mercoledì 30 maggio 2012

Messico - La Primavera Messicana, #YoSoy132


Alcuni parlano di primavera messicana per stabilire un paragone con le cosiddette “primavere arabe” che poi non sempre primavere furono o che comunque avevano molte differenze tra di loro. Ad ogni modo nelle ultime 3 settimane c’è stato un grande risveglio dei giovani e degli universitari messicani – che provo a descrivere in poche righe – di fronte a un regime autoritario che è duro a morire, a un regime mediatico di duopolio che crea candidati e presidenti a suo piacimento, a un paese ancora poco avvezzo alla democrazia, al pluralismo e alla trasparenza, a un’informazione e a dei mass media deprecabili. Il tutto avviene quando manca poco più di un mese alle elezioni presidenziali per eleggere il capo di stato e di governo dal 2012 al 2018 e il vecchio dinosauro, il Partito Rivoluzionario istituzionale (PRI) in testa nei sondaggi. Molti ragazzi, circa il 25% del corpo elettorale, voteranno per la prima volta. L’età media dei messicani è intorno ai 26 anni, in Italia siamo oltre i 42, per farci un’idea. I giovani minori di 35 anni rappresentano oltre il 50% dei votanti e quelli sotto i 25 anni sono il 35%. Anche se sono partiti dei tentativi “soft” di cooptare o includere questo movimento spontaneo nelle piattoforme elettorali dei principali partiti, per ora il movimento #YoSoy132, Io Sono 132, rivendica la sua autonomia e propone nuove iniziative praticamente ogni giorno. Per esempio per il 26 e 27 maggio, sciopero delle TV, spegnere tutto. Per il 28, era prevista un’occupazione e una marcia per esigere la trasmissione del prossimo dibattito presidenziale a reti unificate. Oppure fino al 31 maggio ci si organizza per fare gli osservatori elettorali, figura che molti giovani fino a poco tempo fa nemmeno conoscevano. Dopo il Movimento per la Pace di Javier Sicilia, nato nell’aprile 2011, ora assistiamo a una nuova reazione antiautoritaria della società civile, non più da parte delle vittime dello stato e della narcoguerra ma dei giovani. Vediamo la sua breve e già densa storia. Tutte le foto sono dell’amica Parika Benítez. Questo articolo è apparso timidamente sul quotidiano italiano L’Unità del 28 maggio 2012. Poi meno timidamente su Carmilla. Fabrizio Lorusso.
C’è chi la chiama “Primavera Messicana” o chi, come la scrittrice Elena Poniatowska, già intravede un nuovo ’68 in Messico.

Messico - Il movimento #YoSoy132 nel tempo delle elezioni


Il 1 luglio si terranno le elezioni presidenziali in Messico. Tre i candidati: in testa ai sondaggi il candidato del PRI e Partito verde, Enrique Peña Neto, poi la  candidata del PAN, Josefina Vazquez Mota, e  Andrés Manuel Lopez Obrador, del PRD. Nelle ultime settimane sono cresciute le proteste contro la possibilità che al governo torni il PRI ( il partito che ha governato il Messico per settant'anni fino al 2000) e contro una campagna elettorale maneggiata con una disinformazione costante da parte del sistema televisivo. In questo quadro si inserisce un nuovo protagonismo inatteso dei giovani, mentre nel paese continuano le violenze dei Narcos e della "guerra al narcotraffico".
Tutti già lo chiamano movimento e il riferimento è l'hastag #YoSoy132 .
Tutto inizia ai primi di maggio quando studenti della Università Iberica, (università privata e con un'accesso non certo popolare),  protestano contro la presenza del candidato alle presidenziali Pena Nieto del Pri nella loro università. Una protesta molto vivace in cui gli studenti con slogans e cartelli contestano al candidato presidenziale in particolare la pesante repressione operata ad Atenco quando era governatore dello Stato del Messico.  Ad Atenco dal 2002  proprio Pena Nieto permise una repressione brutale contro il movimento che si opponeva alla costruzione del nuovo aereoporto.
Di fronte alla protesta dei giovani, inusuale in una università privata, i dirigenti dei partiti Pri e Pvem affermano con grande spazio nei mezzi televisivi che la protesta non è opera degli studenti ma di provocatori.
In risposta 131 alunni della Ibero registrano e diffondono un video mostrando le proprie credenziali universitarie e dicendo "Io c'ero. E sono studente dell'Ibero". Il video supera ben presto il milione di visite.

