lunedì 30 dicembre 2013

Messico - 20° anniversario (30 dalla sua nascita) senza arrendersi.

Dichiarazione di guerra
di Gloria Muñoz Ramírez

Tutto è cominciato con una dichiarazione di guerra. L’ultima opzione, dissero, ma una guerra. Molti allora dissero che tutto fu simbolico, che le armi non importavano, che non si trattava di un esercito regolare, bensì di un gruppo di pezzenti con fucili di legno. Ma ci fu e c’è una guerra. 

Si presero allora sette città, si aprirono le porte delle prigioni stracolme di indigeni innocenti, si distrussero i palazzi municipali, simboli del potere e dell’ignominia; si recuperarono terre, proprietà e bestiame in possesso di proprietari terrieri e cacicchi; si disarmarono poliziotti e guardias blancas; si fece un prigioniero di guerra. E la morte che già c’era, diventò visibile.

20 anni non sono niente? Dipende. Ormai due decenni da che l’EZLN ha iniziato una strada che non fu mai pensata solo per loro. Formato in maggioranza da tzotzil, tzeltal, tojolabal, chol, zoque e mam, non nacque con rivendicazioni puramente indigene. Fin dal principio (novembre 1983 e perfino prima) si proposero la lotta nazionale. Nel 1983 l’EZLN si chiedeva, come faremo per ottenere buona salute, buona educazione, buona casa, per tutto il Messico? È un impegno troppo grande. 

E così lo vedevamo. In quei primi 10 anni acquisimmo molte conoscenze, esperienze, idee, modi di organizzarci. E pensavamo: come ci accoglierà il popolo del Messico (perché non lo chiamavamo società civile)? E pensavamo che ci avrebbero accolto con gioia perché lottiamo e moriamo per loro, perché vogliamo che ci siano libertà, democrazia e giustizia per tutti. Ma nello stesso tempo pensavamo, Come sarà? Se ci accetteranno? 

Ricordò alcuni anni fa l’attuale subcomandante Moisés, visionario e rivoluzionario capo tzeltal. Il momento arrivò il 1º gennaio 1994. La guerra sorprese il mondo. E l’irruzione di una società civile con la quale si incontrano da 20 anni…. Se c’è qualcosa da riconoscere al movimento, è la sua ostinazione a realizzare iniziative che benché non tutte di successo, la cosa importante è percorrerle, non arrendersi. Oggi gli zapatisti sono gli stessi e altri. 

Gli stessi perché le loro domande sono attuali quanto prima. Diversi perché gli anni non passano invano, non si compiono impunemente gli anni. Anche il Messico è altro ed è lo stesso. Il salinismo che li vide nel 1994 è quello che domina ora con un altro nome. Il saccheggio non finisce. Nessuno nega allo zapatismo di aver inferto il colpo più duro ad un sistema che inghiotte tutto. Il suo Ya Basta! fu demolitore. Continuano ad essere una lotta molto vigorosa in un mondo impantanato da negoziazioni affaristiche che svendono tutto.

L’organizzazione autonoma dei suoi popoli, unica al mondo in questa modalità, è uno dei loro più notevoli successi. Non l’unico. Limitare lì il lascito zapatista è non vedere la risonanza nazionale e mondiale di un movimento che arriva al suo 20° anniversario (30 dalla sua nascita) senza arrendersi. 
Qualcuno può dire la stessa cosa senza un po’ di vergogna?

www.desinformemonos.org
losylasdeabajo@yahoo.com.mx
http://www.jornada.unam.mx/2013/12/28/opinion/006o1pol


