mercoledì 22 settembre 2010

Cile - L’impossibile addomesticamento del Popolo Mapuche

di Raúl Zibechi*

La guerra che lo Stato cileno ha dichiarato al popolo mapuche 150 anni fa non è ancora finita. La repubblica creola che il 18 settembre celebra il suo bicentenario lanciò nel 1861 una guerra di sterminio contro tutto un popolo che si protrasse fino al 1883. L’occupazione militare dell’Araucania, il territorio al sud del Bio Bio, finì con 260 anni di autonomia mapuche che la corona spagnola dovette accettare per dettato del Parlamento di Quilín, il 6 di gennaio del 1641, che riconobbe la frontiera e l’indipendenza di fatto del popolo mapuche.
A seguito dell’occupazione dell’Araucania i mapuche sono stati confinati in "riserve", persero i 10 milioni di ettari che controllavano e furono convertiti in agricoltori poveri, forzati a cambiare le loro abitudini, le forme di produzione e norme giuridiche. La dittatura del generale Pinochet approfondì il saccheggio. Se nel 1960 ogni famiglia mapuche aveva una media di 9.2 ettari, al termine della dittatura ne  rimanevano poco più di 5. La stretta finale la dette la democrazia per mezzo dell’avanzamento delle grandi imprese forestali e la costruzione delle dighe idroelettriche: ogni famiglia mapuche resta attualmente solo con 3 ettari.

In effetti, l’insieme delle terre mapuche non arriva a 500 mila ettari, dove vivono circa 250 mila comuneros in circa 2 mila riserve che sono come isolotti in un mare di pini ed eucalipti. Le famiglie indigene hanno la metà del reddito che hanno i non indigeni; solo 41 percento delle abitazioni mapuche ha la fognatura e il 65 percento l’elettricità. La mortalità infantile in alcuni municipi indigeni supera del 50 percento la media nazionale. Quando pretendono di recuperare le loro terre, cioè la loro dignità, viene applicata loro la legge antiterrorista, (Legge18.314, del 1984), sancita da Pinochet.
Lo sciopero della fame dei 32 prigionieri mapuche, iniziato più di 60 giorni fa, si iscrive in questa lunga guerra dello Stato contro un popolo. Chiedono che non sia applicata su di loro la legge antiterrorista, la fine del doppio procedimento (poiché molti carcerati sono sottomessi alla giustizia militare e a quella civile), che non si usino testimoni incappucciati che limitano la difesa e che si metta fine alla militarizzazione del territorio mapuche.
Il Comitato di Diritti Umani di Nazioni Unite ha emesso un rapporto, il 18 maggio di 2007, nel quale segnala che la definizione di terrorismo nella legge cilena “potrebbe risultare troppo ampia e ha permesso che membri delle comunità siano stati accusati di terrorismo per atti di protesta o istanze sociali". Aggiunge che l’applicazione di questa legge si presta ad arbitrii e discriminazioni, poiché in Cile “è stata applicata nella maggior parte per la persecuzione penale dei mapuche".
D’altra parte, la legge antiterrorista viene applica solo al popolo mapuche. Se le organizzazioni mapuche bruciano un camion di un’impresa forestale, sono accusati di terrorismo. Tuttavia, quando lavoratori in sciopero bruciano un autobus, come è successo in reiterate occasioni, è applicata loro la legislazione civile. Per l’avvocato dei diritti umani Hernán Montealegre, questo si deve al fatto che i proprietari di terre “hanno molta influenza nei governi" (El Mostrador, 3 settembre 2010).
È la "giustizia del colonizzatore”, come segnala il politologo mapuche José Marimán. "Il Cile sanziona i mapuche con leggi che non applica ad altri cittadini, riservando loro un trattamento da esseri di seconda categoria o colonizzati". I mapuche si torturano con totale impunità, includendo bambini ed anziani, vengono accusati in base a montature, "senza che nessuno li risarcisca quando si prova la falsità delle accuse", e "alcuni sono giudicati da tribunali militari e civili contemporaneamente (doppio giudizio), per delitti simili a quelli che commettono  i cileni protestando per altre ragioni, come tirare pietre o sputacchi ai poliziotti ed alle loro macchine da combattimento" El Quinto Poder, 7 settembre 2010).
La manovra più recente è il tentativo di applicare l’Accordo 169 dell’OIL che stabilisce i diritti collettivi, ma in maniera inconsulta e svuotata dei contenuti, in modo da riconoscere formalmente l’esistenza di popoli indigeni, ma senza includere i diritti e la potestà che gli spettano. Il governo di Sebastián Piñera, aiutato dalla Concertazione, non vuole che la resistenza mapuche appanni i festeggiamenti del bicentenario e cerca di far finire lo sciopero della fame che, dopo settimane di isolamento mediatico, comincia a rompere il cerchio.
Non sarà possibile, a dispetto della repressione e la cooptazione, piegare il popolo mapuche. Tre ragioni di fondo lo impediscono. La prima è la propria storia e cosmovisione mapuche. "In Wallmapu non si sviluppò una società indigena di tipo statale, come successe nelle Ande e Centroamerica", scrive lo storiografo Pablo Marimán Quemendo. I colonizzatori, "incorporando con la forza una società indigena di tipo orizzontale, matriarcale e segmentale come quella mapuche, aprirono una situazione fino ad oggi difficile da risolvere". Mondi tanto differenti possono convivere solo riconoscendosi.
A questa profonda breccia culturale, economica e politica si somma una seconda scissione di carattere coloniale: “Ci parlano di uguaglianza, fraternità e libertà, ma ci trattano come indios vinti, cittadini di seconda classe vittime di politiche razziste", segnala Marimán. In terzo luogo, il modello neoliberale ha spinto ampio settori non mapuche a sperimentare forme di vita e di esclusione simili a quelle che soffre questo popolo. Li ha trasformati in suoi alleati potenziali, in particolare i giovani delle città che soffrono la tripla barriera della povertà, la repressione e le politiche sociali discriminanti.
Il popolo mapuche non è stato vinto dalla guerra di sterminio, né dalla dittatura, né dalla democrazia progressista che ha messo assieme repressione e corruzione. Assediati dallo Stato, disprezzati dalle sinistre elettorali, tornano a metterci il corpo per sensibilizzare ’los de abajo’, mapuche e bianchi, per continuare a vivere, per continuare ad essere popolo.
*Analista internazionale uruguaiano