mercoledì 4 novembre 2009

La corruzione afghana e la verità coloniale

Libere elezioni



di Augusto Illuminati

Ve li ricordate i grandi organi di informazione, compresi quelli che dimostravano a piazza del Popolo in favore della libertà di stampa, tutti i giornalisti embedded che spiegavano come gli eroici pastori e contadini afghani difesi dai valorosi militari della Nato e in prima fila dai baldi ragazzi della Folgore sfidavano i talebani per esercitare il loro diritto di voto? Nulla ci fu risparmiato in quei giorni, concomitanti i funerali di Stato e il fiero cipiglio del ministro La Russa, per raccontarci a quali nobili scopi servivano le mani tagliate agli elettori, i Lince saltati in aria, i massacri collaterali dei civili: a promuovere in prima battuta la democrazia mediante libere e trasparenti elezioni, in seconda battuta ad assicurare un governo comunque efficiente e sufficientemente legittimato. Ci siamo ritrovati con una partecipazione “ufficiale” (dunque probabilmente gonfiata del doppio) inferiore al 37% e con schede contraffatte, a favore di Karzai, in misura spesso superiore ai votanti... Lo scandalo fu tale che la stessa amministrazione americana e l’Onu spinsero il loro troppo disinvolto burattino a rinunciare a una parte dei voti frodati e ad accettare il ballottaggio con il rivale Abdullah. Tacciamo, per carità di patria, il fatto che il grosso degli imbrogli si è verificato proprio nella prefettura di Herat sotto controllo italiano. Non che i nostri paracadutisti scrutinassero i voti, ma coprivano armi alla mano gli imbroglioni governativi. Dopo tutte le fandonie sulle ragioni del nostro intervento in Afghanistan (la difesa delle donne, che continuano a girare con il burqa e a incappare in una legislazione ferocemente discriminatoria, l’estirpazione delle culture di oppio, che invece sono di quantità e qualità crescenti, ecc.), ci mancava soltanto la garanzia di un processo elettorale truffaldino!

Comunque, verificato ufficialmente che le elezioni erano state truccate, si è deciso di correggere la situazione andando al ballottaggio. Ma per azzerare il pasticcio e ricominciare da capo, con l’inverno peraltro ormai avanzato e un più che probabile ulteriore calo dei votanti, si sarebbe dovuto almeno cambiare l’apparato elettorale, cioè la famosa commissione “indipendente” e “vicina a Karzai” (bella contraddizione!) che aveva certificato il primo risultato, salvo ad essere smentita e costretta alla retromarcia da Onu e Obama. Naturalmente è subito apparso chiaro che il ballottaggio sarebbe servito soltanto a dilazionare di un mese la vittoria del narcotrafficante Karzai, magari con qualche compensazione governativa ai suoi avversari. Abdullah, probabilmente per alzare il prezzo (neanche lui è un modello di fair play democratico), si è allora ritirato dal ballottaggio, spingendo i garanti della Nato in un vicolo cieco. La solita commissione elettorale “indipendente” di cui sopra ha risolto brillantemente il dilemma proclamando Karzai presidente per ritiro dell’avversario. Una soluzione da ring corrotto, di quelle finalizzate alle scommesse. Niente elezioni supplementari (buono per i 500 soldati italiani che potranno tornare a casa), Karzai un po’ acciaccato ma confermato al potere, senza però poter pretendere dal premio Nobel Obama l’invio di troppi militari aggiuntivi.

E i nostri giornali? Gli scatenati Capuozzo, Biloslavo, Olimpio e compagnia marciante? I parlamentari Pd, sempre pronti a giustificare e rifinanziare la missione “di pace”? Silenzio, qualche deprecazione, vabbè so’ afghani, che volete? Karzai è comunque il nostro figlio di puttana, il nostro pusher presentabile. E così il segretario Onu, Ban Ki-moon, i capi di governo inglese e americano hanno dato l’Ok, preoccupati per il rischio di un’altra tornata deserta e bersagliata dagli insorti. Frattini ha elogiato la maturità politica e la credibilità del Presidente illegalmente rieletto: tanto quei selvaggi non hanno una Corte Costituzionale rompicoglioni! Democrazia e trasparenza sono andate a quel paese e tutta la questione afghana è ritornata ad essere ciò che era sempre stata fuori dalla retorica dei diritti umani: uno sporco affare coloniale, con un capo tribù comprato opposto ai nazionalisti locali e tanti traffici di droga tollerati in cambio del controllo strategico del territorio e degli oleodotti. Hillary Clinton ha colto al volo l’occasione per rimangiarsi tutte le pretese obamiane di mediare fra israeliani e palestinesi suggerendo sfacciatamente che non devono esserci pre-condizioni al dialogo di pace: per esempio, il blocco delle colonie. Avanti così. Gli Usa sono incastrati nel Grande Gioco (è la geopolitica, bellezza!), Berlusconi spera di ritagliarsi qualche traffico di gas e lettoni con Putin, ma il Pd, il Pd “nuovo” e bocciofilo di Bersani, cosa ne guadagna? Quale ideale o interesse appoggia in Afghanistan? Continua a cianciare di una risolutiva conferenza internazionale sull’argomento, tanto per girare la castagna bollente a qualche sconsiderato? Incuriosisce saperlo, e non poco. E la perseguitata Repubblica, deve tacere per censura? E’ troppo impegnata a ripetere le sue dieci domande al Papi, per non farne un paio sulle nostre “missioni” di peacekeeping? Ricordiamo incidentalmente che si tratta di una guerra persa e che le ultime vicende lo confermano anche agli occhi dei generali più assatanati.