
mercoledì 17 giugno 2009
Perù, l'ordine di Alan Gargia era uccidere gli indigeni

Sale la tensione in Iran

A Tehran nonostante le indicazioni di non scendere in piazza, in migliaia hanno continuato a manifestare assumendo forme nuove di protesta.
Una composizione traversale dagli studenti alle donne. In piazza non solo contro il dato elettorale, ma mobilitazioni che mettono in crisi la politica di questi ultimi anni.
Il governo sta tentando i bloccare i flussi comunicativi. Retate e perquisizioni sono all’ordine del giorno. Il territorio è militarizzato. Nonostante i tentativi repressivi le proteste continuano.
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Georgia, arresti in massa di oppositori

E’ dai primi di aprile che l’opposizione georgiana – in modo unitario, con tutti i partiti e i movimenti (e i rispettivi leader, soprattutto, che sono l’elemento più importante in un paese dove la politica è ancora molto legata alle singole personalità e ai loro legami regionali e di clan) – tiene le principali piazze di Tbilisi chiedendo le dimissioni del presidente Mikheil Saakashvili. Finora il presidente e il suo entourage hanno rifiutato di trattare seriamente con gli oppositori, rinunciando peraltro anche a scatenare una repressione troppo violenta, come era invece avvenuto nell’autunno 2007 quando dopo alcuni giorni di proteste in piazza il governo aveva proclamato lo stato d’emergenza e fatto intervenire le truppe. La relativa moderazione del governo serve ad evitare una nuova e più grave rottura con i governi occidentali “amici”, dei quali Saakashvili ha oggi un disperato bisogno per reggere, con un paese stremato dalla pazzesca guerra contro la Russia, pieno di profughi e sottoposto a tensioni di tutti i generi; inoltre un abortito e un po’ farsesco tentativo di golpe, nel maggio scorso, ha reso chiaro a Saakashvili che le forze armate – già umiliate e messe in crisi dalla guerra voluta dal presidente – non sarebbero affatto disposte a partecipare a una repressione sanguinosa contro gli oppositori.
Il tira-e-molla fra governo e opposizione, quindi, continua a oltranza in attesa che una delle due parti ceda per stanchezza, o che qualche fattore nuovo o esterno intervenga a modificare la situazione rompendo la fase di stallo.
Astrit Dakli
Iran - La voce della piazza

Quando e come avete deciso di scendere in piazza?
Gli effetti catastrofici della guerra israeliana sull'ambiente di Gaza.

Na‘im ha innanzitutto sottolineato che, a causa della guerra, e in particolare a causa del deliberato bombardamento israeliano che ha colpito il quartier generale dell’Ente insieme a tutte le sue agenzie specializzate, non è stato possibile misurare i livelli d’inquinamento atmosferico derivanti dalle operazioni israeliane. Il funzionario dell’Ente è stato però in grado di dimostrare che la guerra potrebbe provocare la contaminazione delle acque sotterranee nella Striscia di Gaza, e questo per colpa dei danni subiti dagli impianti di trattamento e dalle pompe di scarico. La rottura di queste strutture ha infatti avuto come conseguenza la fuoriuscita di acque non trattate in grandi quantità, che hanno inquinato il suolo e, in un secondo momento, arriveranno a contaminare anche le falde acquifere. Certamente, l’inquinamento delle acque giungerà presto anche a causa delle “centinaia di tonnellate di bombe e proiettili sganciati da parte delle forze israeliane sulla Striscia di Gaza”.
Na‘im ha tuttavia avvertito che “il pericolo più grande per l'ambiente palestinese si annida nel pericoloso deterioramento e nel rapido esaurimento di tutte le risorse naturali, e la più grande sfida che sta affrontando l’Ente è quella di fermare questo deterioramento ed esaurimento, e quindi d’invertire la tendenza per migliorare lo sfruttamento delle risorse stesse”.
A livello mondiale, invece, l’esperto palestinese ha avvertito che, com’è noto, l’aumento globale della temperatura porterà a cambiamenti climatici, che riguarderanno agenti atmosferici fondamentali come il vento e le precipitazioni, e che potranno condurre a conseguenze imprevedibili non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sociale ed economico.“Uno dei più importanti effetti negativi del cambiamento climatico – ha infatti spiegato Na‘im – è l'aumento della temperatura e della concentrazione di biossido di carbonio nell'atmosfera, con il conseguente impatto che esso, direttamente o indirettamente, ha sulle piante, sugli animali e sugli ecosistemi in generale. Dato che un simile cambiamento potrebbe dare come risultato una grave diminuzione dell’acqua disponibile, nel corso di cinquanta anni il numero di persone che soffrono di carenza idrica passerà da cinque a otto milioni”.
Na‘im ha quindi invitato non solo a incoraggiare l'uso di energie alternative, che non comportino l'emissione di gas a rischio effetto serra, ma anche a razionare l’uso dell'energia, e a piantare più alberi.
Dopo l’ultimo attacco, l’ecosistema della Palestina, insieme a tutti i suoi elementi, ha subito la distruzione e la contaminazione più brutali degli ultimi decenni. Una tale devastazione ha coinvolto la totalità delle componenti ambientali, e in primo luogo l’essere umano, la più importante ricchezza dell’ambiente palestinese. Nel corso della guerra, che è durata 22 giorni di seguito, le forze israeliane hanno bombardato un’area geograficamente molto limitata – la Striscia di Gaza – con vari tipi di proiettili, armi proibite ed altro ancora. Durante questi 22 giorni, il cielo di Gaza era ricoperto ora da uno spesso fumo nero, ora da un fumo bianco e denso, a causa di questi incessanti bombardamenti. (…) Inoltre, un’altra causa portatrice d'inquinamento atmosferico è rappresentata dalle emissioni di gas di scarico dei blindati e dei carri armati dell’occupazione, utilizzati nell’offensiva di terra. Tuttavia, a causa delle circostanze belliche e dei bombardamenti deliberati che hanno colpito la sede dell’Ente per la qualità dell’ambiente, non siamo stati in grado di misurare i livelli di contaminazione dell’aria – così come non lo eravamo prima, a causa dell’assedio.