(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

lunedì 23 dicembre 2013

Messico - Subcomandante Marcos: Rewind 2

“Uno sa di essere morto quando le cose che lo circondano hanno smesso di morire.”
Elías Contreras
Professione: Commissione di Investigazione dell’EZLN
Stato Civile: Defunto.
Età: 521 anni e più.
È l’alba, e se me lo domandassero, ma non l’hanno fatto, direi che il problema con i morti sono i vivi.
Perché poi generalmente si scatena la disputa assurda, oziosa e indignante sulla loro assenza.
Quel “io li ho conosciuti-visti-mi hanno detto” è soltanto l’alibi per nascondere il “io sono l’amministratore di quella vita perché amministro la sua morte”.
Qualcosa come il “copyright” della morte, convertita dunque in mercanzia che si possiede, si scambia, circola e viene consumata. Per questo esistono perfino istituzioni: libri storiografici, biografie, musei, effemeridi, tesi, giornali, riviste e dibattiti.
E si cade nella trappola dell’edizione della storia stessa per limare gli errori.
Si usano allora i morti per innalzarsi un monumento su di loro.
Ma, secondo la mia modesta opinione, il problema con i morti è sopravvivergli.
O si muore con loro, un po’ o molto ogni volta.
O ci si aggiudica il titolo di loro portavoce. In fin dei conti non possono parlare, e non è la loro storia, quella loro, che si racconta, ma si giustifica la propria.
O si possono anche usare per pontificare con il noioso “io alla tua/vostra età”. Quando l’unico modo onesto di completare questo ricatto a buon mercato e per nulla originale (quasi sempre rivolto a giovani e bambini), sarebbe concludere con un “aveva commesso più errori di te/voi”.
Dietro il sequestro di questi morti, c’è il culto della storiografia, così di sopra, così incoerente, così inutile. Ovvero, la storia che vale e che conta è quella che sta in un libro, una tesi, un museo, un monumento e negli equivalenti attuali e futuri che non sono altro che un modo puerile di addomesticare la storia del basso.
Perché ci sono quelli che vivono a costo della morte di altri, e sulla loro assenza costruiscono tesi, saggi, scritti, libri, film, ballate, canzoni ed altre forme più o meno eleganti di giustificare la propria inazione… o la sterile azione.
Quel “non è morto” non può che essere solo uno slogan, se nessuno prosegue il cammino. Perché secondo il nostro modesto e non accademico punto di vista, ciò che importa è il cammino non chi lo percorre.
E, approfittando del fatto che sto riavvolgendo questo nastro di giorni, mesi, anni, decenni, domando, per esempio:
Del SubPedro, del señor Ik, della Comandanta Ramona, valgono i loro alberi genealogici? Il loro DNA? I loro certificati di nascita con nome e cognome?
O ciò che vale è il cammino che hanno percorso insieme ai senza nome e senza volto – cioè, senza lignaggio familiare e/o scudo araldico -?
Del SubPedro vale il suo vero nome, il suo volto, il suo stile, raccolti in una tesi, una biografia – cioè, in una bugia documentata secondo convenienza -?
O vale la memoria che di lui esiste nelle comunità che aveva organizzato? Sicuramente i fanatici della religione l’avrebbero accusato, giudicato e condannato per essere ateo, ed i fanatici della razza anche, ma per essere meticcio e non avere la pelle del colore della terra, con quel razzismo al contrario che si pretende “indigeno”.
Ma la decisione di lottare del SubPedro, del Comandante Hugo, della Comandanta Ramona, degli insurgentes Alvaro, Fredy, Rafael, vale perché qualcuno gli mette un nome, un calendario, una geografia? O perché quella decisione è collettiva e c’è chi prosegue?
Quando qualcuno vive e muore lottando, nella sua assenza ci dice “ricordami”, “onorami”, “biasimami”? O ci impone di “proseguire”, “non arrendersi”, “non tentennare”, “non vendersi”?
Voglio dire, io sento (e parlando con altri compas so che non è solo un mio sentimento) che il conto che devo presentare ai nostri morti è che cosa si è fatto, che cosa manca e che cosa si sta facendo per completare ciò che ha motivato questa lotta.
Probabilmente mi sbaglio, e qualcuno mi dirà che il senso di ogni lotta è perdurare nella storiografia, nella storia scritta o parlata, perché è l’esempio dei morti, la loro biografia addomesticata ciò che motiva i popoli a lottare, e non le condizioni di ingiustizia, di schiavitù (il termine reale per definire la mancanza di libertà), di autoritarismo.
Ho parlato con alcuni compagne, compagni, zapatisti dell’EZLN. Certo, non con tutt@, ma con quelli che posso ancora vedere, con i quali posso stare.
C’è stato tabacco, caffè, parole, silenzi, ricordi.
Non è stata l’ansia di durare indefinitamente, bensì il senso del dovere quello che ci ha portati qui, nel bene o nel male. Il bisogno di fare qualcosa di fronte all’ingiustizia millenaria, quell’indignazione che sentiamo come la caratteristica più contundente di “umanità”. Non vogliamo nessun posto in musei, tesi, biografie, libri.
Quindi, nell’ultimo respiro, noi zapatiste, zapatisti, ci domandiamo “mi ricorderanno?”. O ci domandiamo “se cederò di un passo sul cammino?, c’è chi lo proseguirà?”.
Noi, quando andiamo sulla tomba di Pedro, gli diciamo quello che abbiamo fatto affinché tutti lo ricordino, o gli raccontiamo quello che si è fatto nella lotta, quello che ancora c’è da fare (sempre manca ciò che manca), quanto siamo ancora piccoli?
Gli rendiamo buon conto se prendiamo il “Potere” e se gli innalziamo una statua?
O se possiamo dirgli “Senti Pedrín, siamo ancora qui, non ci siamo venduti, non tentenniamo, non ci arrendiamo”?
E, a proposito di discussioni…

Russia - Liberate le Pussy Riot Nadia e Maria

Incarcerate per la performance anti-Putin nella cattedrale di Mosca 

Maria e Nadia, le Pussy Riot detenute per la performance anti-Putin nella cattedrale di Mosca, sono state rilasciate oggi. E'  scattata anche per loro l'amnistia approvata dalla Duma.
"Se avessi potuto, avrei rifiutato la misericordia" di Putin,
è stata una delle prime dichiarazioni di Maria  Alyokhina. La giovane ha continuato definendo l'amnistia "non un atto umano, ma profanazione", visto che in base alla legge non verrà rilasciato nemmeno il 10% dei detenuti.

Maria appena rilasciata, dicono i giornali, si è recata presso la sede di un'organizzazione contro 
la tortura per vedere come portare avanti una denuncia che aveva scritto durante la sua 
detenzione.
L'attivista ha continuato dichiarando che non rimpiange la preghiera punk nella cattedrale di 
Mosca che le è costata la detenzione, aggiungendo"siamo pronte a ripeterla. Ma vorremmo cantare la canzone fino alla fine. Dovrebbe essere ascoltata nella sua interezza, non solo un verso".
Intanto anche Nadia detenuta nell'ospedale carcerario di Krasnoiarsk in Siberia ha lasciato la struttura. Ad aspettarla c'era il marito.

Nei socialnetwok circola la prima frase che avrebbe detto all'uscita dal carcere "Russia senza Putin!".
Sulla carcerazione delle Pussy Riot e all'arresto dei militanti di Green Peace hanno puntato i 
riflettori sulla mancanza di libertà e le condizioni di detenzione in Russia. Sono state infatte moltissime le mobilitazioni ed iniziative contro il governo russo. 
A poche settimane dalle Olimpiadi di Sochi Putin sta cercando di usare l'amnistia per "ripulire" la propria immagine, anche alla luce delle proteste per le leggi antigay che continuano ad essere utilizzate nel paese. 

domenica 22 dicembre 2013

Afghanistan - Il presidente Karzai pretende rispetto dagli USA

Il ritiro militare annunciato rilancia le ostilità con il Pakistan

di Immanuel Wallerstein
Il presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai non è preso molto sul serio negli Stati Uniti, né dal governo, né dai media, né dal pubblico in generale. Un buon elemento di prova: il 10 dicembre ha concesso una lunga intervista a Le Monde che il giornale ha pubblicato per intero, sia nell’originale in inglese sia in traduzione in francese, e tale intervista molto dettagliata si è meritata soltanto una citazione (di meno di una frase) sul New York Times.
La cosa è tanto più degna di nota per il fatto che Karzai fa delle affermazioni molto forti, parecchio in contrasto con ciò che si legge sulla stampa statunitense. E’ come se tutti ritenessero che le affermazioni di Karzai siano insensate o testarde nell'errore o incoerenti o semplici tattiche negoziali. Nessuno sembra prendere in considerazione la possibilità che le dichiarazioni del governo statunitense possano essere insensate o testarde nell'errore o incoerenti o semplici tattiche negoziali.
Proprio al minimo, gli statunitensi (e anche tutti gli altri) dovrebbero leggere con attenzione ciò che Karzai sta dicendo. Egli inizia l’intervista insistendo di aver sostenuto negli ultimi otto anni che “la guerra al terrore non può e non deve essere combattuta nei villaggi afgani, nelle case afgane. Se una guerra al terrore è in corso, deve essere portata nei rifugi dei terroristi [presumibilmente in Pakistan], dove sono addestrati e nutriti”.

