venerdì 29 aprile 2011

Cina - La fuga di Paperone

La nuova emigrazione è quella dei ricchi: talenti e risorse se ne vanno


I ricchi cinesi emigrano. È forse questa la scoperta più curiosa del 2011 China Private Wealth Study, a cura della China Merchants Bank e dell'agenzia di consulenza Bain & Company.È una nuova onda iniziata da un paio d'anni, che segue quella degli intellettuali (anni Settanta) e dei "talenti tecnologici" (anni Novanta).Il Dragone, terra promessa per chi vuole fare business o comunque svoltare collocandosi nella parte più dinamica del mondo, si trasforma automaticamente in un luogo da cui fuggire mano a mano che il patrimonio sale.
Almeno il sessanta per cento dei cinesi ad alto reddito è emigrato all'estero o ha intenzione di farlo. Per "alto reddito" si intendono gli individui che dispongono di almeno 10 milioni di yuan (poco più di un milione di euro) da investire. Attualmente sono circa 500mila; se la media si attesta sui 30 milioni (poco meno di 3 milioni e 150mila euro) di patrimonio, tra di loro c'è anche un'élite di ricchissimi - circa ventimila persone - che dispone di almeno 100 milioni di yuan (10 milioni di euro e briciole). La fetta di ricchezza complessiva di cui dispongono questi paperoni cinesi è stimata sui 15mila miliardi di yuan e dovrebbe salire a 18mila miliardi il prossimo anno.

Emigrano soprattutto negli Usa, in Canada, Gran Bretagna e Australia. Paesi dove trovano migliori scuole per i loro figli e schemi pensionistici più vantaggiosi. Queste sono le ragioni che i più indicano all'origine della propria scelta. Le tasse invece non c'entrano, visto che solo il sei per cento dichiara di andarsene dalla Cina per l'eccessivo carico fiscale.
Nessun riferimento a un'eventuale scelta politica, ma forse non era quello l'oggetto d'indagine della ricerca. D'altra parte stiamo parlando del ceto di nuovi ricchi che ha beneficiato delle peculiarità insite nel sistema cinese, al suo interno ha costruito le proprie fortune anche grazie alla deregulation nel mercato del lavoro e alla compressione dei salari. Perché dovrebbero criticarlo?
Se ne vanno grazie a speciali programmi messi i piedi dai Paesi che li ospitano e che legano permessi di immigrazione a investimenti in loco. I laowai (stranieri) accolgono loro ma, soprattutto, i loro portafogli.
E così noi li vediamo fare shopping nelle capitali del mondo - soprattutto quello anglosassone - senza sapere che proprio lì vivono. A volte, qualche governo si preoccupa un po'. Così, per esempio, di fronte al raddoppiamento dell'immigrazione cinese tra il 2008 e il 2010, il Canada ha pensato bene di raddoppiare anche il livello minimo di investimento per concedere il visto: almeno 1,6 milioni di dollari canadesi (poco più di un milione di euro) in patrimonio netto. Li vogliamo ricchi, ma ricchi davvero.
Questo esodo pone un paio di quesiti alla Cina stessa.
Primo. Quanta ricchezza di quella che i ricchi emigranti esportano con la propria persona ritorna poi in Cina sotto forma di rimesse o nuovi investimenti?
Secondo (collegato al primo). Il Dragone non riconosce la doppia nazionalità. Se uno emigra, perde il passaporto cinese. Non sarà forse il caso di rivedere questa normativa per evitare che un ricco se ne vada definitivamente, senza restituire nulla al Celeste Impero?
Su Global Times - versione pop del Quotidiano del popolo - un commento stigmatizza il fenomeno e si chiede come arginarlo. Chiunque - si legge - ha diritto di investire e risiedere dove gli pare, ma il fatto che questo determini un fuggi fuggi di ricchezze e (soprattutto) talenti rivela che è proprio il sistema cinese a non funzionare. O a non funzionare più.
Bisogna quindi offrire più qualità di vita, sia ai ricchi sia ai poveri, e Global Times insiste su un'idea allargata di welfare: "Le persone che dispongono di grandi fortune perseguono uno stile di vita altamente qualitativo, ma in Cina il welfare pubblico e i servizi, come l'istruzione e l'assistenza sanitaria, sono ben lungi dal soddisfare le aspettative della gente comune, figuriamoci dei ricchi.
Un esempio è quello della sicurezza alimentare. Recenti statistiche rivelano che, se il 99,8 dei generi alimentari destinati all'esportazione rispettano i requisiti di sicurezza, la percentuale destinata al mercato interno scende sotto il 90 per cento."
È una soluzione che tiene insieme i destini di chi ha e chi non ha: tutti vogliono migliorare il proprio status, nessuno vuol finire avvelenato da cibi più scadenti di quelli export-oriented.
Ma non tiene conto del fatto che gli interessi, con i redditi, divergono. Quando si parla di welfare, ci vuole qualcuno che lo finanzi attraverso tasse e investimenti sul territorio. Il multimilionario che salta sul primo aereo per Vancouver non sembra di questo avviso.
La Cina riscopre le divisione in classi e proprio nel momento in cui vuole ridurre il divario tra ricchi e poveri, è pugnalata alle spalle dai suoi paperoni: quelli che proprio il sistema ha prodotto e che oggi non accettano di redistribuire le proprie risorse.
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