Subito dopo l'aggressione israeliana sulla Striscia di Gaza, l’Ente per la qualità dell’ambiente ha formato una commissione che sta valutando la portata di un simile impatto, e che vede la partecipazione di un gruppo composito di membri provenienti da diverse istituzioni governative e civili. L’obiettivo ultimo è la pubblicazione di una relazione scientifica sulle conseguenze degli attacchi su Gaza, che conterrà anche alcune raccomandazioni scientifiche su come affrontare tali conseguenze. La relazione verrà divulgata all'inizio del prossimo mese di luglio. L’Ente ha inoltre preparato un pacchetto completo di proposte per progetti speciali, alcuni per la ricostruzione e lo sviluppo dello stesso Ente, altri per la soluzione dei problemi causati dalla distruzione e dalla devastazione dell'ambiente palestinese, oltre che dalla guerra in generale. Questi progetti vengono portati avanti con la collaborazione di diverse altre istituzioni. L’Ente ha intanto già emesso un bollettino informativo, distribuito al pubblico sotto il titolo “Come affrontare le conseguenze della guerra contro Gaza”.
martedì 16 giugno 2009
Dall’onda verde alla mareggiata

di Omid Firouzi
La piazza Azadi, simbolo principale della rivoluzione del ’79 , poche volte è stata così gremita. Alla fine, nonostante il rifiuto dell’autorizzazione, ogni paura è stata vinta e una massa enorme di persone, ancora una volta molte donne, ha sfilato nel cuore di Teheran arrivando poi a paralizzare interi porzioni della città. E’ stata una risposta netta ed emozionante a chi ha etichettato in questi giorni i contestatori come pochi delinquenti. Due o forse tre milioni di persone che hanno riproposto in strada la loro voglia di protagonismo con determinazione e senza alcuna forma di violenza. Purtroppo la grande giornata di martedì è stata drammaticamente segnata dalla morte di alcuni ragazzi colpiti da proiettili. Proviamo però a fare qualche passo indietro. Queste ultime sono state giornate in cui stati d’animo tra loro profondamente diversi si sono susseguiti con un velocità molto elevata. Si è passati dalle feste e dai cortei pre-elettorali, segnati da un’atmosfera tutto sommato gioiosa, alla durezza delle contestazioni degli ultimi giorni, dalla convinzione della vittoria di Mousavi alla cruda realtà dei contestati risultati elettorali e dunque della riconferma di Ahmadinejad. In questa situazione estremamente complessa e spesso difficile da decifrare a causa dei forti limiti imposti agli scambi delle informazioni, si possano individuare due terreni di ragionamento. Il primo, forse anche per importanza, ha a che fare con ciò che succede nelle strade di teheran da almeno 2 settimane. La grande presenza di iraniani nelle strade della città si è espresso in due forme decisamente diverse. Nei giorni prima delle elezioni la presenza massiccia di ragazzi nelle manifestazioni di sostegno ai candidati esprimeva in termini quasi sempre festosi il desiderio di fare la propria parte nel contesto elettorale e di utilizzare la situazione di relativa tolleranza per esprimere comportamenti che nello spazio pubblico erano inimmaginabili fino a qualche settimana prima. Anche quando cori, slogan, cortei e blocchi stradali esprimevano dissenso generale verso i limiti ad alcune libertà politiche e civili, ciò che si percepiva era un clima di ottimistica attesa. Ora il contesto è fortemente mutato. Le contestazioni e gli scontri diffusi per la città sono segnati dalla rabbia e il rancore di molti giovani verso le politiche degli ultimi anni si trasforma in atteggiamenti violenti verso i quali la risposta delle forze dell’ordine è altrettanto violenta. Non sono solo le barricate, i cassonetti incendiati e i duri scontri a darci l’immagine della radicalizzazione delle contestazioni, ma lo è pure la trasformazione degli slogan utilizzati. Da quelli sarcastici nei confronti di Ahmadinejad come ” Ahmadi bye bye” o “non vogliamo il governo delle patate” (il riferimento è la presunta distribuzione di patate che il presidente ha fatto in zone rurali per accaparrarsi voti), a slogan cantati negli anni della rivoluzione come “uccido chi uccide i miei fratelli” e cori come “morte ai taleban che siano a Cabul che siano a Teheran”. L’imponente corteo di martedì si presenta forse come punto di congiunzione tra questi due spiriti della contestazione. Un corteo al quale hanno partecipato diverse generazioni di iraniani e persone di tutti i ceti sociali, i quali hanno contestato i risultati delle elezioni inneggiando alla vittoria di Mousavi e ribadito il desiderio di forti trasformazioni nella distribuzione delle ricchezze provenienti dalla vendita del petrolio e nel terreno dei diritti civili e politici. Nei piani della politica istituzionale ed intorno ad alcune figure chiave possiamo cercare il secondo terreno di ragionamento. Ahmadinejad, appoggiato dal leader supremo Khamenei, ha festeggiato dicendo di essere il presidente di tutti gli iraniani, ha detto che continuerà la sua battaglia contro la corruzione e ha aperto più che uno spiraglio ai rapporti con gli USA dichiarando di essere pronto a invitare Obama a un tavolo di trattative. I suoi sono stato toni moderati, ma rimane il fatto che intorno alla sua figura ruotano gli esponenti della classe politico-religiosa più conservatrice, figure che lavorano da sempre per rallentare le progressive innovazioni che si sono imposte nella società iraniana. Nel fronte moderato o cosiddetto riformista, e quindi da personalità come Rfsanjani o Khatami, dalla notte elettorale in poi è giunto soltanto un pesante silenzio. Un silenzio spezzato dalla partecipazione di Mousavi al corteo di oggi e da alcune dichiarazioni del presidente del parlamento Larijani, il quale ha denunciato alcuni atteggiamenti della polizia. Quello che molti esperti ipotizzano è che ci sia uno scontro di potere all’interno della classe politica. Alcuni giudicano le mosse di Ahmadinejad e del leader spirituale Khamenei come un tentativo di mettere in un angolo personalità politiche e religiose che, per quanto interni all’apparato istituzionale del regime islamico, potrebbero rappresentare una sponda politica preziosa per la popolazione all’oggi al quanto disorganizzata e priva di una prospettiva politica organica. In queste ore ciò che prevale è un’atmosfera di nervosa attesa. Ci sono notizie dell’ipotesi che ci siano raid per sequestrare tutti i satelliti dalle case per continuare l’isolamento del paese e i basiji continuano le ronde notturne in molti quartieri per intimidire i residenti. Il mondo conservatore esclude la ripetizione delle elezioni, i riformisti faticano a trovare spazi di visibilità per pronunciarsi, gli scontri e diverse forme di manifestazione continuano senza sosta e di certo non possono più essere sottovalutate. Comunque vada l’intensa ed appassionata partecipazione popolare alla vita del paese ci dà la fotografia di una società dinamica, sveglia e ostinata a far entrare i propri desideri nell’agenda dei detentori del potere politico.
