAJAR che appariva come inviato dal nonno da un municipio e un indirizzo che corrispondono alla casa dove trascorse la sua infanzia e che conteneva una minaccia scritta contro la sua famiglia e la sua piccola figlia, accompagnata da una bambola decapitata, squartata, bruciata e macchiata con smalto rosso a indicare sangue, dimostra che questo macabro messaggio di minaccia conteneva informazioni ottenute con lavori di intelligence svolti contro questa avvocata da parte del DAS.
Le attività del CAJAR che hanno destato maggiormente l’attenzione dei segugi del DAS sono quelle relative alla rappresentanza in sede legale delle vittime, specialmente il lavoro con la Corte Penale Internazionale, la Commissione e la Corte Interamericana dei Diritti Umani e le Nazioni Unite. Allo stesso modo c’è stato un interesse speciale per le missioni internazionali (ufficiali e non governative) sui diritti umani che hanno visitato il paese. Alcune di esse sono state oggetto di controlli millimetrici e i loro componenti e passaporti filmati e fotografati con chiaro disprezzo per la comunità e gli organismi internazionali. Tutto indica che “tutto ciò che puzzava di diritti umani” si convertiva in obiettivo di intelligence per il DAS che considera i diritti umani ed il lavoro che li rivendica – in se e per sé – come una minaccia istituzionale, scordando che sono i violatori dei diritti umani che fanno perdere prestigio e minacciano lo Stato e non chi fa sentire la propria voce per reclamare verità a giustizia.

Quali scopi persegue il DAS con questa politica ufficiale di persecuzione e repressione contro le organizzazioni dei diritti umani e contro le attività che li fomentano e difendono? Con piena convinzione manifestiamo che il DAS ha realizzato e realizza questi lavori di intelligence contro le organizzazioni dei diritti umani per neutralizzare e sabotare i loro lavori in difesa e promozione dei diritti umani attraverso il terrore che risveglia la sua “intelligence offensiva e strategica” come meccanismo di guerra psicologica. Infatti tra i memorandum e le missioni di lavoro di cui fu incaricato il gruppo G3, spiccavano i pedinamenti a organizzazioni e persone di tendenze oppositrici rispetto alle politiche governative con lo scopo di “restringere o neutralizzare le loro azioni” e negli atti delle riunioni di questo gruppo si sottolinea che queste attività devono condurre alla incriminazione o alla realizzazione di operazioni di intelligence sotto copertura (diverse fase della guerra psicologica, di stratagemma politico, ecc.).

Di conseguenza, quelle azioni cercavano o cercano anche di incriminare arbitrariamente i difensori di diritti umani. La storia ci insegna anche che i rapporti di intelligence sono soliti essere la fase previa di più gravi attacchi contro le vittime di questi generalizzati e sistematici compiti di intelligence, che possono includere attentati contra la vita delle vittime. Senza dubbio, le attività del DAS contro le ONG, mettono in grave rischio la vita dei difensori di diritti umani e minacciano seriamente l’esercizio delle loro legittima attività.

L’utilizzo arbitrario del DAS per portare avanti azioni di intelligence strategica contro le ONG dei diritti umani costituisce la prova più indiscutibile dell’assenza di volontà politica del governo di rinunciare definitivamente alla persecuzione contro i difensori di diritti umani, il che riafferma la politica ufficiale non dichiarata di chiudere spazi e negare garanzie alle organizzazioni di diritti umani, così come di perseguitare sistematicamente i loro componenti. Vale la pena ricordare che la persecuzione ha anche colpito giornalisti, dirigenti politici e sociali, parlamentari e incluso magistrati della Corte Suprema di Giustizia, questi ultimi per aver osato fare giustizia contro personaggi che erano sempre apparsi “intoccabili” e favoriti dall’impunità che offre il potere.

Consideriamo fondamentalmente che le attività di intelligence sviluppate contro il CAJAR e altre ONG di diritti umani furono pianificate, decise ed eseguite al più alto livello all’interno del DAS, in ottemperanza alle direttive dell’alto governo, il quale riceve informazioni periodiche da quei lavori. Infatti, è il potere esecutivo quello che nomina i capi di questa entità, quattro delle quali sono sotto indagine per questi fatti. Inoltre sotto l’amministrazione dell’attuale governo, cariche importanti all’interno della struttura del DAS furono occupate da ex ufficiali dell’Armata, il che ha permesso una crescente militarizzazione di questa entità di natura puramente civile, il che a sua volta facilitò che i difensori dei diritti umani si convertissero nel principale obiettivo od oggetto delle sue azioni di intelligence offensiva e strategica.

