martedì 17 febbraio 2009

¡Que se vayan todos! di Naomi Klein


di Naomi Klein

Vedere le folle di islandesi riversarsi con pentole e padelle per strada fino a che il loro governo non è caduto mi ha riportato alla mente lo slogan più diffuso nel 2002 tra i gruppi anticapitalisti, «Voi siete Enron. Noi siamo l’Argentina».
Si trattava allora di un messaggio piuttosto semplice. Voi – politici e amministratori chiusi in qualche summit – siete come i peggiori truffatori della Enron (e all’epoca non sapevamo nemmeno la metà di quello che poi si è rivelato essere lo scandalo Enron). Noi – l’irrefrenabile fuori – siamo come gli argentini, che, nel bel mezzo di una crisi terrificante e simile alla nostra, sono scesi per strada con pentole e padelle in mano. Loro gli argentini gridarono «¡Que se vayan todos!» (Se ne devono andare tutti!) e ottennero che quattro presidenti in meno di tre settimane si dimettessero. Quello che ha reso unica la rivolta argentina del 2001-2 è stato il fatto che non era contro qualche partito politico né contro un concetto astratto di corruzione. L’obiettivo della protesta era il modello economico dominante e l’Argentina è passata per la prima ribellione nazionale contro il capitalismo contemporaneo senza regole.
E’ passato un po’ di tempo, ma dall’Islanda alla Lettonia, al Sud Korea alla Grecia, il resto del mondo alla fine sta vivendo il proprio momento di «¡Que se vayan todos!».
Le stoiche matriarche islandesi che lisciano a suon di colpi le proprie pentole mentre i figli saccheggiano il frigorifero alla cerca di proiettili (uova, di sicuro, e pure yogurt?) riecheggiano le tattiche diventate famose a Buenos Aires. E lo stesso rievoca la rabbia collettiva contro le elite che hanno messo in ginocchio un paese un tempo florido e che pensavano di poterlo fare senza alcuna conseguenza. Come ha raccontato Gudrun Jonsdottir, impiegato trentaseienne islandese: «ne ho abbastanza. Non mi fido del governo, delle banche. Non mi fido dei partiti politici né del Fondo monetario internazionale. Avevamo un paese benestante e l’hanno rovinato».
Un altro eco di Argentina: a Reykjavik le proteste non cesseranno con un semplice cambiamento di faccia al potere (per quanto il nuovo primo ministro sia una lesbica). Le manifestazioni vogliono aiuto per le persone, non solo per le banche, vogliono che si aprano inchieste e che ci sia una riforma elettorale.
Sono le stesse richieste che si sentono in questi giorni in Lettonia, la cui economia sta soffrendo più di qualsiasi altro paese europeo e il cui governo sta traballando come un funambolo. Per settimane la capitale lettone è stata l’epicentro di proteste, che il 13 gennaio sono esplose nella rivolta con lanci di sampietrini per le strade. Come in Islanda, i lettone sono sconvolti dall’assoluto rifiuto dei loro leader a fare qualcosa e a assumersi responsabilità per il caos che hanno creato. In un’intervista al canale televisivo Bloomberg, il ministro all’economia lettone alla domanda, cos’ha provocato la crisi?, ha fatto spallucce e risposto, «niente di particolare».
I problemi della Lettonia sono di sicuro peculiari: le politiche che hanno portato la «Tigre del Baltico» a crescere del 12 per cento nel 2006 sono le stesse – ossia, liquidità, liberalizzazione delle dogane, movimenti finanziari in rapida entrata e uscita, di cui molti finiti nelle tasche dei politici - che stanno provocando una violenta contrattura del 10 per cento previsto per quest’anno. (Non è una coincidenza che oggi molte delle crisi siano scoppiate nei paesi del recente miracolo: Irlanda, Lettonia, Estonia, Islanda).
Qualcosa cioè di molto argentino è nell’aria. Nel 2001 i leader argentini hanno risposto alla crisi con un pacchetto brutale d’austerità imposto dal Fondo monetario internazionale: 9 miliardi di dollari in tagli di spesa che hanno colpito soprattutto sanità e educazione. E questo si è rivelato essere un errore fatale. I sindacati organizzarono uno sciopero generale, gli insegnanti scesero in piazza con i propri studenti e le proteste non si sono da qui più fermate in Argentina.