Protesta di Neturei Karta davanti all'Onu: smantellate Israele e create stato di Palestina per musulmani, ebrei e cristiani.
Il 14 giugno, in occasione del 42° anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est alcuni membri del movimento ebraico ortodosso anti-sionista Neturei Karta hanno organizzato una protesta davanti al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, nella città di New York.I manifestanti hanno chiesto lo smantellamento dello stato di Israele e la costituzione di uno stato palestinese che inglobi anche gli ebrei residenti attualmente in Palestina. Il portavoce del movimento, Yisrael Weiss, noto rabbino, ha infatti evidenziato come il regime sionista sia in contraddizione con gli insegnamenti dell’ebraismo, sfidi la volontà di Dio e fomenti gli scontri, grazie ai crimini commessi contro gli altri pacifici abitanti della Palestina, musulmani e cristiani.
Iran, sette morti dopo la manifestazione. Il Consiglio dei Guardiani: ricontare i voti
Resta incandescente la situazione in Iran, dopo le proteste scoppiate a seguito della proclamazione dei risultati elettorali delle presidenziali, che hanno visto la contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad. Sette civili sono stati uccisi a Teheran nel corso della manifestazione di lunedì a sostegno dell'ex candidato alle presidenziali Mir Hossein Mussavi, dopo essere stati catturati da una unità militare. Lo hanno detto la radio ufficiale di informazione Radio Payam e la tv iraniana in lingua inglese Press Tv. Secondo Radio Payam i sette facevano parte di un gruppo di «diversi teppisti» che «volevano attaccare una postazione militare e danneggiare la proprietà pubblica nei pressi di piazza Azadi». Non solo: Mohammad Ali Abtahi, ex stretto collaboratore del presidente riformista Mohammad Khatami, sarebbe stato arrestato, secondo quanto rende noto il suo staff. Intanto è prevista per il primo pomeriggio (le 14,30 italiane) una nuova manifestazione di protesta contro il risultato considerato falsato delle elezioni e il candidato riformatore Mir Hossein Mussavi ha fatto appello a suoi sostenitori parrinché sia «calma e pacifica». Nel frattempo la tv di Stato ha riferito che il Consiglio dei Guardiani della Costituzione si dice «pronto» a ricontare i voti.
TENSIONI ISTITUZIONALI - I fatti delle ultime ore stanno provocando molte tensioni a livello delle diverse istituzioni del Paese. Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa Irna, ha attaccato il ministro dell'Interno per le violenze sui civili e gli studenti universitari. «Che cosa significa attaccare gli studenti nel mezzo della notte, nei loro dormitori, e i complessi residenziali dei civili», si è chiesto Larijani dinanzi al Parlamento. «Il ministro dell'Interno è responsabile dell'accaduto e dovrà rispondere».
OBAMA «TURBATO» - Gli occhi di tutto il mondo sono puntati sull'Iran. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama si è detto «profondamente turbato» dalle violenze post-elettorali in Iran, ma ha confermato l'intenzione della Casa Bianca di proseguire «un dialogo duro e diretto» con le autorità di Teheran, di cui rispetta la sovranità. Obama, che per la prima volta ha preso direttamente la parola sulle vicende iraniane a margine dell'incontro con il primo ministro italiano Silvio Berlusconi, ha detto che bisogna continuare ad indagare sullo scrutinio, visti i sospetti di brogli, ma tutto cioè deve avvenire in maniera pacifica, senza violenze. Gli Usa mantengono una linea più prudente di quella scelta dagli europei, che auspicano una inchiesta ufficiale sull'ipotesi dei brogli. Il portavoce di Obama, Robert Gibbs, aveva sostanzialmente ripetuto quanto spiegato domenica dal vice presidente Usa Joe Biden in televisione. E cioè che ci sono dubbi sulla regolarità delle operazioni di voto delle presidenziali che hanno portato alla rielezione di Mahmud Ahmadinejad. Al di là dei risultati, a Washington importa soprattutto che si ponga un termine ai programmi di arricchimento dell'uranio, per evitare che il regime dei mullah possa dotarsi dell'arma atomica, aveva ricordato Biden. Rispetto alle dichiarazioni di Gibbs, il Dipartimento di Stato ha avuto toni leggermente più duri. Uno dei portavoce, Ian Kelly, ha indicato che gli Stati Uniti sono «estremamente preoccupati» dalla violenze post elettorali in Iran.
AHMADINEJAD IN RUSSIA - Nel frattempo, il presidente rieletto Mahmud Ahmadinejad, è giunto a Iekaterinburg, negli Urali (1.700 km a est di Mosca) per partecipare in qualità di osservatore alla giornata conclusiva del vertice del Gruppo di Shanghai (Russia, Cina, Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan). Il suo aereo è atterrato alle 09.36 locali (05.36 italiane). Ahmadinejad prenderà parte alla sessione plenaria del summit, dopodiché è previsto un incontro con la stampa. Si tratta del primo viaggio all'estero del leader iraniano dopo la sua contesta rielezione alla presidenza, che ha scatenato la protesta popolare a Teheran.
Burundi - nel cuore del cuore d'Africa

Il Burundi è uscito dalla guerra civile nel 2005 e in quell'anno si sono svolte le elezioni democratiche che hanno visto la vittoria di un gruppo della ribellione (che coinvolgeva la maggior parte della popolazione) e una relativa stabilità politica: la guerriglia è terminata, ma non il disarmo di questa terra.
Oggi il governo procede a piccoli passi per risollevare il paese, tuttavia, per mantenere la poltrona in vista delle elezioni del prossimo anno, sta attuando un’eliminazione selettiva degli oppositori, non permettendo lo sviluppo di un vero pensiero democratico.
La popolazione rinnova la speranza che il paese esca definitivamente dalla guerra civile, è forte la necessità di pace e stabilità.
Il Centro Giovani Kamenge si sta allargando, continua le attività culturali lavorando sullo sviluppo di una coscienza democratica e uno spirito critico e i giovani che vi partecipano vedono la possibilità di costruirsi un futuro.
