domenica 31 gennaio 2010

Russia - La polizia saccheggia sede di gruppo ambientalista

di Astrit Dakli

La sede di “Baikal Wawe“, un gruppo ambientalista siberiano che sta battendosi contro la riapertura della cartiera sul lago Baikal decisa il 13 gennaio dal premier Vladimir Putin, è stata occupata e messa a sacco dalla polizia locale, che ieri ha portato via tutti i computer e molti documenti cartacei con la scusa di cercare del software senza licenza. I membri del gruppo che si trovavano nella sede sono stati portati in commissariato e identificati; il sito internet di Baikal Wawe è stato oscurato.
Secondo i portavoce del movimento ambientalista – forse quello operante da più tempo nella regione del celebre lago – l’irruzione della polizia è legata a doppio filo alle proteste che il gruppo stesso ha sollevato contro la riapertura della fabbrica, di proprietà del super-oligarca Oleg Deripaska; non a caso l’operazione è stata condotta proprio nel giorno in cui a Mosca si trovava una folta delegazione di amministratori della città di Baikalsk, dove si trova l’impianto contestato, e di dirigenti della fabbrica stessa, tutti corsi nella capitale per ringraziare il governo e Putin della scelta di riaprire.
La vicenda della cartiera BTsBK è lunga e complessa, e vede una contraddizione insanabile tra tutela ambientale e tutela delle condizioni di vita di un’intera città, Baikalsk, che con la chiusura degli impianti decisa l’anno scorso e ora revocata aveva visto davanti a sè il concreto spettro della totale rovina: la cartiera forniva infatti lavoro direttamente o indirettamente a metà della popolazione attiva, e provvedeva inoltre a fornire riscaldamento ed elettricità alla cittadinanza. D’altra parte, lo sversamento nel lago delle acque di lavaggio, contenenti forti quantità di cloro, rappresenta una minaccia gravissima a un ecosistema unico al mondo. Non a caso lo stesso Putin, nell’ordinare la riapertura, ha anche incaricato il ministero dell’ambiente di esercitare un monitoraggio speciale sulla situazione con facoltà di intervenire – non si sa ben come.
Quanto al gruppo ecologista messo sotto torchio, corre rischi seri: anche perché le sue origini sono legate (nei primi anni novanta) a un intervento straniero, in particolare di un’associazione ambientalista tedesca che pagò la sede e le prime attrezzature. Data l’estrema durezza delle leggi russe in materia di attività sul territorio federale di ong straniere, non è difficile ritenere che questo possa diventare un pretesto per bloccare una voce scomoda e molto seguita.