Lo stesso rifiuto di accettare lo scorno della crisi unisce accomuna molte delle proteste odierne. In Lettonia, molta della rabbia popolare si è rivolta contro l’austerità delle misure approntate dal governo – cartolarizzazioni massicce, riduzione dei servizi sociali e taglio degli stipendi degli statali – tutto pensato per qualificarsi per un prestito emergenziale del Fondo monetario (in questo, nulla è cambiato). In Grecia, le proteste sono scoppiate dopo l’assassinio di un quindicenne. Ma ciò che le ha fatte durare nel tempo, con i contadini in piazza subito dopo gli studenti, è la rabbia diffusa contro le risposte del governo alla crisi: le banche hanno ricevuto aiuti per 36 miliardi di dollari mentre i lavoratori hanno visto tagliare le proprie pensioni e i contadini non hanno ottenuto nulla. A parte il disagio dei trattori per strada, il 78 per cento dei greci sostiene che le richieste del contadini sono legittime. Allo stesso modo, in Francia il 70 per cento della popolazione ha condiviso le ragioni del recente sciopero generale – mosso in parte dai progetti di Sarkozy di ridurre drasticamente il numero di insegnanti.
C’è poi un filo conduttore in questa recessione globale e probabilmente è il rifiuto della logica «politiche straordinarie», frase coniata dal politico polacco Laszeck Balcerowicz per definire come in una crisi i politici possono ignorare le leggi e lanciarsi in riforme impopolari. Il trucchetto non sta però più funzionando, come di recente ha scoperto il governo sudcoreano. A dicembre il partito al potere ha provato a usare la crisi per introdurre un accordo, molto controverso, di libero mercato con gli Usa. Per portare le cosiddette politiche a porte chiuse a nuovi estremi, i legislatori si sono chiusi nei propri uffici di palazzo per votare in privato, barricati nelle proprie stanze asserragliandosi dietro a scrivanie, sedie, divani.
I politici di opposizione non ci sono tuttavia stati e con seghe elettriche e martelli pneumatici sono entrati nelle stanze di potere e per 12 giorni non hanno rimosso il sit-in al Parlamento. Il voto è stato posticipato, permettendo dibattito – una vittoria per un nuovo genere di «politiche straordinarie».
Qui in Canada, la politica è meno spettacolare, ma in ogni caso ne sono successe di cose. A ottobre il partito conservatore ha vinto le elezioni nazionale sulla base di un programma per niente ambizioso. Sei settimane più tardi il primo ministro conservatore ha rivelato le proprie intenzioni con una proposta di legge che toglie il diritto di sciopero ai lavoratori del pubblico, cancella i fondi pubblici per i partiti e il tutto senza finanze. L’opposizione ha risposto unendosi in una coalizione a dir poco storica e che non ha preso il potere solo per via di un’immediata sospensione del Parlamento. I conservatori dunque sono tornati con una finanziaria rivisitata: le politiche più di destra sono sparite e sono comparsi finanziamenti. Il mosaico è chiaro: i governi che rispondono alla crisi del libero mercato con un’accelerazione delle stesse politiche neoliberiste non sopravvivranno. E in Italia intanto gli studenti sono scesi in piazza urlando: «Noi la crisi non la paghiamo!».

Articolo pubblicato su The Nation
Articolo in inglese sul sito di Naomi Klein
Traduzione a cura di Gloria Bertasi per Global Project
See footage of the global protestGreece Watch footage of the December protests while a student organizer discusses the demonstrators’ demands.

See Greek farmers blockade one of the Greek-Bulgarian border crossings.
South Korea Watch legislators get tear-gassed, view the furniture barricaded against the door in Parliament.
See 200 security guards storm Parliament and brawl with protesters.
Iceland Watch protesters banging on pots, pans, windows, & drums, and see some of the Icelanders’ demands:
See more footage of the "Saucepan Revolution" in this Reuters segment.
Latvia Watch raw footage of the January 13 protests in Riga.
See a grandma hurl a big rock at police in the Latvian capitol.