Messico - Due avvisi importanti per le Escuelitas Zapatista

DUE AVVISI IMPORTANTI 
19 dicembre 2013 

Compagne e Compagni. 

Vi scrive il Subcomandante Insurgente Moisés per mandare due avvisi: 

1- Vi avviso che chi ha chiesto di essere iscritto alla escuelita ed ha ricevuto l’invito, ma non ha ancora ricevuto la clave de pre-registro per il turno di dicembre o gennaio, può chiedere di essere registrato direttamente al CIDECI, San Cristóbal de Las Casas, Messico: 

I giorni 23 e 24 dicembre, per frequentare il corso dal 25 al 29 dicembre sia presso il CIDECI che in comunità 

I Giorni 1 e 2 gennaio, per frequentare il corso dal 3 al 7 gennaio sia in comunità sia al CIDECI. 

Se non potete in nessuna delle due date, potrete fare richiesta per il prossimo turno quando sarà reso pubblico. 

2- Altra cosa di cui vi avviso è che la festa per i 20 anni della sollevazione ci sarà in tutti i Caracol zapatisti ed è aperta a tutti, tranne che ai giornalisti. 

Dalle montagne del sud-est Messicano

Subcomandante Insurgente Moisés


Dicembre 2013

venerdì 20 dicembre 2013

Ucraina - Accordo economico con la Russia per bloccare la Nato

La Nato si muove come un ombra dietro l'espansione economica europea.

Alla fine, dopo un mese di tensioni internazionali e scontri di piazza, Putin ha fatto a Kiev quell’offerta all’Ucraina di Ianukovich che non si può rifiutare, lo ha fatto per salvare il suo piano di consolidamento della Grande Russia, per bloccare l’espansione della Nato ad est.

Già, la Nato, poco nominata dalle cronache giornalistiche, si muove all’ombra dell’espansionismo economico europeo verso est. Una grande base è in avanzato grado di realizzazione nella regione ad est di Varsavia, in Polonia, se fosse stato raggiunto un accordo di cooperazione economica con l’Ucraina si sarebbe spalancata una porta per l’Alleanza atlantica quasi alle porte di Mosca.

Un matrimonio che non si ha da fare, dunque, quello tra l’Europa e l’Ucraina.

Tunisia - 3° anniversario della primavera

Manifestazioni celebrative della rivoluzione del gelsomino mentre la crisi economica e politica morde i cittadini.

La Tunisia celebra il terzo anniversario della sua Primavera Araba, quella che aprì la strada alle proteste in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, scendendo di nuovo in piazza. Ieri, 17 dicembre, giorno in cui il 26enne Mohammed Bouazizi si immolò come forma di protesta per la povertà e la disoccupazione che attanagliavano la Tunisia di Ben Ali, in migliaia si sono ritrovati nella stessa piazza per esprimere tutta la delusione per tre anni trascorsi invano. 

Poco o nulla è cambiato nella Tunisia post-rivoluzione: il partito islamista al governo, Ennahda, è accusato di incapacità di gestire la crisi economica che colpisce le aree più povere e marginalizzate del Paese e di mantenere alta la tensione, avallando politicamente - in maniera più o meno diretta - le violenze che hanno portato all'uccisione di due importanti leader delle opposizioni di sinistra, Chockri Belaid e Mohamed Brahmi. 

mercoledì 18 dicembre 2013

Russia - Dovrebbero essere liberate con l'amnistia le Pussy Riot e gli attivisti di Greenpeace

Dovrebbero essere liberate prima di Capodanno Nadia e Maria, le due attiviste delle Pussy Riot detenute per la performance anti-Putin nella cattedrale di Mosca. Anche per gli attivisti di Greenpeace dovrebbe scattare l'amnistia. Il condizionale è d'obbligo conoscendo le continue violazioni dei diritti umani fatte dal governo russo.
A dare la notizia della possibile liberazione delle Pussy Riot è stato uno degli avvocati delle attiviste. Non si sanno ancora i tempi della liberazione c'è chi dice entro la fine dell'anno, altri parlano di marzo.
Il provvedimento di amnistia, voluto per i 20 anni della Costituzione, nel suo testo finale amplia la sua attuazione ai condannati per reati con pene di meno di 5 anni, agli imputati di reati minori in attesa di giudizio, compreso quello di teppismo e alle madri di figli minori, oltre ad anziani e disabili.
Con questa formula dovrebbero rientrarci anche le giovani attiviste, detenute da due anni.
Ad usufruire dell'amnistia anche gli attivisti di Greepeace visto che il provvedimento riguarda anche chi è in attesa di processo mentre prima pareva che ci fosse bisogno della sentenza definitiva.
Per il momento la Russian Federal Prison Service non ha voluto rilasciare commenti in merito ad una possibile data della scarcerazione delle due giovani, di cui una è detenuta in Siberia.
La scelta di "allargare" l'amnistia, di certo presa a malincuore dal governo Putin, può essere spiegata con la necessità di "ripulire" un pò la propria immagine con l'avvicinarsi dell'Olimpiadi invernali di Sochi.
In tanti, giustamente, hanno invitato a boicottare l'evento sportivo proprio per la costante violazione dei diritti umani praticata dal governo e per le leggi antigay e l'atteggiamento omofobo portato avanti dal governo.
Le scelte di Putin sono così impresentabili che perfino Obama nella delegazione ufficiale americana che si recherà in Russia ha voluto due atlete dichiaratamente lesbiche.
La liberazione delle Pussy Riot e degli attivisti di Greenpeace è frutto delle pressioni e delle mobilitazioni, per questo non bisogna mollare e continuare anche in occasione dei riflettori puntati sulla Russia con Sochi a denunciare, boicottare un governo che fà della repressione e della discriminazione la sua stessa natura.

