martedì 12 gennaio 2010

Inizia un caldo 2010 per il Messico


di Gennaro Carotenuto
L’anno per i messicani, quelli delle classi medie e popolari s’intende, è cominciata con una rabbia ancora sorda e con una preoccupazione diffusa. In un continente dove le tasse dirette sulla ricchezza sono semplicemente risibili, l’aumento dell’IVA al 16% dal primo gennaio suona come una beffa e una nuova ingiustizia. Così il governo di Felipe Calderón, che ha sulla coscienza già 16.000 morti in tre anni nella guerra del narcotraffico nella quale lo stato, la politica, l’esercito sono parte in causa, ha scelto su quali spalle far pesare l’assoluta incapacità del suo governo e del modello neoliberale di risollevare il paese: quegli 80 milioni di messicani che già hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. Che però reagiscono: alla chiusura di questo articolo, l’alba di martedì in Messico, decine di blocchi stradali sono segnalati nelle principali strade del paese. Come se non bastasse l’aumento dell’IVA, non appena sconfitta la resistenza degli elettricisti di “Luz y Fuerza” e di fatto terminando la privatizzazione del settore (con il solito bla bla bla, sull’efficienza, la concorrenza e i benefici per i cittadini) la seconda cattiva notizia...
per i portafogli dei messicani è l’aumento indiscriminato, intorno al 5%, della stessa elettricità (sic), della benzina con la quale vanno le auto e del diesel con il quale si muovono le automobili.
Un aumento del 5% che, secondo la Camera di Commercio della capitale, si rifletterà in un 5% di inflazione immediata su tutto. Sono già aumentati metro e trasporti urbani ed extraurbani, indispensabili in questa città enorme, ma a pioggia gli aumenti si rifletteranno su ogni bene di prima necessità, tortilla compresa, la base dell’alimentazione messicana. Ciò nel corso del 2010 comporterà una perdita del potere d’acquisto per i messicani a medio e basso reddito che potrebbe toccare il 20%. Non c’è bisogno di essere critico del modello neoliberale per sconsigliare in un periodo di recessione la decisione di Calderón di comprimere ulteriormente il mercato interno. Ma la stretta fiscale sembra essere l’unica carta nelle mani del governo panista. Pemex, una delle principali imprese petrolifere al mondo, che ha letteralmente mantenuto il paese per decenni e che ancora contribuisce per il 40% al bilancio dello stato è alla frutta pur avendo registrato un attivo di 14 miliardi di dollari nei primi 11 mesi del 2009. Avrebbe bisogno di essere ristrutturata profondamente (come Petrobras o Pdvsa) per evitare quell’assurdo di esportare petrolio per importare benzina che è incapace di raffinare. Ma il governo preferisce lasciar acutizzare la crisi di Pemex per imporre la grande privatizzazione che è nei patti per i quali Calderón e il PAN (Partito di Azione Nazionale, destra conservatrice) stesso stanno governando da quasi un decennio questo paese. Se la linea del governo è chiara, altrettanto chiara è la situazione insostenibile nella quale versa la popolazione. La Coneval, un ente che misura lo sviluppo del paese, è stato chiarissimo nel suo ultimo rapporto. Il 65% dei messicani non ha accesso a servizi sociali, l’81% della popolazione è al di sotto della linea media di entrate e 5 milioni di bambini sono di fatto al di fuori di qualunque regime di assistenza. Dei quattro servizi fondamentali, salute, educazione, acqua potabile e alaccio fognario, al 70% dei messicani ne mancano almeno due. A ciò si aggiunge il fatto che la dozzina di milioni di messicani emigrati, soprattutto negli Stati Uniti, è sempre più in difficoltà nell’inviare rimesse. Nel 2009 le rimesse totali sarebbero state di meno di 20 miliardi di dollari contro i 23.5 del 2008 con una costante diminuzione procapite che viene dall’anno 2000. Allora i migranti inviavano a casa 370 dollari a testa. Oggi non arrivano più a 300 e il 17% di loro sarebbe al momento disoccupato o gravemente sottoccupato. In una situazione così difficile i messicani, anche quelli meno politicizzati, masticano amaro o si riuniscono in solidarietà con chi paga le conseguenze più gravi della crisi, come è avvenuto nei mesi passati con gli elettricisti di “Luz y Fuerza”. Alla chiusura di questa nota imponenti blocchi stradali, con migliaia di trasportatori accompagnati dai sindacati degli elettricisti, che ricambiano così la solidarietà ricevuta, stanno bloccando le principali strade del paese come quella che porta da Puebla a Veracruz. Ancora squilli di rivolta dal grande stato fallito?