giovedì 26 febbraio 2009

Quelli che si vogliono mangiare il mondo. Rapporto 2008 sulle multinazionali.


Silvia Ribeiro - rebelion.org
Immersi in un’enorme crisi del capitalismo, madre di molte crisi convergenti, si riscatta con denaro pubblico le più grandi imprese private del pianeta, mentre continua ad aumentare la povertà ed il caos climatico.
Secondo l’economista messicano Andrés Barreda, ci troviamo all’interno di una brutale crisi di sovraccumulazione capitalista: gigantesco vomito di chi ha creduto di potersi inghiottire il mondo, ma non ha potuto digerirlo.
Le crisi attuali hanno un contesto di concentrazione crescente del potere corporativo, appropriazione di risorse naturali e deregolamentazione o leggi che beneficiano le imprese e gli speculatori finanziari.
Nel 2003, il valore globale delle fusioni e delle acquisizioni è stato di 1,3 miliardi di dollari. Nel 2007, è arrivato a 4,48 miliardi. Nell’industria alimentaria, il valore delle fusioni e degli acquisti tra imprese si è raddoppiato tra il 2005 ed il 2007 e la debacle finanziaria ha fatto fallire alcune imprese, favorendo oligopoli ancora più chiusi.
Che cosa significa questo per la gente comune? La relazione del Gruppo ETC “Di chi è la natura?” offre un’analisi nel contesto storico della concentrazione corporativa di settori chiave nelle ultime tre decadi.
Ha seguito le manovre di mercato delle cosiddette “industrie della vita” (biotecnologia in agricoltura, alimentazione e farmaceutica), aggiungendo ora le imprese che fanno convergere la biotecnologia con la nanotecnologia e la biologia sintetica, promuovendo nuove generazioni di agrocombustibili e cercando di generare un’economia post industria petrolifera, basata sull’uso di carboidrati e la vita artificiale.
Il settore agroalimentare continua ad essere uno degli esempi più devastanti, in quanto nessuno può vivere senza mangiare. È inoltre il maggior “mercato” al mondo e per queste due ragioni le multinazionali si sono lanciate con aggressività per cercare di controllarlo.
Nelle ultime 3-4 decadi, è passato da una situazione di quasi totale controllo da parte di piccoli agricoltori e mercati locali e nazionali, ad essere uno dei settori industriali globali con maggiore concentrazione corporativa. È quindi stato necessario un cambiamento radicale nelle forme di produzione e commercio di alimenti. Grazie ai trattati di “libero” commercio, l’agricoltura e gli alimenti si sono trasformati sempre più in merci da esportazione, in un mercato globale controllato da una ventina di multinazionali. Secondo una relazione della Fao sui mercati dei prodotti alimentari primari, agli inizi degli anni 60 i paesi del Sud globale avevano un’eccedenza commerciale agricola di circa 7 miliardi di dollari all’anno.
Alla fine degli anni 80 quest’eccedenza era scomparsa. Oggi tutti i paesi del Sud importano alimenti.
Durante gli anni 60, quasi la totalità delle sementi erano in mano agli agricoltori od alle istituzioni pubbliche. Oggi, l’82 per cento del mercato commerciale delle sementi dipende dalle proprietà intellettuali e dieci imprese controllano il 67 per cento di questo settore.
Queste stesse imprese (Monsanto, Syngenta, DuPont, Bayer, etc.) sono per la maggior parte produttrici di pesticidi, settore questo in cui le dieci maggiori imprese controllano l’89 per cento del mercato globale e sono anche tra le dieci più grandi imprese di farmaceutica veterinaria, controllando il 63 per cento di questo mercato.
Le dieci maggiori imprese di alimenti processati (Nestlé, PepsiCo, Kraft Foods, Coca-Cola, Unilever, Tyson Foods, Cargill, Mars, ADM, Danone), controllano il 26 per cento del mercato e cento catene di vendite al dettaglio controllano il 40 per cento del mercato globale.
Nel 2002, le vendite globali di sementi e pesticidi sono state di 29 miliardi dollari, quelle di alimenti processati di 259 miliardi e quelle delle catene di vendite al dettaglio di 501 miliardi.
Nel 2007, questi tre settori hanno aumentato le vendite a 49 miliardi, 339 e 720 miliardi di dollari rispettivamente.
L’impresa WalMart continua ad essere l’impresa più grande del mondo, essendo la 26 delle 100 più grandi economie del pianeta, di gran lunga superiore al Pil di interi paesi come la Danimarca, il Portogallo, il Venezuela o Singapore.
Dalle sementi al supermercato, le multinazionali vogliono imporre che cosa seminare, come mangiarlo e dove comprarlo. Di fronte alle crisi ci prescrivono sempre la stessa cosa: più industrializzazione, più chimici, più transgenici ed altre tecnologie ad alto rischio, più libero commercio.
Non è tanto strano, dato che hanno ottenuto grandi vantaggi dall’aumento dei prezzi e dalla fame, con un aumento del 108 per cento dei loro guadagni.
È anche cresciuta la disparità di entrate individuali a livello mondiale. La ricchezza accumulata dalle 1.125 persone più ricchi del mondo (4,4 miliardi di dollari) è quasi equivalente al Pil del Giappone, seconda potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti. Questa cifra è maggiore della somma delle entrate della metà della popolazione adulta del pianeta.
Nel 2007, 50 amministratori di fondi finanziari (hedge funds ed equity funds), i grandi speculatori che hanno provocato la “crisi”, hanno guadagnato una media di 588 milioni di dollari, circa 19 mila volte di più di un lavoratore statunitense tipo e circa 50 mila volte più di un latinoamericano. Sempre nel 2007, il direttore esecutivo della finanziaria Lehman Brothers, ora in bancarotta, ha guadagnato 17 mila dollari all’ora (dati dell’Institute for Policy Studies).
Riassumendo, un’assurda minoranza di imprese ed alcuni miliardari che possiedono le loro azioni controllano enormi percentuali delle industrie e dei mercati che sono basilari per la sopravvivenza, come quelli degli alimenti e della salute. Questo permette loro una pesante ingerenza nelle politiche nazionali ed internazionali, modellando le regole ed i modelli di produzione e consumo che si applicano nei paesi in base ai propri interessi.
È quindi urgente un cambiamento profondo del modello di agroalimentazione industriale e corporativa, includendo una forte critica a quelli che, in nome della crisi alimentaria e climatica, vogliono imporci lo stesso modello a base di transgenici e agrocombustibili.
Esistono già delle soluzioni e sono diametralmente opposte: sovranità alimentare a partire da economie agricole decentrate, differenziate e libere da brevetti, basate sulla conoscenza e sulle culture contadine.
Nota:
articolo originale
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=78510
Inserito in Nicarahuac n. 103 di Ass. Italia-Nicaragua
© (Traduzione Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua
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