lunedì 4 gennaio 2010

Di ritorno dalla Gaza Freedom March




Diario di viaggio


Come molti altri abbiamo deciso di partecipare alla Gaza Freedom March perché la Striscia resta la più grande e inaccettabile prigione a cielo aperto del mondo e perché è tanta la complessità di questo pezzo di mondo, così come almeno noi l’abbiamo sempre percepito, che cercare di vedere, conoscere è necessario e la proposta della Marcia poteva, in parte, aiutarci a capire oltre ad essere dalla parte della popolazione civile palestinese.

Arrivo a Il Cairo
Quando arrivi con il volo sopra la capitale dell'Egitto ti rendi conto della smisurata ampiezza di questa megalopoli che si dice essere moderna e che ti accoglie, dall’alto, sorvolando le piramidi di 3000 anni fa.
I dati ufficiali parlano di 8 milioni di abitanti che diventano 15 nell'area urbana e che diventano più di 20 milioni se domandi in giro. E' la tredicesima metropoli del mondo.
Già arrivando in città dall'aeroporto ti rendi conto dell'inesauribile continuum rappresentato dal traffico ininterrotto, rumoroso: migliaia di auto, non certo nuove, si muovono incessantemente lungo le lunghe arterie, molte sopraelevate, che attraversano la città coperta di smog.
Si sa già che il Governo egiziano ha notificato agli organizzatori il divieto, per “motivi di sicurezza”, di raggiungere il valico di Rafah per entrare a Gaza.
Siamo partiti consapevoli del divieto ma aspettiamo di incontrare tutti i partecipanti per tentare di partire insieme, magari arrivare nelle vicinanze di Rafah e lì venire fermati. In realtà il divieto delle autorità egiziane è ben più pesante: non sono ammesse partenze collettive verso Rafah e non è ammesso nessun “assembramento” in città.

Questo divieto egiziano si materializza subito nel fatto che un incontro di tutti i partecipanti alla Marcia che si doveva tenere presso un istituto religioso viene disdetto d’ufficio dalle autorità e che da quel momento sarà impossibile trovare uno spazio comune in cui incontrarsi tutti, anche solo per conoscerci o stare insieme per discutere.
Apprendiamo che non si era mai pensato ad una sola, unitaria, partenza ma che ogni gruppo si era più o meno organizzato per partire in date e da luoghi diversi. Alcuni il 27, altri il 28 dicembre.
Uno scenario perciò ben diverso da quello che ci si poteva aspettare e che molti di noi si sarebbero augurati.
La Marcia lanciata dall'organizzazione americana Code Pink ha visto l'adesione di vari gruppi internazionali tra cui europei, africani, asiatici etc., che seguendo le loro storie di affinità e relazioni precedenti sulla questione palestinese si sono, di fatto, organizzati in maniera autonoma.
Fin dall'inizio perciò il coordinamento di tutti i partecipanti diventa molto complesso e caotico, praticamente impossibile, e delegato alle riunioni dei “coordinatori” che, in realtà, in molti casi non riescono a superare il coordinamento “tecnico” lasciando in secondo piano la discussione politica e la ricerca di condivisione.
In tantissimi sono arrivati portandosi dietro le rispettive “certezze” ed appartenenze e l'impossibilità di costruire spazi di discussione sarà un dato permanente e penalizzante, tanto più per chi non è un habitué dello scenario della solidarietà alla Palestina.
Questo modo di procedere, tipico di molte mobilitazioni (l'abbiamo visto in parte anche a Copenhagen) formalmente “democratico” con le riunioni di “speaker council” o “steering committee”, di “gruppi di affinità” con tempi contingentati per gli interventi lascia molte perplessità, a volte non si capisce chi parla e a nome di chi, come sia possibile definire azioni e pratiche se prima non si affrontano dei ragionamenti politici, come far sì che la discussione permetta un approfondimento reale e il contributo di tutti.
Si tratta di forme che hanno attraversato il movimento no global ma che forse si tratterebbe di re-inventare, visto che il mondo che ci circonda è cambiato e forse dovremmo cercare di cambiare anche noi la metodica della creazione di condivisione e degli strumenti di partecipazione.
