venerdì 7 dicembre 2012

Egitto - Un pò di calore in questo inverno islamista


Contributo di Lorenzo Fe *

Gli sviluppi recenti hanno pienamente confermato le riserve che si accompagnavano alla grande gioia con cui era stata accolta l'ondata rivoluzionaria del 2011 nel mondo arabo. Ma se c'è un punto su cui non ci sono dubbi, è che la Primavera Araba ha infranto il divide et impera della tesi dello “scontro di civiltà”. Ma questa falsificazione è avvenuta su due piani.
Da un lato abbiamo il riemergere di un universalismo dal basso, l'universalismo della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Il clima culturale post-modernista, con la sua spesso unilaterale esaltazione dei vari particolarismi, lo dava per spacciato. E invece eccolo tornare con forza dove meno ce lo si aspettava.
Dall'altro lato però, c'è l'universalismo dall'alto, che, dai tempi della rivoluzione francese e dell'imperialismo, coopta le aspirazioni di libertà e uguaglianza per trasformarle in facciata ideologica di rapporti di forza tutt'altro che libertari. In questo caso l'universalismo dall'alto si è manifestato nell'intesa tra interessi delle élite occidentali e islamismo sunnita. Dopo un decennio di retorica di guerra al terrore e di equazione tra Islam e terrorismo, tale intesa sembrava addirittura inconcepibile. Eppure una riflessione storica leggermente più ampia fa sembrare tale alleanza tutt'altro che eccezionale. Stati Uniti e Arabia Saudita (paese che talvolta viene buffamente designato come “moderato” dai media mainstream) sono sempre stati in ottimi rapporti. La contemporanea cultura dell'estremismo di destra sunnita, nonché la stessa Al Qaeda, è stata forgiata nel corso della guerra santa contro l'invasione sovietica dell'Afghanistan, che vedeva servizi segreti americani e jihadisti uniti nella lotta. La guerra al terrore degli anni zero sembra quindi una parentesi all'interno di un più ampio quadro di collaborazione tra élite. Si ha la tentazione di descrivere gli eventi in questi termini: negli anni '90, quando le sinistre sembravano addomesticate o ridotte all'impotenza, le due destre hanno pensato che fosse arrivato il momento di un regolamento di conti interno. Ma con la crisi del neoliberismo e di fronte alla ribellione popolare, i rapporti sono stati ricuciti in men che non si dica. Per cui ecco gli Stati Uniti scommettere sull'islamismo moderato come unico modo di mantenere il regime di governance finanziaria nella regione.
Gli attuali allineamenti stanno esacerbando il conflitto settario tra sciiti e sunniti interno al mondo islamico. Gli islamisti sunniti, retorica a parte, sono vicini all'occidente, e gli sciiti, sotto la guida quanto mai deprecabile dell'Iran di Ahmadinejad e quel che resta della Siria di Assad, in virulenta opposizione. I leader di entrambe le fazioni giocano sul fanatismo religioso per autolegittimarsi. L'accentuarsi del contrasto ha colpito chi ha la sfortuna di trovarsi in prossimità delle trincee di questa guerra ideologica, in Siria, in Libano, e in Palestina. In Siria l'insurrezione popolare e democratica sta assumendo sempre di più le inquietanti sembianze di una guerra etnico-religiosa tra la maggioranza sunnita e il regime sciita. In Libano, Hezbollah è lacerata dalla contraddizione tra la sua retorica populista e il suo fedele sostegno ad Assad. In Palestina, Hamas è altrettanto indebolita dallo scontro tra la sua identità sunnita e l'aiuto che ha ricevuto da Siria e Iran, cosa che sembra aver reso la Palestina un bersaglio ancora più facile per Nethanyahu.
All'interno della destra sunnita, il contrasto si gioca invece tra la corrente più moderata dei Fratelli Musulmani, che fa capo all'Egitto e al Qatar, e quella salafita, che guarda invece all'Arabia Saudita. Negli anni '60 Egitto e Arabia Saudita erano i due grandi concorrenti per l'egemonia sul mondo arabo. Entrambi i regimi erano violentemente autoritari, ma l'Egitto rappresentava una visione anti-imperialista, laica e progressista dal punto di vista della distribuzione del reddito. L'Arabia Saudita invece era ed è una monarchia religiosa fedele agli interessi americani e a una sostanziale indifferenza verso la questione palestinese. Con la fine di Nasser e l'avvento di Sadat, e poi di Mubarak, l'Egitto ha ceduto sull'anti imperialismo, mantenendo una qualche vestigia di parziale e relativo secolarismo (e l'immagine della laicità è stata ovviamente alquanto danneggiata dalla sua associazione con le dittature nord africane). La sfida all'autoritarismo portata avanti dalla rivoluzione egiziana era anche una sfida alle monarchie del golfo, ma l'opportunista avvento al potere dei Fratelli Musulmani rappresenta un avvicinamento all'Arabia dal punto di vista dell'islamismo sunnita e filo-Americano. Certo, i salafiti, generosamente finanziati dai petroldollari sauditi, non sono entrati nei governi a guida islamista moderata comparsi in Marocco, Libia, Tunisia ed Egitto quando la polvere della ribellione si è posata nuovamente al suolo. Ma si dimostrano sempre obbedienti alleati quando si tratta di reprimere le mobilitazioni della sinistra.
Il caso dell'Egitto è emblematico anche per quel che riguarda le politiche degli islamisti al potere. I Fratelli Musulmani sono da tempo un'organizzazione potente, soprattutto dal punto di vista economico. La leadership comprende diversi milionari e i quadri provengono dalla piccola e media borghesia. Questa organizzazione si è rapidamente trasformata in una formidabile macchina elettorale, che ha permesso al presidente Morsy di venire democraticamente eletto nonostante gli intrighi dei militari e dei rimasugli del vecchio regime. Ma Morsy non si è dimostrato particolarmente incline a utilizzare il potere così acquisito in modo altrettanto democratico. La libertà d'espressione, per quanto più ampia che sotto Mubarak, è sta limitata rispetto al periodo della transizione. L'assemblea costituente è stata unilateralmente egemonizzata dagli islamisti. Le elezioni per il nuovo parlamento sono state nuovamente posticipate. Morsy, che ha temporaneamente anche i poteri del parlamento, ha recentemente varato misure per mettere sotto controllo islamista anche il potere giudiziario e i vertici del sindacato di stato. E soprattutto ha garantito all'FMI, in cambio di un nuovo prestito, che il popolo egiziano ripagherà il “debito dittatoriale” contratto sotto Sadat e Mubarak. Le politiche neoliberiste che hanno portato al crollo di Mubarak stanno per ripresentarsi sotto spoglie barbute. Forti coi deboli e deboli coi forti, verrebbe da commentare. Di qui la settimana di scontri della gioventù rivoluzionaria contro islamisti e polizia, nello strenuo tentativo di far contare la forza della mobilitazione più di quella del denaro. La gioventù rivoluzionaria è determinata a far sì che il sangue e la memoria dei caduti non vengano ripuliti dall'opportunismo islamista.

* Lorenzo Fe è autore di In ogni strada. Voci di rivoluzione dal Cairo, cresciuto a Treviso e ora vive a Londra. Per Agenzia X ha pubblicato Londra zero zero e curato l’edizione italiana di All Crews.