mercoledì 17 giugno 2009

Perù, l'ordine di Alan Gargia era uccidere gli indigeni


La resistenza degli indigeni ha obbligato il governo di Lima a fermare e derogare i decreti che permettevano alle multinazionali di spogliare l’Amazzonia che dovranno essere riesaminati in Parlamento a Lima. Il tempo e la tenacia dei popoli originari diranno se è un diversivo neoliberale, una semplice tregua per dirottare l’attenzione internazionale (poca ma combattiva) oppure l’inizio di una vittoria storica di chi difende la biodiversità dell’Amazzonia. Intanto, secondo l’indigeno awajún Salomón Aguanash, testimone diretto delle stragi, intervistato da IPS, l’ordine di Alan García era sparare per uccidere. Così, all’alba del 5 giugno, quando tre elicotteri MI-17 dell’esercito hanno aperto il fuoco su 3.500 indigeni che bloccavano la strada che collega la selva alla costa Nord, è iniziato il massacro in Amazzonia. Al termine dell’incursione sul terreno gli indigeni contavano almeno 25 morti e un centinaio di feriti ma erano più che mai disposti a resistere fino alla vittoria. I dati sulle violenze successive continuano ad essere contraddittori. Secondo fonti inconciliabili, il governo e gli indigeni, ci sarebbero 23 poliziotti morti da una parte e almeno 50-60 indigeni uccisi e fino a 400 desaparecidos dall’altra. Il presidente del Consiglio dei Ministri peruviano (in Perù, nonostante il sistema presidenziale, esiste tale figura) Yehude Simón, ha annunciato che il governo di Alan García si è impegnato a trattare con gli indigeni e revisionare in parlamento entro il prossimo 18 giugno i decreti sullo sfruttamento delle risorse naturali, forestali e idriche che hanno provocato la ribellione in Amazzonia e alle quali il governo è obbligato dal Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. Il nuovo portavoce del coordinamento indigeno dell’AIDESEP, che rappresenta 300.000 persone di 1.300 comunità, Daysi Zapata (Alberto Pizango è ancora nell’Ambasciata del Nicaragua a Lima dove ha chiesto asilo politico) si dimostra scettico: “Più che promesse dobbiamo vedere fatti concreti. Notiamo però che il governo fa adesso, con almeno 60 morti sulla coscienza, quello che noi avevamo chiesto da marzo”.Intanto è alta la polemica a Lima per le parole del presidente boliviano Evo Morales per il quale quello in corso in Perù è “un massacro voluto dal Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti”, particolarmente punitivo per gli interessi del paese andino. “Quello che succede in Perù –ha sostenuto Morales- da noi in Bolivia non potrebbe succedere perché la nostra Costituzione obbliga alla consultazione con i nativi. In Perù invece il TLC consegna la selva amazzonica alle multinazionali che commettono un vero e proprio genocidio in America latina”. Il governo di Alan García, che ha affermato di considerare gli indios “cittadini di serie B”, gli ambientalisti il vero nemico del XXI secolo e considera i fatti di queste settimane frutto di un complotto internazionale orchestrato da La Paz e Caracas, ha concesso di recente asilo politico a tre ministri del governo di Gonzalo Sánchez de Lozada, accusati di aver assassinato più di 70 indigeni boliviani nella cosiddetta “guerra del gas” del 2003 e all’esponente dell’opposizione venezuelana Manuel Rosales sulla testa del quale pende un mandato di cattura internazionale spiccato dall’Interpol per decine di accuse di corruzione.

Gennaro Carotenuto

Sale la tensione in Iran


collegamento da Teheran con Omid Firouzi - ricercatore Università di Urbino

A Tehran nonostante le indicazioni di non scendere in piazza, in migliaia hanno continuato a manifestare assumendo forme nuove di protesta.
Una composizione traversale dagli studenti alle donne. In piazza non solo contro il dato elettorale, ma mobilitazioni che mettono in crisi la politica di questi ultimi anni.
Il governo sta tentando i bloccare i flussi comunicativi. Retate e perquisizioni sono all’ordine del giorno. Il territorio è militarizzato. Nonostante i tentativi repressivi le proteste continuano.
Ascolta il contributo su Global Project

Georgia, arresti in massa di oppositori


Una quarantina di militanti dell’opposizione georgiana sono stati arrestati dalla polizia a Tbilisi nel corso di una giornata di estrema tensione, caratterizzata da ripetuti scontri e pestaggi in cui, oltre alla polizia in divisa, ad aggredire i manifestanti dell’opposizione sono intervenuti anche gruppi di uomini in abiti civili armati di bastoni. La notizia degli arresti è stata confermata anche dal viceministro degli interni Eka Eguladze: i manifestanti, quasi tutti giovanissimi, stavano conducendo un’azione di protesta davanti al comando centrale della polizia georgiana – come già avvenuto varie volte negli ormai 70 giorni consecutivi di presenza in piazza – quando sono stati attaccati prima da una squadra di uomini in borghese e poi da circa 300 agenti in divisa, che hanno arrestato e portato via tutti quelli che sono riusciti a prendere.

E’ dai primi di aprile che l’opposizione georgiana – in modo unitario, con tutti i partiti e i movimenti (e i rispettivi leader, soprattutto, che sono l’elemento più importante in un paese dove la politica è ancora molto legata alle singole personalità e ai loro legami regionali e di clan) – tiene le principali piazze di Tbilisi chiedendo le dimissioni del presidente Mikheil Saakashvili. Finora il presidente e il suo entourage hanno rifiutato di trattare seriamente con gli oppositori, rinunciando peraltro anche a scatenare una repressione troppo violenta, come era invece avvenuto nell’autunno 2007 quando dopo alcuni giorni di proteste in piazza il governo aveva proclamato lo stato d’emergenza e fatto intervenire le truppe. La relativa moderazione del governo serve ad evitare una nuova e più grave rottura con i governi occidentali “amici”, dei quali Saakashvili ha oggi un disperato bisogno per reggere, con un paese stremato dalla pazzesca guerra contro la Russia, pieno di profughi e sottoposto a tensioni di tutti i generi; inoltre un abortito e un po’ farsesco tentativo di golpe, nel maggio scorso, ha reso chiaro a Saakashvili che le forze armate – già umiliate e messe in crisi dalla guerra voluta dal presidente – non sarebbero affatto disposte a partecipare a una repressione sanguinosa contro gli oppositori.

Il tira-e-molla fra governo e opposizione, quindi, continua a oltranza in attesa che una delle due parti ceda per stanchezza, o che qualche fattore nuovo o esterno intervenga a modificare la situazione rompendo la fase di stallo.

Astrit Dakli

Iran - La voce della piazza


Intervista a uno degli studenti che guida la protesta di piazza contro la vittoria elettorale di Ahmadinejad
In diretta dal corteo. Un mare di persone, in barba al divieto di manifestare, sono scesi in strada a Teheran, da piazza Azadi fino a piazza Imam Hussein. Mirhussein Mousavi, il leader dell'opposizione al presidente Ahmadinejad, sembrava intenzionato a sospendere il corteo in risposta all'invito della Guida Suprema della Rivoluzione, l'ayatollah Khamenei che ha promesso un'inchiesta indipendente. Risponde alle domande di PeaceReporter Alireza Mazaheri Moghadam, uno degli studenti che si sono impegnati nelle proteste in prima persona rischiando molto.

Quando e come avete deciso di scendere in piazza?
Beh, subito dopo il primo annuncio dei risultati. L'avevamo detto prima delle elezioni: non saremmo rimasti indifferenti ai brogli. Quindi siamo subito usciti per sostenere sia il nostro voto che il nostro candidato preferito la cui vittoria era più che scontata.

Il movimento ha una guida unificata o si muove in modo autonomo?
E' assolutamente autonoma. Da venerdì sera ogni iraniano é praticamente diventato un media autonomo. Siamo noi che usiamo ogni mezzo possibile per diffondere le notizie che abbiamo. Se si riferisce alla manifestazione di oggi, devo dire che abbiamo saputo tutti dell'invito di Mousavi. Al contrario di quello che é successo nella cosiddetta festa per la vittoria di Ahmadinejad, la riunione di oggi é spontanea.

Che notizie avete dei brogli e come le avete verificate?
Sin dal primo momento il ministero dell'Interno ha cominciato a fare una dichiarazione ogni cinque milioni di voti. Avrebbero dovuto annunciare il risultato definitivo entro le 10 ora locale, ma ancora oggi non abbiamo visto il comunicato ufficiale del ministero. Ci sono delle statistiche, ma chi conosce il minimo di matematica riesce a capire che é impossibile diffondere dati del genere. Abbiamo poi le indiscrezioni girate attraverso alcuni funzionari del ministero secondo le quali i primi due vincitori sono Mousavi e Karroubi.

Quanti sono i morti? E gli arresti?
A Teheran si parlano più di 10 morti e 170 arresti. Il comandante della polizia di Teheran ha detto che tra gli arrestati ci sono dei criminali, ma figuriamoci, e' possibile che gli iraniani seguano i ladri e criminali?

Credi che le manifestazioni vadano oltre il risultato elettorale? Si manifesta solo per il voto o per un malcontento generale?
Nonostante tutto il malcontento che esiste, questa volta la protesta é solo perché la gente ha visto come hanno raggirato tutto in meno di un'ora.

Avete fiducia nell'inchiesta promessa da Khamenei?
No. Perché é difficile che poi il Consiglio dei Guardiani agisca in modo imparziale. E' impossibile che annullino le elezioni. Quindi le parole di Khamenei sono semplicemente un tentativo per placare le acque.

Cosa rispondete a coloro che dicono che ci sono ingerenze straniere nel movimento?
La parola 'nemico' é ormai diventato un cliché. Ogni forma di opposizione per loro é guidata dal 'nemico' che non si sa mai chi è esattamente. Ma questa volta come abbiamo visto che gli Stati Uniti non hanno ancora commentato la vicenda. Se il nemico é Washington, questa volta guarda tutto in silenzio. Se invece é Israele sappiamo che si é detto compiaciuto della vittoria di Ahmadinejad.