Siria - Al collasso: condanna Onu, Annan a Damasco


Nuove violenze in Siria dopo la dura condanna del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro il regime di Bashar al-Assad, ritenuto colpevole della strage di Houla di venerdì notte dove hanno perso la vita oltre 100 persone. Kofi Annan, inviato speciale di ONU e Lega Araba, è in viaggio verso Damasco, dove è atteso per oggi.
Attacco delle forze governative nella città di Hama
Sarebbero almeno trenta le vittime dell’attacco di ieri alla città di Hama in Siria: secondo fonti dell’opposizione siriana i tank dell’esercito governativo avrebbero attaccato alcuni quartieri residenziali considerati base dei ribelli. In mattinata è partito il lancio di missili, dopo una serie di attacchi contro l’esercito da parte di gruppi armati di opposizione al regime di Bashar.
Scontri che seguono alla dura dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il cui intervento è considerato dai ribelli ancora troppo blando. Alle opposizioni, in particolare, non piace la missione di osservatori di ONU e Lega Araba, “fallimentare perché incapace di prevenire le violenze”. “La delegazione di osservatori è inutile e non ha preso alcuna iniziativa, tranne quella di contare le vittime il giorno dopo un massacro, esattamente come accadeva a Sarajevo e Srebrenica in Bosnia”, si legge in una dichiarazione del Consiglio Rivoluzionario.
Il Consiglio di Sicurezza ONU contro i massacri in Siria. La risposta di Damasco
Ieri il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha duramente condannato l’utilizzo da parte del governo siriano di artiglieria pesante contro la popolazione della città di Houla: venerdì notte l’attacco ha provocato la morte di almeno 108 persone (tra cui 49 minori) e il ferimento di altre 300.
Nella dichiarazione, sottoscritta anche dalla Russia, la più fedele alleata di Bashar, l’ONU dichiara che le morti sono il risultato di “attacchi che hanno coinvolto l’artiglieria governativa in quartieri residenziali” e chiede al presidente Assad di abbandonare l’utilizzo di armi pesanti in aree popolate – secondo quanto previsto dal piano in sei punti che Kofi Annan aveva fatto firmare a Damasco a marzo.

La posta in gioco a Rio +20


Per l'unità e la mobilitazione dei popoli in difesa della vita e dei beni comuni, la giustizia sociale e ambientale contro la mercificazione della natura e l'economia verde
A un mese dalla Conferenza ONU di Rio +20, i popoli del mondo non vedono risultati positivi del processo di negoziazione che si sta facendo nella conferenza ufficiale.
Non si sta discutendo un bilancio degli accordi presi a Rio 92 nè come cambiare le cause della crisi. Il focus delle discussioni è un insieme di proposte chiamate ingannosamente economia verde e come instaurare un nuovo sistema di governance ambientale internazionale per facilitarla.
La vera causa delle molteplici crisi strutturali è il capitalismo, con le sue forme classiche e rinnovate di dominazione, che concentra la ricchezza e produce disuguaglianze sociali, disoccupazione, violenza contro i popoli, criminalizzazione di coloro che lo denunciano.
L'attuale Sistema di produzione e consumo, rappresentato dalle grandi corporazioni, i mercati finanziari e i governi che lo garantiscono, produce e aggrava il riscaldamento globale e la crisi climatica, la fame e la denutrizione, la perdita delle foreste e della diversità biologica e socio-culturale, la contaminazione chimica , la scarsità di acqua potabile, l'aumento della desertificazione dei suoli, l'acidificazione dei mari, il land grabbing e la mercantilizzazione di tutti gli aspetti della vita, in città e la campagna.
L'economia verde, contrariamente a quanto il suo nome suggerisce, è un'altra fase di accumulazione capitalistica. Nulla nell'economia verde mette in discussione o sostituisce l'economia basata sull'estrattivismo e sui carburanti fossili, né sui loro modelli di consumo e di produzione industriale, ma si estende l'economia sfruttatrice delle persone e l'ambiente a nuovi ambiti, alimentando il mito che sia possibile la crescita economica infinita.

lunedì 28 maggio 2012

Desinformémonos del lunedì


Reportajes

ARTHUR LOROT Y MARCELA SALAS
FOTO: GABRIELA OLIVEROS
ADAZAHIRA CHÁVEZ Y GLORIA MUÑOZ
FOTOS: MOISÉS QUINTANA
TEXTO: BEATRIZ ZALCE
FOTOGRAFÍA: HERIBERTO RODRÍGUEZ
ENTREVISTA DE ADAZAHIRA CHÁVEZ
ADAZAHIRA CHÁVEZ
MARCELA SALAS CASSANI
TRABA
Reportajes Internacionales
ALEXANDRE BEAUDOIN DUQUETTE
RAIMUNDO VIEJO VIÑAS
TEXTO Y FOTOGRAFÍAS: DAVID BACON
Imagina en Resistencia
TESTIMONIO RECOGIDO POR MARISA ALCALÁ Y SOFÍA GONZÁLEZ EN LA CIUDAD DE MÉXICO
 Fotoreportaje
FOTOGRAFÍA: CLAYTON CONN
TEXTO: CLAYTON CONN, AURA BOGADO, DESINFORMÉMONOS
MÚSICA: TRAYVON, DE JASIRI X
PRODUSCCIÓN: DESINFORMÉMONOS
 Video
ENTREVISTAS: MOISÉS QUINTANA Y JAIME QUINTANA
FOTOS: HERIBERTO RODRÍGUEZ
REALIZACIÓN: SERGIO ADRIÁN CASTRO BIBRIESCA
Audio
REALIZACIÓN: ARTHUR LOROT
ENTREVISTAS: MARCELA SALAS CASSANI Y ARTHUR LOROT

domenica 27 maggio 2012

Egitto - L’incubo del ritorno al passato e il bel risultato socialista.


