giovedì 22 marzo 2012

Palestina - Diritto all'acqua

Nella giornata mondiale dell'acqua raduno a Gerusalemme contro la distruzione di cisterne. Ma la crisi idrica nei Territori Occupati va ben oltre. Un palestinese dispone di 1/4 dell'acqua di un israeliano e il fabbisogno cresce.

di Ika Dano
Oggi, in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, mentre in tutto il mondo si ribadisce che l’acqua è un diritto umano e un bene comune, una cinquantina di manifestanti si è riunita a Gerusalemme per protestare contro la demolizione delle taniche d’acqua nella zona C, 60% dei Territori Occupati, sotto completo controllo israeliano. La manifestazione è stata indetta da una coalizione di organizzazioni della società civile palestinese e israeliana. Inizialmente doveva tenersi davanti alla Corte di Giustizia israeliana ma alla fine è stata però confinata nella piazza di Agranat. Non si sono verificate, quindi, le previste tensioni con i coloni dell’avamposto di Migron, appena risparmiato dal governo israeliano che, nonostante lo consideri illegale, gli ha fornito servizi pubblici e ne ha congelato all`inizio di marzo l’ordine di demolizione.

Non solo i coloni non si sono presentati, ma non è nemmeno arrivato nessuno dal coordinamento EWASH per l’Acqua, la Sanità e l’Igiene finanziato dall’Unione Europea: a detta della coordinatrice in loco, per evitare screzi diplomatici con i donatori. Proprio loro tre giorni fa, per mano dell’Alto rappresentante dell’Unione Europea Catherine Ashton, hanno firmato un accordo di 35 milioni di euro con l’Autorità Palestinese per un nuovo impianto di trattamento delle acque nere nel nord della Cisgiordania.
Il motivo della manifestazione è stato annunciato in un comunicato stampa, dove si legge che la demolizione di cisterne d’acqua nella zona C è illegale secondo il diritto internazionale e anche secondo gli Accordi di Oslo stipulati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel 1994. La coalizione chiede alla Corte “di ricordare allo Stato di Israele le sue obbligazioni legali”. Dalla Procura Israeliana, intanto, è pervenuta la comunicazione che tutti gli appelli di ricorso presentati alla Corte Suprema per i casi di demolizioni di cisterne d`acqua verranno passati a giudizio entro il 22 agosto.
Sono oltre 12.500 i casi di demolizione di strutture di sussistenza da parte delle autorità israeliane registrati solo nel 2010 nei Territori Occupati e a Gerusalemme, secondo il capo dell’Ùfficio per gli Affari Umanitari dell’Onu (OCHA). Tra questi, le demolizioni di cisterne d`acqua in zona C sarebbero la maggioranza. Alle demolizioni ordinate dalle autorità vanno ad aggiungersi le violenze dei coloni, coadiuvati dall`esercito. Una settimana prima della giornata mondiale dell’acqua, una nuova relazione dell’OCHA aveva riportato l’attenzione sulla crisi nei Territori Palestinesi Occupati, denunciando ben 56 sorgenti d`acqua passate sotto il controllo di coloni in Cisgiordania. “La violenza dei coloni - si legge nel rapporto - è in costante aumento. Che con minacce, attacchi fisici a contadini ed erezione di barriere attorno alle sorgenti, ha reso impossibile l`accesso di intere comunità palestinesi alle fonti d`acqua, fondamentali per l’approvvigionamento e l`agricoltura.
Quando si parla di cisterne e di sorgenti in Palestina, non si parla dell`approvvigionamento riservato a una fetta marginale della società, ma piuttosto dei principali metodi di rifornimento di acqua: nei centri urbani con cisterne nere locate sui tetti, e nelle zone rurali con tubature collegate direttamente alle sorgenti. Queste ultime coprono, secondo l’Autorità per l’Acqua di Ramallah, il 49% del fabbisogno totale: non sono solo la fonte più importante per l`irrigazione agricola, ma anche per la sussistenza di tutte le comunità che, trovandosi in Area C, spesso non sono collegate ad alcun acquedotto, e dipendono dunque dal rifornimento dalla compagnia nazionale israeliana Mekorot. A prezzi triplicati rispetto a quelli dell`Autorità Palestinese, Mekorot soddisfa ben il 40% del fabbisogno idrico dei Territori Occupati , di cui il 56% addirittura nelle città, nominalmente sotto controllo dell`Autorità palestinese (Zona A). In altre parole, esplicita un rapporto dell`Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ) “le risorse d`acqua palestinesi che vengono rubate da Israele, vengono ora rivendute ai Palestinesi, trasformandosi in profitti enormi per Mekorot”.
Così, lo Stato israeliano controlla, secondo ARIJ, l`80% delle risorse d`acqua, che nel caso eclatante della cittá di Qalqiliya, locata su uno del più consistenti bacini acquiferi della regione, si é anche preoccupato di circondare con il Muro di Separazione. Uno studio dell’istituto di Ricerca di Economia Politica Palestinese (MAS) annunciava giá nel 2009 che la situazione non può che peggiorare: la disponibilità  d`acqua nei territori Occupati si é dimezzata dal 2003 (60.5 milioni di m³) al 2009 (30.6 milioni di m³), ma il fabbisogno non può che crescere. E, da un totale di 389 milioni di m³ del 2010, si passerà a un fabbisogno di 859 milioni di m³ nel 2020.
Oggi il consumo medio di un Palestinese è di 73 litri, compresi bisogni personali, domestici, industriali e agricoli. In alcune zone del Nord, scende addirittura a 37 litri pro capite. Al contempo, un cittadino israeliano ne ha a disposizione mediamente 242 in città e 211 nelle zone rurali. E mentre l`organizzazione israeliana per i diritti umani “B’Tselem” denuncia questa disparità, l`Organizzazione Mondiale della Sanità considera 100 litri pro capite la quantità minima necessaria al sostentamento. Sotto occupazione, l`acqua é ben lontana dall`essere un diritto umano. Figuriamoci un bene comune.

tratto da Nena News