mercoledì 15 luglio 2009

Honduras - Il rischio della normalizzazione

Si intensifica la repressione

A 15 giorni dal colpo di stato il paese centroamericano non fa più notizia.

Fin dal primo giorno del colpo di stato militare, la politica mediatica del governo spurio ha cercato di dare al paese un’immagine di assoluta normalità. Le enormi marce e le proteste sarebbero quindi una semplice espressione di qualche matto che non vuole accettare la nuova realtà. La manovra normalizzatrice, della quale sembra fare parte il processo di mediazione che si sta svolgendo in Costa Rica sotto le ali del dipartimento di Stato nordamericano, e l’assenza dei mezzi informativi, potrebbero aprire le porte ad una forte repressione contro le organizzazioni popolari che continuano a chiedere la ricomposizione dell’ordine istituzionale.
Dopo le condanne internazionali, la grande aspettativa per il tentativo del presidente Zelaya di ritornare in patria e il fallimento del processo di mediazione in Costa Rica, i principali mezzi informativi hanno abbandonato il paese. I telefoni non suonano più come prima e le agenzie internazionali non battono molte notizie sull’Honduras.
Le continue mobilitazioni delle organizzazioni sociali, popolari e sindacali non fanno oramai notizia e per i media internazionali che continuano a seguire le vicende da vicino, la situazione è diventata molto pericolosa.
Durante la serata di sabato 11 luglio, i giornalisti di TeleSur e del canale Venezolana de Televisión, VTV, sono stati arrestati e poi obbligati a rimanere in albergo senza potere svolgere il loro lavoro informativo. Hanno inoltre denunciato che la polizia ha intimato loro di andare subito all’aeroporto “perché qui non hanno nulla da fare e non c’è niente da informare”.
Di fronte alle grandi mobilitazioni indette dalle organizzazioni popolari, come quelle che si sono svolte durante il fine settimana in memoria del giovane Isis Obed Murillo e nel parco centrale di Tegucigalpa, e la caduta di interesse da parte dei media, i dirigenti del Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato hanno avvertito della possibilità di un incremento dell’ondata repressiva.
Nella notte di sabato 11 luglio, l’attivista del Bloque Popular ed ex dirigente sindacale del settore tessile e della FUTH, Róger Bados, è stato assassinato da sconosciuti davanti a casa sua a San Pedro Sula, nel nord del paese. La paura che si vive in queste ore è che questo omicidio possa essere il preludio a un piano assassino contro i quadri intermedi delle organizzazioni popolari, con l’obiettivo d’infondere il terrore tra la gente.
Mentre la comunità internazionale sembra non volere passare dai discorsi e proclami ai fatti concreti, rigidamente legata agli esiti di un processo di mediazione che non ha futuro e che dipende visibilmente dall’ambiguità del governo nordamericano, abbiamo dialogato con Carlos H. Reyes, segretario generale del Sindacato dei Lavoratori dell’Industria delle Bevande e Simili, STIBYS, e membro del Comitato Esecutivo Mondiale della UITA.

Sono stati 15 giorni di resistenza e lotta. Giorni molto difficili in cui la popolazione ha saputo rispondere al colpo di stato e alla repressione. Come valuti questo sforzo?
La lotta politica del movimento popolare ha avuto cambiamenti qualitativi molto importanti. Se non fosse esistito un Coordinamento Nazionale di Resistenza Popolare, che è stata la colonna vertebrale di tutto questo movimento di resistenza, non sarebbe stato possibile sviluppare tutte queste azioni di lotta e resistenza. Abbiamo potuto superare la sorpresa del colpo di stato e la paura per la repressione scatenata dal governo “de facto”, convocare la più grande manifestazione nella storia del paese, e tutta una serie di altre attività che hanno visto una grande partecipazione da parte della gente.