«Ora sia Fotuh a sostenerci al secondo turno» dichiara al Manifesto, Mohammed Mursi, leader del partito dei Fratelli musulmani e vincitore del primo turno delle elezioni presidenziali in Egitto. «Il suo programma non differisce dal nostro.
È il tempo dell’unità» – continua Mursi. «Daremo la vice presidenza a uno dei candidati che non ha superato il primo turno» – aggiungono i leader della fratellanza nella conferenza stampa di sabato, organizzata per dichiarare la vittoria.
Si sono chiuse da 48 ore le urne, non ci sono ancora i risultati definitivi,ma con oltre il 25% dei voti Mohammed Mursi passa al secondo turno insieme all’ex uomo di Mubarak, Ahmed Shafiq (24,8%).
Mursi è l’unico dei candidati con alle spalle la grande organizzazione di un partito (Libertà e giustizia) con un controllo capillare del territorio. In più, gli sheikh delle moschee hanno chiesto ai fedeli di votare per l’esponente della fratellanza nei sermoni del venerdì. Mentre militari entrano ed escono dai seggi, al caffè Marusa di via Port Said nel quartiere di Sayeda Zeinab si festeggia il grande risultato dell’«aquila» di Hamdin Sabbahi.
La grande sorpresa dell’Egitto del dopo rivolte sono i socialisti. Hanno conquistato nuovo spazio, nonostante la retorica nazionalista li abbia per decenni disattivati nel sistema del partito unico voluto da Nasser e dai suoi successori. Sabbahi, nasserista, ex leader di Karima (dignità), «è l’unica alternativa al populismo nazionalista e islamista», assicura Khaled. Il giovane attivista porta al braccio il simbolo di Amr Moussa. «Per un giorno di campagna elettorale mi hanno pagato 150 ghinee (circa 18 euro,ndr). Ma l’unico successo per la rivoluzione può venire da Sabbahi, che non aveva i mezzi per fare campagna elettorale». E così, il terzo posto di Sabbahi, con il 20%, sembra davvero incredibile. L’ex sindacalista ha convinto gli elettori dei grandi quartieri urbani del Cairo, Giza e Alessandria dosando elogi e critiche per riforma agraria e capitalismo di stato di Nasser. «Sabbahi era in piazza Tahrir ed è uno dei pochi candidati che, ufficiosamente, abbiamo sostenuto contro il vecchio regime» – aggiunge al manifesto Ahmed Maher di «6 Aprile».
D’altra parte, il quarto posto di Abou el-Fotuh, progressista espulso dalla fratellanza musulmana, chiarisce come sinistra secolare e islamismo riformista abbiano un nuovo spazio da organizzare nella società egiziana. Nella sede del movimento di Fotuh nel quartiere di Helmeya non si nasconde la delusione.
«Non sosterremo chi ci ha cacciato» - dichiara affranto Ahmed Samir – «Fotuh è l’uomo del progresso per giovani e poveri, ma la campagna elettorale per le strade non ha pagato». In realtà, anche l’incognita del voto salafita si è finalmente sciolta. Nessuno di el-Nour ha appoggiato Fotuh. «Mursi sarà il nostro candidato al secondo turno» – ammette Emad Ghafour, insieme ai network salafiti, incluse le gama’at al-islamiyya.
Poche le luci e tante le ombre di questo voto: «è un incubo. Ora perchi dovrei votare?» – dice Walaa, attivista dei movimenti di resistenza extraparlamentare in piazzaTahrir.
Il secondo posto di un feloul (uomo del vecchio regime), come Ahmed Shafiq, preoccupa non poco. «È vero che gli egiziani vogliono sicurezza e stabilità, ma l’elezione di Shafiq porterebbe soprattutto nuove manifestazioni» – commenta Gamal Gawad del Centro studi Al-Ahram. «Shafiq ha ottenuto l’appoggio di militari, degli ex uomini del Partito nazionale democratico e della Chiesa copta», continua l’analista. E così, come dimostrato dalla strage dello stadio di Port Said del febbraio scorso, l’ex partito di Mubarak è in grado ancora di controllare «un sistema di piccola criminalità e di voto di scambio» che attiva violenze o impone alla polizia di non intervenire per sedare incidenti.
Per queste ragioni, da deputati e intellettuali si sono immediatamente levate voci contro Ahmed Shafiq, che dovrà rispondere delle accuse di frodi elettorali.
In questo senso, il deputato liberale Amr Hamzawi ha chiesto a Mursi di dimettersi, perchè tutto il fronte delle opposizioni al vecchio regime «si unisca intorno a Sabbahi». Nonostante ciò, proprio i liberali sono i grandi sconfitti di questo voto. El-Baradei ha lasciato i paese, dichiarando l’illegittimità del nuovo presidente «in assenza della nuova Costituzione». La milionaria campagna elettorale di Amr Moussa, quinto, ha raccolto una fredda accoglienza nel popolo egiziano. Si attendono le indicazioni di voto di Fotuh e Sabbahi per capire quante possibilità abbia Ahmed Shafiq di sconfiggere Mursi al secondo turno puntando, da una parte, sul pericolo di un presidente islamista e, dall’altra, sulla promessa di un premier della Fratellanza.
È certo che in Egitto dalla gioia di andare al voto senza conoscere già il risultato si è passati in poche ore all’incubo del ritorno al passato.
Tratto da Il Manifesto

Egitto - Ha vinto la democrazia non la rivoluzione

Mohammed Morsi dei Fratelli musulmani e Ahmed Shafiq, espressione dell’ancien regime, vanno al ballottaggio di metà giugno, che potrebbe essere a tre con il nasserista Hamdeen Sabahi. Deciderà la Commissione elettorale. Rabbia e delusione tra i giovani rivoluzionari.

