venerdì 15 gennaio 2010

Uruguay Tupamara



In Uruguay piove. Piove sempre. Piove anche la notte della vittoria di José (Pepe) Mujica. El Pepe sarà il nuovo presidente della Repubblica Orientale dell’Uruguay. Ex tupamaro. Ha passato 13 anni in carcere. Per alcuni anni la sua cella è stata un pozzo con l’acqua fino alle caviglie. Ha passato anni senza poter leggere nulla, senza parlare con nessuno. Le sue migliori amiche erano le formiche. In carcere, racconta, ha scoperto che le formiche urlano.
Ed urlano anche le centinaia di migliaia di uruguaiani ed uruguaiane che il 29 dicembre hanno eletto il secondo presidente del Frente Amplio. Ormai lontano 25 anni dalla fine della dittatura e dalla suggestiva storia della prigionia, oggi Mujica accetta perfino di mettere la cravatta, ma solo nei viaggi diplomatici e quando riceve personalità importanti. Senza dubbio queste elezioni hanno un alto valore simbolico. Rappresentano l’inizio del secondo governo del Frente Amplio, dopo quasi due secoli di dominio della scena politica da parte dei partiti tradizionali, il partito Blanco (o Nacional) ed il partito Colorado. Il Frente Amplio è oggi una coalizioni di 34 gruppi politici, che si identificano con un unico programma di sinistra.