Adesso il Burundi, che si trova tra paesi dove ci sono forti interessi internazionali, come il Rwanda e il Congo, funge da ago della bilancia e punto di equilibrio tra questi, proprio per questo si attendono le elezioni del 2010.
La comunità internazionale ha un ruolo importante nel rapporto con il governo, facendogli capire di non essere libero nel gestire i propri interessi in modi scorretti, a volte però tocca la cultura di un paese troppo diversa, vincolando i finanziamenti all'obbligo del rispetto dei diritti umani: cosa giusta, ma spesso portando squilibri in una cultura ancora molto chiusa che ha bisogno di tempo per maturare.
Intervista a Elena Patoner, coordinatrice dei progetti al Centre Jeunes Kamenge di Bujumbura e autrice del libro "Nel cuore del cuore d'Africa".
Per la pace e la dignità Amazzonica

!Defendemos la Amazonia, patrìmonio nacìonal y de los pueblos amazonicos!.
In diretta da Teheran - La protesta riempie le piazza

A nulla sono valse le minacce del Governo, in serata le strade della capitale sono state invase da milioni di persone. [ audio-1 ]
Da Vittorio Arrigoni da Gaza: 'Quelli oltre il confine non sono umani'.
Questa mattina (domenica 14 giugno, ndr) siamo andati a recuperare un cadavere di un pastore ucciso (si presumeva tale essendo scomparso) 45 giorni fa vicino al confine...La zona è altamente a rischio, c'è una basa militare israeliana nei pressi. Croce rossa internazionale e mezza luna rossa si sono rifiutate di accompagnare i parenti della giovane vittima (22 anni, pastore beduino) a cercare il corpo del disperso. Hanno chiesto a noi Ism e noi, gli sfigati, i pezzenti, ci siamo andati.7 internazionali, 5 palestinesi di "iniziativa locale" (ammirevole ong di Beit Hanoun vicina al Fronte Popolare) più il padre e il fratello della vittima. Dopo mezz'ora di ricerca abbiamo trovato il corpo, o meglio ciò che ne è rimasto (*), a 100 metri dal reticolo spinato. Abbiamo steso una barella lo abbiamo caricato sopra e ... poi si è scatenato l'inferno. 7 jeeps si erano intanto appostate e quando abbiamo sollevato il cadavere da terra hanno iniziato a spararci addosso a pochi palmi dal naso...Ho avvertito il consolato, tutti scazzati perché li ho svegliati nelle loro svogliate domeniche mattine da cristiani. Siamo fortamente tutti vivi comuque, i parenti in delirio di angoscia per la sorte del ragazzo si sono sciolti in un delirio di tristezza, ho dovuto usare le maniere forti per evitare che il padre baciasse la carcassa infettata del figlio. Non smettevano di ringraziarci, domani andiamo alla veglia funebre. Giornata orrorifica hermanos,quelli oltre il confine non sono umani.http://guerrillaradio.iobloggo.com/
(*) Vittorio ci ha mandato la foto del cadavere, ma abbiamo deciso di non pubblicarla.
domenica 14 giugno 2009
Iran - Cresce la protesta nelle strade

Scontri di piazza dopo l’autoproclamazione di Ahmadinejad a Presidente per altri quattro anni.In nottata alcuni siti parlano dell’arresto del candidato Moussavi.
Le elezioni in Iran avevano visto una partecipazione molto ampia. I sostenitori di Mir Hossein Moussavi, candidato moderato, sostengono che ci sono stati brogli elettorali molto estesi.La campagna elettorale di Moussavi, uno dei fondatori dei Guardiani della Rivoluzione, aveva visto una partecipazione attiva della moglie Zahra Rahnavard.
Il governo tenta di mantenere il controllo della situazione sia attraverso la repressione in strada sia cercando di bloccare le comunicazioni (cellulari e facebook).
Messico - Manifestazioni a Sonora dopo l’incendio dell’asilo
Manifestazioni a Hermosillo, Sonora, Messico per mostrare la rabbia ed esigere chiarezza sui bambini bruciati nell’asilo venerdì 5 giugno Nel pomeriggio del 5 giugno il cielo sulla città di Hermosillo, uno dei più luminosi della Repubblica degli Stati Uniti Messicani, ha cominciato a scurirsi prima del solito. Alle 3 pm di quel giorno l’asilo ABC si consumava tra le fiamme di un incendio che arrivava dalla parte attigua del medesimo edificio, un immobile di proprietà del Governo dello Stato di Sonora e usato come magazzino. Il fatto non avrebbe rappresentato nulla di grave se lì dentro non vi fossero stati circa 150 bambini.
Al momento i bambini vittime delle fiamme e del soffocamento per il fumo sono 44. La tragedia ha commosso il paese intero tanto che i sindaci stranieri e le rappresentanze diplomatiche invitate dal sindaco di Città del Messico, Marcelo Ebrard, alla Fiera delle Culture Amiche hanno dedicato un minuto di silenzio per questa tragedia durante la cerimonia d’inaugurazione di sabato 6 giugno sotto l’Angel de la Independencia, uno dei principali monumenti e simboli nazionali.
Si tratta del peggior dramma che si ricordi per questa città di 700mila abitanti, situata nel nord-ovest del Messico, fondata nel 1700 e, fino ad ora, celebre per la bellezza delle sue donne, per il suo calore estivo estremo (oltre i 45 gradi), per gli avvenimenti fondanti della Revolucion Mexicana e per la bontà delle carni che lì si cucinano. Ciononostante l’aroma della carne e i sorrisi delle donne di Hermosillo non dominano il paesaggio e forse nemmeno il sole brilla più come prima.
A sei giorni dall’incendio nell’ormai tristemente conosciuto asilo ABC, le reazioni percorrono strade diverse dalla rabbia alla frustrazione e la tristezza in un moto di sentimenti a volte opposti e a volte convergenti. In questo contesto s’è realizzata la prima manifestazione pubblica in cui migliaia di cittadini (da 5 a 10mila secondo le stime) hanno camminato per le principali arterie della città per esprimere il loro dolore con cartelli arrabbiati e sguardi bassi. Un alone di sfiducia generale è scaturito dalla marcia e i partecipanti non hanno mancato di chiedere giustizia per un gravissimo incidente che, probabilmente, poteva essere evitato e implica responsabilità precise da far emergere al più presto.