Il  candidato dei Fratelli musulmani Mohamed Morsi con il 25,3 per cento dei voti e il controverso esponente laico Ahmed Shafiq (l’ultimo premier dell’ex raìs-faraone Hosni Mubarak) con il 24 per cento, hanno vinto il primo turno delle elezioni  presidenziali del 23 e 24 maggio. Si sfideranno in un faccia e faccia, senza precedenti nella storia egiziana degli ultimi decenni, nel ballottaggio di metà giugno. Sfida che potrebbe essere allargata a tre, dato che il terzo classificato, il candidato nasserista e della sinistra Hamdeen Sabahi, ha ottenuto un sorprendente 22 per cento. La legge elettorale infatti prevede, se i primi due candidati conseguono un numero piu’ o meno uguale di voti, che al secondo turno venga incluso un terzo candidato. Presto si conoscerà la decisione della Commissione elettorale.

Messico - Oaxaca - La lotta dei maestri


A sei anni di distanza dalla rivolta che per mesi riuscì a sovvertire l'ordine costituito in questa città e nell'intero Stato di Oaxaca, i maestri della Seccion 22 del Sindicato Nacional de Trabajodores de la Educación (SNTE) tornano ad occupare le strade e la piazza centrale della città. Mentre a Città del Messico gli studenti danno vita ad una enorme manifestazione per la democratizzazione dei mezzi di comunicazione, in un momento in cui la campagna elettorale dei diversi candidati alla presidenza della repubblica rende ancora più evidente la collusione tra il potere mediatico e quello politico, a Oaxaca si organizza un presidio, a tempo indefinito, di migliaia di persone in difesa dell'istruzione pubblica e protestare contro la Riforma della Legge Federale del Lavoro promossa dal partito di governo, il PAN, e dal PRI.
A partire dal 21 di maggio migliaia di maestri hanno bloccato l'accesso a banche, centri commerciali e sedi amministrative e governative esigendo, da parte del governo federale, una risposta alle loro istanze: in primo luogo la cancellazione dei programmi di governo che mirano al soffocamento dell'istruzione pubblica attraverso il finanziamento di quella privata; ma anche la cancellazione della proposta di riforma della legge sul lavoro che prevede la sospensione di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori in tema di contratti, salari, flessibilità e sicurezza; "se venisse approvata la proposta del PAN e del PRI per riformare la Legge Federale del Lavoro si produrrebbe più povertà, nuovi problemi sociali e una grave negazione dei diritti umani e dei lavoratori. Il Messico non si convertirà certo in un modello garantista dei di diritti dei lavoratori, che oggi vengono difesi dall'articolo 123 della Costituzione, ma in difensore dei privilegi delle imprese", dicono i maestri.

mercoledì 23 maggio 2012

Egitto alle elezioni


Oggi più di 50 milioni di egiziani si recheranno alle urne per eleggere il presidente della Repubblica. Dovrebbe essere l’ultimo passaggio del periodo di transizione iniziato il 25 gennaio del 2011, quando piazza Tahrir diventò il centro del mondo e dopo trenta anni il regime di Hosni Mubarak è finito. Tanti sono, però, i dubbi e le incertezze che ruotano attorno al voto. Riportiamo l'intervista fatta da E il mensile online sulle elezioni egiziane a Marcella Emiliani, docente di Storia e Istituzioni del Medio Oriente e di Relazioni Internazionali del Medio Oriente presso la Facoltà di Scienze Politiche a Forlì e di Sviluppo Politico del Medio Oriente presso la Facoltà di Scienze Politiche di Bologna, autrice di Medio Oriente, una storia dal 1918 al 1991 e, appena pubblicato da Laterza, la seconda parte: Medio Oriente, una storia dal 1991 a oggi.
di Cristian Elia
Cosa si aspetta dal voto? Qual’è la situazione in Egitto?
Il clima non è tranquillo. Quello che gli egiziani temono di più è che queste elezioni siano causa di violenze, di scontri tali da ‘costringere’ i militari a rimanere al potere. Il quadro politico è estremamente confuso, debole. Perché è vero che ci sono decine di partiti emersi da questo processo di democratizzazione, ma non sono partiti realmente rappresentativi, al di là della Fratellanza Musulmana sulla quale però bisogna fare un discorso molto chiaro: i sondaggi dei quotidiani egiziani parlano di una grande flessione di consenso dalle legislative a oggi. Lo slancio della repressione subita in passato da Nasser, Sadat e Mubarak, che ha garantito un voto di protesta, pare ridimensionato.
Che idea si è potuta fare dei candidati?