martedì 17 dicembre 2013

Via Campesina contro le multinazionali

Il mercato è ostaggio delle multinazionali e del capitale finanziario

Avendo a disposizione solo un quarto dei terreni coltivabili del mondo, gli agricoltori nutrono il 70 per cento della popolazione mondiale, secondo la Fao, oltre il 40 per cento della filiera agro-alimentare industriale si perde per decomposizione. Il 90 per cento del mercato mondiale dei cereali è nelle mani di quattro aziende: ABC, Bunge, Cargill e Dreyfus. Monsanto controlla il 27 per cento del mercato delle sementi a livello mondiale, e insieme a altre 9 società oltre il 90 per cento del mercato dei pesticidi. Questa concentrazione permette le loro pressioni speculative affinchè i prezzi delle materie prime aumentino in modo sistematico.
Inoltre la stretta alleanza con il sistema bancario internazionale consente loro di avere un’enorme massa di capitale di origine speculativa che viene utilizzato per accaparrarsi terre, fare lobby e pressione sui governi mondiali, corruzione, ecc ..

Di che libero mercato parlano? Il “mercato” è ostaggio delle multinazionali e del capitale finanziario. Se a questo monopolio aggiungiamo i problemi della perdita di biodiversità e della crisi ambientale causata dalle grandi monocolture estensive, i gravi problemi di salute e di inquinamento per i miliardi di tonnellate di pesticidi che spruzzano indiscriminatamente, il lavoro schiavo, l’uso indiscriminato dei combustibili fossili, la distruzione dei mercati locali, tra gli altri, appare chiaro che non è possibile armonizzare l’agricoltura contadina con quella dell’agrobusiness, e non sarà possibile eliminare la fame con questo modello nato con la rivoluzione verde.

lunedì 16 dicembre 2013

Brasile - Desalojo dell'Aldeia Maracanã

Il governatore Cabral manda i Choque a sgomberare lo storico luogo degli indigeni accanto allo stadio di Rio de Janeiro. I preparativi per i Mondiali 2014 si fanno sempre più imponenti. 

I preparativi per i Mondiali di Calcio 2014 sono già iniziati da molto tempo in Brasile, soprattutto a Rio de Janeiro. All'insegna della gentrificazione e speculazione urbana, la governance carioca ha deciso nelle giornate di ieri e oggi [15-16 dicembre] di portare a termine uno dei compiti che durante lo scorso anno, grazie alle resistenze e ai movimenti sociali deflagrati in tutto il Paese, non era riuscita a realizzare: sgomberare l'Aldeia Maracanã, storico luogo ospitante il museo e l'università indigena situato proprio al lato dell'ormai celeberrimo stadio. Il grande evento, prima della Confederation Cup e adesso dei Mondiali ha imposto un ampliamento dello stadio di Maracanã la cui estensione interessa appunto anche lo spazio dell'Aldeia. 
Con la complicità e la connivenza reciproche la Camara Municipal, il Governo di Cabral e le varie organizzazioni sportive vogliono cancellare tutta la storia ricca di eventi di liberazione dalle forme di schiavitù e subalternità, a cui gli indigeni erano costretti per secoli, rappresentati da quel luogo simbolico. 
La comunità indigena è sempre stata protagonista delle mobilitazioni per l'autodeterminazione e la giustizia sociale, lottando con forza contro i tentativi di esproprio delle loro terra, tramite cui avevano piena sovranità alimentare e indipendenza dal lavoro sfruttato del latifondo, e riuscendo spesso a connettersi ad altri percorsi di rivendicazione.
Proprio per tutti questi motivi, una prima mobilitazione degli indigeni coalizzati con i vari movimenti di lotta per la casa era riuscita a rioccupare l'Aldeia dopo il primo violentissimo sgombero, creando al suo interno una sorta di acampada permanente con anche funzione abitativa, visto che alcuni indigeni vi hanno sempre continuato a vivere durante gli ultimi anni.

Colombia - Le FARC decretano un cessate il fuoco unilaterale di un mese

Lo scorso 9 dicembre il Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP ha diffuso un comunicato mediante il quale ordina a tutte le unità guerrigliere un cessate il fuoco unilaterale per 30 giorni, che entrerà in vigore il 15 dicembre prossimo e il cui termine sarà il 15 gennaio 2014.
Per tutta risposta, il guerrafondaio presidente “Jena” Santos ha dichiarato che “le istruzioni alla Forza Pubblica sono chiarissime: 
continuare l'offensiva militare in tutto il territorio nazionale”.
Nel comunicato dell'insorgenza si legge che il governo ha implementato “il rinforzo permanente e crescente dell'attività militare dello Stato” contro tutte le unità guerrigliere, di fronte “ad un'opinione pubblica nazionale che osserva con perplessità lo strano mix di dialoghi e morte con il quale il governo nazionale concepisce la riconciliazione.”
Le FARC denunciano che mentre da una parte “si parla molto di gesti, peraltro anche pretesi, che possano inviare segnali positivi alla comunità internazionale”, dall’altra “in tutta la Colombia imperversano le operazioni di sterminio per mano delle truppe governative.” E poi puntualizzano che “dal Nariño al Cauca, dall'Arauca al Catatumbo, così come nel Guajira e nel Putumayo, i bombardamenti, i mitragliamenti, gli sbarchi e l'occupazione del territorio, con tutto il loro abituale seguito di crimini, aumentano e si acutizzano con sanguinario fanatismo, mettendo in chiaro la volontà reale che anima il governo nazionale”.
Rispetto alla tregua unilaterale, però, il Segretariato ordina altresì “di mantenere l'allerta di fronte a qualunque operazione nemica, cui si dovrà rispondere senza dilazione alcuna”.
A ventitré anni esatti dal tradimento dell'ex presidente César Gaviria Trujillo, che affossò le possibilità di superamento del conflitto ordinando un'enorme operazione militare contro “Casa Verde”, l'accampamento principale del Segretariato, la guerriglia propone un nuovo cessate il fuoco unilaterale, con l'obiettivo non solo di predisporre un contesto favorevole all’ulteriore sviluppo dei lavori al Tavolo dell'Avana, ma anche di consentire al popolo colombiano di passare le festività di fine anno in un clima meno belligerante.
Ciò nonostante, Juan Manuel Santos, stretto fra i sondaggi e i calcoli elettoralistici e pressato dall'estrema destra ultrareazionaria, non ha né la volontà né la forza di corrispondere a questo gesto di pace delle FARC con un provvedimento di reciprocità, che ora più che mai sarebbe necessario.