Articolo di: Benjamín Alonso Rascón
Traduzione e adattamento: Fabrizio Lorusso
Per approfondimenti segnalo anche questo link e quelli indicati nella pagina:
http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/06/090609_2251_irregularidades_guarderia_irm.shtml
sabato 13 giugno 2009
Così raccontano i nostri vecchi … Subcomandante Marcos
"Così raccontano i nostri vecchi. Narrazioni dei popoli indigeni", Subcomandante Marcos.dalla introduzione
In molti casi con gli zapatisti le date non hanno importanza, riletti con gli occhi di oggi ci servono infatti per riflettere sul presente in Messico e a casa nostra.
venerdì 12 giugno 2009
Verso il G8 2009

Proponiamo, dunque, uno spazio di comunicazione che invitiamo tutti ad arricchire.
Dall’assemblea del 1 giugno all’Aquila "L’Aquila e le altre contro il G8".
Appello della Rete No g8 di Roma
La Rete NoG8 di Roma condivide l’approccio alla mobilitazione come passaggio nel quale intensificare e rilanciare in durata ed efficacia i conflitti e le pratiche sociali che quotidianamente i movimenti di lotta esprimono in ogni territorio. La Rete intende nelle giornate di luglio mettere a valore il cammino già percorso con le mobilitazioni del 28 marzo contro il G8 dei ministri dell’Economia e del 28, 29 e 30 maggio contro quello dei ministri di Giustizia e degli Interni: un cammino che ha segnato l’affermazione di un metodo di convergenza fattiva tra movimenti, improntato all’orizzontalità e alla condivisione.
La Rete NoG8 di Roma assume in questo senso l’impegno a dare continuità alla campagna contro le politiche securitarie e segregazioniste e in particolare contro il Ddl razzista sulla “sicurezza” del governo Berlusconi, convocando una protesta sotto le finestre del Senato nei giorni della discussione finale sul testo di legge e annunciando sin d’ora nuove iniziative per la chiusura del lager-Cie di Ponte Galeria. La Rete aderisce inoltre alla mobilitazione delle comunità terremotate dissidenti dell’Abruzzo il 16 giugno nella capitale, contro le politiche d’ inganno e di speculazione del governo sull’emergenza e sulla ricostruzione.
La Rete NoG8 di Roma rilancia il principio di «diffusione» delle iniziative indicato dall’appello dell’Aquila: e propone a sua volta di costruire una “Mappa della Crisi” dinamica e partecipabile con azioni per gruppi d’affinità, com’è stata quella sperimentata a Londra in occasione del G20 e quale in realtà anche le altre mobilitazioni internazionali e le ribellioni sociali in varie parti d’Europa hanno cominciato a disegnare da tempo a questa parte.
La Rete fa quindi appello a che “Mappe della Crisi” vengano apertamente costruite e praticate nelle giornate NoG8 di luglio da tutti i movimenti, le reti, i collettivi disponibili in quante più città d’Italia, d’Europa e del “Club dei Grandi”. In questa dimensione dislocata e territoriale della mobilitazione, e assumendo l’impegno a garantire tutela legale ai partecipanti e la piattaforma necessaria alla comunicazione indipendente, la Rete NoG8 di Roma indice per il 7 luglio, in occasione della presenza nella capitale delle delegazioni internazionali in transito verso il G8 di Coppito, una “Giornata dell’Accoglienza ai Potenti della Terra”, con iniziative diffuse e “piazze sociali anti-crisi”, al grido di: «La vostra crisi non la paghiamo, noi la crisi ve la creiamo».
La Rete propone infine che la “Mappa della Crisi”, ovunque possibile in Italia, in Europa e nel “Club dei Grandi”, si riempia di luci e gesti di liberazione nelle giornate di svolgimento del summit dei potenti della Terra, dall’8 al 10 luglio, fatte salve le decisioni che saranno prese dal nuovo incontro nazionale all’Aquila il 21 giugno riguardo le iniziative di mobilitazione nel territorio aquilano per quei giorni.
L’Aquila e le altre contro il G8
Siamo contrari al G8 e siamo in particolare contrari al G8 all’Aquila. Questo territorio si appresta a vivere la fase più drammatica del dopo terremoto, dove la militarizzazione è sempre più sofferta dagli sfollati che vivono in situazioni drammatiche nei campi e in generale sul tutto il territorio abruzzese, azzerando sul nascere ogni tentativo di partecipazione, dove vengono proibite libere assemblee nelle tendopoli, dove la tragedia si trasforma in occasione per il piano di speculazione edilizia che il governo Berlusconi aveva già pronto nel cassetto. Ma questa emergenza non esclude nessuno: la pratica autoritaria avallata dal Decreto 39/2009 rappresenta un allarme democratico che riguarda il futuro di tutto il nostro paese.I territori, le comunità e le organizzazioni sociali in resistenza contro la crisi, il carovita, la precarietà, la disoccupazione, la devastazione ambientale, la mercificazione dei beni comuni, la militarizzazione, si uniscono nella solidarietà attiva e partecipe alle cittadine e ai cittadini dell’aquilano. Da Vicenza a Chiaiano passando per tutti i presidi di partecipazione e democrazia che r-Esistono in Italia condannano la scelta dello spostamento del G8 all’Aquila. Dal 2 al 10 Luglio chiamiamo alla mobilitazione diffusa in tutte le città; diverse manifestazioni sono già promosse da associazioni e realtà territoriali in Sardegna e il 4 luglio a Vicenza contro la base militare Dal Molin.Le mobilitazioni saranno rivolte contro i responsabili della crisi e caratterizzate dalle questioni della ricostruzione sociale del territorio abruzzese.Invitiamo tutte le realtà sociali e di movimento ad assumere questa proposta e a generalizzarla esprimendo un’indignazione e una radicalità diffusa, che già nei prossimi giorni vedranno momenti di confronto e di iniziative territoriali. L’Aquila, che rappresenta l’imposizione di un nuovo modello di gestione dell’emergenza e della crisi attraverso la militarizzazione del territorio e la centralizzazione delle decisioni, sostiene le mobilitazioni nazionali, organizzerà una giornata di forum sui temi della crisi e della ricostruzione sociale e politica dell’aquilano che l’assemblea di oggi assume come responsabilità e condivisione comune. Per quanto riguarda l’iniziativa da realizzare nel territorio aquilano – che tutti gli interventi dell’assemblea di oggi hanno ritenuto centrale – forme e modalità saranno stabilite nei prossimi giorni dalle soggettività attive sul territorio regionale e dalle popolazioni terremotate. Il prossimo incontro nazionale si terrà a L’Aquila il 21 giugno, in occasione del quale verrà effettuato un sopralluogo nella località atta ad ospitare la giornata di forum.