Ritenete che il governo possa aver infiltrato i cortei per causare incidenti e giustificare la repressione?
Il governo ha paura delle manifestazioni massicce perché mettono in dubbio la legittimità della Repubblica Islamica dell'Iran. Le manifestazioni ricordano i giorni della rivoluzione. Fino a poco fa la repressione disperdeva la gente. Questa volta non ci sono riusciti. Speriamo che la nostra protesta porti dall'obiettivo che vogliamo. Ora siamo in centinaia di migliaia a Teheran e vediamo le forze d'ordine che semplicemente ci guardano.

Che fine ha fatto Khatami?
Fino a ieri si pensava che lui insieme a Mousavi e Karroubi fosse sotto arresti domiciliari. Ma oggi sono con noi e protestano insieme a noi. C'è anche suo fratello che avevano arrestato. Ne siamo contenti e continueremo a sostenere il movimento riformista.

Che cosa accadrà adesso?
Noi andremo avanti con la protesta. Aspettiamo intanto per vedere se dopo l'inchiesta ordinata da Khamanei succederà qualcosa. Ma speriamo che non ci deludano come hanno fatto venerdì sera, altrimenti il peggio deve ancora venire.
Christian Elia

Gli effetti catastrofici della guerra israeliana sull'ambiente di Gaza.


Il presidente dell’Ente per la qualità dell’ambiente nella Striscia di Gaza, l’ing. ‘Awni Na‘im, in un'intervista a Quds Press ha rivelato che l'ecosistema palestinese, durante l'ultima guerra, è stato sottoposto alla più terribile devastazione e contaminazione degli ultimi decenni, in quanto sono state intaccate tutte le sue componenti.
Na‘im ha innanzitutto sottolineato che, a causa della guerra, e in particolare a causa del deliberato bombardamento israeliano che ha colpito il quartier generale dell’Ente insieme a tutte le sue agenzie specializzate, non è stato possibile misurare i livelli d’inquinamento atmosferico derivanti dalle operazioni israeliane. Il funzionario dell’Ente è stato però in grado di dimostrare che la guerra potrebbe provocare la contaminazione delle acque sotterranee nella Striscia di Gaza, e questo per colpa dei danni subiti dagli impianti di trattamento e dalle pompe di scarico. La rottura di queste strutture ha infatti avuto come conseguenza la fuoriuscita di acque non trattate in grandi quantità, che hanno inquinato il suolo e, in un secondo momento, arriveranno a contaminare anche le falde acquifere. Certamente, l’inquinamento delle acque giungerà presto anche a causa delle “centinaia di tonnellate di bombe e proiettili sganciati da parte delle forze israeliane sulla Striscia di Gaza”.
Na‘im ha tuttavia avvertito che “il pericolo più grande per l'ambiente palestinese si annida nel pericoloso deterioramento e nel rapido esaurimento di tutte le risorse naturali, e la più grande sfida che sta affrontando l’Ente è quella di fermare questo deterioramento ed esaurimento, e quindi d’invertire la tendenza per migliorare lo sfruttamento delle risorse stesse”.
A livello mondiale, invece, l’esperto palestinese ha avvertito che, com’è noto, l’aumento globale della temperatura porterà a cambiamenti climatici, che riguarderanno agenti atmosferici fondamentali come il vento e le precipitazioni, e che potranno condurre a conseguenze imprevedibili non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sociale ed economico.“Uno dei più importanti effetti negativi del cambiamento climatico – ha infatti spiegato Na‘im – è l'aumento della temperatura e della concentrazione di biossido di carbonio nell'atmosfera, con il conseguente impatto che esso, direttamente o indirettamente, ha sulle piante, sugli animali e sugli ecosistemi in generale. Dato che un simile cambiamento potrebbe dare come risultato una grave diminuzione dell’acqua disponibile, nel corso di cinquanta anni il numero di persone che soffrono di carenza idrica passerà da cinque a otto milioni”.
Na‘im ha quindi invitato non solo a incoraggiare l'uso di energie alternative, che non comportino l'emissione di gas a rischio effetto serra, ma anche a razionare l’uso dell'energia, e a piantare più alberi.

Di seguito riportiamo un estratto dal testo dell’intervista.

Ci parli dell'impatto che ha avuto la recente guerra su tutti gli elementi ambientali palestinesi.
Dopo l’ultimo attacco, l’ecosistema della Palestina, insieme a tutti i suoi elementi, ha subito la distruzione e la contaminazione più brutali degli ultimi decenni. Una tale devastazione ha coinvolto la totalità delle componenti ambientali, e in primo luogo l’essere umano, la più importante ricchezza dell’ambiente palestinese. Nel corso della guerra, che è durata 22 giorni di seguito, le forze israeliane hanno bombardato un’area geograficamente molto limitata – la Striscia di Gaza – con vari tipi di proiettili, armi proibite ed altro ancora. Durante questi 22 giorni, il cielo di Gaza era ricoperto ora da uno spesso fumo nero, ora da un fumo bianco e denso, a causa di questi incessanti bombardamenti. (…) Inoltre, un’altra causa portatrice d'inquinamento atmosferico è rappresentata dalle emissioni di gas di scarico dei blindati e dei carri armati dell’occupazione, utilizzati nell’offensiva di terra. Tuttavia, a causa delle circostanze belliche e dei bombardamenti deliberati che hanno colpito la sede dell’Ente per la qualità dell’ambiente, non siamo stati in grado di misurare i livelli di contaminazione dell’aria – così come non lo eravamo prima, a causa dell’assedio.

Quale è il ruolo svolto dall’Ente per affrontare gli impatti ambientali della guerra contro Gaza?
Subito dopo l'aggressione israeliana sulla Striscia di Gaza, l’Ente per la qualità dell’ambiente ha formato una commissione che sta valutando la portata di un simile impatto, e che vede la partecipazione di un gruppo composito di membri provenienti da diverse istituzioni governative e civili. L’obiettivo ultimo è la pubblicazione di una relazione scientifica sulle conseguenze degli attacchi su Gaza, che conterrà anche alcune raccomandazioni scientifiche su come affrontare tali conseguenze. La relazione verrà divulgata all'inizio del prossimo mese di luglio. L’Ente ha inoltre preparato un pacchetto completo di proposte per progetti speciali, alcuni per la ricostruzione e lo sviluppo dello stesso Ente, altri per la soluzione dei problemi causati dalla distruzione e dalla devastazione dell'ambiente palestinese, oltre che dalla guerra in generale. Questi progetti vengono portati avanti con la collaborazione di diverse altre istituzioni. L’Ente ha intanto già emesso un bollettino informativo, distribuito al pubblico sotto il titolo “Come affrontare le conseguenze della guerra contro Gaza”.
tratto da Infopal

martedì 16 giugno 2009

Dall’onda verde alla mareggiata


Desideri oltre il controllo
di Omid Firouzi

La piazza Azadi, simbolo principale della rivoluzione del ’79 , poche volte è stata così gremita. Alla fine, nonostante il rifiuto dell’autorizzazione, ogni paura è stata vinta e una massa enorme di persone, ancora una volta molte donne, ha sfilato nel cuore di Teheran arrivando poi a paralizzare interi porzioni della città. E’ stata una risposta netta ed emozionante a chi ha etichettato in questi giorni i contestatori come pochi delinquenti. Due o forse tre milioni di persone che hanno riproposto in strada la loro voglia di protagonismo con determinazione e senza alcuna forma di violenza. Purtroppo la grande giornata di martedì è stata drammaticamente segnata dalla morte di alcuni ragazzi colpiti da proiettili. Proviamo però a fare qualche passo indietro. Queste ultime sono state giornate in cui stati d’animo tra loro profondamente diversi si sono susseguiti con un velocità molto elevata. Si è passati dalle feste e dai cortei pre-elettorali, segnati da un’atmosfera tutto sommato gioiosa, alla durezza delle contestazioni degli ultimi giorni, dalla convinzione della vittoria di Mousavi alla cruda realtà dei contestati risultati elettorali e dunque della riconferma di Ahmadinejad. In questa situazione estremamente complessa e spesso difficile da decifrare a causa dei forti limiti imposti agli scambi delle informazioni, si possano individuare due terreni di ragionamento. Il primo, forse anche per importanza, ha a che fare con ciò che succede nelle strade di teheran da almeno 2 settimane. La grande presenza di iraniani nelle strade della città si è espresso in due forme decisamente diverse. Nei giorni prima delle elezioni la presenza massiccia di ragazzi nelle manifestazioni di sostegno ai candidati esprimeva in termini quasi sempre festosi il desiderio di fare la propria parte nel contesto elettorale e di utilizzare la situazione di relativa tolleranza per esprimere comportamenti che nello spazio pubblico erano inimmaginabili fino a qualche settimana prima. Anche quando cori, slogan, cortei e blocchi stradali esprimevano dissenso generale verso i limiti ad alcune libertà politiche e civili, ciò che si percepiva era un clima di ottimistica attesa. Ora il contesto è fortemente mutato. Le contestazioni e gli scontri diffusi per la città sono segnati dalla rabbia e il rancore di molti giovani verso le politiche degli ultimi anni si trasforma in atteggiamenti violenti verso i quali la risposta delle forze dell’ordine è altrettanto violenta. Non sono solo le barricate, i cassonetti incendiati e i duri scontri a darci l’immagine della radicalizzazione delle contestazioni, ma lo è pure la trasformazione degli slogan utilizzati. Da quelli sarcastici nei confronti di Ahmadinejad come ” Ahmadi bye bye” o “non vogliamo il governo delle patate” (il riferimento è la presunta distribuzione di patate che il presidente ha fatto in zone rurali per accaparrarsi voti), a slogan cantati negli anni della rivoluzione come “uccido chi uccide i miei fratelli” e cori come “morte ai taleban che siano a Cabul che siano a Teheran”. L’imponente corteo di martedì si presenta forse come punto di congiunzione tra questi due spiriti della contestazione. Un corteo al quale hanno partecipato diverse generazioni di iraniani e persone di tutti i ceti sociali, i quali hanno contestato i risultati delle elezioni inneggiando alla vittoria di Mousavi e ribadito il desiderio di forti trasformazioni nella distribuzione delle ricchezze provenienti dalla vendita del petrolio e nel terreno dei diritti civili e politici. Nei piani della politica istituzionale ed intorno ad alcune figure chiave possiamo cercare il secondo terreno di ragionamento. Ahmadinejad, appoggiato dal leader supremo Khamenei, ha festeggiato dicendo di essere il presidente di tutti gli iraniani, ha detto che continuerà la sua battaglia contro la corruzione e ha aperto più che uno spiraglio ai rapporti con gli USA dichiarando di essere pronto a invitare Obama a un tavolo di trattative. I suoi sono stato toni moderati, ma rimane il fatto che intorno alla sua figura ruotano gli esponenti della classe politico-religiosa più conservatrice, figure che lavorano da sempre per rallentare le progressive innovazioni che si sono imposte nella società iraniana. Nel fronte moderato o cosiddetto riformista, e quindi da personalità come Rfsanjani o Khatami, dalla notte elettorale in poi è giunto soltanto un pesante silenzio. Un silenzio spezzato dalla partecipazione di Mousavi al corteo di oggi e da alcune dichiarazioni del presidente del parlamento Larijani, il quale ha denunciato alcuni atteggiamenti della polizia. Quello che molti esperti ipotizzano è che ci sia uno scontro di potere all’interno della classe politica. Alcuni giudicano le mosse di Ahmadinejad e del leader spirituale Khamenei come un tentativo di mettere in un angolo personalità politiche e religiose che, per quanto interni all’apparato istituzionale del regime islamico, potrebbero rappresentare una sponda politica preziosa per la popolazione all’oggi al quanto disorganizzata e priva di una prospettiva politica organica. In queste ore ciò che prevale è un’atmosfera di nervosa attesa. Ci sono notizie dell’ipotesi che ci siano raid per sequestrare tutti i satelliti dalle case per continuare l’isolamento del paese e i basiji continuano le ronde notturne in molti quartieri per intimidire i residenti. Il mondo conservatore esclude la ripetizione delle elezioni, i riformisti faticano a trovare spazi di visibilità per pronunciarsi, gli scontri e diverse forme di manifestazione continuano senza sosta e di certo non possono più essere sottovalutate. Comunque vada l’intensa ed appassionata partecipazione popolare alla vita del paese ci dà la fotografia di una società dinamica, sveglia e ostinata a far entrare i propri desideri nell’agenda dei detentori del potere politico.