Il tutto viene reso ancora più difficile dalla divisione oggettiva in piccoli alberghi, distanti l'uno dall'altro e dalla difficoltà derivante del controllo capillare e continuo delle autorità egiziane.
Come tutti cerchiamo di capire cosa succede e così si viene a sapere che già alcuni attivisti, a piccoli gruppi, hanno deciso di andare verso Al-Arish. Si tratta dell'ultimo paese a una quarantina di chilometri da Rafah e quindi proveranno a entrare a Gaza, indipendentemente, dalla Marcia ma lì verranno fermati e daranno vita ad alcune iniziative per tutti i giorni seguenti.
Altri cercano di contattare le ditte di trasporti con cui si erano noleggiate le corriere per andare a Gaza. Pare chiaro che in questo paese se una decisione è presa dalle Autorità non ce n'è per nessuno e siccome per qualsiasi trasporto collettivo, compresi quelli turistici, ci vuole la scorta se manca l’autorizzazione non se ne parla di muoversi.
Con la scusa della sicurezza per i turisti stranieri si è messo in piedi un dispositivo di controllo capillare. Tutta la zona da Il Cairo a Rafah vede la presenza di posti di blocco, giustificati dalla necessità di controllare questa zona di confine da parte degli egiziani.
In queste ore comunque resta ancora qualche speranza di muoversi e alcuni gruppi ricontattano freneticamente le agenzie di trasporto cercando di farsi confermare le rispettive partenze.

Iniziative di mobilitazioni a Il Cairo dal 27 al 30 dicembre 2009
Il 27 dicembre è l'anniversario dell'Operazione Piombo Fuso e c’è la prima iniziativa: andare sui ponti principali della città, i ponti sul Nilo. Si vuole andare ad attaccare dei piccoli messaggi che ricordino le devastazioni del mese di guerra, i nomi delle oltre 1400 vittime fatte dagli israeliani e per dire che l'assedio a Gaza deve finire.
Un assedio che dura da prima dell'Operazione Piombo Fuso, sia nel tratto di competenza israeliano di Eretz sia dal lato del valico egiziano di Rafah.
Un assedio intrapreso da Israele all'indomani delle elezioni palestinesi con la vittoria di Hamas nella Striscia, confermato dopo gli scontri tra Hamas e Al Fatah e articolato per terra e per mare, contravvenendo anche alle leggi internazionali. Un assedio che si accompagna passo a passo con il mantenimento dell'occupazione della Cisgiordania, con la costruzione del Muro, con l'incessante creazione da parte di Israele delle condizioni di un moderno apartheid per la popolazione palestinese. Un assedio che per Israele è parte del mortale meccanismo di riproduzione costante della guerra come suo asse fondamentale d'esistenza. Un assedio che a livello internazionale viene coperto ed accettato.
Ma se la Striscia di Gaza è assediata lo è da due lati, e lo è non solo perché “l'Egitto obbedisce agli americani e agli israeliani”. C'è una scelta precisa da parte egiziana di “stare formalmente” con i palestinesi ma nei fatti giocarsi, attraverso Rafah, il proprio ruolo a livello internazionale, i propri assetti geopolitici.
Come non vedere dietro la chiusura di Gaza gli equilibri dell'area, i ruoli di potere con i vari attori locali, la scelta di mettere in assoluto secondo piano la situazione della popolazione della Striscia rispetto alla battaglia politica con Hamas e dunque anche, all’interno, con i Fratelli Mussulmani e i loro alleati nel mondo mediorientale e non solo. Questo scenario non vale solo per l'Egitto. Vale per Israele. Vale per i paesi arabi e vale per Hamas, l’Autorità Nazionale Palestinese e tutti gli altri che giocano le loro carte che poi pesano come macigni sulla popolazione civile di Gaza.
Gaza resta chiusa perché è merce di scambio politico.
Nella zona di Rafah si sta costruendo un muro che non ha niente da invidiare a quello israeliano. La giustificazione è la sicurezza della frontiera egiziana. Il muro servirà per controllare i tunnel che, oggi gestiti da un lato dagli egiziani del Sinai e dall'altro lato gestiti da Hamas, sono, in questa situazione di giochi politici a geometria variabile, una delle poche, se non l’unica, via di ingresso per prodotti, materiali e generi alimentari a Gaza.