Messico - Grande manifestazione a Città del Messico contro la candidatura di Peña Nieto


Si è svolta il 20 maggio con partenza dallo Zocalo di Città del Messico una grande marcia, convocata dai social network, contro la candidatura di  Peña  Nieto del PRI a Presidente della Repubblica. In migliaia hanno manifestato per ricordare le sue responsabilità nella repressione di Atenco. Moltissimi i giovani.
Las calles de la ciudad de México se inundaron de indignación. Decenas de miles de hombres y mujeres de muchas generaciones, predominantemente jóvenes, salieron a las calles el 19 de mayo para, en sus palabras, dejar claro que: “aquí estamos y no vamos a permitir que no nos escuchen”. La marcha, convocada a través de las redes sociales, fue contra la candidatura a la presidencia de Enrique Peña Nieto, del Partido Revolucionario Institucional (PRI), pero de manera integral fue, como indica Trinidad Ramírez, del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (FPDT), una de las organizaciones más aguerridas, “contra todo el sistema, no sólo contra un solo partido”.
La multitudinaria movilización fue, literalmente, en sentido contrario. No llegó al Zócalo sino que partió de ahí, recorrió la avenida Reforma e invadió con una gran columna los alrededores del Ángel de la Independencia. No hubo banderas ni gritos partidarios, pues justo fue contra “las mentiras que todos nos dicen, pero principalmente contra Peña Nieto, que tiene a Televisa a su servicio”, señaló Ernesto Figueroa, estudiante de la Universidad Nacional Autónoma de México.

Cina - Il caso di Chen e i cambiamenti politici della Cina


di Francesco Sisci
Sulla delicata vicenda del dissidente cieco Pechino è riuscita a prendere decisioni creative in tempi rapidissimi, abbandonando il tradizionale metodo del consenso. Hu Jintao ora ha più influenza: cambierà gli assetti del potere?

Tutti gli articoli sulla vicenda di Chen e di Bo Xilai

PECHINO - Il caso dell'avvocato dissidente cieco Chen Guangcheng, che all'inizio di maggio è sfuggito agli arresti domiciliari per rifugiarsi nell'Ambasciata degli Stati Uniti nel corso di un dialogo strategico tra Cina e Usa, ha una caratteristica particolare: Washington e Pechino hanno raggiunto due accordi per la sorte di Chen in meno di 48 ore. È un evento senza precedenti.
 Per la leadership cinese, vincolata al metodo del consenso, è difficile prendere decisioni veloci, ma questa volta è successo - proprio come in occasione del terremoto del Sichuan nel 2008, quando poche ore dopo il disastro il primo ministro Wen Jiabao fu inviato nell'area colpita.
Giungere a una decisione (in questo caso, mandare Chen a studiare a Tianjin) e poche ore dopo ripensarci e uscirsene con un'idea innovativa (non l'esilio in America, ma un programma di studio negli Stati Uniti) sarebbe stato impossibile seguendo il vecchio metodo del consenso tra i vertici.
In base a questo metodo la maggior parte delle decisioni, se non tutte, è di fatto presa all'unanimità. Questo processo è stato avviato da Deng Xiaoping, che voleva evitare la concentrazione del potere dei tempi di Mao Zedong, che aveva reso possibili gli errori dello stesso Mao.

Canada - Quebec - I 100 giorni di sciopero degli studenti e le proteste contro la LOI 78


Dura da 100 giorni in Quebec  sciopero generale degli studenti contro la riforma per un accesso all'istruzione pubblica.
Il motivo delle proteste è l’aumento delle tasse delle università pubbliche, che nei prossimi 5 anni potrebbero crescere del 75 per cento in seguito alla continua crescita del debito pubblico del Québec.
Lo sciopero degli studenti si è allargato come protesta sociale contro le misure d'austerità. Ci sono state manifestazioni di massa, la polizia ha attaccato i manifestanti e arrestato diverse persone nel corso di tutte queste settimane, ma la protesta non accenna a diminuire.
Per tentare di frenare le contestazioni, la scorsa settimana il governo ha deciso l'approvazione di una legge (LOI 78) che ha lo scopo di criminalizzare le proteste
Si tratta di misure che prevedono una generale restrizione dell'agibilità politica con multe pesantissime per chi organizza iniziative politiche.

lunedì 21 maggio 2012

Stati Uniti - OccupyNato - Proteste a Chicago per il vertice Nato


Vasta partecipazione  a Chigaco alle proteste in questi giorni contro il vertice della Nato contro le missioni militari come in Afghanistan, contro le spese militari.
Oggi, lunedì si terrà una manifestazione al quartier generale della Boing
Domenica alla conclusione di una marcia con un'ampia partecipazione ci sono stati scontri con la polizia, quando una parte del corteo ha tentato di avvicinarsi alla zona blindata.
In questi giorni è stato ingentissimo lo schieramento di forze dell'ordine. Denunciati numerosi fermi tra cui quelli di giornalisti e mediattivisti. ,
Iniziative si sono svolte in altre città americane.
Già nei giorni precedenti la polizia aveva attaccato sit-in e manifestazione di protesta.
Cronaca della giornata di domenica
Cronaca dalle varie città

Egitto - Una guerra per l'acqua

Molti paesi africani dell'alto corso del Nilo rivendicano una spartizione più equa delle acque del fiume. Ma l'Egitto si oppone e si prepara ad affrontare una vera e propria battaglia per il controllo delle risorse idriche.