venerdì 13 dicembre 2013

Uruguay - Una scelta contro il proibizionismo e i suoi profitti: la marijuana è legale

di Filippo Fiorini
Tre­dici ore di discus­sione e tre­dici voti con­trari non sono bastati a fer­mare il pro­getto di legge per la rego­la­men­ta­zione del mer­cato della can­na­bis in Uru­guay: la mari­juana è uffi­cial­mente legale e tra meno di sei mesi sarà pos­si­bile col­ti­vare, com­prare e fumare erba senza troppe noie per tutti i cit­ta­dini e i resi­denti che abbiano rag­giunto la mag­giore età. La norma, che per il ruolo cen­trale dello Stato e per il per­messo di pro­du­zione rico­no­sciuto ai sin­goli dà alla pic­cola repub­blica char­rua un pri­mato mon­diale in fatto di diritti, per­met­terà il con­sumo per tre ragioni cen­trali: le tera­pie medi­che, la ricerca scien­ti­fica e gli scopi ricrea­tivi. Con­tro un’unica grande minac­cia: il narcotraffico.
«Si tratta di un espe­ri­mento e se dovesse andar male, siamo pronti a tor­nare indie­tro», ha detto il pre­si­dente José “Pepe” Mujica, l’uomo che con il suo appog­gio per­so­nale ha garan­tito il voto uni­ta­rio di tutta la coa­li­zione di governo, Frente Amplio, e quindi il suc­cesso par­la­men­tare di un pro­getto molto cri­ti­cato den­tro e fuori dalle stanze del potere. In senato, infatti, la pro­po­sta è pas­sata per 16 voti su 30 e alla Camera ha dovuto affron­tare le obie­zioni di tutto l’arco oppo­si­tore. A que­sto, si aggiunge lo scet­ti­ci­smo di una comu­nità medica ancora spac­cata e l’opinione con­tra­ria di più del 61% della popo­la­zione, regi­strata in set­tem­bre dall’agenzia pri­vata Cifra.

giovedì 12 dicembre 2013

Usa-Cina le relazioni pericolose

di Angela Pascucci

Strana coppia, G2, partnership strategica del XXI secolo, nemici/amici. Le definizioni del rapporto senza precedenti fra Usa e Cina non sono mai state facili e si sono sempre consumate rapidamente, a riprova dell’evoluzione accelerata delle dinamiche che ormai coinvolgono le due potenze su tutto lo scacchiere planetario. La nuova leadership cinese guidata da Xi Jinping chiede oggi agli Stati uniti di prendere atto che la relazione, resa inscindibile dall’economia di mutua dipendenza, deve essere portata a un livello più alto, definito da Pechino “un nuovo tipo di rapporto fra superpotenze”. Washington non ha ancora deciso se e come gli conviene aprire questa nuova fase, che comporta un riconoscimento di portata storica, ma deve prendere atto che non può sottrarsi.

Lo ha dimostrato l’atteggiamento del vice presidente Biden, ritrovatosi il 4 dicembre scorso a Pechino nel frangente drammatico dello scontro sino-giapponese sulla nuova zona di difesa aerea stabilita dalla Repubblica popolare (Rpc) che ingloba un gruppo di isole contese, le Senkaku-Diaoyu, decisione che ha visto gli Usa schierare i propri B52 al fianco dell’alleato giapponese, come da trattati. Neppure una parola è stata proferita sulla questione nella conferenza stampa congiunta finale, seguita ai colloqui durati ben cinque ore fra Biden e Xi Jinping. Ma le dichiarazioni rilasciate avevano l’inquietante sapore delle questioni irrisolte, anche se c’è chi ha voluto vedere in questo silenzio una sorta di “maturità”. Il capo dei capi cinese, dopo aver parlato di un anno in cui i rapporti avevano avuto un buon avvio e “mantenuto un momento di sviluppo positivo”, ha dichiarato che la situazione nella regione e nel mondo sta cambiando, con sfide sempre più pronunciate e punti caldi nell’area che continuano ad accendersi inaspettatamente. “Il mondo nel suo insieme non è tranquillo” ha detto Xi, e Usa e Cina devono assumersi responsabilità importanti per mantenere la pace. 

martedì 10 dicembre 2013

Colombia - Le FARC ribadiscono: il narcotraffico è un business criminale capitalista

Le FARC rispondono pubblicamente alle accuse di favorire la coltivazione e produzione della coca.

di Timoleón Jiménez,

Comandante dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP
 
Il quotidiano peruviano El Comercio pubblicò, il 12 febbraio 1998, alcune dichiarazioni del famoso economista nordamericano Milton Friedman, in un articolo intitolato “Droghe, una guerra ingiusta?”: “La nostra politica antidroga ha provocato migliaia di morti, e perdite favolose in Colombia, Perù e Messico(...) Tutto ciò perché non siamo in grado di far rispettare le leggi nel nostro stesso paese. Se ci riuscissimo non esisterebbe un mercato d’importazione (…) Paesi stranieri non subirebbero la perdita della loro sovranità (…) Può essere morale una politica che conduce alla corruzione generalizzata, mentre ottiene risultati razzisti, distrugge i nostri quartieri poveri, fa strage di gente debole ed arreca morte e disintegrazione in nazioni amiche?”

