lunedì 2 novembre 2009

L’immagine lavata di Huelva

Membri del PETI faranno visita alle balse a fine anno invitati
dalla “Plataforma Mesa de la Ria”


Una delle imprese più inquinanti del polo chimico, Fertiberia, chiude per crisi e la città sul bordo di un collasso ecologico. Intanto scarsi i segnali tanto dagli ambienti politici che imprenditoriali

Milleduecento ettari che accolgono più di cento milioni di tonnellate di fosfogesso più altre centotrenta di ceneri radioattive, queste ultime versate “accidentalmente” nel maggio 1998 dall’azienda Acerimox. Una delle discariche di rifiuti urbani industriali forse più grandi al mondo dislocati ad 1km dal centro cittadino e a meno di 500 mt dal quartiere più periferico della città. Una preziosissima biosfera marino-terrestre, la marisma del Rio Tinto, spazzata via dalla speculazione manageriale e una popolazione costretta a convivere giorno e notte con uno dei tassi di mortalità per cancro polmonare più alti di Europa, a cui s’aggiungono patologie in numero crescente di tiroide atipica, disturbi delle vie respiratorie, malformazioni e alterazioni del sistema riprodutttivo umano. Questa è Huelva, saltata ormai alle cronache mondiali non solo per i numerosi dossier d’inchiesta aperti sul suo polo chimico dalla Commissione Europea e da schiere di organizzazioni ecologiste, ma anche per i casi altrettanto clamorosi di morte da sostanze tossiche presenti nei campi, nell’aria e nell’acqua e a cui gli studiosi si riferiscono col termine inequivoco di “sindrome di Huelva” .

Da oggi parla Pedro Jimenez, portavoce della “Plataforma Mesa de la Ria”, da anni in prima linea contro le attività contaminanti di varie aziende spagnole e internazionali (Fertiberia, CEPSA e altre). La settimana scorsa la sua ong ha strappato un “sì” al PETI (Committee on Petitions of European Parliament) all’invito di fine anno sulla verifica della nuova situazione medioambientale della città andalusa, in particolar modo il reparto n.9 in cui sono stipate le ceneri radioattive. Attraverso una petizione firmata dalla propria “Mesa de la Ria”, Izquierda Unida e 25mila cittadini – un sesto della popolazione locale - si esige infatti, in linea con la normativa comunitaria vigente, uno stop immediato alla produzione da parte delle imprese contaminanti come Fertiberia, il trasporto fuori sede delle 7000 tonnellate di ceneri contenenti il tossico cesio 137 e l’apertura di una nuova e veritiera indagine sul livello di mortalità per tumore dopo le non recenti ma sconvolgenti rivelazioni dello studio dell’Università Carlo III di Madrid, o quello del 2007 realizzato dal laboratorio del CRIIRAD per conto di Greenpeace Spagna.

Nella sua intervista-denuncia Jimenez punta il dito su tutti gli attori politici in scena a Huelva, primo tra tutti Javier Barrero, diputato socialista che scalpitò non poco quando informato dell’incontro tra gli alti organi istituzionali europei e i rappresentanti delle varie ong e associazioni ambientaliste. “Hanno preso posizioni di parte” conferendo “una cattiva immagine della provincia di Huelva in termini di contaminazione” le ragioni del deputato, mentre Jimenez parla di “campagna di lavaggio d’immagine” e accusa dirigenti politici e aziendali di essere stati bravi a scendere in piazza nel 2004 con slogan e voci grosse contro la chiusura delle fabbriche e la perdita di posti di lavoro, mentre sembrano non conoscersi affatto, oggi, ma preoccuparsi solo “dell’Europa che gli sta scappando dalle mani”. Jimenez si associa inoltre alle ultime dichiarazioni di WWF e Greenpeace durante la presentazione dell’appello d’immediata esecuzione della sentenza della Audiencia Nacional con cui si dichiara estinto il diritto di Fertiberia e si pretende la decontaminazione dei terreni industriali e la restituzione di quelli dati in gestione. E quando a Jimenez viene puntualizzato che Fertiberia ha già annunciato la diminuzione della produzione di 6 mesi, il portavoce chiarisce che ciò non risponde a esigenze di contaminazione ma di marketing, poichè Fertiberia “non riesce a collocare sul mercato le scorte di produzione non vendute”.

Da una parte, dunque, le associazioni ecologiste che si lamentano di una chiusura di cancelli o macchinari che tarda a venire nonostante la sentenza sia stata pronunciata nel 2003 e il Consejo de Seguridad Nuclear stimi in circa 3 milioni annui i residui di fosfogesso sfornati ancora da Fertiberia; dall’altra le mezze affermazioni e le piene titubanze dell’impresa di fertilizzanti agricoli. L’azienda ispano-algerina dovrà difatti sborsare qualcosa come 14 milioni di euro per un piano di uscita economica dai costi sociali elevati. In attesa del dicembre 2012 – data ancora da confermare ma che siglerebbe la chiusura definitiva dei depositi di fosfogesso – la stessa Fertiberia dalle pagine del suo sito avverte degli effetti collaterali sulla crescita agricola e il raccolto con cui faranno i conti i rivenditori ma soprattutto gli agricoltori a causa di questa diminuzione dei fertilizzanti imposta dall’alto. L’azienda, chiusa per crisi, è attesa a implementare un progetto di riconversione ambientale delle aree esposte alle balse di fosfogesso dal costo di 3,2 milioni di euro, mentre un nuovo assetto interno alla fabbrica, con conseguente ridimensionamento dei lavoratori, inaugurerà un’altra stagione di licenziamenti forzosi all’ombra di una crisi tutt’altro che dissipata.