di Anna Clementi

“L’Egitto è un dono del Nilo” scriveva lo storico greco Erodoto nel V secolo a. C.. Le acque di questo fiume che percorre più di 6700 chilometri di terra africana e le periodiche inondazioni che depositano sul terreno il limo – uno strato di fango molto fertile – rappresentavano e continuano a rappresentare la linfa vitale dell’Egitto. Tuttavia oggi la costruzione di grandi opere idriche, l’intensa irrigazione, l’evaporazione, le torride estati e la crescente popolazione stanno pian piano costringendo gli egiziani a ripensare a come utilizzare le risorse idriche del Nilo. Sebbene la quota annuale destinata all’Egitto sia di 55.5 miliardi di metri cubi di acqua, secondo quanto affermato da una ricerca di Fathi Farag, un esperto egiziano delle risorse idriche, l’Egitto perde circa cinque miliardi di metri cubi a causa dell’evaporazione. Inoltre circa il 40% di quello che rimane viene sprecato a cause di perdite nelle tubature, e altri 2,5 miliardi di metri cubi vengono utilizzati per produrre elettricità.

lunedì 14 maggio 2012

Russia - La marcia degli scrittori e #OccupyAbai


In diecimila hanno partecipato alla “passeggiata degli scrittori”, iniziativa promossa da un gruppo di scrittori ed artisti russi. I manifestanti hanno sfilato senza bandere nè slogannè simboli politici a parte i nastri bianchi, emblema della protesta anti-Putin.
Il ritrovo è stato al monumento ad Aleksander Pushkin, considerato in Russia come Dante Alighieri da noi, e la camminata è arrivata fino a Chistye Prudy, giardino al centro di Mosca presidiato da giorni da centinaia di giovani attivisti.
I promotori dell’iniziativa, tra i quali il poeta Dmitry Bykov, la romanziera Lyudmila Ulitskaya e gli scrittori Boris Akunin e Victor Shenderovich, arrivati ai giardini sono stati appluaditi.
Alcuni tra i promotori della marcia hanno avuto un ruolo già nelle proteste degli scorsi mesi come Bykov, autore di una video-poesie noto come Grazhdanin-Poet (“il cittadino-poeta”) e Akunin che ha partecipato alle proteste contro i  brogli elettorali.
Dopo una apparente calma la scorsa settimana si era tenuta una manifestazione conclusasi con numerosi arresti tra cui Sergei Udalzove del Fronte di sinistra e il blogger Aleksei Navalny, condannati a 15 giorni di fermo per resistenza a pubblico ufficiale.

Nigeria - "L'A.D. dell'Eni Scaroni mente”

Nel Delta del Niger è in atto una devastazione ambientale e sociale senza precedenti, con una sempre maggior militarizzazione del territorio. Sotto accusa le multinazionali petrolifere che dagli anni Settanta estraggono il greggio dal sottosuolo. Tra queste l'italiana Eni che non sembra particolarmente interessata ad avviare una seria bonifica dei terreni inquinati. Così la pensa Godwin Uyi Ojo, presidente e co-fondatore di Environmental Rights Action, una delle più attive ong nigeriane per la difesa dell'ecosistema e dei diritti delle popolazioni locali.
Nell'intervista ad Afriradio, Ojo racconta della sua partecipazione all'assemblea degli azionisti Eni come delegato della Crbm - Campagna per la riforma della banca mondiale - evidenziando la sua delusione per la scarsa attenzione che i vertici dell'azienda hanno dedicato al suo intervento.

Germania - Elezioni in Renania-Vestfalia


Il partito socialdemocratico ha vinto ieri le elezioni regionali in Renania Nord Vestfalia.
Secondo gli exit pool l'SPD si aggira intorno al 39% che sommati al 11,5 % dei Verdi potrebbe portare ad una comoda maggioranza di centro sinistra nella regione più popolata della Germania.
La CDU di Angela Merkel si aggira intorno al 26% perdendo quasi 9 punti dalle precedenti elezioni.
Il partito Pirata entra nel parlamento regionale pare con il 7,5 per cento (due anni fa aveva avuto l'1,6). Scende la la Linke, che aveva avuto il 5,6 per cento e che questa volta resterà fuori dal parlamento con un modesto 2,5.
Il voto nella regione, importante per dimensione e ricchezza, viene considerato dai commentatori come un test per le elezioni federali del prossimo anno, visto che spesso i risultati di questa zona si sono rispecchiati in quelli nazionali.

Desinformémonos del lunedì

Reportajes


Amaranta Cornejo Hernández                      

Sergio Adrián Castro Bibriesca

Fotos y producción: Orlando Canseco y Eunice Carreón

Realización: Arthur Lorot



Desinformémonos

        Pablo Iglesias Turrión



Red Contra la Represión y la Solidaridad en Chiapas y grupo de trabajo No estamos todos

    Desinformémonos 



      Gustavo Illescas               

Sergio Palencia

Testimonio recogido en Huehuetenango, Guatemala
 
Gloria Muñoz Ramírez
Fotos: Jaime Quintana


Global Project
Traducción: Giovanna Gasparello
 
Los Nadies

Amoureux au ban public
Traducción: Arthur Lorot
 
Imagina en resistencia

Beatriz Zalce
Fotos: Héctor Peralta

Marcela Salas Cassani

Fotoreportajes

Fotos: Mario Marlo
Texto: Tomado de declaraciones de Fray Tomás (Casa del migrante "La 72") y de Rubén Figueroa, defensor de derechos humanos
Música: "Tres veces mojado", Los Tigres del Norte
Producción: Desinformémonos


Video

Realización: Andalucía Knoll


Radio

Realización: Ana Martina y radiosonidera.org     

domenica 13 maggio 2012

Messico - Nè silenzio, nè indifferenza, continueremo ad informare



Mobilitazione dei giornalisti contro gli omicidi e le intimidazioni.