Protesta di Neturei Karta davanti all'Onu: smantellate Israele e create stato di Palestina per musulmani, ebrei e cristiani.

Il 14 giugno, in occasione del 42° anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est alcuni membri del movimento ebraico ortodosso anti-sionista Neturei Karta hanno organizzato una protesta davanti al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, nella città di New York.
I manifestanti hanno chiesto lo smantellamento dello stato di Israele e la costituzione di uno stato palestinese che inglobi anche gli ebrei residenti attualmente in Palestina. Il portavoce del movimento, Yisrael Weiss, noto rabbino, ha infatti evidenziato come il regime sionista sia in contraddizione con gli insegnamenti dell’ebraismo, sfidi la volontà di Dio e fomenti gli scontri, grazie ai crimini commessi contro gli altri pacifici abitanti della Palestina, musulmani e cristiani.

Iran, sette morti dopo la manifestazione. Il Consiglio dei Guardiani: ricontare i voti


Oggi nuova mobilitazione per contestare i risultati delle presidenziali.
Arrestato un braccio destro di Khatami

Resta incandescente la situazione in Iran, dopo le proteste scoppiate a seguito della proclamazione dei risultati elettorali delle presidenziali, che hanno visto la contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad. Sette civili sono stati uccisi a Teheran nel corso della manifestazione di lunedì a sostegno dell'ex candidato alle presidenziali Mir Hossein Mussavi, dopo essere stati catturati da una unità militare. Lo hanno detto la radio ufficiale di informazione Radio Payam e la tv iraniana in lingua inglese Press Tv. Secondo Radio Payam i sette facevano parte di un gruppo di «diversi teppisti» che «volevano attaccare una postazione militare e danneggiare la proprietà pubblica nei pressi di piazza Azadi». Non solo: Mohammad Ali Abtahi, ex stretto collaboratore del presidente riformista Mohammad Khatami, sarebbe stato arrestato, secondo quanto rende noto il suo staff. Intanto è prevista per il primo pomeriggio (le 14,30 italiane) una nuova manifestazione di protesta contro il risultato considerato falsato delle elezioni e il candidato riformatore Mir Hossein Mussavi ha fatto appello a suoi sostenitori parrinché sia «calma e pacifica». Nel frattempo la tv di Stato ha riferito che il Consiglio dei Guardiani della Costituzione si dice «pronto» a ricontare i voti.
TENSIONI ISTITUZIONALI - I fatti delle ultime ore stanno provocando molte tensioni a livello delle diverse istituzioni del Paese. Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa Irna, ha attaccato il ministro dell'Interno per le violenze sui civili e gli studenti universitari. «Che cosa significa attaccare gli studenti nel mezzo della notte, nei loro dormitori, e i complessi residenziali dei civili», si è chiesto Larijani dinanzi al Parlamento. «Il ministro dell'Interno è responsabile dell'accaduto e dovrà rispondere».
OBAMA «TURBATO» - Gli occhi di tutto il mondo sono puntati sull'Iran. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama si è detto «profondamente turbato» dalle violenze post-elettorali in Iran, ma ha confermato l'intenzione della Casa Bianca di proseguire «un dialogo duro e diretto» con le autorità di Teheran, di cui rispetta la sovranità. Obama, che per la prima volta ha preso direttamente la parola sulle vicende iraniane a margine dell'incontro con il primo ministro italiano Silvio Berlusconi, ha detto che bisogna continuare ad indagare sullo scrutinio, visti i sospetti di brogli, ma tutto cioè deve avvenire in maniera pacifica, senza violenze. Gli Usa mantengono una linea più prudente di quella scelta dagli europei, che auspicano una inchiesta ufficiale sull'ipotesi dei brogli. Il portavoce di Obama, Robert Gibbs, aveva sostanzialmente ripetuto quanto spiegato domenica dal vice presidente Usa Joe Biden in televisione. E cioè che ci sono dubbi sulla regolarità delle operazioni di voto delle presidenziali che hanno portato alla rielezione di Mahmud Ahmadinejad. Al di là dei risultati, a Washington importa soprattutto che si ponga un termine ai programmi di arricchimento dell'uranio, per evitare che il regime dei mullah possa dotarsi dell'arma atomica, aveva ricordato Biden. Rispetto alle dichiarazioni di Gibbs, il Dipartimento di Stato ha avuto toni leggermente più duri. Uno dei portavoce, Ian Kelly, ha indicato che gli Stati Uniti sono «estremamente preoccupati» dalla violenze post elettorali in Iran.
AHMADINEJAD IN RUSSIA - Nel frattempo, il presidente rieletto Mahmud Ahmadinejad, è giunto a Iekaterinburg, negli Urali (1.700 km a est di Mosca) per partecipare in qualità di osservatore alla giornata conclusiva del vertice del Gruppo di Shanghai (Russia, Cina, Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan). Il suo aereo è atterrato alle 09.36 locali (05.36 italiane). Ahmadinejad prenderà parte alla sessione plenaria del summit, dopodiché è previsto un incontro con la stampa. Si tratta del primo viaggio all'estero del leader iraniano dopo la sua contesta rielezione alla presidenza, che ha scatenato la protesta popolare a Teheran.

Burundi - nel cuore del cuore d'Africa



La situazione politica e sociale del paese verso le elezioni del 2010

Il Burundi è uscito dalla guerra civile nel 2005 e in quell'anno si sono svolte le elezioni democratiche che hanno visto la vittoria di un gruppo della ribellione (che coinvolgeva la maggior parte della popolazione) e una relativa stabilità politica: la guerriglia è terminata, ma non il disarmo di questa terra.
Oggi il governo procede a piccoli passi per risollevare il paese, tuttavia, per mantenere la poltrona in vista delle elezioni del prossimo anno, sta attuando un’eliminazione selettiva degli oppositori, non permettendo lo sviluppo di un vero pensiero democratico.
La popolazione rinnova la speranza che il paese esca definitivamente dalla guerra civile, è forte la necessità di pace e stabilità.
Il Centro Giovani Kamenge si sta allargando, continua le attività culturali lavorando sullo sviluppo di una coscienza democratica e uno spirito critico e i giovani che vi partecipano vedono la possibilità di costruirsi un futuro.
Adesso il Burundi, che si trova tra paesi dove ci sono forti interessi internazionali, come il Rwanda e il Congo, funge da ago della bilancia e punto di equilibrio tra questi, proprio per questo si attendono le elezioni del 2010.
La comunità internazionale ha un ruolo importante nel rapporto con il governo, facendogli capire di non essere libero nel gestire i propri interessi in modi scorretti, a volte però tocca la cultura di un paese troppo diversa, vincolando i finanziamenti all'obbligo del rispetto dei diritti umani: cosa giusta, ma spesso portando squilibri in una cultura ancora molto chiusa che ha bisogno di tempo per maturare.
Intervista a Elena Patoner, coordinatrice dei progetti al Centre Jeunes Kamenge di Bujumbura e autrice del libro "Nel cuore del cuore d'Africa".

