mercoledì 23 febbraio 2011

Sudan - Lo stupro come arma politica


Sudan - Donne 2Sempre più numerosi i casi in Sudan di abusi sessuali da parte della Security nei confronti di donne e giovani “colpevoli” di aver partecipato alle manifestazioni di piazza. La denuncia di Sudan democracy first group.
Stupri e violenze sessuali come strumenti di lotta politica e di repressione. È quello che sta accadendo in queste ore a Khartoum, in Sudan. Violenze contro donne e ragazze colpevoli solo di aver partecipato, in alcuni casi neppure quello, a manifestazioni di piazza contro il regime che governa il paese dal 1989.

La denuncia, prima apparsa su alcuni siti sudanesi e su youtube, è stata poi ripresa da un'organizzazione locale a difesa dei diritti civili e democratici, Sudan democracy first group, che ha elaborato un documento in cui cita almeno sei casi molto documentati di abusi sessuali, molestie fisiche e verbali nei confronti di donne sudanesi, avvenuti tra il 30 gennaio scorso e il 16 febbraio.
Crimini perpetrati dagli uomini della Security del partito al potere, il Partito nazionale del congresso. E compiuti, in prevalenza, negli uffici dell'intelligence nazionale (Niss) a Khartoum Nord.

Le denunce citate risalgono al dopo manifestazione in piazza, a Khartoum, del 30 gennaio - seguita poi da quella del 2 febbraio - sulla scia delle vicende tunisine ed egiziane.
In piazza contro il regime, accusato per le sue responsabilità storiche e politiche in relazione alla secessione del Sud; per la diffusissima corruzione e per il nepotismo; per la mancanza di giustizia; per l'incitamento all'odio e alla divisione; per aver continuato la guerra in Darfur; per la crescita della povertà, della disoccupazione e per una situazione economica disastrosa.

In seguito a queste proteste sono state arrestate numerose persone; il Niss ha preso di mira i movimenti studenteschi, le università e i giornali. E il rischio tortura era già stato paventato da Amnesty International.

Nell'atto di denuncia del Sudan democracy first group si cita il caso di S.E. arrestata la mattina del 13 febbraio in Al Jamhouria Street mentre stava acquistando alcuni fogli e materiale per l'ufficio. È stata accusata di diffondere volantini e testi per incitare la gente alla ribellione. L'hanno portata negli uffici della Security dove l'hanno interrogata, violentata e picchiata. Volevano che rivelasse la sua appartenenza ai gruppi politici più attivi nei giorni delle manifestazioni. È svenuta in più di un'occasione. Violentata anche al suo risveglio. Nel referto medico c'è scritto che ha subito diversi abusi.

Lo stesso trattamento riservato a Samah Mohammed Adam, arrestata il 30 gennaio. O a Marwa al Tijani, fermata il 3 febbraio («più piangevano e più mi colpivano e abusavano»). O ad Asmaa Hassan Al Turabi il 16 febbraio. Solo per citare alcuni dei nomi trovati nel report dell'organizzazione sudanese.

Nel quale si ricorda come i reati di violenza sessuale, come lo stupro, le molestie e l' aggressione sessuale, non rappresentino affatto uno strumento nuovo in mano al partito al potere contro coloro che si battono per il rispetto dei diritti, o per manifestare idee diverse rispetto a quelle del regime, o per contrastare la guerra, a difesa della giustizia e della democrazia. «Negli anni novanta, durante il periodo della "Casa fantasma" molti uomini vennero violentati e fatti oggetto di vessazioni. E alcuni di questi casi furono pure documentati».

Decine di migliaia di donne e ragazze sono state sottoposte a violenze sessuali in Darfur e nel Sud Sudan e sui Monti Nuba durante gli anni dei conflitti scoppiati in queste regioni. Violenze documentate in relazioni locali e internazionali.

Il Sudan democracy first group ritiene che «i reati legati alla violenza sessuale, nelle loro varie forme e ovunque si verifichino, rappresentano il fondamento della decadenza dell'oppressione e della crudeltà su cui si è basata la politica del Png per oltre due decenni. Riteniamo inoltre che questi crimini sono la peggior offesa alla lotta per la dignità e per l'umanità di tutta la gente sudanese».

L'appello dell'organizzazione è alla comunità internazionale affinché vigili e non chiuda gli occhi di fronte a questi crimini.

Tratto da: Nigrizia