Il padre della Scuola di Chicago assicurava categoricamente che il governo del suo paese avrebbe dovuto legalizzare il consumo di droghe e cessare unilateralmente la guerra contro di esse. Ricordava amaramente che, in conseguenza di questa guerra, gli Stati Uniti avevano moltiplicato per otto la propria popolazione carceraria, principalmente popolazione nera e latina con risorse economiche limitatissime.

Indonesia - A Bali il neoliberismo si è tenuto la porta aperta

Gli organi di stampa, le agenzie hanno riportato con grande enfasi le conclusioni raggiunte a Bali, in Indonesia, dal WTO, siglate con un accordo sottoscritto da tutti paesi partecipanti. Era oltre un decennio che il WTO non si chiudeva con un comune protocollo sugli scambi  e quindi è motivo di giubilo per il buon esito di quello che è stato, è, e rimane uno degli strumenti cardine della globalizzazione, che se ha dovuto fare una piccola retromarcia sul piano degli accordi per il settore agricolo, ha ottenuto il via libera per tutti i settori manifatturieri.
Vi proponiamo questo intervento a caldo di Alberto Zoratti che ha seguito direttamente i lavori, contando su un ulteriore approfondimento delle tematiche oggetto degli accordi WTO di Bali.

Tutto a posto niente in ordine, al Convention center di Nusa Dua a Bali. L’Organizzazione Mondiale del Commercio anche questa volta, probabilmente, riesce a cavarsela trovando nell’escamotage di un linguaggio diplomatico e di rapporti di forza più distribuiti ma comunque a prova di Paese povero la motivazione per continuare.
I documenti finali vengono diffusi alle 20 ora di Giakarta (le 13 italiane) e quello che sembrava l’ultimo atto in verità risulta essere una semplice tappa intermedia, perchè ora tocca ai Capidelegazione e quindi ai Ministri decidere se la risultante di un braccio di ferro estenuante tra alcuni Paesi industrializzati ed altri emergenti (o emersi) è accettabile oppure no.

lunedì 9 dicembre 2013

Messico - Votàn Zapata

Murales di Emory Douglas a Morelia (ph Duccio Scotini e Gea Piccardi)

“Coloro che avevano scommesso sul fatto che noi esistevamo solo mediaticamente e che, circondati dal silenzio e dalle menzogne, saremmo scomparsi, si sbagliavano. Quando non c’erano videocamere, microfoni, penne, orecchie e sguardi, noi esistevamo”[1]. 

di Duccio Scotini e Gea Piccardi

Gli zapatisti non solo hanno vinto la strategia contrainsurgente del governo messicano ma hanno anche dato prova che l’autonomia può durare negli anni: dal 1983, quando nacquero come organizzazione clandestina, al 2013, anno di inizio dell’Escuelita.

A partire dalla marcia del 21 dicembre 2012 (giorno indicato dai media come quello della fine del mondo e per i Maya l’inizio di una nuova era) si è susseguita una serie di comunicati dal titolo Ellos y Nosotros in cui dichiarano la distanza dalla cultura politica della rappresentanza e da un sistema economico neoliberista, l’esistenza di un’altra maniera di vivere e governarsi e l’esigenza di stabilire nuove connessioni con i movimenti sociali del Messico e del mondo. Per questo prende forma il progetto di organizzare nel mese di Agosto la prima sessione dell’Escuelita zapatista, una “scuola” che ha coinvolto e coinvolgerà oltre le comunità zapatiste, migliaia di persone da tutto il mondo.


Durante l’Escuelita abbiamo sperimentato prima di tutto l’apprendimento come etica dell’incontro. Siamo andati a condividere la vita quotidiana con la gente comune non ad ascoltare i comandanti indigeni o il subcomandante Marcos, non abbiamo assistito alla trasmissione discorsiva di un sapere codificato. Migliaia di donne e uomini, indigeni e zapatisti, si sono convertiti, durante la scuola, in Votàn. Ciascun Votàn si prendeva cura del singolo alunno, gli raccontava la storia dei pueblos indigeni zapatisti, la loro identità, la loro organizzazione, con lui studiava i libri di testo, andava a lavorare, rispondeva ai suoi dubbi, e infine traduceva dalle lingue maya allo spagnolo e viceversa.

Termine maya difficilmente traducibile, Votàn per gli zapatisti significa qualcosa come “guardiano e cuore del popolo” o “guardiano e cuore della terra”, o ancora “guardiano e cuore del mondo”. Il Votàn è dunque un’entità singolare e comune allo stesso tempo: una persona ordinaria il cui orecchio e la cui parola sono collettivi. Non è un volto definito, un’individualità riconoscibile: è uno, ma dietro quell’uno potenzialmente si nascondono tutti. Con i nostri Votàn abbiamo preso parte a questa “scuola” dove non c’erano aule, esami e professori. La scuola era il collettivo, lo spazio aperto della comunità.

A noi due hanno assegnato comunità diverse e una di queste era il poblado Vicente Guerrero, presso il Caracol de La Garrucha. Nato nel 2002, Vicente Guerrero è, come la maggior parte del territorio zapatista, tierra recuperada, occupata e sottratta alla proprietà di rancheros e tierratenientes. “Motore dell’autonomia”, diceva un Votàn, sono i trabajos collectivos: lavori di gruppo a cui prendono parte in maniera rotativa tutti i membri della comunità e che non riguardano solo la produzione alimentare, ma anche la scuola, la cura e la comunicazione.
Escuelita autonoma (ph Alex Campos – Nomad Eyes). 

Il nostro apprendimento consisteva, in buona parte, nella partecipazione diretta ai differenti trabajos della comunità, tuttavia non si è trattato di apprendere un mestiere particolare ma, al contrario, di prendere parte a una forma di organizzazione che è quella dell’autonomia. La partecipazione a questa processualità, che altro non è che la sperimentazione di una democrazia radicale dal basso, si è data soprattutto attraverso un’esperienza di condivisione che può esserci soltanto nella pratica. Per dirla con Gustavo Esteva, altro alunno dell’Escuelita, “sono mancate delle parole perché abbiamo esperito novità radicali che non provengono dai libri, dai ruoli o dalle ideologie, ma dalla pratica e per questo portano con sé un impegno di immaginazione”[2].