Assemblea del 1° giugno
CI UNIAMO AL BOICOTTAGGIO DELLA 45° MOSTRA INTERNAZIONALE DEL NUOVO CINEMA DI PESARO
L'associazione Ya Basta! Italia si riconosce nell'appello per il boicottaggio della 45° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema e la sua retrospettiva sul cinema israeliano organizzata con il supporto dell'Israel Film Fund, lanciato dalla Campagna Palestina Solidarietà e che segue l'invito al boicottaggio della Campagna Palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI). Il boicottaggio, un mezzo di non violenza attiva contro la decennale occupazione israeliana e la politica coloniale dei suoi governi, non è rivolto ai singoli film, ai loro registi o più in generale alle opere cinematografiche ma alla presenza di un ente (Israel Film Fund) direttamente collegato con le istituzioni governative israeliane. Ogni giorno i media internazionali riportano notizie che rafforzano la necessità di mettere in atto un boicottaggio reale di Israele e vi sono notizie che non possono passare inosservate a chi, come noi della associazione Ya Basta!, si occupa dei diritti fondamentali dei popoli in lotta..
Associazione Ya Basta! Italia
54 esponenti del DTP dovranno presentarsi davanti alla corte
Il procuratore reclama che gli atti convenuti sono il linea con l'obbiettivo del PKK e diffondono la sua propaganda. Un periodo di prigione superiore ai tre anni è stato chiesto per i 54 sindaci. Nel Marzo del 2007, il DTP aveva presentato denuncia che Ocalan, che sta scontando una condanna all'ergastolo nell'isola di Imrali nel mare di Marmara, era stato lentamente avvelenato; l'accusa era stata negata dalle autorità turche.
Nicaragua concede asilo a leader indigeno peruviano
Per lui mandato d'arresto dopo la violenta repressione contro la protesta in AmazzoniaL'ambasciatore del Nicaragua in Perù, comandante Tomás Borge, ha confermato che il suo governo ha concesso asilo politico al leader indigeno peruviano Alberto Pizango e che lo ha accolto nella sede diplomatica di Lima. La decisione sarebbe già stata notificata al presidente peruviano Alan García. Borge, che attualmente si trova a Managua, ha affermato di aver girato istruzioni al personale dell'ambasciata a Lima per sollecitare al governo peruviano il salvacondotto per il leader indigeno, sul quale pende un mandato di cattura per i violenti scontri avvenuti nella provincia di Bagua, durante i quali hanno perso la vita varie decine di persone tra manifestanti e forze dell'ordine.
Secondo le dichiarazioni dell'ambasciatore nicaraguense e leader storico del Frente Sandinista, Pizango avrebbe scelto di chiedere asilo al Nicaragua in quanto, durante gli ultimi giorni, la sede diplomatica della Bolivia è stata messa sotto stretta vigilanza da parte dei militari peruviani.
Pur non volendo rilasciare dichiarazioni circa quanto accaduto tra le etnie indigene dell'Amazzonia ed il governo di García, il diplomatico nicaraguense ha informato che il presidente Daniel Ortega gli ha dato precise istruzioni per ciò che riguarda la concessione dell'asilo politico a Pizango. Tale decisione del governo nicaraguense è dovuta a "ragioni umanitarie, in quanto è evidente che si tratta di un perseguitato politico nel suo paese". Secondo Borge dipenderà ora dal governo peruviano concedere o no il salvacondotto e permettere quindi che Pizango voli in Nicaragua. Nel frattempo resterà sotto la protezione dell'ambasciata nicaraguense come prevedono i trattati internazionali. Intanto a Managua un folto gruppo di peruviani residenti nel paese e membri delle etnie indigene nicaraguensi hanno protestato davanti alla sede diplomatica del Perù, denunciando il "massacro" di Bagua e la politica repressiva del presidente García.
La repressione a Bagua. Il dirigente indigeno peruviano Shapion Noningo ha denunciato che a causa della sospensione delle garanzie costituzionali a Bagua ed alle difficoltà di comunicazione con questa zona, è ancora difficile poter determinare il numero esatto delle persone decedute negli scontri di venerdì scorso tra le forze dell'ordine e membri delle popolazioni indigene amazzoniche che stavano protestando.
Le cifre ufficiali parlano di 33 morti, ma il numero potrebbe crescere fino a cento, mentre le organizzazioni indigene parlano già di corpi fatti sparire dalla polizia e di irruzioni negli ospedali per arrestare i manifestanti feriti Dopo i violenti scontri, il presidente Alan García Pérez ha decretato lo stato d'emergenza e la sospensione delle garanzie costituzionali in questa regione dell'amazzonia peruviana. Ha inoltre accusato alcuni governi stranieri della regione di essere i principali ispiratori delle proteste e di cospirare contro il Perù (con chiari riferimenti al Venezuela e alla Bolivia).
Noningo ha invece confermato che la loro lotta è completamente indipendente ed ha chiesto il rispetto della Costituzione e dei diritti delle popolazioni originarie.
Il dirigente dell'Associazione interetnica per lo sviluppo della foresta peruviana, Aidesep, ha inoltre ricordato che la loro lotta è iniziata come risposta ai decreti legge emessi dal governo di Alan García che, secondo le popolazioni originarie della zona, ledono la sovranità del paese e permettono la privatizzazione delle terre dell'Amazzonia e delle loro risorse naturaliTali decreti sono stati presentati dal governo peruviano per soddisfare gli interessi degli Stati Uniti e rendere compatibile la legislazione peruviana con i requisiti necessari per la firma di un trattato di libero commercio con questo paese.
Video - Foto - Articoli http://www.kaosenlared.net/noticia/video-masacre-amazonia-afrenta-para-todos-todas-solidaridad-hermanas-i
Tratto da: Radio La Primerísima e YVKE Mundial
Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua
Mesopotamya - Kurdistan turco
Al G8 economia di Lecce si sperimentano le micro zone rosse
di Alberto Mello del Coordinamento NoG8 LecceIl 12 e13 giugno si svolgerà a Lecce il G8 dei ministri dell'economia. E per la prima volta si sperimenteranno le microzone rosse alle quali si può accedere solo dopo l'esibizione dei documenti d'identità. Intanto è già iniziato il controvertice.
