venerdì 29 gennaio 2010

Primo Marzo 2010 - Un giorno senza di noi...un giorno con tutti noi

Un giorno CON NOI, con i precari ed i disoccupati, con i lavoratori dipendenti e autonomi, un giorno degli autoctoni e dei migranti, uno giorno con noi TUTTI, per far vedere quanto siamo importanti.

Era il primo maggio 2006 quando milioni di indocumentados riempirono le piazze degli USA per dar vita a quello che poi è rimbalzato in ogni angolo del mondo con il nome di un dia sin nosotros, un giorno senza di noi.
Allora, solo pochi anni fa, milioni di migranti senza documenti rivendicavano la centralità del loro lavoro, della loro presenza, nel funzionamento della più grande economia del mondo. E l’eco di quella marcia non ha smesso di rimbombare ancora tra i diversi continenti, fino a prendere forma nei giorni nostri nelle 24 ore senza immigrati, la giornata senza di noi del primo marzo 2010.
Quel mondo però sembra non essere più lo stesso.

Oggi più di allora, le forme del lavoro, della produzione economica sono le più disparate e coinvolgono a pieno titolo intelletto e comunicazione, stili di vita e linguaggi, consumi e opinioni, affetti e relazioni.
Oggi più di un tempo, la fabbrica è ovunque e sembra sempre meno efficace pensare che astenersi dal lavoro possa essere abbastanza per trasformare la società in cui viviamo.
Oggi meno di allora, le organizzazioni classiche della politica sembrano capaci di cogliere le sfide che il presente ci consegna, ed insieme meno disposte a lasciare spazio a chi quelle sfide ha necessità di lanciarle.
Oggi e non allora, il mondo è attraversato da una crisi economica, sociale e politica, prima ancora che finanziaria, che tende ad espellere dal mercato del lavoro centinaia di migliaia di persone, più che a richiederne l’impiego.
Allora centinaia di migliaia di donne e uomini provenienti da altri paesi, pur con mille contraddizioni, venivano ritenuti utili e quindi inclusi in ogni forma, (legale ed illegale, regolare ed irregolare, autorizzata o non autorizzata, umana o disumana) perché necessari ad essere collocati in un mercato del lavoro che sembrava non poterne fare a meno.
Oggi, quelle braccia da mettere al lavoro sono diventate donne e uomini a cui si chiede di togliere il disturbo.
Oggi il governo dell’immigrazione non è più il semplice tentativo di gestire i movimenti migratori ma invece un modo tra i tanti, forse il più vecchio ed insieme il più raffinato, per tentare di governare la nostra società nel suo insieme, disponendone divisioni, frammentandone le relazioni, costringendone le libertà.
Così, oggi siamo tutti un po’ migranti alla ricerca di qualche sicurezza per il nostro futuro. Tutti precari, migranti e non, nel bel mezzo di una crisi epocale, talvolta miseramente impegnati a dividerci, talvolta nella più nobile pratica dell’unirci.
Cosa può significare allora oggi costruire un primo marzo senza immigrati? Un primo marzo senza di noi?
Per noi significa costruire un sogno collettivo, rincorrere l’inimmaginabile. Significa provare a crederci anche quando niente intorno a noi, tanto meno quando l’argomento è l’immigrazione, sembra muoversi nella direzione giusta.
Significa credere che questa sfida, quella di chi vuole rimettere in discussione le forme e i rituali della presa di parola collettiva, quella che per la prima volta, in maniera così dirompente, ha fatto parlare di sé trascinando e non facendosi trascinare dalle classiche organizzazioni ufficiali della politica, sia quella giusta.
Significa provare ad immaginare qualcosa di adeguato al nostro tempo che non è quello degli indocumentados statunitensi ma quello di Rosarno e della Cassa integrazione, quello delle espulsioni dal territorio e dal mercato del lavoro, quello del razzismo e delle criminalizzazioni, quello delle classi ponte e dei presidi spia, della cittadinanza negata e del reato di clandestinità. Non il tempo dei diritti universali ma quello delle gerarchie sociali, non quello dell’uguaglianza, ma quello delle discriminazioni, mentre la società intorno a noi, a prescindere dalla volontà di chiunque, procede nel meticciarsi inarrestabilmente.
Alcuni dicono che è impensabile uno sciopero dei soli migranti, che sarebbe solo utile a ghettizzarli. Noi siamo d’accordo, ma proprio per questo vorremmo che nessuno si tirasse indietro e che quel primo marzo del 2010 potesse diventare UN GIORNO SENZA DI NOI… TUTTI, migranti e non, perché è il futuro di tutti ad essere in gioco.
Sogniamo un primo marzo speciale, dirompente...
Una giornata di sciopero delle fabbriche e delle cooperative, dei cantieri e dei braccianti, uno sciopero delle badanti e degli ambulanti, un giorno in cui chiudere i nostri negozi e non andare a scuola, un giorno in cui disobbedire alle leggi razziste, in cui non segnalare e non denunciare, una giornata di sciopero contro il razzismo e la precarietà.
Ma non uno sciopero convenzionale, tanto meno uno sciopero etnico. Non un giorno da invisibili ma un giorno in cui farci vedere, in tanti, uniti, meticci.
UN GIORNO CON NOI, con i precari ed i disoccupati, con i lavoratori dipendenti e autonomi, un giorno degli autoctoni e dei migranti, uno giorno con noi TUTTI, per far vedere quanto siamo importanti.