martedì 10 dicembre 2013

Indonesia - A Bali il neoliberismo si è tenuto la porta aperta

Gli organi di stampa, le agenzie hanno riportato con grande enfasi le conclusioni raggiunte a Bali, in Indonesia, dal WTO, siglate con un accordo sottoscritto da tutti paesi partecipanti. Era oltre un decennio che il WTO non si chiudeva con un comune protocollo sugli scambi  e quindi è motivo di giubilo per il buon esito di quello che è stato, è, e rimane uno degli strumenti cardine della globalizzazione, che se ha dovuto fare una piccola retromarcia sul piano degli accordi per il settore agricolo, ha ottenuto il via libera per tutti i settori manifatturieri.
Vi proponiamo questo intervento a caldo di Alberto Zoratti che ha seguito direttamente i lavori, contando su un ulteriore approfondimento delle tematiche oggetto degli accordi WTO di Bali.

Tutto a posto niente in ordine, al Convention center di Nusa Dua a Bali. L’Organizzazione Mondiale del Commercio anche questa volta, probabilmente, riesce a cavarsela trovando nell’escamotage di un linguaggio diplomatico e di rapporti di forza più distribuiti ma comunque a prova di Paese povero la motivazione per continuare.
I documenti finali vengono diffusi alle 20 ora di Giakarta (le 13 italiane) e quello che sembrava l’ultimo atto in verità risulta essere una semplice tappa intermedia, perchè ora tocca ai Capidelegazione e quindi ai Ministri decidere se la risultante di un braccio di ferro estenuante tra alcuni Paesi industrializzati ed altri emergenti (o emersi) è accettabile oppure no.

“Cautela” avverte un Viceministro italiano Calenda tutto sommato soddisfatto, durante un incontro informale nei corridoi del Convention Center. Perchè non tutto è deciso nè definito. Anche se in verità il responsabile della Wto per la relazione con le Ong, da tutti chiamato amichevolmente Bernie, rassicura sul fatto che probabilmente nessuno avrà da ridire qualcosa e la Nona ministeriale si chiuderà con un consenso tutto sommato ampio.
Ma che c’è scritto, in quella settantina e rotti di pagine della “Bali Ministerial Declaration”? C’è scritto, soprattutto, che la Wto non chiude e che il Doha Development Round, da 12 anni fermo ancora alle batterie di partenza, non sarà cestinato come fu il Millennium Round nel 1999. Perchè una dichiarazione finale, anzi questa dichiarazione finale è il miglior lasciapassare perchè i negoziati possano continuare tra le paludate stanze di Rue de Lausanne, a Ginevra. Perchè alcune cose sono state chiuse, altre invece no, e guarda caso sono proprio le esigenze che riguardano i Paesi più poveri.
Ma andiamo per ordine. Trade Facilitation, cioè la semplificazione delle procedure doganali. Una manna per le imprese, senza dubbio, ma per come è stata pensata introdurrà standard di qualità per tutti, anche per i Paesi in via di Sviluppo che dovranno dedicare risorse, e molte, per l’aggiornamento e la semplificazione. Mentre gli standard sono obbligatori, così non sarà per un’adeguata assistenza tecnica ed economica da parte dei Paesi più ricchi. E se un Paese africano dovrà distogliere fondi da capitoli sensibili come l’educazione per far felice FedEx pazienza, business is business. Anche perchè le regole sembrano fatte apposta per facilitare chi ha già una buona capacità di import-export, non certo per agevolare chi in questo campo ha criticità evidenti.
Ma l’oggetto del contendere, cioè l’intervento pubblico in agricoltura come proposto dall’India, alla fine, è passato. Ma non come avrebbe voluto il G33 che chiedeva una revisione pesante di alcuni capisaldi dell’Accordo sull’Agricoltura (l’AoA), come l’ampliamento della “Green box” cioè della tipologia di sussidi concessi. Il Governo indiano a questo punto ottiene la tutela del proprio Food Security Act senza rischiare di finire deferito al Tribunale della Wto. Per quanto? Quattro anni, ma derogabili in caso nessun altro Paese obietti. Nel frattempo si cercherà una soluzione permanente da applicare a tutti i Paesi membri.
Un buon compromesso? Secondo i movimenti sociali ed i sindacati contadini indiani assolutamente no. Anche perchè la soluzione riuscirebbe a coprire giusto le esigenze dell’India, ma potrebbe non essere applicabile per situazioni simili nel futuro. Ed in ogni caso se la denuncia al Tribunale della Wto è congelata per quattro anni all’interno dell’Accordo sull’Agricoltura questa potrebbe rientrare dalla finestra attraverso un altro accordo (l’Agreement on Subsidies and Countervailing Measures, ASCM) che il Pacchetto di Bali non considera. Insomma, per evitare di far saltare il banco e di non portare a casa un risultato utile per le prossime elezioni, secondo i movimenti sociali l’India ha scelto di accettare condizionalità che altrimenti sarebbero state da rigettare.
E tra le varie richieste dei Paesi più poveri? Due gridano vendetta: i sussidi all’esportazione ed il cotone, tra loro strettamente legati. Per i primi nonostante nella dichiarazione finale della Ministeriale di Hong Kong, nel 2005,  si dicesse che avrebbero dovuto essere eliminati alla fine del 2013 (e parliamo di quelli statunitensi) nulla si è fatto e quindi “we regret”, ci dispiace, ma ne riparleremo. Sul cotone, nonostante se ne parli dal 2003 a Cancun, niente di fatto. I Paesi dell’Africa occidentale continueranno a coltivare cotone, come da loro imposto dagli sviluppisti nei decenni passati, assolutamente invendibile sul mercato internazionale perchè troppo costoso. Visto che il cotone statunitense, ampiamente sussidiato, viene venduto dai 30mila agricoltori americani sottocosto.
Questi i punti salienti, sul resto del documento seguirà un’analisi più puntuale dell’Osservatorio Tradegame nei prossimi giorni. Ma quello che conta è che se il Pacchetto di Bali verrà approvato così com’è, o comunque verrà sdoganato, verrà data una spinta in avanti al negoziato del Doha Development Round e non solo.
Il percorso post-Bali ha sulla sua strada il rilancio anche di altri capitoli, come il TIA, sull’Information Technology, il TISA, sui servizi (anche e soprattutto pubblici), ed alcuni accordi di libero scambio monster, come il TTIP tra Unione Europea e Stati Uniti, e TTPP, tra Stati Uniti e Paesi asiatici.
L’agenda liberalizzatrice non si ferma, così come gli interessi delle grandi imprese. Per ora, l’unica cosa ferma in questo caldo dicembre indonesiano, è il tempo all’interno del Convention Center. In attesa che i capidelegazione, alle 3 del mattino ora di Giakarta, le 20 ora italiana, decidano di partorire quello che presenteranno, se non ci saranno problemi con alcune delegazioni tra cui Cuba, come una grande vittoria. Soprattutto per i soliti noti, anche se qualche crepa comincia a vedersi.

Tratto da: comune-info.net