Arriviamo sul Kasr al Nil, uno dei principali ponti del Lungo Nilo, dove i manifestanti arrivano a piccoli gruppi con i loro bigliettini. Si iniziano ad attaccare i cartelli e i biglietti e dopo una mezz'ora circa arrivano i poliziotti egiziani. Tra loro un gruppo di “responsabili” che ci accompagnerà in tutti i giorni seguenti, ci sono molti agenti in borghese, e anche questa sarà un’altra costante dei giorni seguenti, ci sono le camionette da cui scendono i poliziotti di leva in divisa. Con calma e fermezza spostano gli attivisti e poi staccano i bigliettini.
Alla iniziativa partecipano un centinaio di persone che vengono “accompagnate” fino ad allontanarsi dal fiume.
L'iniziativa era auto convocata e così abbiamo potuto vedere il veloce “tempo di reazione”della polizia.
E' il primo “contatto” con il controllo e la repressione egiziana che possiamo ben immaginare come sia quando si rivolge contro i propri concittadini.
Per il pomeriggio è prevista una nuova iniziativa pubblica. Prendere delle feluche e andare sul Nilo per lasciare sull'acqua delle candele per ricordare i morti di Gaza.
Questa volta all'appuntamento c'è già la polizia che ha prontamente chiuso l'accesso all'imbarcadero. Gli attivisti vengono circondati dai poliziotti, transennati sul marciapiede.
Questo del circondare le iniziative pare sia una pratica che si sta estendendo a livello globale.
L'abbiamo vista a Copenhagen con i cortei circondati da tutti i lati e, con le dovute differenze, la vediamo in Egitto. E come se la tua libertà personale e collettiva si rinchiuda in queste transenne, tra i cordoni dei poliziotti. Ti senti in una gabbia in cui puoi fare slogan, esporre i tuoi cartelli…... ma sempre “under control”. In Egitto questa mancanza di libertà è la consuetudine generale.
Pare che sia così in molte parti del mondo e di certo sta a tutti noi non abituarci mai a questa situazione ….
Gli attivisti, circa duecento, restano con le loro candele sul marciapiede. Intorno il traffico scorre nevrotico come sempre. Poi a gruppetti “scortati” dai poliziotti ci si torna ad immergersi in questa enorme città.
La sera un gruppo di attivisti francesi si dà appuntamento davanti all'Ambasciata Francese per prendere le loro corriere che non arriveranno mai. Decidono di fermarsi lì, davanti alla loro Ambasciata da dove non si muoveranno per tutti i giorni della presenza a Il Cairo.
Questa decisione non è condivisa da tutti i francesi, un'altra parte, insieme ad altri europei, si dà un nuovo appuntamento il giorno dopo con altre corriere che questa volta arrivano, li fanno salire, li portano alla periferia della città e poi … li riporteranno indietro.
La mattina del 28 inizia con le notizie che giungono dalla parte della delegazione italiana coordinata dal Forum Palestina (l'altra parte della delegazione italiana è coordinata da Action for Peace e poi ci sono altri italiani che si sono iscritti attraverso il sito di Code Pink).
Sono circondati dalla polizia egiziana nel loro albergo dalle parti delle piramidi di Giza. Non solo non sono arrivati i loro pullman ma non li vogliono nemmeno far muovere. Iniziano a camminare in direzione dell'Ambasciata italiana, dove riusciranno ad arrivare dopo non poche peripezie. All’ambasciata i funzionari, come quelli di tutte le altre ambasciate, si trincerano dietro il fatto che la scelta è stata presa dal governo egiziano e dunque … non si può fare niente. L'unica cosa che possono fare è cercare di trovare un albergo a pagamento disponibile ad ospitare i partecipanti alla Marcia.
Nel primo pomeriggio ci si trova sotto la sede delle Nazioni Unite.
Lo scenario è quello ormai “classico”: i manifestanti, alcune centinaia, circondati dalla polizia svolgono il loro sit-in mentre una delegazione sale a parlare con i funzionari ONU, che questa volta aggiungono che la scelta di vietare l'entrata è dovuta, secondo le autorità egiziane, al fatto che “non si erano espletate tutte le formalità necessarie”.