Per la pace e la dignità Amazzonica


Qui a Iquitos, capoluogo della regione amazzonica di Loreto (la più estesa del Perù), dopo la mattanza del 5 Giugno a Bagua, il Comitato della lotta indigena ha indetto un' assemblea in data 6 Giugno presso la Casa España alla quale hanno partecipato delegati e rappresentanti della popolazione iquiteña, tra questi; sindacati, partiti politici, ong, organizzazioni universitarie, intellettuali, giornalisti (pochissimi) e gente comune. Tra i presenti la commozione e il desiderio di reagire e di ottenere giustizia era ed è fortissimo. Al tavolo, come relatori, erano seduti Miller Lopez Santillane e Maritsa Ramires in rappresentanza del Comitato de lucha indigena. Tema della riunione è stato pianificare un blocco generale nella città per l'11 Giugno. Dopo un' iniziale introduzione da parte di Miller e Maritsa si è data la parola alla platea che ha interagito esprimendo il proprio sdegno e la propria degna rabbia. Si è conclusa l'assemblea votando per alzata di mano se paralizzare la città per 24 o 48 ore; l'opzione scelta è stata la prima. Comunemente si è deciso di indire un'assemblea popolare per l'8 Giugno alle 19.00 presso la casa del maestro, sede del Sindacato unitario dei lavoratori nel settore educativo del Perù (SUTEP), presieduta dal Frente Patriotico de Loreto (FPL). La partecipazione è stata massiccia e si è registrato un afflusso di centinaia di persone. Qui sono state affrontate le modalità di lotta e mobilitazione. La grande maggioranza si è schierata a favore di un blocco concreto della città realizzabile tramite non solo l'assenteismo dal lavoro ma soprattutto dall' azione diretta nelle strade per mezzo di picchetti, iniziative culturali e paralisi delle arterie cittadine. La decisione è stata proclamare l'11 Giugno come giornata di lutto indigeno; la popolazione è stata invitata ad esporre bandiere nere fuori dalle finestre e dai balconi durante il Paro general. La paura di possibili repressioni è diffusa tra la gente ma questo non fa che rinforzare la loro determinazione e il loro spirito. All'assemblea del Frente, iniziata con un toccante minuto di silenzio, erano seduti al tavolo oltre che ai portavoce del Comitato di lotta indigena anche un rappresentante nativo della Comunità Yahua del Marañon, uno del Pueblo Achual ed una ragazza di un pueblo della zona di Bagua. Quest'ultima ha parlato di ciò che sta accadendo ai suoi figli, alla gente della sua comunità e delle comunità limitrofe; l'esercito rastrella casa per casa, circa duecento persone (il numero è incalcolabile) sono scomparse, dopo giorni corpi avvolti in sacchi neri emergono dalle acque scure del rio Huallaga. Sono stati criticati molti partiti politici accusati di aver inizialmente strumentalizzato la situazione qualunquisticamente per poi aver lasciato cadere nel nulla proposte concrete di attivismo. E' stato criticato il Governo regionale di Ivan Vasquéz e il suo partito, Força Loretana, per aver aderito allo sciopero generale ma non al blocco, rischiando di isolare così i manifestanti di fronte a possibili repressioni. Si accusa la stampa nazionale di star facendo disinformazione concentrando le notizie esclusivamente sui poliziotti caduti durante gli scontri. Il primo ministro Yehude Simon si assume la responsabilità delle morti dei poliziotti e ha indetto un giorno di lutto nazionale (esclusivamente in memoria dei militari) ma non si dimette insieme al presidente Garcìa. Intanto al pozzo petrolifero n°6 l'estrazione del greggio è stata fermata finché non si raggiungerà una soluzione al conflitto. Il 60% del petrolio nazionale proviene dalla regione di Loreto. Il Governo continua con le provocazioni disponendo forti contingenti di militari nella selva soprattutto a Yurimaguas (dove al tensione è alle stelle e le comunità hanno bloccato la strada per Tarapoto permettendo la circolazione,tramite corridoi, solo poche ore a settimana) e sul delta del Marañon. A Lima l' Aidesep e altre organizzazioni si stanno organizzando per lanciare dopo l'11 Giugno una giornata di sciopero generale nazionale. Per la giornata di domani i dipartimenti di Loreto, Cusco, Tarapoto, Arequipa e San Martìn (che annunciano un blocco a tempo indeterminato fino alle dimissioni del Governo), Madre de Dios (per 48 ore), Yurimaguas e Ucayali aderiscono alla giornata di blocchi. Praticamente tutti i dipartimenti dell'Amazzonia peruviana. Alla lotta di Iquitos saranno presenti le comunità native circostanti dei Boras, Yahuas, Cocamas, Aguajun, Shawis e Ticunas. Il presidente dell'Aidesep, David Pizango, ha un mandato di cattura emesso non dal Potere Giudiziale bensì dall'Esecutivo. E' un mandato di cattura politico. Le accuse a lui rivolte non hanno riscontri giudiziali. Pizango è rifugiato a Lima nell' ambasciata del Nicaragua. Questa mattina e mentre scriviamo è in atto una vasta operazione di informazione e di volantinaggio per garantire una massiccia partecipazione dal basso. Luoghi della propaganda sono i mercati, scuole e l'Università, le piazze, il terminal dei mototaxi (54000 in tutta Iquitos) e i centri popolari. Per molte persone non lavorare un'intera giornata per aderire allo sciopero in solidarietà alle vittime native del genocidio può voler dire non mangiare; nonostante questo l'appoggio fino ad ora appare incondizionato. Se la gente domani bloccherà la città concretamente con i propri corpi, affrontando il fantasma della repressione, le comunità native avranno un segnale forte: la loro lotta è quella del popolo peruviano. Stasera in Piazza 28 Julio alle 22.00 si terrà una fiaccolata per lanciare le 24 ore di lotta. Domani alle 15.00 sempre da Piazza 28 Julio avrà inizio la mobilitazione che ingrosserà i blocchi che cominceranno ad essere effettuati già dopo la mezzanotte di oggi.

!Defendemos la Amazonia, patrìmonio nacìonal y de los pueblos amazonicos!.


Mercoledì 10 Giugno 2009.
Tratto dal blog Blog Pachamama

In diretta da Teheran - La protesta riempie le piazza


In collegamento Omid Firouzi ci racconta la protesta

A nulla sono valse le minacce del Governo, in serata le strade della capitale sono state invase da milioni di persone. [ audio-1 ]

Dietro la protesta nata dai dati elettorali emerge un protagonismo sociale che parla della richiesta di un cambiamento radicale. [ audio-2 ]

Diritti civili, spazi di democrazia e gli effetti della crisi sono il detonatore sociale.[ audio-3 ]
... to be continued

Da Vittorio Arrigoni da Gaza: 'Quelli oltre il confine non sono umani'.

Questa mattina (domenica 14 giugno, ndr) siamo andati a recuperare un cadavere di un pastore ucciso (si presumeva tale essendo scomparso) 45 giorni fa vicino al confine...La zona è altamente a rischio, c'è una basa militare israeliana nei pressi. Croce rossa internazionale e mezza luna rossa si sono rifiutate di accompagnare i parenti della giovane vittima (22 anni, pastore beduino) a cercare il corpo del disperso. Hanno chiesto a noi Ism e noi, gli sfigati, i pezzenti, ci siamo andati.7 internazionali, 5 palestinesi di "iniziativa locale" (ammirevole ong di Beit Hanoun vicina al Fronte Popolare) più il padre e il fratello della vittima. Dopo mezz'ora di ricerca abbiamo trovato il corpo, o meglio ciò che ne è rimasto (*), a 100 metri dal reticolo spinato. Abbiamo steso una barella lo abbiamo caricato sopra e ... poi si è scatenato l'inferno. 7 jeeps si erano intanto appostate e quando abbiamo sollevato il cadavere da terra hanno iniziato a spararci addosso a pochi palmi dal naso...Ho avvertito il consolato, tutti scazzati perché li ho svegliati nelle loro svogliate domeniche mattine da cristiani. Siamo fortamente tutti vivi comuque, i parenti in delirio di angoscia per la sorte del ragazzo si sono sciolti in un delirio di tristezza, ho dovuto usare le maniere forti per evitare che il padre baciasse la carcassa infettata del figlio. Non smettevano di ringraziarci, domani andiamo alla veglia funebre. Giornata orrorifica hermanos,quelli oltre il confine non sono umani.
http://guerrillaradio.iobloggo.com/


tratto da Infopal
(*)
Vittorio ci ha mandato la foto del cadavere, ma abbiamo deciso di non pubblicarla.

domenica 14 giugno 2009

Iran - Cresce la protesta nelle strade


Dopo l’annuncio dei dati elettorali

Scontri di piazza dopo l’autoproclamazione di Ahmadinejad a Presidente per altri quattro anni.In nottata alcuni siti parlano dell’arresto del candidato Moussavi.
Le elezioni in Iran avevano visto una partecipazione molto ampia. I sostenitori di Mir Hossein Moussavi, candidato moderato, sostengono che ci sono stati brogli elettorali molto estesi.La campagna elettorale di Moussavi, uno dei fondatori dei Guardiani della Rivoluzione, aveva visto una partecipazione attiva della moglie Zahra Rahnavard.
Il governo tenta di mantenere il controllo della situazione sia attraverso la repressione in strada sia cercando di bloccare le comunicazioni (cellulari e facebook).
Cronaca della protesta:
dal quotidiano Repubblica
dal sito di Limes
dalla BBC

La situazione in Iran dal punto di vista economico e delle libertà personali sono stati al centro della campagna elettorale. Le speranze di un cambiamento hanno mosso soprattutto i giovani Vedi l’intervista con Nardana Talachian, scrittrice iraniana,pubblicata sul sito Peace Reporter

Messico - Manifestazioni a Sonora dopo l’incendio dell’asilo

Manifestazioni a Hermosillo, Sonora, Messico per mostrare la rabbia ed esigere chiarezza sui bambini bruciati nell’asilo venerdì 5 giugno

