giovedì 21 gennaio 2010

Eta: processo democratico unica opzione


di Orsola Casagrande

“Il processo democratico non è la migliore opzione, bensì l’unica. Dobbiamo comprendere che la sua principale garanzia è il nostro popolo. Perché solo con la forza e la spinta del nostro popolo si potrà aprire, costruire e portare fino in fondo questo processo. […] Il processo democratico sarà il centro della lotta che la sinistra indipendentista dovrà sviluppare in futuro”. E’ con queste parole che l’Eta (l’organizzazione armata indipendentista basca) è entrata nel dibattito politico in corso in questi mesi nei Paesi Baschi. Un comunicato pubblicato in euskera, la lingua basca, sul quotidiano Gara. Un comunicato nel quale Eta fa sua l’iniziativa della sinistra indipendentista basca. Che nonostante la repressione, gli arresti, l’illegalizzazione di ogni sua singola struttura (giovanile, culturale, partitica) ha continuato a lavorare per una soluzione democratica e pacifica del conflitto basco-spagnolo.
La sinistra indipendentista (izquierda abertzale) ha presentato il suo documento, “un primo passo nella costruzione di un processo democratico” a Venezia (nella conferenza di pace promossa dall’amministrazione comunale della città) e nei Paesi Baschi il 14 novembre scorso. In quella occasione avrebbe dovuto partecipare al dibattito anche Arnaldo Otegi, sostituito dalla sua avvocata, Jone Goirizelaia. Otegi infatti è stato arrestato poche settimane prima della conferenza.
Nel documento di novembre la sinistra sosteneva tra le altre cose “che lo strumento fondamentale per la nuova fase politica è il processo democratico e la sua messa in moto, una decisione unilaterale della sinistra abertzale. Per il suo sviluppo si cercheranno accordi bilaterali o multilaterali; con gli attori politici baschi, con la comunità internazionale e con gli stati per il superamento del conflitto. In definitiva il processo democratico è la scommessa strategica della sinistra abertzale per ottenere il cambiamento politico e sociale”.
Eta nel suo comunicato fa sua l’iniziativa della sinistra indipendentista che definisce “il motore della lotta di questo popolo”. Eta aggiunge che “la sinistra ha parlato e noi facciamo nostre le sue parole. Non possiamo rimanere fermi a guardare il nemico, è giunta l’ora di prendere l’iniziativa e agire, anche adesso. In questo momento in cui il nemico sferra il suo attacco più duro non possiamo rimanere fermi in una posizione di mera resistenza. Dobbiamo rispondere – insiste il comunicato – con quella capacità di iniziativa che vorrebbero soffocare. Sicuramente più che nel resistere alla repressione, la nostra forza risiede nella lotta politica. Le ragioni del nemico si riducono a niente davanti alla sinistra indipendentista nel dibattito politico”.
Eta non fa dichiarazioni di cessate il fuoco. I tempi non sono maturi, ma soprattutto, sottolinea l’organizzazione “una tregua di Eta non ha come conseguenza l’avvio di un processo democratico”. Perché per mettere in moto un processo democratico c’è bisogno anche “della collaborazione dello stato spagnolo”. Parole queste che ricordano molto quelle dell’Ira, l’esercito repubblicano irlandese, quando sottolineava nella sua dichiarazione di cessate il fuoco permanente unilaterale, il 31 agosto del 1994, che quella tregua nasceva dalla volontà di creare condizioni favorevoli a un dialogo. Ma per arrivare a quella decisione, anche il governo inglese (con quello irlandese) aveva dovuto compiere dei passi, dare dei segnali di disponibilità. Segnali che in questo momento nei Paesi Baschi non ci sono. Il governo spagnolo di Zapatero non ha praticamente risposto alla proposta di novembre, presentata dalla sinistra indipendentista. Lo ha fatto il suo ministro degli interni, Alfredo Rubalcaba, dando voce a luttuosi presagi secondo cui Eta stava preparando un sequesto o un grosso attentato.
Il gioco delle parti comunque nei conflitti è una delle componenti. Oggi i giornali spagnoli preferiscono impostare i loro articoli sottolineando la frase del comunicato in cui Eta dice che una tregua non equivale all’avvio di un processo democratico, per ribadire che l’organizzazione indipendentista basca non ha alcuna intenzione di deporre le armi.
Ma è stato così anche in Irlanda del Nord. Per mesi si è discusso sulla parola ‘permanente’ utilizzata nel comunicato di tregua dell’Ira. Permanente, dicevano elementi dentro il governo inglese di Tony Blair e soprattutto i conservatori, non significa ‘definitivo’, cioè resa incondizionata, cioè consegna delle armi.