Non c'è limite alla fantasia egiziana per cercare di eludere l'evidenza di una decisione che è chiarissima: Rafah la apriamo quando, per chi, e come vogliamo noi.
Non c'è limite all'immagine dell'ONU come di un grande carrozzone, specchio della ricerca, sempre più impossibile di una governace globale unitaria, e sempre più teatrino per le esternazioni formali delle posizioni di ogni singolo stato o delle nuove e/o vecchie alleanze.
Alla conclusione dell'iniziativa all'ONU una decina di attivisti decide di restare sotto la sede del palazzo per fare uno sciopero della fame. Verranno allontanati in malo modo il giorno dopo. Inizia lo sciopero della fame anche l'ottantacinquenne Hedy Epstein, una militante ebrea americana di 85 anni sopravvissuta all'Olocausto. La notizia attira l'attenzione soprattutto di alcuni giornali americani.
Cerchiamo di capire anche qualcosa dai giornali egiziani, ma sinceramente non è facile. Su alcuni giornali in lingua inglese o francese scopriamo che in questi giorni il governo egiziano ha in corso una serie di incontri con rappresentanti del governo brasiliano per rafforzare la cooperazione bilaterale. Proprio alcune settimane fa in occasione del giro del Presidente iraniano in America Latina avevamo avuto modo di leggere che il Brasile sta cercando di giocare un ruolo importante in Medio Oriente e nell'intera zona.
Una conferma che quando si afferma che tanti sono gli attori che concorrono al disegnare gli equilibri di questa parte del mondo, tra questi ci sono anche nuovi attori che si muovono nello scenario mediorientale forti del loro ruolo globale.
Scopriamo anche che è prevista per il 30 dicembre l'arrivo a Il Cairo di Netanayu.
Riusciamo a dare un’occhiata anche al sito in inglese di Al Jazeera che però sembra più interessata a dare spazio alla iniziativa del mega-convoglio di aiuti umanitari “Viva Palestina” gestito dal deputato britannico Galloway. Un convoglio fortemente appoggiato da alcuni paesi arabi, sostenuto anche dal governo turco e che sembra più una operazione volta a fare tanta immagine per gli stati che l'appoggiano.
Il convoglio ha attraversato tutta l’Europa ed è passato dalla Turchia fino in Siria e Giordania ma non è stato fatto entrare in Egitto da Aqaba e quindi dovrà rifare il giro per entrare dal porto di Al Arish.
Il giorno dopo la mattina è dedicata ad iniziative davanti alle rispettive ambasciate. Alcuni momenti di tensione si verificano all'Ambasciata americana dove alcuni, della quarantina di attivisti presenti, viene spostata di peso dai poliziotti per essere recintati insieme agli altri.
Il pomeriggio il luogo scelto per manifestare è la sede del Sindacato dei Giornalisti. Siamo ancora una volta alcune centinaia, non vedremo mai tutti insieme i 1400 partecipanti alla Marcia.
La sede è circondata dai poliziotti ma si riesce a stare sulla scalinata di ingresso. Si resta lì alcune ore con slogan e striscioni, poi intorno alle 18.00 arrivano altri attivisti chiaramente egiziani e/o arabi. La manifestazione diventa una contestazione alla presenza di Netanayu a Il Cairo, venuto per continuare il dialogo sul “processo di pace” e sulla possibile trattativa per lo scambio di prigionieri palestinesi con il militare israeliano Shalit catturato nel 2006.
L’arrivo di queste altre persone rende più difficile la comprensione di chi si tratta e di cosa viene detto. Colpisce il fatto che al richiamo della preghiera del muezzin gli slogan si tacciano e riprendano solo alla fine della diffusione dagli altoparlanti piazzati fuori le moschee. Alcuni, ci dicono, sono appartenenti ad una sorte di coordinamento d'opposizione egiziano, altri fanno riferimento all'opposizione musulmana. In Egitto i Fratelli Mussulmani (Il motto dell'organizzazione è: "Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza") sono illegali, anche se rappresentano una opposizione che si materializza con varie liste ad hoc nell'elezioni, hanno un ottantina di deputati, gli osservatori dicono che hanno buone chance per le prossime elezioni.
Ci viene naturale riflettere su questa situazione che si riverbera in tutta questa parte di mondo.