Senza dubbio, questa sistematica e generalizzata persecuzione contro le ONG dei diritti umani, costituisce un crimine di lesa umanità alla luce dello statuto di Roma, così come lo ha manifestato in un recente dibattito pubblico il senatore Gustavo Petro.
Storicamente, il CAJAR ha rappresentato le vittime in numerosi casi di gravi violazioni ai diritti umani in cui erano coinvolti funzionari del DAS. Attualmente rappresentiamo le famiglie dei sindacalisti uccisi dai paramilitari, dopo che Jorge Noguera Cotes nella sua condizione di direttore del DAS consegnò a queste organizzazioni criminali un elenco di sindacalisti con lo scopo di farli assassinare. Recentemente, Jorge Aurelio Noguera Cotes, è stato chiamato in giudizio, per l’omicidio dei sindacalisti, così come per associazione a delinquere per la sua alleanza con il paramilitarismo.
Alla luce di quanto sopra, responsabilizziamo unicamente ed esclusivamente l’alto governo nella persona del presidente della repubblica di qualsiasi attacco contro i membri del Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo o contro i membri delle loro famiglie.

Il Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo, da questo esposto, esige dal governo colombiano e dallo Stato:
1. Lo smantellamento totale del DAS

2. La creazione legale e partecipativa di una commissione integrata da personalità di riconosciuto livello accademico e morale che proponga una nuova entità di intelligence basata nel rispetto totale dei diritti umani, nell’attaccamento ai più cari precetti democratici che governano uno Stato sociale e di diritto, in armonia con parametri internazionali sul tema. La nuova identità dovrà avere salvaguardie legali efficaci per garantire i diritti di cittadinanza, così come meccanismi di monitoraggio civile e parlamentare, riguardo alla sua funzione d’intelligence.

3. La declassificazione immediata di tutti i rapporti di intelligence presenti nel DAS, nelle forze militari e di polizia contro le ONG di diritti umani ed in particolare contro il CAJAR. Questi rapporti devono essere consegnati ai diretti interessati e cancellati dagli archivi ufficiali.

4. Risultati immediati e concreti nelle indagini penali e disciplinari aperte contro i quattro ex direttori del DAS (Jorge Aurelio Noguera Cotes; Andrés Mauricio Peñate; Maria del Pilar Hurtado y Joaquín Polo), così come contro gli altri responsabili di questi atti. Questi risultati ci dovranno essere, nonostante il cambio recente del Procuratore Generale ed il prossimo cambiamento del Fiscale Generale della Nazione.

5. La cessazione immediata e definitiva delle ostilità, persecuzioni, attività di intelligence, minacce e attacchi contro le ONG dei diritti umani e il CCAJAR in particolare, da parte dello Stato e dei suoi organismi di sicurezza.

6. La concessione di tutte le garanzie ai difensori dei diritti umani per lo sviluppo del loro lavoro, così come tutte le misure necessarie per la protezione fisica e psicologica loro e delle loro famiglie.


leggi anche:Che ce ne frega della Colombia? di Dario Ghilarducci

mercoledì 15 luglio 2009

Gli operai minacciano di far saltare un'altra fabbrica se non verranno pagati.

E' la seconda in pochi giorni

Nuovo caso di protesta dei lavoratori francesi che minacciano di far saltare in aria gli impianti. Dopo l'episodio di due giorni fa alla New Fabris di Chatellerault (azienda controllata dalla italiana ZEN e che produce/va componentistica per Peugeot Citroen e Renault) nell'ovest della Francia, un caso analogo è scoppiato alla Nortel France, azienda della regione parigina in fallimento, dove un gruppo di dipendenti in sciopero minacciano di far saltare lo stabilimento con una decina di bombole di gas che sono state già piazzate nei locali, secondo quanto verificato da giornalisti sul posto. "La gente - ha detto uno dei quattro rappresentanti dei lavoratori di Nortel - non ha più niente da perdere, andranno fino in fondo". L'azienda, filiale francese del produttore di componenti per la comunicazione canadese Nortel, ha avviato la procedura di fallimento il 28 maggio: "Se gli amministratori non si assumono le loro responsabilità il sito rischia di saltare", ha avvertito il rappresentante dei lavoratori, dietro anonimato. "Qualora la riunione fra gli amministratori giudiziari francesi e quelli britannici incaricati della procedura di fallimento non fosse costruttiva - ha aggiunto - nessuno controllerebbe più niente". Per il 20 luglio è previsto, da parte del consiglio d'amministrazione, un parere su un piano di tagli, e il motto dei lavoratori di Nortel è: "Se per noi finisce il 20, finirà per tutti". Il rappresentante dei lavoratori afferma che la richiesta è di 100 mila euro per ogni licenziato. Il metodo è analogo a quello dei dipendenti della New Fabris di Chatellerault che due giorni fa hanno minacciato di far saltare la loro fabbrica il 31 luglio se non otterranno indennità di licenziamento di 30mila euro.