Il vertice dei ministri dell’economia del g8 si terrà a Lecce venerdì 12 e sabato 13 giugno. Novantamila abitanti, un centro storico da cartolina e un’economia cittadina che vive di piccolo commercio e ristorazione legati al turismo, Lecce ha vissuto in modo traumatico il mese e mezzo intercorso tra la notizia e l’effettivo arrivo dei ministri. I lavori di rifacimento del manto stradale dei viali e di alcune piazze del centro storico hanno creato gravi disagi alla mobilità delle auto e delle persone, in una città che soffre già di suo la scarsa funzionalità del trasporto pubblico e il conseguente uso indiscriminato dell’automobile. A stuzzicare ulteriormente i nervi dei leccesi si sono susseguiti, a cadenza quasi regolare, gli «allarme sicurezza» lanciati dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano [leccese d’origine], che hanno rimbombato sui media locali. La decisione di Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, di stanziare fondi regionali per «garantire l’espressione del dissenso» ha scatenato, in campagna elettorale, ulteriori allarmismi circa l’arrivo, in questa piccola città di commercianti, dei «no global sfascia vetrine» [parola di sottosegretario]. Dalla conferenza stampa organizzata in prefettura per presentare il piano sicurezza, si apprende che Lecce sarà la prima città in cui verranno sperimentate «micro zone rosse», alle quali è consentito l’accesso, a piedi, solo ai residenti, previa esibizione del documento di identità. In sostanza le strade intorno al Castello Carlo V [dove si terrà il vertice] e agli alberghi che ospiteranno le delegazioni. Tutte e sei le micro zone rosse sono comprese in una macro «zona cuscinetto» che comprende il centro storico fino ai viali della circonvallazione. Questa zona è stata interdetta alle auto già dalle 14 alle 23 di ieri, fatta eccezione per residenti, commercianti, mezzi di soccorso e di polizia e lo sarà dalle 7 alle 17 venerdì e sabato.
Subito dopo la scelta del capoluogo salentino come sede del vertice, si è formato e ha cominciato a lavorare il Coordinamento noG8 Economia, a cui aderiscono le più significative realtà dell’associazionismo locale, alcuni circoli Arci, i comboniani, i sindacati di base, i comitati antimilitaristi e ambientalisti del Salento oltre ai partiti di sinistra. Il coordinamento ha lavorato alla realizzazione di un «controvertice» come spazio di discussione sulle alternative possibili all’attuale sistema economico. Ha organizzato tre piazze tematiche [Beni comuni, Economia e guerra, Migrazioni] nel piazzale antistante Porta Rudiae per i giorni 9, 10 e 11 giugno, il convegno «La crisi economica globale e le alternative di politica economica» per il 12 giugno e la manifestazione nazionale «Resistiamo allo Scippotto» che attraverserà i viali della città di Lecce sabato 13 giugno, seguendo un percorso concordato con questore e prefetto. Alle piazze tematiche del 9 e del 10 giugno hanno partecipato circa trecento persone.
Ieri alla piazza tematica sulle migrazioni è intervenuta una delegazione «dal Sud del Mondo» composta da Andrea Baranes della Campagna per la riforma della Banca Mondiale, Fabrina Furtado, segretaria organizzatrice di Jubilee South, Percy Makombe, direttore dei programmi di Economic Justice Network, Dani Setiawan della Coalizione contro il debito [KAU]. Accanto a loro i rappresentanti del campo Rom leccese, il sociologo delle migrazioni Gigi Perrone, le rappresentanti di NAeMI [Forum delle donne Native e Migranti di Lecce]. Durante il seminario i Padri Comboniani di Castelvolturno hanno lanciato la campagna nazionale «Il permesso di soggiorno in nome di Dio» nella quale vengono distribuiti dei simbolici permessi di soggiorno ai migranti che non possono averlo a causa delle nuove norme in materia di immigrazione del governo Berlusconi.
Alle due sessioni del convegno «La crisi economica globale e le alternative di politica economica» in programma per oggi [dalle 9 alle 20] nella sala conferenze di Palazzo Salomi, messa a disposizione dall’amministrazione provinciale, prenderanno parte tra gli altri Bruno Amoroso [Università di Roskilde], Domenico Losurdo [Università di Urbino], Piero Bernocchi, Guglielmo Forges Davanzati, Alex Zanotelli, Giorgio Emiliano Brancaccio [Università del Sannio], Maurizio Donato [Università di Teramo], Andrea Baranes [CRBM – campagna per la Riforma della Banca Mondiale], Giorgio Colacchio [Università del Salento] e Giorgio Cremaschi.
Assedio alla Striscia di Gaza, dai tunnel cibo e morte.
Il dott. Mu‘awiya Hasanayn, direttore generale del pronto soccorso presso il ministero della Sanità, ha annunciato ieri il decesso del cittadino Rami Ziyad Tubasi (25 anni), avvenuto in un tunnel sotto il valico di Rafah, a sud della Striscia di Gaza.Il dott. Hasanayn, in un comunicato stampa, ha infatti dichiarato che Tubasi, uno degli operai che lavorano nel tunnel, è stato ucciso da una delle corde con cui vengono issate le merci, che gli si è avvolta intorno al collo. Il lavoro sotterraneo a Rafah comporta numerose difficoltà per gli operai e ha molti effetti negativi sulla loro salute, anche a causa della mancanza di ossigeno.
Il direttore generale ha precisato che i casi di morte nei tunnel sono in aumento, a causa della mancata applicazione delle norme di sicurezza sul lavoro: il numero totale di vittime dal 2008 ha superato quota 100.
Hasanayn ha quindi chiesto ai proprietari delle gallerie di prestare più attenzione e di adottare misure cautelari, quali ad esempio una migliore illuminazione. Non va dimenticato che queste zone sono rese ancora più insidiose a causa delle bombe a percussione, oltre che per l’umidità e l’instabilità del terreno.
Già nella giornata di mercoledì un cittadino era morto e altri quattro erano rimasti feriti dal crollo di un tunnel nella zona del quartiere as-Salaam, a sud di Rafah. La vittima si chiamava As‘ad al-Kilani (42 anni) ed era stata trasferita insieme agli altri quattro all’ospedale Abu Yusef An-Najjar.