Nel pomeriggio del 5 giugno il cielo sulla città di Hermosillo, uno dei più luminosi della Repubblica degli Stati Uniti Messicani, ha cominciato a scurirsi prima del solito. Alle 3 pm di quel giorno l’asilo ABC si consumava tra le fiamme di un incendio che arrivava dalla parte attigua del medesimo edificio, un immobile di proprietà del Governo dello Stato di Sonora e usato come magazzino. Il fatto non avrebbe rappresentato nulla di grave se lì dentro non vi fossero stati circa 150 bambini.
Al momento i bambini vittime delle fiamme e del soffocamento per il fumo sono 44. La tragedia ha commosso il paese intero tanto che i sindaci stranieri e le rappresentanze diplomatiche invitate dal sindaco di Città del Messico, Marcelo Ebrard, alla Fiera delle Culture Amiche hanno dedicato un minuto di silenzio per questa tragedia durante la cerimonia d’inaugurazione di sabato 6 giugno sotto l’Angel de la Independencia, uno dei principali monumenti e simboli nazionali.
Si tratta del peggior dramma che si ricordi per questa città di 700mila abitanti, situata nel nord-ovest del Messico, fondata nel 1700 e, fino ad ora, celebre per la bellezza delle sue donne, per il suo calore estivo estremo (oltre i 45 gradi), per gli avvenimenti fondanti della Revolucion Mexicana e per la bontà delle carni che lì si cucinano. Ciononostante l’aroma della carne e i sorrisi delle donne di Hermosillo non dominano il paesaggio e forse nemmeno il sole brilla più come prima.
A sei giorni dall’incendio nell’ormai tristemente conosciuto asilo ABC, le reazioni percorrono strade diverse dalla rabbia alla frustrazione e la tristezza in un moto di sentimenti a volte opposti e a volte convergenti. In questo contesto s’è realizzata la prima manifestazione pubblica in cui migliaia di cittadini (da 5 a 10mila secondo le stime) hanno camminato per le principali arterie della città per esprimere il loro dolore con cartelli arrabbiati e sguardi bassi. Un alone di sfiducia generale è scaturito dalla marcia e i partecipanti non hanno mancato di chiedere giustizia per un gravissimo incidente che, probabilmente, poteva essere evitato e implica responsabilità precise da far emergere al più presto.

Articolo di: Benjamín Alonso Rascón
Traduzione e adattamento: Fabrizio Lorusso

Per approfondimenti segnalo anche questo link e quelli indicati nella pagina:
http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/06/090609_2251_irregularidades_guarderia_irm.shtml

sabato 13 giugno 2009

Così raccontano i nostri vecchi … Subcomandante Marcos

"Così raccontano i nostri vecchi. Narrazioni dei popoli indigeni", Subcomandante Marcos.
Edizioni IntraMonia - Curato dall’ Associazione Ya Basta - Traduzione di Claudio Dionesalvi Fotografie di Simona Granati

dalla introduzione

Quando a scuola si studia la storia dei popoli indigeni d’America, i ragazzi e le ragazze stentano a credere che esistano ancora i Maya. Infatti i libri scolastici insegnano che sono stati sterminati cinque secoli fa dai conquistatori europei ed analoga sorte è toccata ai Pellerossa, agli Aztechi ed agli Inca. Eppure i Maya sono ancora lì, nel sudest del Messico, nello Stato del Chiapas. Coltivano le terre che hanno occupato durante l’insurrezione del gennaio 1994. Amministrano i territori liberati. Resistono alle continue aggressioni del governo messicano che ha cancellato i loro diritti e vorrebbe annientarne l’identità e la memoria storica. Hanno ideato un proprio sistema amministrativo che funziona fuori dalle istituzioni del malgoverno. Indossano il passamontagna dell’EZLN, affinché il mondo sappia che esistono. Come altre popolazioni indigene del continente americano, i Maya non si rassegnano. Per milioni di uomini e donne di tutto il mondo la loro ribellione è uno spiraglio di luce e speranza. Perché non essendo una rivolta desiderosa di conquistare il potere, riesce a realizzare un modo diverso di creare relazioni umane, abitare i luoghi e costruire democrazia Gli zapatisti parlano con gli occhi e vedono con le parole. Le loro forme di comunicazione e di lotta ci insegnano a pensare ed agire al plurale. A migliaia di chilometri di distanza il loro cammino di autonomia contribuisce a dare un senso ad innumerevoli esperienze di ribellione che fioriscono in diverse zone del pianeta. L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ci insegna che la qualità del cammino è più importante della meta da raggiungere. Non esiste una strada già tracciata. Bisogna realizzarla insieme. In carovana con l’Associazione Ya Basta abbiamo incontrato l’autonomia zapatista e l’Altra Campagna: un’esperienza di democrazia dal basso che si compie mediante un percorso di incontri con le comunità ed i movimenti che in quella zona della Terra resistono al neoliberismo. Attraverso i linguaggi della poesia, rievocando l’epica indigena, in questo cammino collettivo chiamato Altra Campagna che si compie grazie alla capacità di ascoltare i popoli, il Subcomandante Marcos narra i sogni ribelli di un presente ed un futuro tutti da costruire. Lottando per la dignità umana.

I racconti che pubblichiamo portano una data precisa. Sono stati scritti e letti durante gli incontri che il Subcomandante Marcos, Delegato Zero, ha svolto in tutto il Messico durante i primi mesi del 2006 mentre iniziava a prendere forma l’Altra Campagna.
In molti casi con gli zapatisti le date non hanno importanza, riletti con gli occhi di oggi ci servono infatti per riflettere sul presente in Messico e a casa nostra.

Ascolta la presentazione con il curatore Claudio Dionesalvi.

Dal 21 giugno in tutte le librerie e le Sedi Ya Basta! a 10 Euro che verranno devolute interamente alle Giunte del Buon Governo

venerdì 12 giugno 2009

Verso il G8 2009


Le mobilitazioni contro il G8 del 2009 che si svolge in Italia all’Aquila sono l’occasione all’interno dei movimenti, delle comunità in lotta, delle reti sociali di una riflessione per costruire mobilitazioni in grado di dare un segnale di azione nel tempo della crisi all’interno di una fase che in molti abbiamo definito “anno zero”.Mobilitazioni diverse dal 2001 perché diversa è la realtà che viviamo.
Proponiamo, dunque, uno spazio di comunicazione che invitiamo tutti ad arricchire.
Dall’assemblea del 1 giugno all’Aquila "L’Aquila e le altre contro il G8".

Appello della Rete No g8 di Roma

La rete NoG8 di Roma raccoglie l’appello “L’Aquila e le altre, oltre il G8” lanciato dall’assemblea nazionale nel capoluogo abruzzese terremotato il 1° giugno. La Rete aderisce perciò alla proposta di «una mobilitazione diffusa» dalla prima settimana di luglio ai giorni di svolgimento del summit dei capi di Stato e di governo dedicato alla crisi globale a Coppito, passando per la già convocata manifestazione del 4 luglio a Vicenza contro il raddoppio della base militare Usa.
La Rete NoG8 di Roma condivide l’approccio alla mobilitazione come passaggio nel quale intensificare e rilanciare in durata ed efficacia i conflitti e le pratiche sociali che quotidianamente i movimenti di lotta esprimono in ogni territorio. La Rete intende nelle giornate di luglio mettere a valore il cammino già percorso con le mobilitazioni del 28 marzo contro il G8 dei ministri dell’Economia e del 28, 29 e 30 maggio contro quello dei ministri di Giustizia e degli Interni: un cammino che ha segnato l’affermazione di un metodo di convergenza fattiva tra movimenti, improntato all’orizzontalità e alla condivisione.
La Rete NoG8 di Roma assume in questo senso l’impegno a dare continuità alla campagna contro le politiche securitarie e segregazioniste e in particolare contro il Ddl razzista sulla “sicurezza” del governo Berlusconi, convocando una protesta sotto le finestre del Senato nei giorni della discussione finale sul testo di legge e annunciando sin d’ora nuove iniziative per la chiusura del lager-Cie di Ponte Galeria. La Rete aderisce inoltre alla mobilitazione delle comunità terremotate dissidenti dell’Abruzzo il 16 giugno nella capitale, contro le politiche d’ inganno e di speculazione del governo sull’emergenza e sulla ricostruzione.
La Rete NoG8 di Roma rilancia il principio di «diffusione» delle iniziative indicato dall’appello dell’Aquila: e propone a sua volta di costruire una “Mappa della Crisi” dinamica e partecipabile con azioni per gruppi d’affinità, com’è stata quella sperimentata a Londra in occasione del G20 e quale in realtà anche le altre mobilitazioni internazionali e le ribellioni sociali in varie parti d’Europa hanno cominciato a disegnare da tempo a questa parte.
La Rete fa quindi appello a che “Mappe della Crisi” vengano apertamente costruite e praticate nelle giornate NoG8 di luglio da tutti i movimenti, le reti, i collettivi disponibili in quante più città d’Italia, d’Europa e del “Club dei Grandi”. In questa dimensione dislocata e territoriale della mobilitazione, e assumendo l’impegno a garantire tutela legale ai partecipanti e la piattaforma necessaria alla comunicazione indipendente, la Rete NoG8 di Roma indice per il 7 luglio, in occasione della presenza nella capitale delle delegazioni internazionali in transito verso il G8 di Coppito, una “Giornata dell’Accoglienza ai Potenti della Terra”, con iniziative diffuse e “piazze sociali anti-crisi”, al grido di: «La vostra crisi non la paghiamo, noi la crisi ve la creiamo».
La Rete propone infine che la “Mappa della Crisi”, ovunque possibile in Italia, in Europa e nel “Club dei Grandi”, si riempia di luci e gesti di liberazione nelle giornate di svolgimento del summit dei potenti della Terra, dall’8 al 10 luglio, fatte salve le decisioni che saranno prese dal nuovo incontro nazionale all’Aquila il 21 giugno riguardo le iniziative di mobilitazione nel territorio aquilano per quei giorni.