Honduras - Il rischio della normalizzazione

Si intensifica la repressione

A 15 giorni dal colpo di stato il paese centroamericano non fa più notizia.

Fin dal primo giorno del colpo di stato militare, la politica mediatica del governo spurio ha cercato di dare al paese un’immagine di assoluta normalità. Le enormi marce e le proteste sarebbero quindi una semplice espressione di qualche matto che non vuole accettare la nuova realtà. La manovra normalizzatrice, della quale sembra fare parte il processo di mediazione che si sta svolgendo in Costa Rica sotto le ali del dipartimento di Stato nordamericano, e l’assenza dei mezzi informativi, potrebbero aprire le porte ad una forte repressione contro le organizzazioni popolari che continuano a chiedere la ricomposizione dell’ordine istituzionale.
Dopo le condanne internazionali, la grande aspettativa per il tentativo del presidente Zelaya di ritornare in patria e il fallimento del processo di mediazione in Costa Rica, i principali mezzi informativi hanno abbandonato il paese. I telefoni non suonano più come prima e le agenzie internazionali non battono molte notizie sull’Honduras.
Le continue mobilitazioni delle organizzazioni sociali, popolari e sindacali non fanno oramai notizia e per i media internazionali che continuano a seguire le vicende da vicino, la situazione è diventata molto pericolosa.
Durante la serata di sabato 11 luglio, i giornalisti di TeleSur e del canale Venezolana de Televisión, VTV, sono stati arrestati e poi obbligati a rimanere in albergo senza potere svolgere il loro lavoro informativo. Hanno inoltre denunciato che la polizia ha intimato loro di andare subito all’aeroporto “perché qui non hanno nulla da fare e non c’è niente da informare”.
Di fronte alle grandi mobilitazioni indette dalle organizzazioni popolari, come quelle che si sono svolte durante il fine settimana in memoria del giovane Isis Obed Murillo e nel parco centrale di Tegucigalpa, e la caduta di interesse da parte dei media, i dirigenti del Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato hanno avvertito della possibilità di un incremento dell’ondata repressiva.
Nella notte di sabato 11 luglio, l’attivista del Bloque Popular ed ex dirigente sindacale del settore tessile e della FUTH, Róger Bados, è stato assassinato da sconosciuti davanti a casa sua a San Pedro Sula, nel nord del paese. La paura che si vive in queste ore è che questo omicidio possa essere il preludio a un piano assassino contro i quadri intermedi delle organizzazioni popolari, con l’obiettivo d’infondere il terrore tra la gente.
Mentre la comunità internazionale sembra non volere passare dai discorsi e proclami ai fatti concreti, rigidamente legata agli esiti di un processo di mediazione che non ha futuro e che dipende visibilmente dall’ambiguità del governo nordamericano, abbiamo dialogato con Carlos H. Reyes, segretario generale del Sindacato dei Lavoratori dell’Industria delle Bevande e Simili, STIBYS, e membro del Comitato Esecutivo Mondiale della UITA.

Sono stati 15 giorni di resistenza e lotta. Giorni molto difficili in cui la popolazione ha saputo rispondere al colpo di stato e alla repressione. Come valuti questo sforzo?
La lotta politica del movimento popolare ha avuto cambiamenti qualitativi molto importanti. Se non fosse esistito un Coordinamento Nazionale di Resistenza Popolare, che è stata la colonna vertebrale di tutto questo movimento di resistenza, non sarebbe stato possibile sviluppare tutte queste azioni di lotta e resistenza. Abbiamo potuto superare la sorpresa del colpo di stato e la paura per la repressione scatenata dal governo “de facto”, convocare la più grande manifestazione nella storia del paese, e tutta una serie di altre attività che hanno visto una grande partecipazione da parte della gente.

