venerdì 1 gennaio 2010

L'ondata di scioperi

Verso una trasformazione delle politiche del lavoro

di Tian Lei

Da Foshan, Shenzhen, Huizhou nel Guangdong a Nanchino, Wuxi, Kunshan nel Jiangsu fino a Pechino, allo Shanxi, Henan, Hubei e altre province, nell’ultimo mese lo sciopero si è diffuso come una epidemia in tutte le grandi zone economiche cinesi. Nella fabbrica del mondo degli ultimi trent’anni, gli operai che hanno tranquillamente forgiato il miracolo dell’industria produttiva cinese stanno risvegliando la memoria dello sciopero, a lungo dimenticata, con modalità inedite.
“L’ondata degli scioperi indica che le politiche del lavoro correnti sono arrivate a un punto in cui non è possibile non cambiare”, dice il direttore del centro di studi sulle relazioni del lavoro dell’Universita’ del Popolo, Chang Kai.
Se il Governo non modificherà il modello di una crescita economica scambiata col sacrificio dei lavoratori, se non normerà le relazioni fra capitale e lavoro, allora la società cinese conoscerà problemi ancora più esplosivi. Ma le politiche del lavoro che hanno mantenuto la crescita dell’economia degli ultimi 30 anni, si potranno cambiare così facilmente?
Il risveglio degli operai
Rispetto agli scioperi degli anni ’90 generati per i licenziamenti delle fabbriche di Stato, in questa tornata di scioperi attuale, sono gli operai delle imprese private che sono diventati la forza principale. Le loro richieste non si concentrano sulla corruzione, sulla protesta verso la proprietà dell’impresa etc etc, ma sull’aumento salariale e la diminuzione degli straordinari. […]
Durante gli scioperi, governi locali e media hanno fatto molte inchieste sui salari degli operai, e i risultati complessivi hanno mostrato come nelle imprese del Delta del Fiume Azzuro e del Fiume delle Perle, lo stipendio di un comune operaio si aggira tra i 1000 e i 1500 RMB. Oggi che i costi di base della vita in tutto il paese per l’educazione, la sanità, l’abitazione sono aumentati, queste entrate così scarse minano la dignità, rompono le speranze di questi lavoratori di poter migliorare la propria vita.
Infatti, se facciamo un paragone con il lavoro globale, il guadagno di 6 giorni a settimana con una media di oltre 10 ore giornaliere, non supera nemmeno i 150 euro mensili, ovvero un costo del lavoro da paese povero, addirittura inferiore a molti paesi del terzo mondo.
A differenza di chi si è stupito per l’ondata degli scioperi degli operai, molti studiosi del settore si sono invece stupiti di come si possa sopportare un salario così basso, e di come negli ultimi decenni non ci siano stati miglioramenti né forti proteste.
Secondo Pun Ngai, professoressa del Dipartimento di Scienze sociali applicate del Politecnico di Hong Kong, che ha lavorato e fatto ricerca in una fabbrica elettronica di Shenzhen, negli ultimi 30 anni è mancata la conoscenza delle masse lavoratrici cinesi da parte del governo, degli studiosi, dei media e della stragrande maggioranza della popolazione. L’attenzione si è solo concentra sui loro spostamenti e mobilità, ma una volta entrati in fabbrica, delle condizioni di vita degli operai sembra non importi niente a nessuno.
I motivi per cui i lavoratori sopportano e non protestano sono semplici: “il segreto dietro alla stabilità della fabbrica del mondo sta nell’organizzazione del sistema dei contadini migranti e del sistema dei dormitori della forza lavoro”. Pun Ngai dice che il sistema hukou assicura il mantenimento della identità di contadini alla prima generazione di nonmingong; in questo modo il processo di riproduzione della forza lavoro si completa per lo più nella campagna. Da un lato lo Stato non è affatto disposto a fornire loro l’identità di classe operaia, dall'altro il capitale non deve assumersi tutti i costi della forza lavoro. E il sistema dei dormitori di ogni grande fabbrica fa sì che la classe dei nonmingong restino all’interno della fabbrica, riducendo lo sforzo dei servizi pubblici per il governo.
L’efficienza di questi due sistemi ha mantenuto la stabilità sociale, garantito che i contadini andassero a lavorare fuori dalla campagna nonostante la paga scarsa, facendo continui straordinari per guadagnare un po’ di più. Il loro obiettivo più grande era poter tornare in campagna, costruire una casa, allevare i figli, sperare che la generazione successiva a loro uscisse dalla campagna. Ma quando, con l’arrivo del nuovo secolo, i nati dopo l’80 e il ’90 sono diventati il corpo dei lavoratori industriali, essi si sono trovati immersi nei fenomeni della civiltà urbana portati dai grandi eventi tipo le Olimpiadi e l’Expo.