L’Aquila e le altre contro il G8

Appello contro il G8 del prossimo luglio

Siamo contrari al G8 e siamo in particolare contrari al G8 all’Aquila. Questo territorio si appresta a vivere la fase più drammatica del dopo terremoto, dove la militarizzazione è sempre più sofferta dagli sfollati che vivono in situazioni drammatiche nei campi e in generale sul tutto il territorio abruzzese, azzerando sul nascere ogni tentativo di partecipazione, dove vengono proibite libere assemblee nelle tendopoli, dove la tragedia si trasforma in occasione per il piano di speculazione edilizia che il governo Berlusconi aveva già pronto nel cassetto. Ma questa emergenza non esclude nessuno: la pratica autoritaria avallata dal Decreto 39/2009 rappresenta un allarme democratico che riguarda il futuro di tutto il nostro paese.I territori, le comunità e le organizzazioni sociali in resistenza contro la crisi, il carovita, la precarietà, la disoccupazione, la devastazione ambientale, la mercificazione dei beni comuni, la militarizzazione, si uniscono nella solidarietà attiva e partecipe alle cittadine e ai cittadini dell’aquilano. Da Vicenza a Chiaiano passando per tutti i presidi di partecipazione e democrazia che r-Esistono in Italia condannano la scelta dello spostamento del G8 all’Aquila. Dal 2 al 10 Luglio chiamiamo alla mobilitazione diffusa in tutte le città; diverse manifestazioni sono già promosse da associazioni e realtà territoriali in Sardegna e il 4 luglio a Vicenza contro la base militare Dal Molin.Le mobilitazioni saranno rivolte contro i responsabili della crisi e caratterizzate dalle questioni della ricostruzione sociale del territorio abruzzese.Invitiamo tutte le realtà sociali e di movimento ad assumere questa proposta e a generalizzarla esprimendo un’indignazione e una radicalità diffusa, che già nei prossimi giorni vedranno momenti di confronto e di iniziative territoriali. L’Aquila, che rappresenta l’imposizione di un nuovo modello di gestione dell’emergenza e della crisi attraverso la militarizzazione del territorio e la centralizzazione delle decisioni, sostiene le mobilitazioni nazionali, organizzerà una giornata di forum sui temi della crisi e della ricostruzione sociale e politica dell’aquilano che l’assemblea di oggi assume come responsabilità e condivisione comune. Per quanto riguarda l’iniziativa da realizzare nel territorio aquilano – che tutti gli interventi dell’assemblea di oggi hanno ritenuto centrale – forme e modalità saranno stabilite nei prossimi giorni dalle soggettività attive sul territorio regionale e dalle popolazioni terremotate. Il prossimo incontro nazionale si terrà a L’Aquila il 21 giugno, in occasione del quale verrà effettuato un sopralluogo nella località atta ad ospitare la giornata di forum.

Assemblea del 1° giugno

CI UNIAMO AL BOICOTTAGGIO DELLA 45° MOSTRA INTERNAZIONALE DEL NUOVO CINEMA DI PESARO

Comunicato Stampa

L'associazione Ya Basta! Italia si riconosce nell'appello per il boicottaggio della 45° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema e la sua retrospettiva sul cinema israeliano organizzata con il supporto dell'Israel Film Fund, lanciato dalla Campagna Palestina Solidarietà e che segue l'invito al boicottaggio della Campagna Palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI). Il boicottaggio, un mezzo di non violenza attiva contro la decennale occupazione israeliana e la politica coloniale dei suoi governi, non è rivolto ai singoli film, ai loro registi o più in generale alle opere cinematografiche ma alla presenza di un ente (Israel Film Fund) direttamente collegato con le istituzioni governative israeliane. Ogni giorno i media internazionali riportano notizie che rafforzano la necessità di mettere in atto un boicottaggio reale di Israele e vi sono notizie che non possono passare inosservate a chi, come noi della associazione Ya Basta!, si occupa dei diritti fondamentali dei popoli in lotta..


In un rapido elenco esponiamo tre piccoli esempi del perché boicottare Israele e i suoi organismi economici, culturali e accademici:

- 23 maggio il sito Lettera 22 informa che la seduta inaugurale del Palfest, il Palestinian Literature Festival, è stata bloccata dall'intervento della polizia israeliana che ha impedito l'incontro al Palestinian national theatre, nella zona est di Gerusalemme, la zona araba.

- 24 maggio l'israeliano Channel 10 riporta la notizia che l'istituto scolastico Carmel Academic Center di Haifa chiuderà un corso perché la maggioranza degli iscritti sono palestinesi con cittadinanza israeliana.

- 5 giugno il giornale israeliano Haaretz informa che i soldati israeliani hanno ucciso un palestinese che protestava pacificamente contro la costruzione del muro nel villaggio di Ni'lin. Yousef Akil Srour è il quinto dimostrante palestinese che viene ucciso in questo villaggio mentre il 13 maggio l' attivista americano per i diritti umani, Tristan Anderson, era stato ridotto in coma profondo da un lacrimogeno sparato da breve distanza. Come Nelson Mandela in una sua lettera affermiamo che "..Israele ha privato milioni di palestinesi della loro proprietà e della loro libertà. Ha perpetuato un sistema di grave discriminazione razziale e disuguaglianza.

Ha sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di palestinesi, contro tutte le regole della legge internazionale. .. Se vuoi la pace e la democrazia, ti sosterrò. Se vuoi l'apartheid formale, non ti sosterrò. Se vuoi supportare la discriminazione razziale e la pulizia etnica, noi ci opporremo a te."

Il boicottaggio è un contributo alla lotta per porre fine all'occupazione, alla colonizzazione e al sistema di apartheid israeliano nei territori palestinesi occupati, è la nostra solidarietà al popolo palestinese.

Associazione Ya Basta! Italia

54 esponenti del DTP dovranno presentarsi davanti alla corte

Cinquantaquattro sindaci del filo kurdo partito democratico della società (Dtp) che avevano rilasciato una dichiarazione congiunta sostenendo che il leader del fuorilegge Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), era stato avvelenato in prigione saranno giudicati dall'alta corte criminale, ha riportato l'agenzia Anatolia. I sindaci dovranno far fronte all'accusa di avere lodato "un criminale e il crimine". La seconda corte di pace di Diyarbakir ha presto dichiarato il caso fuori dalla propria giurusdizione e inviato il dossier alla 5a corte criminale che ha una speciale autorità. Nel proprio parere motivato la corte di Diyarbakir ha indagato il sindaco Osman Baydemir, che ha tenuto la dichiarazione in nome dei 54 sindaci, riferendosi al PKK come "opposizione kurda".
Il procuratore reclama che gli atti convenuti sono il linea con l'obbiettivo del PKK e diffondono la sua propaganda. Un periodo di prigione superiore ai tre anni è stato chiesto per i 54 sindaci. Nel Marzo del 2007, il DTP aveva presentato denuncia che Ocalan, che sta scontando una condanna all'ergastolo nell'isola di Imrali nel mare di Marmara, era stato lentamente avvelenato; l'accusa era stata negata dalle autorità turche.

Nicaragua concede asilo a leader indigeno peruviano

Per lui mandato d'arresto dopo la violenta repressione contro la protesta in Amazzonia
L'ambasciatore del Nicaragua in Perù, comandante Tomás Borge, ha confermato che il suo governo ha concesso asilo politico al leader indigeno peruviano Alberto Pizango e che lo ha accolto nella sede diplomatica di Lima. La decisione sarebbe già stata notificata al presidente peruviano Alan García. Borge, che attualmente si trova a Managua, ha affermato di aver girato istruzioni al personale dell'ambasciata a Lima per sollecitare al governo peruviano il salvacondotto per il leader indigeno, sul quale pende un mandato di cattura per i violenti scontri avvenuti nella provincia di Bagua, durante i quali hanno perso la vita varie decine di persone tra manifestanti e forze dell'ordine.
Secondo le dichiarazioni dell'ambasciatore nicaraguense e leader storico del Frente Sandinista, Pizango avrebbe scelto di chiedere asilo al Nicaragua in quanto, durante gli ultimi giorni, la sede diplomatica della Bolivia è stata messa sotto stretta vigilanza da parte dei militari peruviani.
Pur non volendo rilasciare dichiarazioni circa quanto accaduto tra le etnie indigene dell'Amazzonia ed il governo di García, il diplomatico nicaraguense ha informato che il presidente Daniel Ortega gli ha dato precise istruzioni per ciò che riguarda la concessione dell'asilo politico a Pizango. Tale decisione del governo nicaraguense è dovuta a "ragioni umanitarie, in quanto è evidente che si tratta di un perseguitato politico nel suo paese". Secondo Borge dipenderà ora dal governo peruviano concedere o no il salvacondotto e permettere quindi che Pizango voli in Nicaragua. Nel frattempo resterà sotto la protezione dell'ambasciata nicaraguense come prevedono i trattati internazionali. Intanto a Managua un folto gruppo di peruviani residenti nel paese e membri delle etnie indigene nicaraguensi hanno protestato davanti alla sede diplomatica del Perù, denunciando il "massacro" di Bagua e la politica repressiva del presidente García.