Si profila un incremento della repressione?
I golpisti sentono che non hanno potuto dominarci e che c’è ancora una forte resistenza e quindi hanno cominciato a lanciare segnali che indicano la loro intenzione di incrementare il livello repressivo. Domenica 5 luglio è stato assassinato il giovane Isis Obed Murillo, mentre ieri hanno ucciso l’ex dirigente sindacale della FUTH ed attivista del Bloque Popular, Róger Bados. Hanno chiuso vari programmi radio che gestiscono le organizzazioni femministe ed abbiamo saputo che ieri la polizia ha fatto irruzione nell’hotel dove alloggiavano i giornalisti di TeleSur e della televisione venezuelana, ordinando loro di andarsene dal paese. Consideriamo che tutti questi avvenimenti facciano parte di una politica repressiva implementata per spaventarci e per porre fine alla resistenza.

Che progetti avete per questa settimana?
Continueremo con le manifestazioni e le marce e per giovedì e venerdì abbiamo previsto due azioni molto importanti. Sarà comunque una settimana molto difficile. Il processo di mediazione in Costa Rica è ormai fallito e noi abbiamo sempre detto che non era questa la via per risolvere la crisi nel nostro paese. La soluzione passa necessariamente dal riuscire a mantenere la lotta interna e dal risolvere la contraddizione che si sta vivendo negli Stati Uniti. Da una parte il governo nordamericano denuncia il colpo di stato e firma la risoluzione dell’Organizzazione degli Stati Americani, ma dall’altra il potere economico e politico dell’estrema destra sostiene il governo golpista di Micheletti. Bisogna rompere questa contraddizione e proprio oggi una delegazione del Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato è partito per gli Stati Uniti e si riunirà con vari senatori per discutere su questa situazione.

Il governo vuole far credere alla popolazione ed al mondo che la situazione in Honduras è tranquilla e che non sta succedendo nulla. Una minore presenza dei media potrebbe facilitargli questa opera normalizzatrice?
In molti casi i mezzi d’informazione stanno andando via perché vengono intimoriti e questo dimostra che stiamo entrando in una fase in cui si vuole occultare ciò che sta accadendo e che effettivamente c’è stato un colpo di stato. Il caso di TeleSur è emblematico. Bisogna denunciarlo a livello internazionale e su questa base, i mezzi informativi devono ritornare nel paese perché tutto sta ad indicare che ci sarà un forte aumento della repressione.

Che prospettive ci sono di potere mantenere la mobilitazione nelle strade?
Noi continueremo a chiedere di ristabilire l’ordine istituzionale e per fare ciò è necessario il ritorno del presidente Manuel Zelaya. Oltre a chiedere ai paesi che hanno condannato il colpo di stato di adottare misure concrete contro questo governo, è importante che i compagni e le compagne delle organizzazioni popolari centroamericane facciano azioni alle frontiere con il Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Chiediamo anche alle organizzazioni latinoamericane di manifestare davanti alle ambasciate dell’Honduras nei loro paesi. La lotta sarà permanente.
La Uita ha dato priorità assoluta a quanto è successo in Honduras ed ha espresso la sua totale solidarietà con il processo di resistenza delle organizzazioni popolari e sindacali.

In che modo vi sembra sarebbe più utile continuare questa azione?
La presenza della Uita durante tutti questi giorni ha permesso al movimento sindacale mondiale di rimanere informato in modo obiettivo su quanto stava accadendo in Honduras, facendo capire che la resistenza continua. Qui c’è un problema di fondo: in Honduras è un delitto difendere gli interessi dei lavoratori, è un delitto lottare per avere conquiste sociali. È per questo motivo che abbiamo sostenuto molte cose del governo Zelaya, perché stava lavorando in questa direzione ed in un paese di estrema destra come il nostro, tutto ciò vuole dire essere considerati dei delinquenti. Tuttavia, continuiamo a lavorare e a lottare, e crediamo che la cosa migliore sia che la Uita continui a portare questo messaggio nel mondo. Siamo di fronte ad una dittatura selvaggia e c’incamminiamo verso una maggiore repressione da parte di quei settori delle Forze Armate che durante gli anni 80 si sono macchiati dei peggiori crimini.
di Giorgio Trucchi