Andando oltre le parole d’ordine, le logiche identitarie e i vuoti appelli alla costituzione di “fronti uniti” contro i governi o la crisi, che caratterizzano ancora molte organizzazioni politiche, gli zapatisti affermano: “La nostra analisi del sistema dominante ci ha portato a dire che l’unità di azione può esserci se si rispettano quelli che noi chiamiamo “i modi” di ognuno, ossia le conoscenze che ognuno di noi, individualmente o collettivamente, possiede della sua geografia e calendario. Ogni tentativo di omogeneità non è altro che un tentativo fascista di dominazione, anche se si nasconde dietro un linguaggio rivoluzionario, esoterico, religioso o simile. Quando si parla di unità si omette di dire che questa “unità” è sotto la direzione di qualcuno o qualcosa, individuale o collettivo”[3].

Non si tratta ovviamente di dare dei giudizi di valore, ma di esercitarsi in quello sforzo di immaginazione di cui parla Esteva e in questo senso chiedersi: perché gli zapatisti hanno scelto la forma di una “scuola”? Che nesso c’è tra i processi di apprendimento, a cui abbiamo partecipato durante l’Escuelita, e i modi di costruzione dell’autonomia zapatista? Che relazione c’è tra forme di apprendimento che rifiutano qualsiasi tipo di “pedagogia” e pratiche autonome oltre lo Stato e i sistemi di rappresentanza? Crediamo che questo sia uno dei problemi fondamentali che l’esperienza zapatista ci lascia.

Linea del tiempo (ph. Alex Campos-Nomad Eyes)Pensare l’apprendimento non come una formazione teorica alternativa, autodidatta, che si pone contro le istituzioni addette all’insegnamento e alla trasmissione di conoscenze, ma come una pratica che sfida, in tutte le sue manifestazioni, la produzione di verità e di sapere attuali e che non concerne solo l’ambito del “teorico” o dell’accademico, ma tutti gli istanti della vita quotidiana. Pensare l’apprendimento come un rapporto tra soggetto ed esperienza significa immaginarsi una pratica politica che si rimpossessi di mezzi e strumenti di percezione del mondo e che parta, prima di tutto, da un non sapere dei corpi. 

L’apprendimento, quindi, come una forma di soggettivazione che diventa molto forte proprio nel momento in cui la formazione entra in crisi e come pratica politica di organizzazione che si afferma proprio quando le altre pratiche perdono di senso.

Secondo Raúl Zibechi “Ci sarà un prima e un dopo dell’Escuelita zapatista. Della recente e di quelle che verranno. Sarà un impatto lento e diffuso, che si farà sentire in alcuni anni e segnerà la vita dei los de abajo durante decadi”[4]. Certamente per gli zapatisti l’Escuelita produce grandi trasformazioni, tuttavia restano aperti dei quesiti che, abbandonando il territorio chiapaneco, si rivolgono da là a qua, inserendosi in quella distanza che intercorre tra l’esperienza vissuta e il ritorno a casa. Quale sarà il nostro “dopo” dell’Escuelita?

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1 Comité Clandestino Revolucionario Indigena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberàtion Nacional – 30 dicembre 2012, ¿Escucharon? Recopilacion de comunicados del EZLN Diciembre 2012-Febrero 2013, El Rebozo, Oaxaca, 2013.Cfr. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/02/ezln-annuncia-i-seguenti-passi-comunicato-del-30-dicembre-2012/


2 Gustavo Esteva, Y si, aprendimos, in http://www.jornada.unam.mx/2013/08/19/opinion/018a2pol

3 Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Ellos y nosotros. V. La Sexta, (tomo I), El Rebozo, Oaxaca, 2013. Cfr. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/26/ellos-y-nosotros-v-la-sexta-2/

4 Raúl Zibechi, Las escuelitas de abajo, in http://www.jornada.unam.mx/2013/08/23/opinion/023a1pol

5 Alex Campos, autore delle fotografie, è un artista e filmmaker che attualmente lavora in Messico. Qui il link del suo canale www.youtube.com/user/olharesnomadas


fonte: http://www.alfabeta2.it/2013/11/24/votan-zapata/

Ucraina - Mezzo milione rispondono all'ultimatum del Governo

I nazionalisti di Svoboda abbattono la statua di Lenin

Oggi scade l’ultimatum dato dal Governo ai manifestanti che da 10 giorni occupano le piazze e alcuni palazzi del potere nel centro di Kiev. Ieri migliaia di persone – 500000 secondo le agenzie - sono scese in strada rispondendo all’appello dei manifestanti e dei partiti che cavalcano l’ondata di proteste, una risposta forte e chiara al Potere che chiede di smobilitare.
Dopo aver presidiato la sede del governo ucraino, il corteo pro-Ue si è diretto verso il palazzo del presidente e un gruppo di manifestanti ha abbattuto la statua di Lenin nel centro della capitale ucraina. Secondo l’agenzia Itar-Tass, ad abbattere il monumento sarebbero stati dei militanti del partito ultranazionalista Svoboda. La statua è stata fatta cadere con delle corde, quindi decapitata al grido di «Yanukovich sei il prossimo».
In un paese così spaccato è forse sbagliato ragionare in termini di “cittadini versus potere” poiché una buona metà dei cittadini ha votato per questo presidente e questo governo.  Si tenga presente che l’Ucraina è uno stato, storicamente, diviso in 2 parti, segnate geograficamente da fiume Dniper, di qui discendenti degli Uniati, di là russofoni. A molti ucraini l’Unione Europea non piace. E soprattutto non piace un’opposizione nazionalista dalla quale – essendo russofoni – si sentono minacciati. Sono cose da tenere in considerazione se si parla di Ucraina. E’ la crisi economica che sta portando il paese alla bancarotta a spingere la gente in piazza, non il desiderio di entrare in Europa. Ed è l’evidente malgoverno di Yanukovych a convincere parte di chi l’ha votato della sua inadeguatezza, non una volontà di distacco da Mosca.
Proponiamo qui di seguito alcuni spunti analitici dall’EastJournal.net che ha pubblicato un intervento di Dimitar  Bechev, un analista allo European Council on Foreign Relations (ECFR), un think tank con sede a Londra.

venerdì 6 dicembre 2013

Un vincitore è semplicemente un sognatore 
che non si è mai arreso! 





giovedì 5 dicembre 2013

Venezuela - Crisi della rappresentanza e crisi economica

Nel 2012 le esportazioni di petrolio hanno portato 94 miliardi di dollari mentre le importazioni (a livelli storicamente elevati) sono state di soli 59,3 miliardi di dollari.