La repressione a Bagua. Il dirigente indigeno peruviano Shapion Noningo ha denunciato che a causa della sospensione delle garanzie costituzionali a Bagua ed alle difficoltà di comunicazione con questa zona, è ancora difficile poter determinare il numero esatto delle persone decedute negli scontri di venerdì scorso tra le forze dell'ordine e membri delle popolazioni indigene amazzoniche che stavano protestando.
Le cifre ufficiali parlano di 33 morti, ma il numero potrebbe crescere fino a cento, mentre le organizzazioni indigene parlano già di corpi fatti sparire dalla polizia e di irruzioni negli ospedali per arrestare i manifestanti feriti Dopo i violenti scontri, il presidente Alan García Pérez ha decretato lo stato d'emergenza e la sospensione delle garanzie costituzionali in questa regione dell'amazzonia peruviana. Ha inoltre accusato alcuni governi stranieri della regione di essere i principali ispiratori delle proteste e di cospirare contro il Perù (con chiari riferimenti al Venezuela e alla Bolivia).
Noningo ha invece confermato che la loro lotta è completamente indipendente ed ha chiesto il rispetto della Costituzione e dei diritti delle popolazioni originarie.
Il dirigente dell'Associazione interetnica per lo sviluppo della foresta peruviana, Aidesep, ha inoltre ricordato che la loro lotta è iniziata come risposta ai decreti legge emessi dal governo di Alan García che, secondo le popolazioni originarie della zona, ledono la sovranità del paese e permettono la privatizzazione delle terre dell'Amazzonia e delle loro risorse naturaliTali decreti sono stati presentati dal governo peruviano per soddisfare gli interessi degli Stati Uniti e rendere compatibile la legislazione peruviana con i requisiti necessari per la firma di un trattato di libero commercio con questo paese.

Video - Foto - Articoli http://www.kaosenlared.net/noticia/video-masacre-amazonia-afrenta-para-todos-todas-solidaridad-hermanas-i

Tratto da: Radio La Primerísima e YVKE Mundial

Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua

Mesopotamya - Kurdistan turco

Una serie di video sul Kurdistan Kurdo

Mesopotamya - Dyabarkir
Mesopotamya - Hasankeyf
Mesopotamya - Mardin
Mesopotamya - Nusaybin
Mesopotamya - Dogubayazit
Mesopotamya - Van

Al G8 economia di Lecce si sperimentano le micro zone rosse

di Alberto Mello del Coordinamento NoG8 Lecce

Il 12 e13 giugno si svolgerà a Lecce il G8 dei ministri dell'economia. E per la prima volta si sperimenteranno le microzone rosse alle quali si può accedere solo dopo l'esibizione dei documenti d'identità. Intanto è già iniziato il controvertice.
Il vertice dei ministri dell’economia del g8 si terrà a Lecce venerdì 12 e sabato 13 giugno. Novantamila abitanti, un centro storico da cartolina e un’economia cittadina che vive di piccolo commercio e ristorazione legati al turismo, Lecce ha vissuto in modo traumatico il mese e mezzo intercorso tra la notizia e l’effettivo arrivo dei ministri. I lavori di rifacimento del manto stradale dei viali e di alcune piazze del centro storico hanno creato gravi disagi alla mobilità delle auto e delle persone, in una città che soffre già di suo la scarsa funzionalità del trasporto pubblico e il conseguente uso indiscriminato dell’automobile. A stuzzicare ulteriormente i nervi dei leccesi si sono susseguiti, a cadenza quasi regolare, gli «allarme sicurezza» lanciati dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano [leccese d’origine], che hanno rimbombato sui media locali. La decisione di Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, di stanziare fondi regionali per «garantire l’espressione del dissenso» ha scatenato, in campagna elettorale, ulteriori allarmismi circa l’arrivo, in questa piccola città di commercianti, dei «no global sfascia vetrine» [parola di sottosegretario]. Dalla conferenza stampa organizzata in prefettura per presentare il piano sicurezza, si apprende che Lecce sarà la prima città in cui verranno sperimentate «micro zone rosse», alle quali è consentito l’accesso, a piedi, solo ai residenti, previa esibizione del documento di identità. In sostanza le strade intorno al Castello Carlo V [dove si terrà il vertice] e agli alberghi che ospiteranno le delegazioni. Tutte e sei le micro zone rosse sono comprese in una macro «zona cuscinetto» che comprende il centro storico fino ai viali della circonvallazione. Questa zona è stata interdetta alle auto già dalle 14 alle 23 di ieri, fatta eccezione per residenti, commercianti, mezzi di soccorso e di polizia e lo sarà dalle 7 alle 17 venerdì e sabato.
Subito dopo la scelta del capoluogo salentino come sede del vertice, si è formato e ha cominciato a lavorare il Coordinamento noG8 Economia, a cui aderiscono le più significative realtà dell’associazionismo locale, alcuni circoli Arci, i comboniani, i sindacati di base, i comitati antimilitaristi e ambientalisti del Salento oltre ai partiti di sinistra. Il coordinamento ha lavorato alla realizzazione di un «controvertice» come spazio di discussione sulle alternative possibili all’attuale sistema economico. Ha organizzato tre piazze tematiche [Beni comuni, Economia e guerra, Migrazioni] nel piazzale antistante Porta Rudiae per i giorni 9, 10 e 11 giugno, il convegno «La crisi economica globale e le alternative di politica economica» per il 12 giugno e la manifestazione nazionale «Resistiamo allo Scippotto» che attraverserà i viali della città di Lecce sabato 13 giugno, seguendo un percorso concordato con questore e prefetto. Alle piazze tematiche del 9 e del 10 giugno hanno partecipato circa trecento persone.
Ieri alla piazza tematica sulle migrazioni è intervenuta una delegazione «dal Sud del Mondo» composta da Andrea Baranes della Campagna per la riforma della Banca Mondiale, Fabrina Furtado, segretaria organizzatrice di Jubilee South, Percy Makombe, direttore dei programmi di Economic Justice Network, Dani Setiawan della Coalizione contro il debito [KAU]. Accanto a loro i rappresentanti del campo Rom leccese, il sociologo delle migrazioni Gigi Perrone, le rappresentanti di NAeMI [Forum delle donne Native e Migranti di Lecce]. Durante il seminario i Padri Comboniani di Castelvolturno hanno lanciato la campagna nazionale «Il permesso di soggiorno in nome di Dio» nella quale vengono distribuiti dei simbolici permessi di soggiorno ai migranti che non possono averlo a causa delle nuove norme in materia di immigrazione del governo Berlusconi.
Alle due sessioni del convegno «La crisi economica globale e le alternative di politica economica» in programma per oggi [dalle 9 alle 20] nella sala conferenze di Palazzo Salomi, messa a disposizione dall’amministrazione provinciale, prenderanno parte tra gli altri Bruno Amoroso [Università di Roskilde], Domenico Losurdo [Università di Urbino], Piero Bernocchi, Guglielmo Forges Davanzati, Alex Zanotelli, Giorgio Emiliano Brancaccio [Università del Sannio], Maurizio Donato [Università di Teramo], Andrea Baranes [CRBM – campagna per la Riforma della Banca Mondiale], Giorgio Colacchio [Università del Salento] e Giorgio Cremaschi.

Sabato la manifestazione nazionale, che partirà alle 10.30 da Via Birago. Per chi raggiungerà Lecce in treno, il Comune ha messo a disposizione del Coordinamento delle navette che accompagneranno i manifestanti dalla stazione al luogo del concentramento della manifestazione.

Stasera è previsto il concerto, nell’area ex-cnoss del quartiere Salesiani, di Daniele Sepe e Banda Bassotti. Tutte le info utili sono rintracciabili sul sito http://www.nog8lecce.org/.

Assedio alla Striscia di Gaza, dai tunnel cibo e morte.

Il dott. Mu‘awiya Hasanayn, direttore generale del pronto soccorso presso il ministero della Sanità, ha annunciato ieri il decesso del cittadino Rami Ziyad Tubasi (25 anni), avvenuto in un tunnel sotto il valico di Rafah, a sud della Striscia di Gaza.
Il dott. Hasanayn, in un comunicato stampa, ha infatti dichiarato che Tubasi, uno degli operai che lavorano nel tunnel, è stato ucciso da una delle corde con cui vengono issate le merci, che gli si è avvolta intorno al collo. Il lavoro sotterraneo a Rafah comporta numerose difficoltà per gli operai e ha molti effetti negativi sulla loro salute, anche a causa della mancanza di ossigeno.
Il direttore generale ha precisato che i casi di morte nei tunnel sono in aumento, a causa della mancata applicazione delle norme di sicurezza sul lavoro: il numero totale di vittime dal 2008 ha superato quota 100.
Hasanayn ha quindi chiesto ai proprietari delle gallerie di prestare più attenzione e di adottare misure cautelari, quali ad esempio una migliore illuminazione. Non va dimenticato che queste zone sono rese ancora più insidiose a causa delle bombe a percussione, oltre che per l’umidità e l’instabilità del terreno.
Già nella giornata di mercoledì un cittadino era morto e altri quattro erano rimasti feriti dal crollo di un tunnel nella zona del quartiere as-Salaam, a sud di Rafah. La vittima si chiamava As‘ad al-Kilani (42 anni) ed era stata trasferita insieme agli altri quattro all’ospedale Abu Yusef An-Najjar.
Dai tunnel scavati tra la Striscia di Gaza assediata e l'Egitto entrano prodotti alimentari - animali compresi -, computer, medicine, attrezzature sanitarie, armi, ecc. Essi rappresentano un'alternativa alla morte per fame e per malattia provocata da tre anni di embargo internazionale e di chiusura dei valichi di collegamento. Sia l'Egitto sia Israele permettono infatti l'ingresso nella Striscia di una limitata quantità di rifornimenti commerciali, insufficiente al sostentamento di una popolazione di 1,5 milioni di persone.

Gli Stati Uniti cospirano con l’aiuto di USAID


United States Agency for International Development
Documenti recentemente declassificati e in possesso dei ricercatori Eva Golinger e Jeremy Bigwood rivelano che l’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti, USAID, ha investito più di 97 milioni di dollari nella “decentralizzazione” ed “autonomia” di partiti politici d’opposizione in Bolivia durante l’anno 2002.
I documenti, sollecitati dai ricercatori in base alla Legge di Accesso all’Informazione degli Stati Uniti – Freedom of Information Act, FOIA, rivelano che USAID è stata “la prima agenzia donante che ha sostenuto economicamente i governi dipartimentali della Bolivia” ed “i programmi di decentralizzazione” nel paese, evidenziando quindi il sostegno ai progetti separatisti promossi da queste istituzioni.