 "Di fronte ai continui attacchi e omicidi di giornalisti in Messico, bisogna difendere gli spazi di comunicazione indipendente e soprattutto non abbassare la voce, continuando ad informare la società." Si esprimono così in uno speciale pubblicato da Desinformemons, i giornalisti intervistati (José Gil, Carmen Aristegui, Anabel Hernández, Zósimo Camacho, Julio Hernández, Adriana Malvido e Armando Ponce) riuniti durante le proteste per l'omicidio di Regina Martínez, corrispondente del settimanale Proceso, avvenuto nello stato di Veracruz.
Un omicidio, quello di Regina, inaccettabile e intollerabile. "Regina - affermano - è stata un esempio di autonomia di pensiero e di capacità di resistere alla corruzione e alle minacce della classe politica. Per questo la sua morte è un messaggio contro tutti quelli che cercano di conservare spazi di critica".
Sono 79 i giornalisti assassinati impunemente durante il governo di  Felipe Calderón.
Per questo giornalisti, difensori dei diritti umani, cittadini si sono ritrovati davanti alla Secretaría de Gobernación al Monumento a la Independencia per denunciare che "l'insieme di violenze e di attacchi contro la stampa è arrivato ad una situazione grave e percolosa."
Si tratta di una vero e proprio stato d'eccezione comunicativo. "in tutto il paese ci sono attacchi e aggressioni senza che le autorità si preoccupino o creino mezzi di protezione reale. Come dire che informare è una attività ad altissimo rischio in Messico."
Intervistata da Desinformémonos durante il concentramento al Monumento, la giornalista  Carmen Aristegui ha affermato che "per trovare un uscita da questa situazione sarà necessario prendere coscienza del significato che può avere il fatto che sia la stessa società ad organizzarsi, ad esprimersi e a portare richieste chiare alle autorità. E' insostenibile che ci siano decine di morti tra i giornalisti ed ancora di più che ci siano migliaia di morti e non ci siano processi".
Ha continuato aggiungendo "quello che dobbiamo fare è continuare ad informare, non possiamo farci prendere dalla paura, non dobbiamo stare in silenzio e lasciare nell'indifferenza i colleghi e le altre vittime."
José Gil, giornalista di Proceso, ha segnalato che lo stato ha la responsabilità di garantire la sicurezza non solo dei giornalisti, ma di tutti i cittadini. Nessuno dei giornalisti assassinati, avrebbe dovuto morire e le loro morti sono responsabilità del governo. Il loro lavoro avrebbe dovuto essere garantito. Gil continua dicendo che dopo l'omicidio di quattro giornalisti in poco tempo, si può affermare che "Siamo in una crisi in cui lamentevolmente ci siamo abituati agli omicidi e quando un giornalista viene ucciso non protesta tutta la società ma solo i colleghi. Questo è molto pericoloso."
Durante la manifestazione con cartelli e slogan un altro giornalista di Proceso ha proposto di arrivare ad uno sciopero delle telecamere e dei microfoni mentre un corrispondente di Controlinea sottolinea che se la situazione è arrivata a questo punto è per la collusione e corruzione che lega il Governo ai gruppi criminali.
VERSIONE INTEGRALE
México DF. Ante los continuos ataques y asesinatos de periodistas en México, defender los espacios de comunicación independiente y, sobre todo, no bajar la voz y seguir informando a la sociedad sobre la realidad del país, es lo que toca hacer a los periodistas desde la trinchera de la comunicación, coinciden en entrevista con Desinformémonos los periodistas José Gil, Carmen Aristegui, Anabel Hernández, Zósimo Camacho, Julio Hernández, Adriana Malvido y Armando Ponce, reunidos durante las protestas por el asesinato de Regina Martínez, corresponsal del semanario Proceso, y los reporteros gráficos Guillermo Luna, Gabriel Huge y Esteban Rodríguez, ocurridos la semana pasada en el estado de Veracruz.
Periodistas, fotógrafos, camarógrafos, reporteros, miembros de organizaciones por la libertad de expresión y por la defensa de los derechos humanos, así como ciudadanos independientes, sumaron voces en días pasados para manifestar su profunda indignación y exigir el esclarecimiento de los cuatro asesinatos de comunicadores en Veracruz.
En una carta, periodistas de ese estado advirtieron que el asesinato de Regina Martínez es una afronta intolerable al gremio, a la libertad de expresión y a la lucha por la democratización de los medios de comunicación en nuestro país. “Regina”, señalaron, “fue un ejemplo de autonomía de pensamiento y capacidad de resistencia a la corrupción y a las amenazas de la clase política. Por eso, su asesinato es un mensaje ominoso a quienes aún tratan de conservar los mínimos espacios críticos disponibles en la entidad”.
A las demandas de los manifestantes se sumó el reclamo de justicia para los 79 periodistas asesinados o desaparecidos durante la administración de Felipe Calderón, y la exigencia de garantías para el libre ejercicio del periodismo.
Cargando mantas, carteles, flores, veladoras y fotos de periodistas que han sido asesinados o desaparecidos, cientos de comunicadores se reunieron frente a la Secretaría de Gobernación y en el Monumento a la Independencia para denunciar que “la circunstancia de violencia y de hostigamiento contra la prensa ha llevado al gremio a una situación particularmente peligrosa y de absoluta vulnerabilidad”.