L'opposizione si rappresenta con l'integralismo religioso ma con una prospettiva di società che è quella che vediamo con il suo volto repressivo in Iran. Così come Hamas ha rappresentato il volto nuovo e diverso dalle organizzazioni corrotte dell'Autorità Nazionale Palestinese, ma disegna una società di controllo e di mancanza di libertà che di certo non può essere considerata un modello sociale alternativo.
In una geografia a specchio sono presenti nel ruolo del potere costituito o nel ruolo dell'opposizione, alternativamente, gruppi, partiti,organizzazioni cosiddetti “filo-occidentali” attenti solo a perpetrare il loro potere o gruppi politico religiosi, strutture in cui la religione diventa collante del potere da perpetrare con ogni mezzo.
In questa asfissiante geografia variabile vengono schiacciati milioni di uomini e donne.
In queste stesse giornate, mentre guardiamo nelle strade del Cairo donne (quasi tutte con il velo, molte con il velo totale) e uomini che a pochi metri dalle nostre proteste camminano, parlano ai cellulari, entrano nei negozi del centro a fare compere, non possiamo non pensare ai volti e ai corpi  tanto simili che in Iran sono nelle strade a protestare, che rendono visibile l'unica strada che può aprire nuovi scenari che è quella che prende nelle proprie mani il suo destino e sfida, in una dinamica per certi versi incontrollabile e di certo non racchiudibile nell'appoggio ad un candidato d'opposizione, gli scenari preconfezionati in questa parte di mondo.
E anche tutta la vicenda palestinese non è esente dall'essere una pedina in questo gioco.
La solidarietà con i palestinesi viene tirata in ballo da un lato all'altro solo quando serve ad animare l'odio verso un generico occidente o verso il nemico israeliano salvo poi sparire nel dimenticatoio quando non c'è questa necessità.
L'era aperta dalla guerra globale oggi si ridisegna nei nuovi scenari in cui anche l'inumano assedio a Gaza rappresenta un pezzo di mondo che ha molte mani che lo strangolano.
La cosa incredibile è che tutto questo non diventi ovunque una continua necessità di discussione, per capire cos'è oggi la vicenda palestinese, quanta strumentalità vi si gioca sulla pelle della popolazione da parte di tutti gli attori costituiti, compresi quelli palestinesi, e delle relazioni che intercorrono e si intrecciano.
E' più facile continuare ad attraversare il mondo utilizzando vecchi luoghi comuni come se niente fosse avvenuto nel mondo, come se vivessimo ancora nell'epoca della guerra fredda o nel tentativo dell'unilateralismo di Bush e non, invece, nell'epoca dell'ipocrita Premio Nobel per la Pace a Obama, in cui le guerre, le occupazioni militari, diventano parte del ridisegno, nel tempo della crisi globale, dei tentativi di affermazione di poteri continentali e regionali che rappresentano le forme multiple dei poteri che si scontrano continuando a muovere, come in un risiko mortale, le loro armate interne ed esterne.
Discutere di tutto questo sarebbe necessario e indispensabile per non arrivare al punto che, anche tra i manifestanti della Gaza Freedom March, si semplifichi e si accetti la classica, comoda e rassicurante logica de “il nemico del mio nemico è il mio amico” ed evitare che ci possa essere, come ci è capitato di sentire, anche chi pensa che “chi protesta in Iran sia pagato dagli americani e che Ahmadinejad rappresenta un alternativa al potere americano” o tante altre scontate ed improponibili pericolose banalità.
E' un dibattito che ci ha accompagnato anche un anno fa durante le mobilitazioni all'inizio dell'Operazione Piombo Fuso quando molte delle manifestazioni anche nelle nostre città hanno visto la presenza organizzata delle comunità musulmane in molti casi organizzate dalle relative Moschee. Anche allora, in nome del nemico comune, si è accettato di sfilare senza affrontare il nodo che essere contro la violenza totale israeliana non poteva voler dire l'accettazione passiva del portato politico e religioso con cui le organizzazioni religiose musulmane hanno voluto tentare di egemonizzare le proteste a loro uso e consumo.
Anche allora ci eravamo interrogati su quanto tutto questo fosse strumentale e come l'avere un pensiero che non semplificasse la realtà ma invece la comprendesse in tutta la sua complessità fosse la bussola con cui orientare il nostro agire.