Si profila un incremento della repressione?
I golpisti sentono che non hanno potuto dominarci e che c’è ancora una forte resistenza e quindi hanno cominciato a lanciare segnali che indicano la loro intenzione di incrementare il livello repressivo. Domenica 5 luglio è stato assassinato il giovane Isis Obed Murillo, mentre ieri hanno ucciso l’ex dirigente sindacale della FUTH ed attivista del Bloque Popular, Róger Bados. Hanno chiuso vari programmi radio che gestiscono le organizzazioni femministe ed abbiamo saputo che ieri la polizia ha fatto irruzione nell’hotel dove alloggiavano i giornalisti di TeleSur e della televisione venezuelana, ordinando loro di andarsene dal paese. Consideriamo che tutti questi avvenimenti facciano parte di una politica repressiva implementata per spaventarci e per porre fine alla resistenza.

Che progetti avete per questa settimana?
Continueremo con le manifestazioni e le marce e per giovedì e venerdì abbiamo previsto due azioni molto importanti. Sarà comunque una settimana molto difficile. Il processo di mediazione in Costa Rica è ormai fallito e noi abbiamo sempre detto che non era questa la via per risolvere la crisi nel nostro paese. La soluzione passa necessariamente dal riuscire a mantenere la lotta interna e dal risolvere la contraddizione che si sta vivendo negli Stati Uniti. Da una parte il governo nordamericano denuncia il colpo di stato e firma la risoluzione dell’Organizzazione degli Stati Americani, ma dall’altra il potere economico e politico dell’estrema destra sostiene il governo golpista di Micheletti. Bisogna rompere questa contraddizione e proprio oggi una delegazione del Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato è partito per gli Stati Uniti e si riunirà con vari senatori per discutere su questa situazione.

Il governo vuole far credere alla popolazione ed al mondo che la situazione in Honduras è tranquilla e che non sta succedendo nulla. Una minore presenza dei media potrebbe facilitargli questa opera normalizzatrice?
In molti casi i mezzi d’informazione stanno andando via perché vengono intimoriti e questo dimostra che stiamo entrando in una fase in cui si vuole occultare ciò che sta accadendo e che effettivamente c’è stato un colpo di stato. Il caso di TeleSur è emblematico. Bisogna denunciarlo a livello internazionale e su questa base, i mezzi informativi devono ritornare nel paese perché tutto sta ad indicare che ci sarà un forte aumento della repressione.

Che prospettive ci sono di potere mantenere la mobilitazione nelle strade?
Noi continueremo a chiedere di ristabilire l’ordine istituzionale e per fare ciò è necessario il ritorno del presidente Manuel Zelaya. Oltre a chiedere ai paesi che hanno condannato il colpo di stato di adottare misure concrete contro questo governo, è importante che i compagni e le compagne delle organizzazioni popolari centroamericane facciano azioni alle frontiere con il Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Chiediamo anche alle organizzazioni latinoamericane di manifestare davanti alle ambasciate dell’Honduras nei loro paesi. La lotta sarà permanente.
La Uita ha dato priorità assoluta a quanto è successo in Honduras ed ha espresso la sua totale solidarietà con il processo di resistenza delle organizzazioni popolari e sindacali.

In che modo vi sembra sarebbe più utile continuare questa azione?
La presenza della Uita durante tutti questi giorni ha permesso al movimento sindacale mondiale di rimanere informato in modo obiettivo su quanto stava accadendo in Honduras, facendo capire che la resistenza continua. Qui c’è un problema di fondo: in Honduras è un delitto difendere gli interessi dei lavoratori, è un delitto lottare per avere conquiste sociali. È per questo motivo che abbiamo sostenuto molte cose del governo Zelaya, perché stava lavorando in questa direzione ed in un paese di estrema destra come il nostro, tutto ciò vuole dire essere considerati dei delinquenti. Tuttavia, continuiamo a lavorare e a lottare, e crediamo che la cosa migliore sia che la Uita continui a portare questo messaggio nel mondo. Siamo di fronte ad una dittatura selvaggia e c’incamminiamo verso una maggiore repressione da parte di quei settori delle Forze Armate che durante gli anni 80 si sono macchiati dei peggiori crimini.
di Giorgio Trucchi