La situación de emergencia, indicaron, no es privativa de una entidad y ha llevado a un estado de excepción comunicativa. En todo el país hay ataques y agresiones contra periodistas, sin que las autoridades se preocupen o fomenten medidas de protección reales, lo cual ha propiciado que informar sea “una actividad de altísimo riesgo en México”.
Entrevistada por Desinformémonos durante la concentración en el Monumento a la Independencia, la periodista Carmen Aristegui dijo que para “encontrar la salida a la inadmisible situación en la que nos encontramos, será necesario tomar conciencia del significado que tiene que la sociedad misma se organice, se exprese y eleve el nivel de exigencia a las autoridades. Es absolutamente insostenible que tengamos decenas de muertes de periodistas y miles de muertes más en donde simple y llanamente no hay un proceso judicial”.
La comunicadora añadió que, ante los continuos ataques contra el gremio periodístico, “lo que toca a los medios es seguir informando. No podemos permitir que el miedo nos inmovilice. Debemos estar al pendiente de lo que ocurre en lugares donde los periodistas son más vulnerables. No podemos permitirnos el silencio ni la indiferencia con los colegas, ni con el resto de las víctimas de esta circunstancia que ya ha rebasado los límites de nuestra comprensión”.
José Gil, periodista de la revista Proceso, señaló que “el Estado no ha cumplido con la responsabilidad de garantizar la seguridad de todos y cada uno de nosotros, no solamente de los periodistas, sino de todos los ciudadanos. Ninguno de los periodistas caídos debió morir, y sus muertes son responsabilidad del gobierno, pues debieron haber tenido todas las garantías para realizar su trabajo con libertad de expresión”.
El asesinato de cuatro periodistas en un periodo tan corto de tiempo es un signo muy claro de la descomposición a nivel de gobierno y a nivel social, señaló Gil. “Estamos en medio de una crisis, donde lamentablemente nos hemos ido acostumbrando a los asesinatos y cuando matan a un periodista no sale la sociedad, sino los mismos periodistas a exigir justicia. Hay una pasividad muy peligrosa”.
La vulnerabilidad que padecen los periodistas del país ha propiciado que salgan a manifestarse a las calles. Durante la marcha realizada en el marco del Día Internacional de la Libertad de Expresión, de la Casa de Veracruz a la Secretaría de Gobernación, reporteros y fotógrafos alzaron la voz para exigir el cese del hostigamiento contra los trabajadores de la comunicación.
“Es necesario denunciar y manifestarnos en contra de esta grave situación, pero mí me gustaría también que algún día los periodistas nos atreviéramos a hacer una huelga de cámaras y de grabadoras”, dijo aDesinformémonos Julio Hernández, columnista del diario La Jornada, durante la concentración realizada a espaldas de la Secretaría de Gobernación.
Por su parte, Zósimo Camacho, jefe de información de la revista Contralínea, apuntó que “si la situación ha llegado hasta este punto se debe a la corrupción, pues los grupos del crimen organizado muchas veces están coludidos con el gobierno y los asesinatos de comunicadores ni siquiera son investigados”.
Bajo una llovizna que no logró ahuyentar a quienes se concentraron en el Ángel de la Independencia, Adriana Malvido, de la revista Proceso, dijo: “Soy periodista y por eso estoy aquí. Somos nosotros los que tenemos que unirnos y, ante todo, solidarizarnos, acompañarnos y hacer un llamado de alerta. Los crímenes contra periodistas lastiman mucho la libertad de expresión, no sólo la de los periodistas, sino de la sociedad en general”.
Armando Ponce, también del semanario Proceso, advirtió que “tenemos que defender los espacios periodísticos ya que es la única manera en que la sociedad puede tener acceso a una mejor información. La información oficial es muy restringida, muchos son silenciados, censurados. Por ello, los pocos medios independientes, alternativos y comprometidos tienen la obligación de defender estos espacios”.
Greta Gómez no es periodista, pero se sumó a la protesta en el Ángel, porque está “indignada por lo que pasa en este país. Vine porque tengo amigos periodistas, y porque cuando salen a hacer su trabajo me preocupo, nunca sé si van a regresar. Quiero que puedan informar sin ninguna represalia. Estoy aquí para exigir al gobierno federal que actúe por todos los que han caído, han recibido amenazas o han sido torturados o desaparecidos. El mensaje es claro: quiero que esta situación termine pronto”.
Los 60 mil muertos que ha habido durante este sexenio son un grado excesivo de violencia, aseguró Óscar, otro de los jóvenes que se manifestaron frente al Monumento a la Independencia. “Yo no creo en los partidos políticos, no creo que esto cambie en las próximas elecciones, gane quien gane. La única forma en que podemos cambiar esta situación es organizándonos, no hay que dejar esto en manos del gobierno. Por eso estoy aquí”.