Per questa generazione, lasciare la campagna significa intraprendere una strada senza ritorno, fatta di lavoro, del non poter tornare in campagna e non poter restare in città. La prima generazione di contadini lavoratori sta in perenne movimento fra campagna e città, mantenendo la propria identità di contadino; la seconda generazione invece è cresciuta interamente nei rapporti di produzione capitalistici, non gli importa se lo Stato vuole o no conferirgli l’identità di lavoratori e una collocazione politica nella società: si è già trasformata in pura classe operaia industriale.
Infatti, nell’ondata degli scioperi, i giovani operai industriali rispetto ai loro padri sono molti di più, sono capaci di formulare richieste ai sindacati e prendere degli specialisti di diritto del lavoro per affrontare i negoziati. Nello sciopero della Honda a Nanhai, il direttore del centro di studi delle relazioni sul lavoro dell’Università del Popolo, Chang Kai, è stato chiamato dai rappresentanti dei lavoratori come consigliere di diritto del lavoro, partecipando a tutto il negoziato fra le due parti. […]
I danni delle politiche sul lavoro
Chang Kai è ritenuto da molti il rappresentante intellettuale che parla per i lavoratori; secondo lui l’ondata di scioperi emersa nel 2010 non è un fatto casuale, piuttosto rivela gli elementi problematici delle politiche cinesi sul lavoro.
“La contraddizione fra capitale e lavoro è quella principale nell’economia di mercato cinese. Se il governo non interverrà fondando una normativa di base sui rapporti fra capitale e lavoro ma continuerà a seguire queste politiche, la società cinese conoscerà problemi molto grandi”. Secondo Chang Kai negli ultimi dieci anni le controversie sul lavoro sono cresciute di circa il 30%, ben oltre la crescita del Pil, e questi sono dati raccolti dal ministero del lavoro; a guardare bene, le controversie che non sono rientrate nelle statistiche farebbero arrivare a una percentuale impressionante.
Secondo molti economisti, dal 1978 il capitale maggiore della Cina è stata ed è la vasta forza lavoro; proprio per questo sacrificare diritti e interessi dei lavoratori per lo sviluppo economico è una strada obbligata per un paese che si sta sviluppando nel percorso della modernizzazione. Le politiche del lavoro degli ultimi 30 anni hanno seguito questa linea di pensiero. La revisione della costituzione del 1982 ha eliminato il diritto di sciopero motivando tale decisione con il fatto che, in un sistema socialista, semplicemente non ci possono essere scioperi.
E’ seguita la trasformazione del sindacato. Anche se oggi il sistema del sindacato occupa ancora un posto politico alto, il suo presidente è infatti un membro del comitato politico centrale, tuttavia la base è diventata di fatto un “sindacato giallo”. Durante lo sciopero alla Honda a Nanhai all’inizio di Giugno, il sindacato locale ha fatto violenza contro gli operai e diviso lo sciopero, cosa che spiega bene il senso di “sindacato giallo”.
“la considerazione popolare dei sindacati e’ molto bassa, la loro capacità di difesa dei diritti debole, e ciò è il risultato necessario della configurazione istituzionale” [...]
La forza degli operai
Ancora per un lungo periodo in futuro, l’ondata degli scioperi sarà il problema maggiore per l’economia cinese.
Secondo Pun Ngai, di fronte a questa situazione problematica, la mediazione del diritto e il miglioramento della qualità della produzione, non sono il percorso risolutivo. “Bisogna tornare a riflettere sul modello di produzione capitalistico, cercare modelli ed esperienze nella pratica del socialismo del passato”. Pun Ngai dice che i paesi capitalisti occidentali hanno attraversato la fase della contraddizione fra capitale e lavoro senza una rivoluzione sociale perché le multinazionali hanno trasferito le imprese produttive di bassa qualità nei paesi del terzo mondo. Se guardiamo alla divisione internazionale de lavoro dalla Cina fino a oggi, sembra quasi che essa sia bloccata, senza spazio alcuno per ulteriori trasferimenti. Si può dire, dal punto di vista cinese, che per un lungo tempo ancora, non ci sarà modo di fare a meno di quegli operai della produzione dei settori di bassa qualità, e non si potrà sorvolare sopra al diritto di vivere di questa grande massa.
Nello sciopero della Honda di Nanhai, i lavoratori hanno reso pubblica una lettera sottoscritta da tutti, in cui si legge: “la lotta per i nostri diritti non è solo per i diritti e gli interessi dei 1800 operai di questa fabbrica, a noi stanno a cuore i diritti e gli interessi di tutti gli operai cinesi. Speriamo di aver dato un esempio positivo per i diritti degli operai”.
Il risveglio dei lavoratori, per questo paese, non è un fatto negativo, ogni strato sociale lotta per i propri interessi e diritti favorendo e formando una grande forza che va nella direzione di un paese giusto ed equo.
Link dell`articolo originale in cinese: http://www.nfcmag.com/articles/2162
Traduzione a cura di Diego Gullotta