Dai tunnel scavati tra la Striscia di Gaza assediata e l'Egitto entrano prodotti alimentari - animali compresi -, computer, medicine, attrezzature sanitarie, armi, ecc. Essi rappresentano un'alternativa alla morte per fame e per malattia provocata da tre anni di embargo internazionale e di chiusura dei valichi di collegamento. Sia l'Egitto sia Israele permettono infatti l'ingresso nella Striscia di una limitata quantità di rifornimenti commerciali, insufficiente al sostentamento di una popolazione di 1,5 milioni di persone.
Gli Stati Uniti cospirano con l’aiuto di USAID

tratto da http://www.kaosenlared.net/
I documenti, sollecitati dai ricercatori in base alla Legge di Accesso all’Informazione degli Stati Uniti – Freedom of Information Act, FOIA, rivelano che USAID è stata “la prima agenzia donante che ha sostenuto economicamente i governi dipartimentali della Bolivia” ed “i programmi di decentralizzazione” nel paese, evidenziando quindi il sostegno ai progetti separatisti promossi da queste istituzioni.
Dopo il fallimento del colpo di stato contro il presidente venezuelano Hugo Chávez in aprile del 2002, USAID ha aperto un Oti in Venezuela solo due mesi dopo l’accaduto, con un budget di oltre 10 milioni di dollari, che è arrivato a 50 milioni negli anni successivi, destinati a cinque istituzioni statunitensi che li hanno girati a 450 Ong, attraverso programmi, e a gruppi politici dell’opposizione.
Nel caso della Bolivia, l’Oti ha contrattato l’impresa statunitense Casals & Associates per coordinare un programma di decentralizzazione ed autonomia nelle zone della mezza luna boliviana, con enfasi nel dipartimento di Santa Cruz, per realizzare uffici dedicati al rafforzamento dei partiti politici di opposizione contro l’allora candidato Evo Morales.
Dopo la sua elezione nel 2005, l’Oti ha diretto il suo lavoro verso progetti separatisti e i referendum autonomistici nell’oriente boliviano. A partire dall’anno 2007, il lavoro dell’Oti che contava con un budget aggiuntivo di 13,3 milioni di dollari, è stato assorbito dal Programma per la Democrazia di USAID/ Bolivia, che da allora ha rafforzato il progetto separatista. Il lavoro di USAID in Bolivia copre quasi tutti i settori della vita politica, penetrando la società boliviana e cercando di promuovere un modello politico ed ideologico statunitense. L’investimento nella “decentralizzazione” si occupa della creazione di regioni “autonome”, attraverso la pianificazione dipartimentale, la gestione finanziaria, la strategia di comunicazione, la struttura preventiva dipartimentale, lo sviluppo economico regionale e l’organizzazione territoriale. Come parte del programma denominato “Rafforzando le Istituzioni Democratiche”, Sdi, USAID sottolinea come il suo lavoro serva per “arricchire il dialogo sulla decentralizzazione, migliorare la gestione delle risorse preventive dipartimentali, promuovere lo sviluppo economico regionale”. Sono stati anche creati “laboratori per l’organizzazione territoriale” per aiutare i governi dipartimentali a implementare la loro autonomia.
Secondo un documento del 30 novembre 2007, pochi mesi prima dei referendum separatisti a Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija, il programma di “Iniziative Democratiche” dell’Oti/USAID ha lavorato da vicino con i prefetti di quelle regioni per “sviluppare modelli di governi subnacionales decentrati”. In queste regioni, hanno annunciato che il loro obiettivo è quello di ottenere una divisione politica ed economica dal governo nazionale, affinché possano gestire e sfruttare in modo autonomo le risorse strategiche che si trovano nelle loro regioni, come il gas e l’acqua. Questo finanziamento miliardario di USAID ai progetti separatisti nella zona orientale della Bolivia ha alimentato le azioni di destabilizzazione durante gli ultimi anni, includendo la violenza contro le comunità indigene, atti di terrorismo ed attentati contro il presidente Morales.
Penetrazione nelle comunità indigeneIl lavoro di USAID in Bolivia si è dedicato anche alla penetrazione nelle comunità indigene, favorendo tirocinanti di queste popolazioni presso l’USAID o l’ambasciata nordamericana a La Paz “per costruire e consolidare una rete di laureati che patrocinino il governo statunitense in settori chiave”.
Messico - 20 e 21 giugno - Incontro Continentale contro l’impunità
Saluti Por el Equipo de Apoyo a la Comisión Intergalactica Tatiana Fiordelisio
La commissione di organizzazione dell’ Incontro Continentale Americano contro l’Impunità informa che:
1. L’incontro si realizzerà i giorni 20 e 21 prossimi nel Caracol IV Torbellino de Nuestras Palabras, en Morelia, Chiapas, México, grazie al fatto che la Giunta del Buongoverno Corazón del Arcoiris de la Esperanza ha accettato di essere nostra anfitriona e ci ha permesso che il suo Caracol fosse la sede dell’Incontro. Questo è per noi un grande onore e motivo di appoggio e allegria.
2. Con la Red Nacional Contra la Represión y por la Solidaridad, abbiamo deciso di fondere l’ Incontro Continentale Americano contro l’Impunità con l’Incontro Messicano contro l’Impunità e per la Giustizia Autonoma, per questo il Messico si sommerà con una ampia partecipazione all’Incontro Continentale.
3. Finora contiamo sulla conferma della partecipazione da Paraguay, Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Messico, Perú, Martinica, Republica Dominicana, Haití, Stati Uniti, e in questi giorni aspettiamo la conferma di vari paesi ancora. Come osservatori si sono registrate organizzazioni e persone dai Paesi Baschi, Italia e Spagna.
4. Per assistere all’Incontro bisogna registrarsi a: http://www.contralaimpunidad.org/encuentro1/solicitudregistro.php e riempire il formulari;
per informazioni e contatti scrivere a: encuentro@contralaimpunidad.org oppure redcontralarepresion@gmail.com
5. Tra alcuni giorni renderemo pubblici il programma e la dinamica dei lavori così come i dati che faciliteranno l’arrivo e la permanenza del Caracol de Morelia.
Vai alla convocazione nel sito commissione Sexta.
martedì 9 giugno 2009
La Shell risarcisce per la morte di Ken Saro-Wiwa

Perù. Leader indigeno si rifugia nell'ambasciata del Nicaragua

Più di 500, 40, 30, 20, 10 anni dopo
ALLERTA ROSSA E CHIUSURA CARACOLES
BOICOTTA TURCHIA
Viva EZLN
La lucha sigue!