Il secondo governo del Frente Amplio rappresenta una radicalizzazione, per lo meno simbolica, del potere. Il presidente uscente è Tabarè Vàzquez, medico, massone e socialista. Nel 2004 vinse le elezioni alla prima tornata elettorale con la maggioranza assoluta. Il giorno della sua assunzione Montevideo era un fiume in piena di bandiere tricolori (le bandiere del Frente Amplio). Vedere un popolo intero ballare, cantare e piangere per strada per aver riempito le urne non è una scena tanto comune oggi in Italia e nel resto d’Europa. Questa colorata manifestazione della fede per la democrazia elettorale era commovente anche per un non credente. Era un momento storico: la fine del dominio dei partiti tradizionali. La presenza della sinistra al governo, per la prima volta nella storia del paese.
A marzo del 2010 Vazquez cederà la presidenza al Pepe, appartenente al Movimiento de Participaciòn Popular (MPP), braccio politico del Movimiento de Liberaciòn Nacional (MLN)  - Tupamaros. I Tupamaros nacquero negli anni 60’ come risposta alla crisi economica e sociale che si sviluppava in Uruguay. Soggetti ad una dura repressione, nel 73’ quando iniziò formalmente la dittatura, i maggiori leader del movimento erano morti o in carceri di massima sicurezza. Pepe Mujica oggi riceve una doppia eredità. Un’eredità, come membro dell’ex movimento guerrigliero, che genera un’adulazione mistica o una critica senza mezzi termini da parte dei “non violenti”, un’eredità simbolica pero ugualmente reale in quanto racconta la storia recente. Un’eredità come secondo presidente del Frente Amplio.
Il primo governo del Frente è stato un cambio ed un non cambio, un cammino verso la giustizia sociale ed un mantenimento del sistema politico vigente. Le principali azioni del governo del socialista Vazquez hanno avuto a che fare con la lotta contro povertà ed all’indigenza incrementate dopo la crisi del 2002, con i diritti umani e la storia recente della dittatura, con l’inserzione nei mercati internazionali, con il modello produttivo  del paese, con incremento delle monocolture forestali ed altre monocolture. È stato un governo con un discorso progressista, che parlava di giustizia sociale. Ha creato il Ministero di Sviluppo Sociale, la cui sede si trova simbolicamente in un mastodontico edificio che era la sede di una banca fallita durante la crisi. Ha iniziato le prime ricerche dei resti dei desaparecidos, sepolti nel Rio de la Plata o dimenticati nelle fosse comuni create nelle caserme della dittatura.  
In merito alla gestione ambientale il discorso  produttivo ha prevalso senza dubbio sul discorso ambientalista. Nel paese convivono due marchi con i quali il paese si presenta al mondo: l’Uruguay Produttivo e l’Uruguay Naturale. Con una superficie di 17 milioni di ettari (tre quarti dell’Italia) si contano oltre un milione di ettari di monocolture forestali, e più di mezzo milione di monocolture di soia, oltre a grandi estensioni di riso ed altre monocolture. A questo si aggiungono i 12 milioni di bovini e gli 11 milioni di ovini, mentre i piccoli produttori fanno fatica a sbarcare il lunario. Questo è il paesaggio del paese in un territorio dove si integrano o si dovrebbero integrare territorio, storia, produzione, cultura, benessere e relazioni sociali. Territorio che di fatto è un territorio spopolato, un immenso deserto verde che tuttavia ancora colpisce con la sua suggestione. È la via d’accesso alla sconfinata prateria sudamericana.
Ma veniamos al futuro. Il Frente sta concludendo la spartizione della torta, tra i partiti forti che lo compongono. La maggior parte dei ministeri andrà all’MPP ed a due correnti socialiste. Il resto ad altri partiti forti della coalizione. Anche il partito comunista avrà un ministero. A differenza delle elezioni anteriori, questa volta la coalizione di sinistra non ha vinto al primo turno, in quanto non ha raggiunto al maggioranza assoluta. Ha disputato la presidenza durante il con Luis Alberto Lacalle del Partito Blanco. Lacalle, già presidente negli anni novanta, ha traghettato il paese nell’era del neoliberismo, spingendo l’acceleratore sulle privatizzazioni. Solo la tradizione democratica ed elettorale dell’Uruguay ha permesso di fermare la svendita di imprese pubbliche con lo strumento del referendum popolare. L’altro contendente di rilievo è stato il giovane candidato del partito Colorado, Pedro Bordaberry. Pedro, avvocato e sportivo, è il figlio di Juan Maria Bordaberry, che attraverso un auto-golpe nel 73 creò un consiglio misto civile-militare che iniziò ufficialmente la dittatura.
Mujica ha vinto il ballottaggio con oltre il 53% dei voti. Ha vinto mentre perdeva un’altra sfida. Durante la prima tornata elettorale vi è stato un referendum per l’annullamento della ley de caducidad, la legge che protegge i militari che si sono macchiati dei crimini della dittatura. È la seconda volta, dalla fine della dittatura, che un referendum non riesce ad annullare la legge. La prima reazione a questo risultato è pensare che l’Uruguay è un paese senza memoria. “Il problema è più complesso” mi consola un’amica. Suo padre è stato in carcere 15 anni durante la dittatura. Effettivamente è più complesso. Tiene a che vedere con le elezioni, con i giochi elettorali, con l’interpretazione del passato al di là delle posizione ideologiche, con l’importanza che la popolazione da alla storia recente.
L’Uruguay, secondo un recente studio della Commissione Economica per l’America Latina, è il paese meno diseguale del continente, nel continente più diseguale del mondo. Paese dove le politiche sociali hanno abbattuto la povertà congiunturale dovuta alla crisi, ma dove ci vuole ben altro per eliminare l’emarginazione strutturale. Nella periferia di Montevideo non mancano baraccopoli, bambini denutriti ed adulti incapaci di decidere il proprio destino. L’Uruguay, che fu la svizzera dell’America Latina. Oggi l’unico ricordo del paese alpino è il segreto bancario, che aiuta a generare investimenti stranieri, insieme alle zone franche ed ai sussidi per le imprese che fanno affari nel paese.
Ritornando al futuro, il secondo governo del Frente Amplio si propone di continuare le politiche sociali integrali per l’eliminazione della povertà. Di fatto uno dei temi forti del programma elettorale è il diritto alla casa e l’eliminazione delle baraccopoli irregolari. Altro tema rilevante è ancora una volta l’ambiente. Sarà ampliata della matrice energetica rinnovabile e sono già in atto progetti per la risposta e l’adattamento al cambio climatico. Effettivamente in Uruguay piove tanto. Siamo a dicembre, a poche settimane dall’inizio dell’estate e vi sono quasi 8000 sfollati in tutto il paese, a causa delle forti piogge.
            Guardando al contesto regionale, si ribadiscono le antiche sfide. Essere parte del Mercosud, senza perdere i privilegi delle relazioni col mercato globale. Il Mercosud è ancora tutto da costruire.  Costa meno spedire assi di legno in Vietnam che venderle al Brasile. Il Brasile probabilmente ha più interesse di essere un Leader Mondiale che di essere un leader del Mercato Comune del Sud. Rimanendo nella regione, non mancano i conflitti diplomatici, come quello con la vicina Argentina, per la presenza di una industria di cellulosa sulle sponde del rio Uruguay.
In fine, una riflessione sulla relazione tra il sistema politico ed i movimenti sociali. L’Uruguay è un paese poco mobilizzato. Le organizzazioni sociali del paese difficilmente si trasformano in protagonisti di cicli di conflitti di lungo termine con il sistema politico. Queste relazioni conflittuali, conosciute anche col nome di movimenti sociali, si riducono più che altro a momenti di rivendicazione isolati o alla costruzione di reti che generano poche tensioni con le istituzioni che rappresentano il sistema politico e non smuovono l’opinione pubblica. Questa situazione è legata a motivazioni storiche più profonde. Le rivendicazioni sociali in Uruguay passano attraverso il sistema dei partiti. Questa “apertura” impedisce la creazione di un vero conflitto sociale che, se esistesse, potrebbe essere un buon strumento per alimentare un dibattito trasformatore.
Senza dubbio, la presenza del primo governo del Frente ha rappresentato un’ulteriore fase di smobilizzazione. I leader sociali sono entrati a far parte della struttura del governo. Il discorso di protesta contro i governi anteriori viene adesso fatto proprio dalla sinistra al potere. Se Tabarè Vazquez ha significato un momento di smobilizzazione, con Pepe Mujica si possono immaginare due strade possibili. La radicalizzazione del discorso progressista e delle azioni concrete in favore della giustizia sociale. O, al contrario, una maggiore riduzione della protesta sociali, attraverso l’acquisizione di un discorso ugualmente radicale da parte del nuovo governo, pero pericolosamente immobilizzante.