Dopo l'iniziativa alla scalinata del Sindacato dei Giornalisti inizia a circolare la notizia che il Governo egiziano ha deciso di concedere l’autorizzazione al passaggio di un centinaio di persone a Gaza.
All'inizio si capisce ben poco. Ci sono varie consultazioni telefoniche molto convulse perché al massimo entro le sette di sera pare si debbano comunicare i nomi di chi partirà. La sera si svolgono varie riunione di “coordinamento” che però non si riesce a trasformare in una discussione condivisa su come porsi rispetto alla proposta egiziana. Intanto si capisce che la delegazione autorizzata sarebbe il frutto dell'incontro tra alcune rappresentanti di Code Pink e il direttore di una ONG umanitaria presieduta dalla moglie del presidente egiziano. Il convoglio in partenza viene vissuto da molti come un tentativo di sminuire il valore politico della Marcia riducendo il tutto ad un convoglio di aiuti umanitari, altri dicono che o si passa tutti o nessuno, altri sottolineano che comunque la delegazione è frutto delle mobilitazioni fatte, che è importante essere a Gaza per stare con i palestinesi, che comunque chi resta al Cairo deve continuare le mobilitazioni.
La discussione continua in maniera convulsa e frammentata durante tutta la notte e anche la mattina seguente alla partenza delle corriere. Chi arriva per partire, chi arriva per contestare chi parte, chi continua a discutere … alla fine partono una sessantina di persone che lo fanno come scelta personale portando una parte degli aiuti raccolti.
Tra oscillazioni di atteggiamenti e molta confusione questa discussione, nella forma e nella sostanza, dimostra i forti limiti della mancanza di un luogo, non solo fisico, dove svolgere una discussione collettiva, non schematica e capace di sciogliere, almeno in parte, i nodi di una decisione che invece è stata relegata ad una scelta personale.
Chiaramente il Governo egiziano ha tentato di giocare questa carta anche per cercare di dividere i partecipanti tra “buoni e cattivi”, tra “umanitari e contestatori”. Manovra che peraltro, al di là di tutto, non riesce perché alla fine c'è una denuncia collettiva generale del dato incontrovertibile della chiusura arbitraria egiziana.

31 dicembre 2009 le manifestazioni
Si arriva così al 31 dicembre giornata in cui se fossimo arrivati a Gaza avremmo dovuto manifestare insieme alla popolazione civile palestinese.
L'idea era di svolgere una Marcia indipendente e da quello che capiamo a questo scopo si era formato anche un Comitato ad hoc nella Striscia.
La proposta, condivisa dalla maggioranza degli attivisti, è provare a fare un corteo in città, rompendo lo schema di intrappolamento delle forze di sicurezza egiziane.
Si sottolinea che l'azione sarà non-violenta … e sempre ci si domanda perché si continua ad abusare continuamente di questa aggettivazione per le iniziative che stiamo facendo in questi giorni, come peraltro è anche successo a Copenhagen.
Di certo nessuno ha pensato ad “azioni violente” ..… ma c'è una sorta di “automatica” specificazione, quasi d'ufficio, che assume toni a volte ideologici. Forse, anche in questo caso, bisognerebbe abbandonare il passato e gli inutili distinguo per dire semplicemente che per il 31 dicembre si vuole fare una manifestazione. Niente di più, niente di meno. Così come la Marcia si prefiggeva, niente di più e niente di meno, che entrare a Gaza per dire che l'assedio deve finire e per essere a fianco della popolazione civile.
Si dà appuntamento a piccoli gruppi nelle vicinanze del Museo Nazionale in Tahreer Square.
Alcuni attivisti non riusciranno neanche a raggiungere la piazza perché vengono bloccati nei loro alberghi; il Lotus Hotel è uno dei pochi punti di incontro, peraltro sempre ben controllato dai servizi egiziani, della Marcia ai cui ospiti viene riservato un trattamento da arresti domiciliari.
In piazza appena i primi attivisti aprono gli striscioni e invadono la strada arrivano decine di poliziotti. I manifestanti arrivano anche dalle strade laterali. Il tutto si svolge velocemente. I poliziotti accerchiano i manifestanti, alcuni si siedono per terra ma vengono trascinati via con violenza.
