martedì 15 febbraio 2011

E' necessario un forum sociale in America Latina?

Considerazioni sul Forum Sociale Mondiale

di Raúl Zibechi

Lo scenario politico-sociale è esploso in multeplici particelle al punto che, per lo meno in America Latina, si va conformando una grossa nuvola, o foschia, che travisa la realtà. La situazione è tanto complessa che non è semplice trovare un asse analitico capace di rendere conto dell'insieme o che possa mostrare che esiste una unica realtà.
Lo scenario degli ultimi mesi comprende dalle minacce di invasione al Messico dagli Stati Uniti fino a una minaccia di esplosione popolare contro il governo di Evo Morales, passando per la prigione di leader indigeni in Ecuador accusati di terrorismo fino alla salita di un insigne dirigente della sinistra colombiana come vicepresidente di Juan Manuel Santos immagine dell'estrema destra.
Se posiamo lo sguardo nel Forum Sociale Mondiale, FSM, riunito a Dakar, Senegal, le contraddizioni non mancano. Un anno fa l'Associazione Interetnica di Sviluppo della Selva Peruviana, protagonista della resistenza alle multinazionali nel giugno del 2009 a Bagua con un saldo di decine di morti, chiese sostegno per esigere l'uscita dell'industria petrolifera brasiliana Petrobras della selva amazzonica. Però Petrobras è una di quelle che finanziano l'incontro.

In questa undicesima edizione del foro i movimenti sono passati in terza posizione, dopo i governi e le ONG. Queste sono protagoniste dalla prima edizione ed i governi hanno continuato a guadagnare spazio nella stessa proporzione in cui è andata scemando la partecipazione. Non ha molto senso gettare colpe, bensì sforzarsi a comprendere le ragioni che hanno portato il FSM alla sua realtà attuale e quali possono essere le strade per coordinare resistenze.
Il problema più importante che affronta il foro è la confusione intorno a chi sono i soggetti dei cambiamenti, benché si debba dire che questa confusione è presente in tutta la sinistra ed in buona parte dei movimenti. Molti intellettuali, dirigenti politici e di movimenti sostengono che ora sono i governi gli addetti a costruire un mondo nuovo o l' "altro mondo possibile". Non è la stessa cosa la competenza interstatale per transitare da un mondo unipolare ad un altro multipolare e la lotta per l'emancipazione e l'autonomia degli oppressi.
Nel primo scenario è possibile considerare Petrobras come un alleato, ma nel secondo, se lo guardi per il posto che occupa, è un nemico.
Il secondo problema è la divisione tra il politico e il sociale. Non è certo che i movimenti siano "sociali". Sono essenzialmente politici, ed in quella confusione hanno una carta molto considerevole gli intellettuali che si sono arresi all'eurocentrismo e ripetono le più trebbiate teorie accademiche senza attenersi alla realtà di quello che accade nel basso che si organizza e si muove. Il concetto di movimento sta in disputa, non solo per la questione sul fatto che siano "sociali" o "antisistemici", bensì per la concezione stessa di quello che è un movimento: se si tratta di un apparato, una struttura organizzativa o qualcosa di più complesso e includente. Comprovare che molti movimenti sono divenuti mere organizzazioni sociali, con dirigenti distaccati delle basi, con sedi ben equipaggiate e pratiche simili a quelle delle ONG, dovrebbe portarci a riflettere su che cosa parliamo quando diciamo "movimenti".
La terza questione che dobbiamo indagare è come intendiamo il modello attuale di accumulazione di capitale. Se i problemi si limitano ai paesi del nord, come ha segnalato Lula giorni fa a Dakar, lasciamo da parte niente meno che l'incremento delle attività estrattive che è la forma che assume il modello neoliberale nel periodo attuale. Ed omettiamo problemi come lo sfruttamento dell'Amazzonia delle "nostre" multinazionali e dei "nostri" governi, con siti idroelettrici come Belo Monte e Rio Madera, fra i tanti altri, che sacrificano paesi interi all'altare dello sviluppo.
Infine, dai movimenti deve ammettersi che non abbiamo un modello alternativo e vitale all'estrattivismo, ma si deve forzare un dibattito aperto che non escluda i governi, sui percorsi possibili per uscire dal modello attuale, come primo passo per cominciare a pensare strategicamente. La filosofia del 'buen vivir' non si è ancora convertita in alternativa politica, non è inclusa nella vita reale, ed il più delle volte si riduce a discorsi che nascondono pratiche affini all'accumulazione di capitale.
L'impressione è che i forum sociali abbiano fatto il loro tempo e smesso di essere spazi di scambio ed interconoscenza tra movimenti di base ed attivisti. La gestione sempre più professionale dei forum li ha trasformati in spazi mediatici che hanno poco a che vedere con le preoccupazioni e necessità quotidiane dei movimenti dal basso reali. Tuttavia, qualche tipo di coordinazione, incontro, scambio e dibattito continua ad essere necessario tra i movimenti antisistemici e tra gli attivisti anticapitalisti. Che si trovino, per esempio, piqueteros e senza tetto, comunità in resistenza contro il settore minerario del Perù, Argentina ed Ecuador, e così via. Un problema è il modo. Incontri troppo grandi implicano impegni finanziari che i più bisognosi non possono affrontare. I temi non possono essere molto pretenziosi, poiché normalmente si fermano a questioni troppo generali.
Abbiamo, comunque, abbondanti esperienze. Dall'Incontro per l'Umanità e contro il Neoliberalismo di 1996 ed il Festival de la Digna Rabia del 2009 convocati dall'EZLN, fino agli incontri semestrali dell' Unión de Asambleas Ciudadanas contro il settore minerario in Argentina e le attività contro la diga di sbarramento di Belo Monte che questi giorni ha raggiunto le 500 mila firme di rifiuto.
O i diversi coordinamenti contro l'occupazione "progressista" di Haiti. C'è molta attività dal basso che non aspetta la convocazione di grandi eventi. E' stato l'impressionante ciclo di protesta iniziato con il 'caracazo' (tumulti di Caracas feb1989.ndr) ed i diversi 'Ya Basta!' quello che aprì spazi per i forum. Quel ciclo è terminato ed ora è necessario arare a rasoterra per continuare a seminare.

tratto da La Jornada