Afghanistan: morto militare italiano

La "missione di pace" sempre più in guerra

Le stragi di civili aumenteranno

Un paracadutista della Folgore è morto e altri tre sono rimasti feriti ieri a circa 50 chilometri a nordest di Farah, quando una pattuglia della Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri è stata attaccata con un ordigno esplosivo posizionato lungo la strada. L'esplosione dell'ordigno ha coinvolto il primo mezzo della pattuglia e il soldato deceduto è morto per le ferite riportate, subito dopo essere stato trasportato all'ospedale militare di Farah. "Nell'esplosione altri tre parà sono rimasti feriti", ha dichiarato il maggiore Marco Amoriello, della forza Isaf. "Nessuno dei tre feriti è in pericolo di vita".
E’ facile ipotizzare che questo fatto accrescerà l’impegno militare italiano in termini di un maggior coinvolgimento nelle operazioni di guerra. Regole d’ingaggio e armamenti saranno al centro della discussione politica del governo, e tradotto questo significa maggiore impiego dei militari italiani nelle uccisioni, bombardamenti, rastrellamenti.
Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi appena appresa al notizia si è messo in contatto con il sottosegretario Gianni Letta a Palazzo Chigi, ha ribadito la necessità e l'importanza della missione “di pace” in Afghanistan per la stabilità di un'area strategica.
"Il presidente della Repubblica rileva che "sappiamo tutti come il teatro afgano stia diventando tra i più duri e più rischiosi. Tuttavia, continuare l'impegno in Afghanistan - sottolinea Napolitano - va "nell'interesse di ciascun paese che è sempre esposto ai colpi del terrorismo internazionale e lo sarà finchè non saremo riusciti a sradicare alcune centrali e a rimuovere alcune cause". Sempre in Afghanistan, un elicottero si è schiantato a sud, nel distretto di Sangin, nella provincia di Hemand, dove le forze americane e britanniche hanno lanciato una massiccia offensiva contro i talebani. Sei persone che erano a bordo - tutti contractor al servizio delle truppe dell'Isaf - sono morte insieme con un bambino investito a terra dai rottami dell'elicottero. I talebani hanno rivendicato l'abbattimento dell'elicottero Chinook. La tensione è crescente nel Paese in vista delle elezioni presidenziali del 20 agosto, per garantire le quali le forze internazionali hanno inviato sul campo ulteriori rinforzi. L'offensiva, in particolare statunitense e britannica, si concentra nella valle di Helmand, bastione dei talebani e centro mondiale della produzione di oppio. Si tratta di uno dei dieci distretti in mano ai ribelli dove al momento è difficile prevedere condizioni per un regolare svolgimento del voto presidenziale, come chiesto a più riprese dalla commissione elettorale afghana. Nell'area sono stati schierati quattromila marines Usa e 800 soldati di Sua Maestà che, coadiuvati dall'esercito afghano, hanno dato vita ad una delle più imponenti operazioni militari del dopoguerra. Centinaia le persone uccise dall'inizio delle operazioni, anche se non esiste una stima precisa delle vittime, né tantomeno di quali siano tra loro civili e quali combattenti. Ma vi sono pochi dubbi sul fatto che questa massiccia operazione di guerra stia provocando una strage tra la popolazione. Con il militare italiano ucciso oggi, sale a 196 il numero di soldati stranieri che hanno perso la vita nel Paese dall'inizio dell'anno, secondo le stime del sito icasualties.org. Per la Gran Bretagna, che conta 184 morti dall'inizio delle operazioni nel 2001, si tratta di un bilancio peggiore del conflitto in Iraq: nei sei anni dell'operazione rimasero uccisi 179 soldati di Sua Maestà.

Ragazzini incarcerati continuano lo sciopero della fame nel carcere di Pozanti


Ragazzini svolgono sciopero della fame nella prigione di Pozanti ad Adana per richiamare l'attenzione sulla violazione dei diritti. I maltrattamenti contro i ragazzini sono ancora al centro dell'attenzione. Secondo le informazioni ottenute continueranno lo sciopero della fame a meno che il problema venga risolto. I parenti dei ragazzini hanno sostenuto che in prigione non è stato consentito incontrare il medico, leggere giornali come Azadiya Welat e Gunluk.

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!