lunedì 26 gennaio 2009

Tortura e guerra contro i mapuche nel Cile di Michelle Bachelet


Ad un anno dalla morte di Matías Catrileo, ammazzato dai carabinieri cileni il 3 gennaio 2008 e a 9 mesi dalla morte sotto tortura di Johnny Cariqueo, e con 32 prigionieri politici mapuche ancora nelle carceri cilene e oltre 50 casi di tortura documentati solo sotto il governo di Michelle Bachelet, l’impunità per i corpi dello Stato continua ad essere assoluta.
Lo stato democratico continua a combattere contro gli indigeni del Sud una guerra al terrorismo fuori tempo e fuori luogo e continua a considerare la necessità vitale di recuperare le terre ancestrali come un crimine contro la sicurezza dello Stato.“Recupero di terre ancestrali” è il crimine di tutti i 32 prigionieri politici mapuche nelle carceri cileni, condannati a pene detentive in molti casi sotto il capestro della legge anti-terrorismo in piena continuità con i tempi oscuri della dittatura di Augusto Pinochet.
Questa settimana è stato condannato a 5 anni di carcere per furto aggravato il dirigente mapuche Roberto Manquepi Vita. La sua colpa è stata aver recuperato erba dai pascoli comuni da sempre destinati ad usi civici dal suo popolo ma oggi occupato illegalmente da coloni privati. Altri per lo stesso “crimine”, sono stati più fortunati ed hanno evitato il carcere, ma hanno dovuto chiedere asilo politico sia in Argentina che in Svizzera.
Il tutto continua ad avvenire in un contesto mediatico manipolato dove i militanti mapuche, che disarmati vanno a far fieno per il bestiame al quale altrimenti non saprebbero cosa dar da mangiare, vengono definiti “terroristi” dai media senza mai mettere in dubbio le accuse contro questi.
E quando riescono a bucare il cono d’ombra dei media che li criminalizzano, come è il caso di Patricia Troncoso, che condusse uno sciopero della fame di 112 giorni un anno fa, immediatamente la luce si richiude. Oggi Patricia e i suoi compagni, per fortuna sopravvissuti, sono ancora in carcere e hanno ottenuto solo benefici minori. Con lei altri 31 mapuche sono detenuti nelle prigioni cilene e, nonostante siano accusati di crimini altrove considerati lievi, occupazione di terre, in qualche caso furto o incendio, la sistematica applicazione della legge anti-terrorismo causa l’applicazione di condanne gravi, quasi sempre superiori ai dieci anni di carcere.
Nonostante la società civile cilena sia silente, negli ultimi anni i mapuche riescono a beneficiare di avvocati prestigiosi, tra i quali l’ex-giudice Juan Guzman in grado di meglio difenderli anche se non sempre con buoni risultati.
Lunga continua ad essere la lista delle violazioni di diritti umani contro i mapuche contro i quali 20 anni di democrazia sembrano passati invano. Si va dal tredicenne Patricio Queipul Millanao, sequestrato e torturato dai carabinieri, a molteplici altri casi di minori detenuti in carceri per adulti, picchiati con multiple fratture, all’uso sistematico della tortura, di vessazioni e di violenza fisica in un’ancestrale lotta per la terra dove lo Stato ha da tempo, dal tempo di Manuel Montt a metà ‘800, scelto di stare da una parte contro un’altra.