Decentralizzazione e separatismo
Secondo i documenti, USAID avrebbe gestito circa 85 milioni di dollari all’anno per finanziare programmi di sicurezza, democrazia, crescita economica ed investimento sociale. Il Programma per la Democrazia si è dato alcune priorità tra cui la “Governabilità democratica decentrata: Governi Dipartimentali e Municipali”, gestito attraverso un Ufficio per le iniziative di transizione, Oti.L’Oti è “un ufficio strategico di risposta immediata ad una crisi politica in un paese considerato importante” per gli interessi statunitensi.L’Oti si occupa di temi politici e generalmente gestisce fondi liquidi di una certa consistenza. Opera con modalità proprie dei servizi segreti e contratta imprese statunitensi per aprire sedi locali nei paesi dove vuole far arrivare forti finanziamenti per partiti politici ed Ong, che promuovono l’agenda di Washington.
Dopo il fallimento del colpo di stato contro il presidente venezuelano Hugo Chávez in aprile del 2002, USAID ha aperto un Oti in Venezuela solo due mesi dopo l’accaduto, con un budget di oltre 10 milioni di dollari, che è arrivato a 50 milioni negli anni successivi, destinati a cinque istituzioni statunitensi che li hanno girati a 450 Ong, attraverso programmi, e a gruppi politici dell’opposizione.
Nel caso della Bolivia, l’Oti ha contrattato l’impresa statunitense Casals & Associates per coordinare un programma di decentralizzazione ed autonomia nelle zone della mezza luna boliviana, con enfasi nel dipartimento di Santa Cruz, per realizzare uffici dedicati al rafforzamento dei partiti politici di opposizione contro l’allora candidato Evo Morales.
Dopo la sua elezione nel 2005, l’Oti ha diretto il suo lavoro verso progetti separatisti e i referendum autonomistici nell’oriente boliviano. A partire dall’anno 2007, il lavoro dell’Oti che contava con un budget aggiuntivo di 13,3 milioni di dollari, è stato assorbito dal Programma per la Democrazia di USAID/ Bolivia, che da allora ha rafforzato il progetto separatista. Il lavoro di USAID in Bolivia copre quasi tutti i settori della vita politica, penetrando la società boliviana e cercando di promuovere un modello politico ed ideologico statunitense. L’investimento nella “decentralizzazione” si occupa della creazione di regioni “autonome”, attraverso la pianificazione dipartimentale, la gestione finanziaria, la strategia di comunicazione, la struttura preventiva dipartimentale, lo sviluppo economico regionale e l’organizzazione territoriale. Come parte del programma denominato “Rafforzando le Istituzioni Democratiche”, Sdi, USAID sottolinea come il suo lavoro serva per “arricchire il dialogo sulla decentralizzazione, migliorare la gestione delle risorse preventive dipartimentali, promuovere lo sviluppo economico regionale”. Sono stati anche creati “laboratori per l’organizzazione territoriale” per aiutare i governi dipartimentali a implementare la loro autonomia.
Secondo un documento del 30 novembre 2007, pochi mesi prima dei referendum separatisti a Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija, il programma di “Iniziative Democratiche” dell’Oti/USAID ha lavorato da vicino con i prefetti di quelle regioni per “sviluppare modelli di governi subnacionales decentrati”. In queste regioni, hanno annunciato che il loro obiettivo è quello di ottenere una divisione politica ed economica dal governo nazionale, affinché possano gestire e sfruttare in modo autonomo le risorse strategiche che si trovano nelle loro regioni, come il gas e l’acqua. Questo finanziamento miliardario di USAID ai progetti separatisti nella zona orientale della Bolivia ha alimentato le azioni di destabilizzazione durante gli ultimi anni, includendo la violenza contro le comunità indigene, atti di terrorismo ed attentati contro il presidente Morales.

Rafforzare i partiti d’opposizione
Un altro dei piani di USAID è il rafforzamento dei partiti politici dell’opposizione. Attraverso l’Istituto repubblicano internazionale, Iri, e l’Istituto democratico nazionale, Ndi, due entità considerate il braccio internazionale dei partiti politici statunitensi, che ricevono finanziamenti dal Dipartimento di Stato e dal Congresso attraverso la National Endowment for Democracy, Ned, USAID ha alimentato gruppi politici e dirigenti sociali d’opposizione in Bolivia.Durante l’anno 2007 hanno versato 1,25 milioni di dollari per “la formazione dei membri di partiti politici sui processi politici attuali, includendo l’Assemblea Costituente e il Referendum Autonomistico”. I principali beneficiari sono stati i partiti Podemos, MNR, MIR e più di cento Ong boliviane.

Intervento nei processi elettorali
USAID si è occupata di intervenire anche nei processi elettorali attraverso la creazione di una rete di 3 mila “osservatori” formati dall’organizzazione Partners of the Indie, entità statunitense finanziata dalla stessa USAID. La creazione di “reti” nella società civile per seguire i processi elettorali è stata una strategia usata anche in Venezuela, Ecuador e Nicaragua, per poi cercare di screditare i processi elettorali e denunciare frodi quando i risultati non favorivano l’agenda statunitense.
Penetrazione nelle comunità indigeneIl lavoro di USAID in Bolivia si è dedicato anche alla penetrazione nelle comunità indigene, favorendo tirocinanti di queste popolazioni presso l’USAID o l’ambasciata nordamericana a La Paz “per costruire e consolidare una rete di laureati che patrocinino il governo statunitense in settori chiave”.

Messico - 20 e 21 giugno - Incontro Continentale contro l’impunità

Comunicato di convocazione
Compagni, Vi mandiamo di nuovo un abbraccio dall’Equipe di Appoggio alla Commissione Intergalattica del EZLN. Attraverso questo messaggio vi mandiamo l’invito all’Incontro Continentale Americano contro l’Impunità, che si realizzerà il 20 e 21 giugno nel Caracol IV, Morelia,Chiapas, México.

Saluti Por el Equipo de Apoyo a la Comisión Intergalactica Tatiana Fiordelisio


La commissione di organizzazione dell’ Incontro Continentale Americano contro l’Impunità informa che:
1. L’incontro si realizzerà i giorni 20 e 21 prossimi nel Caracol IV Torbellino de Nuestras Palabras, en Morelia, Chiapas, México, grazie al fatto che la Giunta del Buongoverno Corazón del Arcoiris de la Esperanza ha accettato di essere nostra anfitriona e ci ha permesso che il suo Caracol fosse la sede dell’Incontro. Questo è per noi un grande onore e motivo di appoggio e allegria.

2. Con la Red Nacional Contra la Represión y por la Solidaridad, abbiamo deciso di fondere l’ Incontro Continentale Americano contro l’Impunità con l’Incontro Messicano contro l’Impunità e per la Giustizia Autonoma, per questo il Messico si sommerà con una ampia partecipazione all’Incontro Continentale.

3. Finora contiamo sulla conferma della partecipazione da Paraguay, Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Messico, Perú, Martinica, Republica Dominicana, Haití, Stati Uniti, e in questi giorni aspettiamo la conferma di vari paesi ancora. Come osservatori si sono registrate organizzazioni e persone dai Paesi Baschi, Italia e Spagna.

4. Per assistere all’Incontro bisogna registrarsi a: http://www.contralaimpunidad.org/encuentro1/solicitudregistro.php e riempire il formulari;

per informazioni e contatti scrivere a: encuentro@contralaimpunidad.org oppure redcontralarepresion@gmail.com

5. Tra alcuni giorni renderemo pubblici il programma e la dinamica dei lavori così come i dati che faciliteranno l’arrivo e la permanenza del Caracol de Morelia.
Vai alla convocazione nel sito commissione Sexta.

martedì 9 giugno 2009

La Shell risarcisce per la morte di Ken Saro-Wiwa


L’hanno spuntata gli avvocati della multinazionale anglo-olandese Shell: 15,5 milioni di dollari da versare ai familiari di Ken Saro-Wiwa e degli altri sette attivisti Ogoni impiccati dal regime nigeriano di Sani Abacha nel 1995 per aver denunciato la corruzione e i danni ambientali causati dalle trivellazioni della Shell nella regione del Delta del Niger. La Shell avrebbe dovuto risponderne davanti a una corte federale statunitense, ma dopo settimane di trattative, la multinazionale ha accettato di pagare per evitare la pubblicità negativa che sarebbe derivata dal processo. Oggi l’annuncio dell’accordo che comprende una clausola di «non liability», cioè di non luogo a procedere per le presunte responsabilità della multinazionale. In questo modo, e per una cifra molto bassa soprattutto considerando il bilancio della Shell, è stato disinnescato un processo storico: sarebbe stata la prima che una multinazionale avrebbe dovuto rispondere per violazioni dei diritti umani.

Perù. Leader indigeno si rifugia nell'ambasciata del Nicaragua


Alberto Pizango, leader delle proteste degli indigeni dell’Amazzonia peruviana in corso da giorni contro il governo, si è rifugiato nell’ambasciata del Nicaragua a Lima. A renderlo noto il Premier Yehude Simon. Tra venerdì e sabato almeno 35 persone sono rimaste uccise negli scontri tra e forze di sicurezza e indigeni, e molti fra questi ultimi sono i desaparecidos. A causare le proteste popolari, lo sfruttamento idrico, forestale e minerario del territorio da parte del governo. Sabato scorso, la polizia aveva diffuso un mandato d’arresto per Pizango accusato di sedizione, cospirazione e rivolta. Pizango, che si trovava a Lima quando gli scontri sono esplosi nella città di Bagua, aveva parlato con i giornalisti e ha accusato il presidente Alan Garcia di «genocidio» e di aver «commesso il peggior massacro contro la popolazione degli ultimi 20 anni».

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!