Ci sono anche alcuni feriti tra cui due italiani. I poliziotti spintonano, schiacciano verso le balaustre, picchiano finché non riescono a trascinare tutti sul marciapiede che viene circondato e transennato sui lati. Si resterà lì diverse ore. All'inizio chi vuole può uscire e poi rientrare nello spazio controllato. Poi si può solo uscire e non rientrare. Il tutto dura diverse ore finché si decide di sciogliere il presidio.
Le immagini della violenza della polizia egiziana faranno il giro del mondo a dimostrazione di cosa sia questo regime autoritario.
Intanto chi è partito per Gaza ed è riuscito ad entrare si è trovato di fatto obbligato a partecipare alla manifestazione ufficiale organizzata da Hamas, che sta usando l'anniversario per la sua propaganda.
Nella stessa mattinata al valico di Eretz in Israele un migliaio di attivisti palestinesi, soprattutto residenti in Israele, e di Israeliani manifestano contro la chiusura della Striscia raggiunti telefonicamente da un messaggio di Hamas.
Non ci pare d'avere notizia di manifestazioni nei territori palestinesi della Cisgiordania. Come in altre occasioni l'assedio di Gaza non sembra essere certo in cima ai pensieri dell'Autorità Nazionale Palestinese che continua nella sua opera di separare sempre più i destini di chi si trova assediato a Gaza e di chi si trova sotto occupazione in Cisgiordania.
La sera ci sarà una manifestazione anche a Tel Aviv in Rabin Square di attivisti israeliani.

Lasciando l'Egitto
La sera partiamo da Il Cairo e al taxista che ci porta all'aeroporto chiediamo cosa pensa della vicenda di Gaza, alla fine di una sua visione della vicenda ci dice semplicemente “ogni governo usa la guerra per mantenersi al potere, lo fanno tutti i governi, israeliano, palestinese, egiziano, lo fanno tutti i governi in tutto il mondo mentre la gente vorrebbe semplicemente vivere felice ..”
Può sembrare una visione semplice ma alla fine è una visione efficace di questi tempi convulsi nei quali viviamo.
Al nostro ritorno apprendiamo che il 1° Gennaio c'è stata un'altra iniziativa sotto l'Ambasciata Israeliana a Il Cairo. Per diverse ore gli attivisti hanno manifestato dandosi poi appuntamento di nuovo il giorno dopo per chiudere la Gaza Freedom March con l'impegno a continuare la mobilitazione per porre fine all'assedio a Gaza e continuare la campagna di boicottaggio di Israele.
La Gaza Freedom March ci ha permesso di cogliere tanti aspetti, tante sfumature della vicenda palestinese, ci ha permesso di capire ancora di più quanti siano gli interessi che chiudono le porte della più grande prigione a cielo aperto del mondo, ci ha permesso anche di capire che non bisogna mai smettere di discutere e guardare la realtà per quello che è, fuori da ogni dogma; ci ha portato a guardare con ancora maggiore speranza quello che sta succedendo in Iran, ci ha anche fatto ancora una volta capire che la strada per la libertà vera delle donne e degli uomini palestinesi non sarà facile né lineare e che possiamo dare un contributo anche raccontando questa nostra piccola esperienza.

Vilma  e Vittorio - Associazione Ya Basta

PS. ovviamente ci sono lacune e forse affermazioni nel nostro racconto che agli “esperti” della situazione palestinese possono sembrare superficiali, ma siamo anche convinti che molte volte a forza di “guardare il dito si dimentica di guardare la luna” e si rischia di continuare a trovare giustificazioni, concatenate all'infinito, per non affrontare la realtà della complessità contemporanea di questo pezzo di mondo, non univoco, che si chiama Palestina....
( .. mentre finiamo di scrivere questi appunti girovagando nei vari siti leggiamo che è ripreso il balletto di dichiarazioni tra Hamas e Al Fatah sulla “riconciliazione” palestinese, dopo che ognuno dei due non ha esitato ad incarcerare in maniera pesante i rispettivi “nemici” e a fare di tutto per garantirsi la formale leadership sulla causa palestinese... e leggiamo che l'Egitto ha "aperto" per tre giorni, ovviamente sotto controllo, il valico di Rafah ..)