Le cronache giornalistiche internazionali descrivono un Venezuela sul'orlo di una crisi politico istituzionale ed economica che potrebbe trasformarsi in rivolta sociale contro la gestione del paese, contro l'esperienza bolivarista.
La stessa autorizzazione parlamentare concessa al presidente Maduro di avocare a se diverse deleghe legislative - simili ai nostri decreti legge - è stata illustrata come un grave sintomo di crisi e una svolta autoritaria all'interno del paese.
Ci raccontano della mancanza di derrate alimentare nei supermercati, dell'imposizione manu militare di prezzi calmierati sui prodotti, quali frigoriferi, lavatrici, bianchi da incasso, in alcune catene di distribuzione.
Così come ci viene raccontato di una opposizione politica e sociale che si mobilita nel paese muovendo grandi masse popolari che richiedono un cambiamento radicale nella gestione delle risorse e  nelle scelte dell'intervento pubblico.
Proponiamo di seguito un'ampio stralcio dell'articolo di Ewa Sapiezynska (dottoranda in Scienze Sociali presso l’Università del Cile) e di Hassan Akram  (laureato in Economia Politica presso la Cambridge University, attualmente insegna presso la Facoltà di Economia e Scienze Aziendali presso l’Università del Cile), tradotto da znetitaly.net.

In realtà queste deleghe di legiferazione non sono nulla di nuovo in Venezuela. Poteri simili sono stati assegnati a Hugo Chavez (nel corso dei suoi 13 anni al potere gli sono stati assegnati quattro volte). Inoltre questo potere decretale è stato concesso a presidenti venezuelani prima di Chavez. In realtà le deleghe legislative sono state utilizzate sei volte prima che egli salisse al potere nel 1999. E’ un’autorità costituzionale assegnata dal parlamento eletto e può essere revocata da quello stesso parlamento. E’ difficile criticare l’obiettivo di snellire procedure amministrative su un problema importante come la corruzione; dichiarare che una tale mossa mette a rischio la democrazia è chiaramente un’esagerazione.

La stabile economia del Venezuela
Naturalmente la richiesta di poteri di decretazione su temi economici è dovuta al riconoscimento che il Venezuela sta affrontando problemi in quest’area. Ma, contrariamente al mito spacciato dai media e da molti analisti, specialmente quelli vicini al governo statunitense, il Venezuela non si sta approssimando al collasso economico. L’economia, com’è sempre stato, è in larga misura dominata dall’estrazione di petrolio che il paese utilizza per acquistare cibo e beni di consumo. Il ricavato dalle esportazioni di petrolio è confortevolmente superiore alla spesa per importazioni, dunque il Venezuela non sta affrontando nulla di simile a una crisi del debito.
Di fatto nel 2012 le esportazioni di petrolio hanno portato 94 miliardi di dollari mentre le importazioni (a livelli storicamente elevati) sono state di soli 59,3 miliardi di dollari. Oggi ci sono circa 22 miliardi di dollari di riserve presso la Banca Centrale del Venezuela. C’è anche un surplus di parte corrente che è attualmente al 2,9 per cento del PIL. Considerati questi indicatori molto positivi, l’economista residente negli USA Mark Weisbrot è decisamente certo che il Venezuela non affronterà una futura crisi della bilancia dei pagamenti (del debito). La sua fiducia è condivisa dalla multinazionale bancaria statunitense Wells Fargo che ha recentemente elaborato un rapporto in cui dichiara il Venezuela una delle economie emergenti più protette contro la possibilità di una crisi finanziaria e dalla Bank of America Merrill Lynch, che ha raccomandato agli investitori di acquistare titoli del tesoro venezuelano.

lunedì 2 dicembre 2013

Cina, Giappone, Usa - Disputa finale?

 di Angela Pascucci

Mai risolta, la disputa fra Cina e Giappone sulle isole Diaoyu/Senkako nel mar della Cina orientale si riaccende periodicamente, ogni volta più infiammata a causa delle crescenti rigidità e intransigenze dei contendenti. Stavolta il gong del nuovo round è stato suonato dalla Cina quando, il 23 novembre scorso, ha annunciato l’istituzione di una nuova zona di difesa del proprio spazio aereo (Adiz, Air Defence Identification Zone), che include le isole contese e si sovrappone alla zona di controllo giapponese e, sia pur in misura minore, quella sud coreana. Con questa decisione Pechino impone a chiunque sorvoli l’area di identificarsi e fornire i propri piani di volo all’aviazione cinese, che in caso di inadempienza attuerà “misure difensive di emergenza”.

Ne è seguita una serie di scaramucce a jet sfoderati, aperta dagli indimenticabili B52 americani, due esemplari dei quali, decollati da Guam, sono stati spediti subito da Washington con un duplice scopo: far capire da che parte della contesa si colloca, in nome dei trattati di sicurezza sottoscritti con Tokyo, e sfidare la reazione cinese, che in questo caso si è limitata a “sorvegliare” l’azione (dichiarando che il sorvolo americano è avvenuto ai limiti dell’area) . 

Attraverso la breccia aperta dagli Usa (che formalmente hanno dichiarato trattarsi di “regolari esercizi” da loro normalmente condotti nell’area) si sono precipitati poi i jet militari giapponesi e anche quelli sud coreani. La Cina ha deciso in tutti questi casi di far decollare a mo’ di controllo un paio di velivoli della propria contraerea ma non ha ancora agito per imporre il rispetto delle nuove regole di identificazione, platealmente e volontariamente violate (anche se gli Usa hanno consigliato alle loro compagnie aeree civili di ottemperare alle richieste cinesi).